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cosa ho scritto...

  • "Le parole del buio": Edizioni Creativa, 2008
  • AAVV: RAC-CORTI - Il chiama angeli
    Il mio racconto "Il chiama angeli" nell'antologia RAC-CORTI di Giulio Perrone Editore 2008
  • AAVV: EROS & AMORE - La penombra di un ufficio e un ascensore che sibila
    Il mio racconto "La penombra di un ufficio e un ascensore che sibila" nella sezione EROS di "Eros & Amore" di ArpaNet, 2008
  • "I racconti delle bacche rosse": Lampi di Stampa Editore, I Platani Narrativa, 2008
    Il secondo libro di fiabe
  • "Il mio racconto": Edizioni Il Filo, 2007
    Un racconto lungo... O un romanzo breve?
  • AAVV: CONCEPTS PROFUMO - La piccola casa di legno, e quel profumo. Fragranza e mistero di notti romane
    Il mio racconto "La piccola casa di legno, e quel profumo. Fragranza e mistero di notti romane" nella raccolta "CONCEPTS Profumo", Edizioni Arpanet 2007.
  • "Una storia ai delfini": Edizioni Creativa, 2007
    il mio primo romanzo
  • i miei racconti nel sito di Patrizio Pacioni
    Nel sito dello scrittore Patrizio Pacioni, alcuni miei racconti http://www.patriziopacioni.it/
  • MANGIALIBRI
    le mie recensioni su MANGIALIBRI: http://mangialibri.it
  • MariaGiovanna Luini su splinder
    http://mariagiovannaluini.splinder.com
  • AAVV: CONCEPTS MODA - La donna vestita di fiori
    Il mio racconto "La donna vestita di fiori" nella raccolta "CONCEPTS MODA", Edizioni ARPANet 2007
  • Il cassetto di MariaGiovanna
    E' una rubrica online dedicata ai miei racconti, ospitata dal Caffé Storico Letterario di Francesco Giubilei. L'indirizzo è http://caffestorico.splinder.com
  • "Esser grandi è una fiaba": Lampi di Stampa Editore, 2006
    il mio primo libro di fiabe

è bello sentirvi!

luglio 2009

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identità nella calura

In questa casa fa un caldo cane. Chissà poi perché i cani, poveretti, debbano accollarsi le disgrazie dell'umanità: porco cane, figlio d'un cane, mi fa un male cane. Cose così. I cani mi piacciono perché hanno empatia vera, gli umani no (allora perché noi ci chiamiamo umani? Troppo difficile per me, lascio agli intelligenti la risposta). Conosco un cane che si chiama René Magritte: è un barboncino bianco riccioluto che si siede paziente ad aspettare quando, nell'androne, mi fermo a chiacchierare con C., la sua mamma umana. Magritte scodinzola, ti guarda, se si rompe le scatole di te va verso l'ascensore della metà della casa dove abiti e te lo indica. "Vai, per favore, così posso uscire per la passeggiata". Ecco, Magritte non merita che chiami il caldo di casa mia un "caldo cane", per esempio, come non lo meritano in media quasi tutti i cani che mi vengono in mente. Di fatto, la casa è senza aria condizionata. Almeno per ora. L'impianto c'è, i telecomandi anche, ma un quid fondamentale che è il potenziamento dell'impianto elettrico sembra richiedere un approfonditissimo studio randomizzato in doppio cieco, uno di quelli che per vent'anni ti impediscono di sapere se stai prendendo l'acqua oppure un farmaco salvavita. Forse arriverà il tecnico e scoprirò che potenzieranno l'impianto a metà popolazione che ne fa richiesta, all'altra metà faranno solo finta, e tutti comunque ci illuderemo. Beati.
Il primo giorno in questa casa è stato l'ingresso del nuovo nella mia esistenza. Abituata alla freddezza milanese (Milano periferia sud) e brianzola (si sa, prendo i natali dalla Brianza operosa con i soldi sotto il materasso), ormai rassegnata a conoscere i miei vicini solo per il colore della porta d'ingresso di casa loro e neanche per il cognome, mi sono trovata in una famigliona che parla con la C aspirata (tutta o quasi; c'è qualcuno che arriva da Venezia, da Napoli o giù di lì) e che, in men che non si dica, ha letto i miei libri, li ha commentati, raccontati al salumaio, al farmacista e al tizio del ristorante sotto l'arco. Qualcuno mi ha lasciato una lettera sotto la porta. E ho incontrato tutti, più o meno: so chi è scapolo e chi no (ho cortesemente decinato l'invito di un vicino a propormi come possibile moglie del più incallito degli scapoli, a questo proposito: siamo già a posto, grazie), so l'età e la provenienza, ho capito il giudizio sugli assenti (sono quelli con la porta costosa e lucida, pulitissima e senza graffi). Saluto chi incontro e rallento per chiacchierare. Come succede con C., che ha settant'anni e porta a spasso Magritte e ha letto e commentato non solo i miei romanzi, ma anche le fiabe che ho scritto. E C., proprio lei, è entrata per magia nella lettura di oggi, davanti alla bistecca al sangue nel ristorante sotto l'arco. Leggevo (ri-leggevo, direi meglio), sull'onda della serata allo Strega, "Occhi sulla graticola" di Tiziano Scarpa, e ridevo da sola sotto lo sguardo impietosito di un gruppo di giapponesi (che puntualmente mangiavano lasagne con il cappuccino): uno dei pezzi forti del libro è l'erezione aurorale, me la porto dietro da un sacco di tempo e quando ho incontrato Scarpa a Parma, all'evento Guanda di martedì scorso, ho trattenuto a stento la tentazione di stringergli la mano e dirgli "Tu sei quello dell'erezione aurorale". Decisamente, a un finalista favoritissimo dello Strega ci si deve presentare diversamente: sommessi e ignoranti. Ignorante calza a pennello per me, sommessa forse meno, ma ci ho provato. E credo di esserci riuscita. Non ho menzionato l'erezione aurorale (trattenendomi a stento: il vero genio salta fuori quando lo stile partorisce ironia indimenticabile) e ne vado fiera, anche se dovrebbe essere lui ad andare fiero di trovate come questa. Insomma, ero al ristorante da sola e ridevo dell'erezione aurorale, unendo alla risata pensieri lubrichi (citazione da Guccini) e apprezzamenti a mezza voce di questo fenomeno fisiologico che, da donna, ho imparato ad amare in modo particolare. Andando più in là, sentendomi anche un po' banalotta nella mia fantasia impura, ho tentato di scendere nel profondo della scrittura come faccio quando recensisco per Mangialibri oppure quando leggo e commento  margine, per i fatti miei. Mi ha aiutata la mia amica Mirka (Bianca, frequentatrice di questo ameno blog). Ha risposto a un mio sms e ha detto che invidia e non invidia la mia indipendenza, e anche la mia solitudine. Stile, premio Strega, solitudine, indipendenza: il mix c'era tutto per passare dalla voglia di erezione aurorale a considerazioni sull'esistenza. E lì è saltata fuori C., che quando ha letto i miei libri ha chiesto: "Ma non saranno mica autobiografici". Ho risposto di no, come faccio sempre, tanto la gente non ci crede e io faccio quello che mi pare. Mi espongo al giudizio consapevolmente, non cambia che dica che una cosa è vera e l'altra no. E' la scrittura che crea la verità, non il contrario. Insomma. Quando C. mi ha chiesto se i miei libri fossero autobiografici ho pensato: "Solito commento, nei romanzi racconto tragedie e lei si chiede se abbia vissuto quei drammi". Invece C., con i suoi occhi verdi bellissimi e i capelli candidi di feroce passione per i rebus (finché non li risolve tutti ci sta sopra e non molla), è andata avanti imperterrita: "Perché sai, tu non sei tutta lì. Si vede subito che sei complessa e piena di personalità diverse". Ho avuto la tentazione di baciarla, di spettinarla tutta con un abbraccio. Finalmente, ho pensato, una persona che mi guarda sul serio. Perché è raro che succeda. Ci si ferma a un pezzo, sempre, e si trascurano gli altri. Ci fa comodo così, e ultimamente ho molteplici esempi di questo fermarsi. MG Luini scrive amore e tormento, e sesso. Talvolta fiabe. Quindi MG Luini è una donna che non sa ridere e soffre per amori sbagliati, scopa come un riccio (anche qui ce la prendiamo con gli animali: siamo certi che i ricci scopino sempre? Se sì, beati loro) e non si sposta dall'autobiografia. Che non ho mai amato, figuriamoci se inizio a usarla per scrivere. Colpa mia, credo. Espongo le personalità che riesco nei momenti possibili. Quando per le scale trovo una C. con Matisse, che capisce che dentro di me c'è l'infedele, imprevedibile, romanticissima bestia che in effetti c'è, mi offro anche volontaria per controllarle gli esami del sangue, e tengo a mente i suoi malanni per poterla curare se me lo chiede. Perché C. è impagabile, con quegli occhi verdi che guardano più in là.
In questa casa ho me e ho Adriana. Chi sia Adriana è lungo da spiegare, comunque è morta nel 1996 ed era pittrice. Suo fratello scriveva libri, grandissimi libri. In questa casa c'è lei, come non vi sto a spiegare. Mi accoglie quando arrivo, mi consola quando piango, ride con me se mi diverto. E mi guarda da un autoritratto in blu. Le racconto cose varie, anche quelle che non dico ad altri, tanto ascolta e capisce e forse le ha già viste. Ha visto che in questa settimana ho vissuto esperienze belle, divertenti, uniche, autolimitanti e drammatiche. Ha visto che mi sono presa e lasciata da sola, qualche volta. Ha visto le mani degli amici e dei nemici, e dei cretini. E mani spuntate dal nulla, destinate nel nulla a ritornare, che sono state fantastiche. Qua e là.
Questa casa è calda, almeno finché lo studio randomizzato in doppio cieco sul riscaldamento non darà risultati attendibili. Un caldo cane, come Matisse. Ma c'è C., in carne e ossa, e c'è Adriana, in palpabile anima. E c'è la storia di questa casa, che nessuno può rubarmi. Ci sono i libri che leggo provando a non ostentare kultura, ci sono i miei manoscritti. Ci sono le MG Luini varie, Giovanna Maria Gatti all'anagrafe, che tentano di vivere.
Voilà.

un amico che passa per caso

La trovo in un bar. Siede con la testa china, gli occhi tuffati in una tazza di cioccolata calda. Non c’è la panna, so che non le piace. Mi avvicino e siedo, senza chiedere il permesso.

-         Come va?

-         Chi sei?

-         Sono io, guardami.

Alza solo un po’ lo sguardo, mi fissa e dice:

-         Ah.

Poi ritorna alla cioccolata, o meglio agli occhi nella cioccolata. Senza parlare.

-         Va tutto bene?

-         Insomma.

-         Cosa c’è?

-         Niente di importante.

Niente è come tutto. Quando dice così significa che è disperata, il suo tutto si è trasformato in niente e non sa come uscire dal dolore. La conosco da più di vent’anni, non penso che riuscirei a farne a meno e forse anche lei qualche volta ha bisogno di me. Anche se non lo ammette.

-         Allora raccontami il niente di importante. Se bevi la cioccolata ad agosto deve esistere un motivo.

-         Mi andava.

-         Lo immagino. Fai solo le cose che ti vanno.

-         Quindi non hai bisogno di chiedere. Avevo voglia di cioccolata calda e l’ho ordinata.

-         Meno male che non ti è venuta voglia di abbacchio, a quest’ora e con questo caldo.

Resta in silenzio. Vedo che gli occhi vanno su e giù: tenta di squadrarmi di nascosto per cogliere i dettagli. E’ triste, si vede, ma non smette di essere curiosa, come sempre.

-         Come sta la tua fidanzata?

-         Bene.

-         E tua figlia? Anzi, le tue figlie?

-         Molto bene.

Non aggiungo altro. Non è un argomento buono, tra noi. Mai stato. Le figlie sì, veramente, ma la fidanzata deve restare fuori dai nostri orizzonti: Silvia sa essere madre, le mie figlie l’adorano e chiedono spesso di lei, ma non accetta che io ami un’altra donna. Ammesso che sia vero, che l’amo, ma questo è un altro discorso. E’ un altro discorso anche che lei l’accetti, la mia fidanzata: non ne parla, non apre bocca su di lei, a me piace pensare che ne sia gelosa. Anche se temo si tratti di altro: andando a vivere con questa donna tanto diversa da me, che mi ha escluso dai salotti e dai circoli culturali e semina gossip nella buona società perché non sa parlare, l’ho delusa, e questo con la gelosia non c’entra niente. La delusione è peggio della gelosia, purtroppo, perché dalla delusione non si risale più. Si tratta di immagine, e di amore di sé: non riesce a credere che sia caduto nella rete di una donna molto bella ma un po’ vuota, il cui merito è allietare le mie notti e fare coreografia. Ha ragione, ma non lo ammetterò mai; gli errori come il mio si affrontano con dignità, si portano avanti perché ci si accorge che sono irreparabili.

-         Allora, mi vuoi dire perché sei al bar e guardi una tazza di cioccolata?

-         Aspetto di berla.

-         D’accordo, spiegami l’aria triste.

-         E’ una tua impressione.

Estenuante. Silvia è così. Te la aspetti dolce e paziente, remissiva, poi scopri che quella è solo una parte di lei: tira fuori gli artigli da tigre e rientra nel gioco mostrandosi tutta, lo fa quando è stanca, lo fa quando si fida, lo fa quando non ha più niente da perdere. Con me ha capito di non perdere né guadagnare, tanti anni fa, e allora è cambiata: me la sono ritrovata diversa tra le mani, come una bomba innescata nascosta sotto un batuffolo di cotone colorato. Ho capito tardi che avevo tirato troppo la corda, l’avevo data per certa e non avevo considerato che una così prima o poi perde la pazienza. Insomma. E’ estenuante. A volte ti riempie di domande e scruta e indaga, altre volte schiva e non ti vuole rispondere, e mena il can per l’aia per ore e ore senza darti la soddisfazione di spiegare. Come adesso, temo. Ha afferrato il cucchiaino, lo sta girando nella cioccolata densa che fa ancora un po’ di fumo, disegna volute armoniche e tonde e osserva le piccole onde che si aprono e si riversano una sull’altra, pastose e dolci. Ha visto il mio vestito, ha valutato se la cravatta una volta tanto è giusta, ha colto il dettaglio dei gemelli azzurri ai polsini e ha finto di niente. E aspetta.

-         Silvia, dai, parla. Cosa è successo?

-         Perché deve essere successo qualcosa?

-         Perché sì. Ti conosco, ti vedo. So che è successo qualcosa.

-         Sai sempre tutto.

-         Può darsi.

-         Anche io so tutto di te, mi basta un’occhiata.

-         Lo so. La differenza è che io lo accetto, tu no.

-         Non mi piace che tu dia per scontato di conoscermi.

-         Chiunque dia per scontato di conoscerti commette l’errore più mortale che esista. Nell’istante in cui si crede di conoscerti fai qualcosa che spiazza, capovolgi l’universo e lasci a bocca aperta. No, non ti conosco. E’ questo il bello. Ti conosco perché non ti conosco.

-         Ti sei svegliato con la filosofia dell’agosto cittadino? Hai scopato, la notte scorsa? Con questa fidanzata hai sicuramente il letto molto più caldo di prima.

-         Silvia, per favore.

-         Mi ha usata.

Ecco. Butta fuori come un respiro pesante, si libera dalle parole e tace.

-         Che sorpresa.

-         Se devi fare dell’ironia lascia perdere, non è aria.

-         Non sono ironico, è che te l’ho sempre detto. Uno così non può essere sincero con una come te.

-         Uno così come?

-         Lo sai.

-         E una così come? Come sono io?

-         Colta, intelligente, di classe. Bella. Un’artista vera. Ma troppo per lui, decisamente.

-         Non è vero.

-         Certo che è vero.

-         Non lo conosci.

-         Penso di sì.

-         No, invece. Ha più cultura di me, è anche più intelligente. Solo che.

-         Che?

-         Solo che mi ha usata, non prova niente per me. Era ora che mi rendessi conto.

-         No, tesoro. Non è così. E’ successo che la tua costruzione mentale su di lui è crollata, e l’hai visto come è. Uno da sciampiste.

-         Senti chi parla.

-         Sai cosa intendo.

-         Non sai un cazzo invece.

-         Però è stato bravo, tutto sommato. Ti ha tenuta a lungo. Scopa bene?

-         Non sono affari tuoi.

-         Scopa bene, sì. Sono sicuro. Ma c’è altro, altrimenti non avrebbe resistito tanto. Ti ha solleticato l’intelligenza e la fantasia, e non è da tutti. Intrigante. I miei complimenti a lui, è riuscito là dove altri hanno fallito. Peccato sia caduto, avrebbe potuto durare per sempre con una come te. Quando hai visto che il re è nudo?

-         Smettila. Fatti gli affari tuoi.

Lo sa, che mi informo. Mi detesta per questo, ma non mi cambierà mai. Ho fiutato questa storia da mesi, ho atteso che ci fossero indizi per sapere il nome di lui, li ho avuti. E ho indagato. Potrei diventare investigatore, se la mia carriera finisse adesso: non sbaglierei un colpo e forse farei più soldi con meno casini. Insomma. So chi sia lui e so perché si sia innamorata: non ha capito il bluff. Rivesti un pagliaccio da santo e le persone ingenue ci crederanno, almeno per un po’. Almeno finché non sbatteranno la faccia contro la verità. Si è innamorata come mai l’ho vista, ha creduto che finalmente la sua testa avesse un interlocutore e ha dovuto ammettere che non solo non l’aveva, ma che neanche il sentimento esisteva. Almeno non in lui.

-         Come è successo? Come hai capito, voglio dire.

-         Che mi ha usata?

-         Sì.

-         Ho messo insieme le cose. Come mi tratta, quello che dice, quante volte sparisce e quante pochissime volte invece esiste per me. E soprattutto ho aperto gli occhi sul merito.

-         Cioè?

-         Cioè non mi merito queste cose. A priori.

Sono d’accordo, ma non glielo posso dire. Se aprissi bocca capirebbe che ho controllato tutto, proprio tutto, e ho saputo quanto e come l’abbia amato. Quanto l’abbia aiutato, ricevendo in cambio niente o forse anche meno. Lo so, adesso, le mie indagini da potenziale investigatore hanno funzionato e quello che ho visto non mi piace. Ma a lei non posso dirlo. Mi odia quando invado la sua vita, si arrabbia e per mesi non risponde più al telefono. Non ho voglia di perderla, ancora, per colpa di questo suo amore da niente: ci è arrivato vicinissimo, a portarmela via. A un soffio, quasi. Per mesi e anni è stato furbo, molto bravo. Chapeau. Ma è caduto, come succede a tanti, come è successo a me: ha preso l’andazzo del puttaniere ricco e fuori moda, con i capelli tinti e le feste sguaiate, e l’ha persa. Perché di una cosa sono sicuro, anche se Silvia non è capace di vederlo: è lui a perdere lei, non il contrario. Riconosco i segni, li vedo nel suo corpo e in fondo agli occhi. Sta andando via lei, nonostante tutto.

-         Non meriti che ti si tratti come un oggetto. Ne abbiamo parlato tante volte.

-         Non sei mio padre.

-         Mai voluto esserlo. Per tanto tempo sono stato il tuo amante. Adesso siamo amici.

-         Capirai. Ci sentiamo ogni tanto.

-         Certo, non rispondi quando chiamo. Per non parlare della posta elettronica, non sono neanche sicuro che tu la legga.

-         La leggo.

-         Ma non rispondi.

-         Non mi va.

Non perdona. Perfino quando non ama più. Non so più contare gli anni che sono passati: è andata via stanca dei tradimenti, delle parole dette a metà, delle promesse che non ho mantenuto e di quelle che non ho voluto fare, e l’ho recuperata come amica molto tempo dopo. Ma ci sono cose che non ha perdonato, e non perdonerà mai. Le si rompe qualcosa dentro, non si riaggiusta più, è questa la sensazione.

-         Cosa farai, adesso?

-         Una passeggiata.

-         Intendo dire se ti fermi o riparti.

-         Vado al mare.

-         Da sola?

-         Certo.

-         Dove?

-         Capalbio.

Rido.

-         Cosa hai detto?

-         Capalbio.

-         Oh santo cielo, sei veramente grave. Cosa ti viene in mente?

-         Perché?

-         L’ultimo posto che vedo per te è Capalbio.

-         Appunto per questo ci vado.

-         Bastian contrario.

-         L’hai sempre saputo.

-         Sì.

Sì, l’ho sempre saputo. Niente proclami, lei decide e fa. Non minaccia. Sono sicuro che vada davvero a Capalbio, contro cui non ho niente ma davvero non è per lei.

-         Perché non vieni vicino a me?

-         Per vederti passeggiare con la famigliola? Grazie, ho già dato.

-         Non con me.

-         Non importa. Ho già dato a priori. Così come non merito a priori di essere trattata come un’idiota. Fine del discorso.

Sta lavorando. Elaborando, direi, se fossi tanto bravo da scavare nella mia laurea seppellita da tempo. La tigre ha dormito a lungo, adesso ha gli occhi aperti. Mi è già successo di essere troppo vicino quando il torpore del sonno passa e si alza per colpire, adesso per fortuna non tocca a me.

-         Ti va di uscire a cena?

-         Ovvio.

Sorride. Ha qualche ruga anche lei, adesso. Ma è più bella così. Ha iniziato a essere donna.

-         E dopo?

-         E dopo mi accompagni in albergo, ma resti fuori dalla porta.

-         Peccato.

-         Fatti una ragione.

Sono almeno cinque anni che me la faccio, questa ragione.

-         Vivrò di ricordi.

-         Bastano quelli. E hai la tua fidanzata, e le collaterali.

-         Nessuna è come te.

-         Ringrazia il cielo, credimi. Molto meglio così.

Ride, rido. Non ha bevuto la cioccolata. Si alza in piedi e fa girare la testa a destra e sinistra.

-         Andiamo a piazza del Popolo. Poi al ristorante orientale.

-         Andiamo dove vuoi.

Mi guarda un po’ storto.

-         Sei furbo, ragazzo. Andiamo dove vuoi. Stai imparando a trattare con me?

Sì. Finché ci sarà qualcuno che pensa che la gentilezza la faccia allontanare avrò vinto io. Sempre.

-         Non ti abituare, stronzetta.

-         Non ci contare. Sei niente, solo un amico che passa per caso.

il contorno dei ricordi

Avrei tanto voluto che lei si fermasse. Non dico che desiderassi tenerla con me per tutta la settimana, tutto il mese oppure tutto l’anno, tuttavia quel giorno avrei fatto qualsiasi cosa per farla rimanere. Avrei fatto… In realtà rimasi fermo a guardare la porta che si apriva, Silvia che usciva e la tenda della finestra lì vicina che ondeggiava per lo spostamento d’aria.

Ho sempre sostenuto che un uomo debba vivere solo. Esistono spazi, silenzi e momenti che non possono essere condivisi. In fondo è così per tutti, ma pochi hanno il coraggio di ammetterlo.

Vivo da solo e ne sono contento. Ritorno a casa mia dopo una giornata di lavoro e non sono costretto a raccontare a una donna sorridente e troppo curiosa di avere assunto una nuova segretaria, licenziato il custode e strizzato l’occhio alla cameriera del bar all’angolo. Mi spoglio lasciando i vestiti su una sedia senza l’assillo di qualcuno che raccoglie ciò che ho buttato scompostamente, con un rimprovero bonario che comunque è sempre un rimprovero. Mangio all’ora che preferisco, sul divano davanti al televisore oppure con il computer acceso, e posso anche bere una birra senza versarla nel bicchiere perché non c’è una voce che mi incita a comportarmi civilmente per rispetto di chi sta accanto a me. Esco la sera e ritorno a casa molto tardi da solo per dormire, con un amico per chiacchierare, oppure con un’amica per parlare quel che è necessario e divertirmi un po’ di più. Una vita perfetta.

Ho conosciuto Silvia in ospedale.

Mio fratello aveva avuto in incidente stradale e io correvo verso il pronto soccorso: non sapevo se fosse vivo, ogni mio passo era il prodotto del desiderio di vederlo subito e dell’istinto di scappare per fingere che nessuno avesse chiamato in ufficio per avvisarmi. Andai a sbattere contro Silvia, e la feci cadere.

- Scusi, signora.

La aiutai a rialzarsi, arrabbiato per la disattenzione e ansioso di proseguire la corsa.

Si mise in piedi, non toccò il vestito per pulirlo come mi ero aspettato che facesse, mi fissò.

- Si figuri. Niente di rotto. Se anche avessi una frattura sarei nel posto giusto per farmi aggiustare, non crede?

Sorrise.

Pensai che fosse una bella donna. Non era alta, non era bionda, non aveva gli occhi azzurri come Nadia, la mia compagna di quel periodo, però era davvero bella: gli occhi si erano illuminati quando aveva sorriso, il viso era semplice e regolare e i denti bianchi e perfetti. I capelli castani le ricadevano sul volto nascondendo il sopracciglio destro: erano lunghi fino alle spalle, con qualche riflesso più chiaro. La sua fronte arrivava al massimo alle mie spalle.

Camminando all’indietro osai gettare uno sguardo al suo corpo: un semplice vestito rosa non nascondeva i tre o quattro chili di troppo, che probabilmente contribuivano a dare la sensazione di armoniosa morbidezza che, se ne avessi avuto il tempo, avrei volentieri approfondito.

Le risposi in fretta, stupito per il suono stridulo della mia voce.

- Spero di non averle fatto male. Le chiedo scusa, sto andando in pronto soccorso per mio fratello.

Non parlò: alzò la mano destra allargando il sorriso, si voltò e si allontanò da me.

Raggiunsi un corridoio scuro pieno di gente: lettini e barelle erano allineati lungo una parete e alcune persone sedevano su sedie bianche probabilmente scomode. Un’infermiera distribuiva bigliettini verdi oppure rossi, valutando la gravità di ogni caso con qualche domanda o con brevi esami fisici. Mi sentivo oppresso e spaventato: la vista della sofferenza e della morte non dovrebbe fare parte del quotidiano, ho sempre rifuggito gli ospedali e i ricoveri per anziani riservando alla malattia qualche raro pensiero per lo più rimosso.

Il pianto di un bambino mi fece paura. Pensai di ridurre al minimo la mia presenza in quel corridoio, qualunque cosa fosse successa a mio fratello. Fermai un uomo con il camice bianco: posi la domanda rapidamente, per non dargli il tempo di evitarmi.

- Buongiorno, chiedo scusa. Mio fratello è stato portato qui dopo un incidente stradale. Può aiutarmi?

L’uomo si guardò intorno, esitante.

- Non lavoro in pronto soccorso. Credo che lei debba chiedere in accettazione.

Non ebbi il tempo di manifestare la mia impazienza: una mano si posò da dietro sulla mia spalla.

- Venga con me.

Vidi Silvia, anche lei con un camice bianco: mi invitava a seguirla con lo stesso sorriso di quando l’avevo aiutata a rialzarsi dalla caduta. Non feci commenti. Camminai dietro di lei con un’ansia crescente: nessuno mi aveva ancora detto in quali condizioni fosse mio fratello. Volevo andare via, smettere di seguirla, chiudere le orecchie oppure fuggire subito. La sofferenza non è per me, non deve esserlo. Comunque. Entrammo in una stanza grande suddivisa in ambienti ovattati da molte tende candide. L’odore di disinfettante era insopportabile. Un brusìo di sottofondo proveniva da sinistra, dove notai un gruppo di medici intorno a un letto. Un’infermiera sceglieva rapidamente tra decine di flaconi di vetro su un carrello.

Silvia mi guardò con espressione seria e disse, facendo qualche passo verso di me:

- Venga, è l’ultima tenda in fondo.

La seguii ancora, sperando che il mio cuore non accelerasse ulteriormente il ritmo già troppo disordinato.

Luca era sdraiato su una barella e parlava tranquillamente con un medico: aveva una spalla immobilizzata e i capelli in disordine, ma non sembrava ferito in modo grave. Per un attimo fui combattuto tra l’istinto di correre ad abbracciarlo e il desiderio di prenderlo a pugni per la paura che avevo provato fino a un minuto prima. Lo raggiunsi.

Prima di sedermi accanto a lui mi voltai per cercare Silvia. Era sparita, non l’avevo neppure ringraziata per l’aiuto. In realtà non sapevo neanche che si chiamasse Silvia.

- Chi cerchi?

Chiese Luca.

- La donna che mi ha accompagnato fino a qui, credo sia una dottoressa.

- Se ne è andata subito.

Non pensai più a lei. La vita ritornò a correre.

Un paio di mesi dopo guardavo pigramente il cielo sdraiato nel rigido pozzetto di una barca da pesca americana di un amico chirurgo: mi ero lasciato convincere da Nadia a raggiungerla a Santa Margherita Ligure per un fine settimana marino. La mia storia con lei stava finendo, ma la pigrizia che ha sempre contraddistinto le mie decisioni in materia sentimentale faceva sì che continuassi a vederla e a simulare un discreto grado di interesse nei suoi confronti. Oltretutto era una donna molto bella e mi piaceva che mi accompagnasse alle cene con i colleghi dell’azienda. I soldi, se non fanno la felicità, almeno garantiscono che ci siano sempre donne disponibili a fingere di essere innamorate di te. Alle cene questo serve. Quel sabato la osservavo con gli occhi socchiusi apprezzando il suo corpo in bikini e ricordando la notte trascorsa con lei nell’appartamento in affitto a San Michele di Pagana, mentre Alberto, il mio amico chirurgo, chiacchierava con i gestori del pontile discutendo di livelli dell’olio nel timone.

- Dormi?

La voce di Nadia mi riscosse dal beato torpore in cui ero caduto. Scossi la testa.

- No. Mi dedico al relax. Quando salpiamo?

Alberto si spostò a prua e controllò una cima.

- Tra poco arriva una mia amica e possiamo uscire.

Nadia non seppe trattenere la curiosità.

- Che tipo di amica?

Riuscii a sentire la risata.

- Non il tipo che pensi tu. E’ una collega molto simpatica, ma anche decisamente lontana dalle mie preferenze in fatto di donne.

- Che cosa intendi?

Mi alzai e andai ad aiutarlo.

- E’ una donna molto libera. Intelligente, indipendente. Non vuole avere legami. Io sono un po’ più tradizionalista, lo sai.

- E’ la donna per me, quindi.

Sussurrai sperando che Nadia non sentisse. Lui annuì e controllò subito che lei non lo avesse notato da poppa.

Una voce allegra ci distrasse.

- Ciao Alberto! Eccomi qui! Ho fatto tardi?

Strinsi le palpebre per focalizzare l’immagine della donna che, senza accettare l’aiuto che il ragazzo fermo sul pontile le aveva offerto, stava saltando agilmente sulla barca con una grande borsa di tela rossa su una spalla. Non fui sicuro di riconoscerla subito, tuttavia il sorriso che mostrò appena recuperò l’equilibrio riuscì a togliermi ogni dubbio. Era Silvia.

- Silvia, questo è Carlo. Carlo, la mia collega Silvia.

Strinsi la sua mano pensando che lo stretto abito prendisole le donasse molto. Lei non mi riconobbe. Nadia la salutò squadrandola dal mezzo metro di superiorità in altezza: sicuramente aveva notato quei tre o quattro chili di troppo che avevano attirato la mia attenzione in ospedale, e segretamente ne gioiva ammirando la propria figura snella nel riflesso dell’acqua un po’ torbida del porto.

Non amo raccontare i dettagli dei giorni felici: nel ricordo assumono contorni malinconici che tolgono i colori e il significato alle sensazioni. Ritornare alle ore di gioia con la memoria non significa riuscire a trasportare anche il cuore nei sentimenti e nelle emozioni, se non per quella parte di non più esistente che crea il senso di perdita. Credo sia sufficiente dire che quando ritornammo in porto Nadia ritornò a San Michele da sola e io accompagnai Silvia a San Rocco di Camogli, dove ci rinchiudemmo in un piccolo monolocale fino al lunedì mattina successivo. Ci nutrimmo di gallette del marinaio e di pomodoro nelle poche pause concesse dalla nuova e reciproca passione.

La frequentai per mesi, prima due o tre volte a settimana e poi ogni notte a casa mia, attendendo il suo arrivo senza riuscire a concentrare l’attenzione su altro che non fosse l’orologio appeso alla parete della mia camera da letto. I secondi trascorreva troppo lenti quando la aspettavo senza mangiare, senza accendere la televisione, senza telefonare a un amico per distrarmi, ma correvano a precipizio appena la stringevo tra le braccia.

Silvia diventò rapidamente ciò che tutte le mie altre donne non erano riuscite a essere: anche adesso che i suoi contorni fanno parte del passato ho la sensazione di avere perso l’unica persona in grado di stare nella mia vita occupando uno spazio non inopportuno. Qualche giorno dopo il nostro incontro a Santa Margherita disse che non si sarebbe mai fidanzata con me e non avrebbe accettato di rendere la nostra storia un legame vero: accettai tutto, pensando che i suoi desideri fossero anche i miei. Mi sentivo attratto dal suo corpo, dal sorriso che le illuminava gli occhi, dalla sensualità che non riusciva a trattenere quando il desiderio la spingeva verso di me con urgenza. Mi inorgogliva pensare che una donna gelosa della propria intimità e fiera della propria solitudine dedicasse a me le sue energie più segrete. Credo di averla amata.

Non ricordo esattamente quando arrivò il primo errore: sono sicuro però che a un certo punto i suoi occhi diventarono incerti, la sua passione più trattenuta. Disse di avere qualche impegno in ospedale e non venne più a trovarmi ogni notte. La inseguii, pensando che frequentasse un altro uomo. Andai a cercarla in reparto, in ambulatorio, al pronto soccorso. Le telefonai a casa e al lavoro. La attesi una notte intera sotto il suo appartamento, arrabbiandomi nel vederla rientrare al mattino.

Quando venne a casa mia per l’ultima volta fece l’amore senza parlare e chiuse gli occhi quando raggiunsi il piacere dentro di lei.

Si rivestì lentamente, poi mi guardò e chiese:

- Carlo, che cosa vuoi da me?

La mia risposta uscì da un luogo che ancora oggi non ritrovo dentro di me.

- Voglio che tu venga a vivere con me.

Chinò la testa.

Si voltò con un sospiro.

Uscì dalla porta di casa mia e io rimasi fermo a guardarla.

sguardo senza luce

Guarda la portafinestra aperta su una terrazza piena di fiori: non è sua, lei ha uno spazio piccolo con una sdraio di legno che impedisce di aprire bene le imposte, è la casa di fronte ad avere la terrazza con le piante di limone e l'edera, e i fiori lilla che sembrano carne. L'uomo è uscito su quella terrazza verso le nove, quando a lei è venuta voglia di alzarsi dal letto e andare a controllare se ci fosse il sole. Aveva la camicia da notte bianca trasparente, con i bottoni piccoli chiusi davanti: le piace, la indossa quando è sola e si sdraia sul letto con i libri e il telecomando che non usa. Insomma, è uscita ed è andata alla portafinestra, ha alzato la testa al cielo e sorriso al sole, era ancora immemore di sonno e ansiolitici e non voleva pensare. L'uomo era lì, fermo dietro una pianta di limone, la guardava. Non si è mosso quando si è accorta, non si è mosso quando lei ha capito che la sua camicia da notte era bianca e trasparente, e i suoi occhi fissi su di lei.

Ha fatto un passo indietro. Il corpo dell'uomo intersecato dal verde delle foglie del limone, le braccia molli lungo i fianchi pizzicate dai rametti brevi, la testa tozza e le sopracciglia folte su pupille senza luce. Un altro passo. La camicia da notte cade bene sulle sue forme ora più magre ma morbide, lo sa, i piedi nudi piccoli con le unghie rosso vivo hanno sentito il pavimento freddo e pulito con il profumo di sapone. Il terzo passo indietro, ha urtato piano una sedia e il filo nero e grosso del computer, abbandonato lì la sera prima dopo tre capitoli di romanzo da rileggere. Perché non scrive in questi giorni, la bocca e le dita asciutte. L'uomo ha guardato, ancora, ostentando presenza invadente e nessuna voglia di andare via. Dietro una pianta di limone che non copriva la curiosità brutta.

dal non-luogo

Pensa di sapere. Invece ignora, e neanche sa di ignorare. Insomma. Questo rifugio è segreto come poche cose nella mia vita, è il nessun luogo che tutti vorrebbero ma non hanno. Perché fa paura. Nascondersi dove nessuno, davvero nessuno, può trovarti fa girare la testa e regala l'instabilità. Finalmente. Ma chi vuole essere instabile? Instabile significa libero senza il paracadute dell'amico fraterno che in fondo sa dove cercarti, del telefono acceso e a portata di rete, dei milioni che tanto puoi tirare fuori in ogni occasione per comprarti il sorriso. No, no, no. Non in questo mio nascondiglio, capanna su un albero che non c'è stato padre a costruirmi, baita in una non-montagna, rustico su una non-collina, e palafitta in un non-mare. Barca in un porto silenzioso che non esiste. Una casa piccola, qui, e a sfregio anche una lavatrice. E la lavastoviglie, che ride di chi non ci conosce e rende limpidi i piatti che non uso. Non, non, non. E' tutto un non.

L'essere non donna, per esempio. Oppure la pazienza che non è pazienza, ma finge. Anche lei. E l'incazzatura estenuata, quella vera, per la banalità di poveri, piccoli indiani intruppati intorno al sole. A me piace, il sole. Ma gli indiani intorno no: sono piccoli e ne usano il nome, sono piccoli e si fanno grandi della sua ombra. Non ero indiana, mi hanno incitato a provarci ma non ci sono riuscita. Proprio perché lo amo, questo sole scostante e anaffettivo e geniale, questo sole che pochi sono riusciti a capire sul serio. Questo sole che guarda dall'alto e dentro vorrebbe carbonizzare, invece annuisce e fa finta. Di essere come tutti, o quasi. Di essere normale. Ti ho amato, sai, sole, e ho pensato che avresti potuto assomigliare al padre che non ricordo, anche se non sono riuscita a stare nella tua ombra. Perché ti amavo e volevo guardarti bene, e dirti no se capitava, renderti idolo senza l'obbligo di un inchino.

Ma dai. Sto a parlare del sole, e non c'è. E' una notte di valigia fatta in fretta e telefonata lanciata a dire che me ne vado. E' una notte in cui potrei fare scommesse per vincere sempre: "Dai, dimmi dove sono". E tanti, tanti tenterebbero la via della sapienza. Tanti crederebbero di essere gli unici a sapere. Qualcuno parlerebbe di Firenze, oppure di un'isola con un faro, o anche di un mare sbiescio con una baia piccola. Sbaglierebbero, tutti. E avrei vinto le scommesse senza riscuoterle, perché se riscuotessi dovrei rivelare la mia tana. E non accade, non accadrà.

Ho mangiato. Da sola e con gli occhi avanti. Ho tolto dalla macchina cose, altre le ho lasciate. Per l'altro pezzo di viaggio, quello al Ponte Vecchio. Ora gioco con un telecomando e sorrido dello spazio nero che neanche tu, nemmeno tu hai visto. Continua a fraintendere, se ti pare. Quando la libertà ti colpirà in faccia capirai che finalmente sei diventato come me, e non avrai più bisogno di scappare.

grazie

Ci sono sorprese che alleggeriscono momenti pesanti, per ritornare al discorso della leggerezza e della profondità.
Amo viaggiare per presentare libri, perché ogni presentazione è occasione di scambio, conoscenza e incontro. Anche di critica, a volte, da tenere in mente per scrivere di più e meglio. A Falconara, il 30 maggio ho incontrato persone bellissime.
Ecco un link, grazie di cuore a CARLA:
http://percorsicondivisi.splinder.com/post/20667634/Un+sabato%2C+una+chiacchierata%2C+

considerazioni personali

Esiste il momento ed esiste il luogo. Esiste la vita, che sembra sonnecchiare a lungo poi scatta in avanti e devi tenerti aggrappata a te stessa per non cadere. O forse cadi, e ti fai anche male, ma, con qualche dolore e un grande o piccolo sforzo, ti tiri su. E tutto procede come deve.
La filosofia da pochi spiccioli mi fa ridere, detesto le frasi fatte e la retorica, per questo a lungo ho evitato di scrivere considerazioni personali che probabilmente interessano a nessuno. Tollero poco anche la politica sbattuta nei blog con l'afflato populista di chi vende fumo per ottenere lettori: alla regola di evitare commenti politici spero di non derogare, voglio ricordare che chi scrive non ha titolo, di solito, per commenti da ritenersi più dotti di altri. Ho idee politiche molto precise ma le tratto con rispetto e riservatezza, così deve essere. Altra cosa orrenda è l'abuso del sociale per vendere: vedo nei social network gruppi di apparente sostegno e sensibilizzazione che nascondono (male) la voglia di pubblicizzare i titolari o i loro sottoprodotti, e mi chiedo quanto paghi la strumentalizzazione del dolore e della povertà. Insomma. E' difficile che riesca a scrivere qualcosa di diverso dalle storie, qui, per lo stridere dei denti quando leggo altri. Non tutti, per fortuna: esistono blog e siti internet che visito ogni giorno senza necessariamente lasciare commenti, e mi riempiono di idee e di speranza. Imparo lo stile, lo mangio e lo faccio mio, e ammiro le parole e le storie. Ricevo la consapevolezza che esistano passione e profondità, e leggerezza insieme.
Non scrivo molti pezzi di me. Però, dicevo, la vita scatta avanti e ci si ritrova diversi da qualche giorno qualche settimana qualche mese prima. E viene voglia di condividere un pensiero, oppure un tratto di esistenza più raccontabile di altri. Non so se l'oggi sia raccontabile: lo è per certi versi, non per altri. Come per tutti. Certo, ciò che è più evidente adesso è la riorganizzazione di persone e priorità. Assisto, consapevole ma incapace di fermarlo, al turbinoso divenire delle relazioni che, a un tratto, devono diventare essenziali, senza costruzioni che non servono e fanno solo male e senza l'illusione della sincerità dove non esiste. Faccio pulizia, in fondo, innescando la sequela dei NO e dei SI' che non ammettono eccezioni. Le decisioni concrete sono la naturale conseguenza di questi no, di questi sì, e il silenzio è il migliore dei risultati. Accade che mi chieda: "Ma io cosa voglio?", e la domanda è già una risposta. Ogni tanto provoco un terremoto e butto fuori, afferro e strappo. Il più delle volte lo stupore rabbioso di chi si rende conto che sta succedendo davvero è figlio dell'incomprensione, del non avere capito (studiando il mio curriculum) che sì, è proprio vero: accumulo peso fisico e psicologico poi lo lascio andare all'improvviso, e non ritorno indietro.
Chissà perché dico questo. Non me lo chiedo. E' condivisione essenziale, come essenziale dovrebbe essere la vita. Due o tre righe sul diario che mi segue sempre erano oggi su leggerezza e profondità, erano righe nate da uno scambio di messaggi con Marianna, una donna che mi piace molto e lavora con me. Leggeri e profondi.
Cerchiamo di essere leggeri e profondi insieme, sempre. E non regaliamo dolore quando possiamo evitarlo, ma non nascondiamoci dietro un buonismo che non aiuta.
Storie, fiabe, drammi e pezzi di vita. E qualche confidenza, qua e là, per essere più umani.

Au revoir.



Innovation Marketing, menzione di merito

Ho scoperto di recente cosa siano le digital PR, e ne sono affascinata.

Ho conosciuto Sara Caminati e ho capito che la mia idea di innovazione, di uso corretto e utile dei media (tutti i media) ha in lei il perfetto compimento. Sara Caminati con Innovation Marketing si occupa, con grande professionalità ma anche con un occhio notevole alla sensibilità e alla cultura, delle mie "digital PR". Fa ordine dove tipicamente l'ordine non esiste, cioé in Internet, straordinario, meraviglioso, preziosissimo e confusionario mezzo di comunicazione.

La ringrazio pubblicamente, e vi invito a leggere questo link:

http://www.facebook.com/ext/share.php?sid=96252625854&h=O-D4c&u=np6rZ&ref=nf

 

comunicato stampa

COMUNICATO STAMPA

LE PAROLE DEL BUIO

Venerdì 5 giugno la presentazione del romanzo di MariaGiovanna Luini

Appuntamento alle 17.30 all’Auditorium Terziani della Biblioteca San Giorgio di Pistoia. Sarà presente l’autrice.

Interverranno l’assessore alla Cultura Rosanna Moroni e la scrittrice Lorenza Caravelli

Le parole del buio, secondo romanzo di MariaGiovanna Luini, è il difficile percorso di una donna nelle intemperie della vita. Abbandonata da Marcello, l’unico uomo che è riuscito a farle provare emozioni totali, Silvia si ritrova sola a dover ridiscutere improvvisamente la propria esistenza. Nonostante la presenza di un’amica sincera e di un nuova relazione, fatta però solo di complice erotismo, la protagonista scivola inesorabilmente nel baratro della depressione.

MariaGiovanna Luini è nata a Lecco e vive tra Milano e Firenze. Il suo cuore apolide nasconde però qualche rifugio segreto: uno è all’isola di Ponza, sugli altri ha imparato a mantenere un discreto riserbo.

Nel 2007 con Edizioni Creativa ha pubblicato il romanzo Una storia ai delfini, con introduzione di Umberto Veronesi e che nel 2009 esce anche in edizione spagnola.

Nel 2008 ha pubblicato il romanzo Le parole del buio nella collana Piccole Storie delle stesse Edizioni Creativa. Ha pubblicato due libri di fiabe ed alcuni suoi racconti sono apparsi in antologie edite da Giulio Perrone e ArpaNet. È consulente della casa di produzione cinematografica TaoDue Novafilms, curatrice della collana Piccole Storie di Edizioni Creativa e responsabile della sezione racconti di HISTORICA.

Nella metà non letteraria della sua vita è chirurgo senologo all’Istituto Europeo di Oncologia di Milano e supervisore scientifico della Fondazione Umberto Veronesi per il progresso delle scienze.

Info:

Assessorato alla Cultura (Palazzo Fabroni)

Via Sant’Andrea 16 – 51100 Pistoia

Tel 0573.371690 - 371281

 

Ufficio stampa: Elisabetta Mandelli

ufficiostampa@mariagiovannaluini.it

 

Gestione web PR: Sara Caminati

direzione@innovationmarketing.it

"Le parole del buio"

Grazie di cuore a Marianna Iandolo per questo:

http://dweb.repubblica.it/dweb/2009/03/14/culturaespettacoli/culturaespettacoli/103pla637103.html

 

presentazione de "Le parole del buio"

Parole del buio Venerdì 5 giugno alle 17.30

presso la Biblioteca di San Giorgio, Auditorium Tiziano Terzani

via Sandro Pertini - PISTOIA

 

Lorenza Caravelli presenta

“Le parole del buio”

di Maria Giovanna Luini, Edizioni Creativa

Introduce l'Assessore alla Cultura del Comune di Pistoia Rosanna Moroni

Sarà presente l'Autrice

 

Ufficio stampa: Elisabetta Mandelli

Gestione web PR: Sara Caminati

 

info: Assessorato alla Cultura (Palazzo Fabroni)

via Sant'Andrea, 16 - 51100 Pistoia

tel. 0573.371690 - 371281


 

rumori

I rumori che arrivano dalla strada diventano riconoscibili, dopo un po'. La notte scorsa qualcuno cantava madrigali a più voci, mi ha ricordato un film che ho rivisto spesso: aveva lo stesso madrigale e voci di bambini. Queste voci, nella notte tranquilla che ho appena finito di vivere dormendo (finalmente) senza pensieri, non erano bambini, erano donne e forse uomini. Tutti giovani. La prima notte, invece, all'inizio di maggio, un ubriaco urlava e diceva cose a voce troppo alta. Alle cinque del mattino, credo. Ascoltavo con gli occhi chiusi e aspettavo di dormire di nuovo. Un'altra voce gli ha detto "ssshhttt", e non so se sia andato via subito o mezz'ora dopo. Non conosco il tempo, soprattutto se è buio. Lo conosco a malapena quando ho il suo corpo accanto, altrove o qui non ha importanza (ce l'ha per me ma non per chi legge, inutile interpretare gli impasti di emozione e verità e menzogna della scrittura, la sola che conta al di là e al di sopra di chi scrive; eppure  inarrestabile, eterno come il vento il sussurro dell'immaginare che ogni goccia di parola sia riferimento a sé, o ad altri vicini o lontani, nullità quotidiane intrise di boria), e vorrei che non andasse via presto la mattina.
Dalla finestra dello studio, cioé di una camera da letto che ho trasformato in studio spostando i letti e infilando prese elettriche e computer e stampanti, perfino un aggeggio che distrugge i documenti, si sente troppo bene il rumore delle automobili che passano in via De' Bardi, proprio alla curva di Ponte Vecchio. Non so perché, dallo studio i motori sono nitidi e fastidiosi, dalla camera da letto no. Eppure sono distanti pochi metri, il lato della casa è lo stesso. Meglio così. Quando scrivo dimentico subito il tic tic del computer, che da quando l'ho acceso fa un verso e non riesco a capire il motivo, e il rumore delle macchine. Quando scrivo non sento più, divento cieca e sorda e riesco perfino a fregarmene di tutto. Quasi. Certo me ne frego dei rumori, a meno che il rumore sia una telefonata: guardo il display e gioisco oppure odio, rispondo per forza o per amore. Il telefono, quello lo sento. Ma le automobili sotto, sulla curva di Ponte Vecchio in via De' Bardi, non hanno importanza.
Tante cose non hanno più importanza. Tante altre dovrebbero perderla.
La finestra sull'Arno si affaccia sulle rondini che giocano e fanno grandi giri sotto, sopra, intorno a Ponte Vecchio. Ieri sera il vento ha sbattuto i vetri che avevo aperto e strappato i gerani, sono andata di corsa a chiudere e ho notato le nuvole dense e bluastre che avevano coperto il cielo. Ho pensato alle assenze e ho capito che è inutile aggrapparsi quando l'appiglio non esiste. Strano scoprire in me la rassegnazione, forse è prodromo di distacco. Che brutto rassegnarsi, prendere coscienza di un nulla negato per troppo tempo e dire "Dai pazienza, merito altro". O forse non è così.
Insomma, sento i rumori. C'è un motorino, adesso. Perché sono nello studio e scrivo al computer che ogni tanto fa tic tic, e non so perché.
Un MMS che ho tentato di mandare non è partito. Riprovo.
E scrivo. Adieu.

pioggia e clacson

Rallenta. Lo fa apposta. Non riesco a sopportarla quando fa così, rallenta e dietro la gente suona il clacson e mi disturba. Ma è lei. Non è colpa della gente, è lei. Che potrebbe evitare di fermarsi per niente, tanto sulle strisce pedonali non ci passa nessuno e neanche badano al verde dei semafori. Non qui, non oggi.

La pioggia verde che è venuta giù ha tinto la auto e i vestiti appesi fuori ad asciugare. In questa città ci sono ancora persone che tirano fili tra una finestra e l'altra e si sporgono e fanno scorrere una rotella arrugginita per stendere le lenzuola e le mutande e la tuta da lavoro. Altrove no. Qui invece si fa, e tra le finestre c'è nausea e ci sono capogiri ma nessuno rinuncia. Si passano addirittura il pane, o soldi per piccoli prestiti tra vicini, qualcuno una volta ha passato addirittura un gatto per farlo vedere e motivare un'adozione. La gatta aveva partorito sul tetto, c'erano gattini che tentavano di aprire gli occhi e lo smercio iniziò subito. Insomma, si passarono un gatto neonato di là e di qua con la carrucola dei panni per stendere, per fortuna che il micio dormiva altrimenti sarebbe caduto. E dal sesto piano non fa bene. E' vero che i gatti hanno sette vite ma non esageriamo, metterli alla prova appena nati non è una buona idea.

Ritorniamo alla piogga. Verde. E' caduta questa mattina e ha macchiato tutto, avevo un vestito per un appuntamento e ho dovuto ritornare a casa a cambiarmi come quella volta della neve rossa. Elide ha detto: "Dai, ti accompagno io così fai più in fretta", quando ho sbuffato perché cambiarmi mi ha fatto perdere tempo; non ha voluto sentire ragioni, si è messa al volante ed eccoci qui. Con lei che rallenta e la gente che pigia il clacson per niente, solo per convincerla a muoversi. Inutile. Sorride beata e non li ascolta. Parla da dieci minuti e non le importa se sto a sentire, a lei piace così. Guida e parla e ascolta la radio, commenta la pioggia verde che così verde non era mai stata e l'ha fatta sentire allegra più della neve rossa, più di quella grandine viola del mese scorso.

Non so. A me sembra che tutto sia rovesciato e niente vada come deve, ma forse è solo un'idea mia. Ho mollato nel cestino della biancheria sporca la camicia macchiata di verde e indossato una camicia nuova, chiedendomi se fosse normale. Normale. Nello specchio sembravo quello di ieri sera, solo con qualche goccia di pioggia verde qua e là. Del resto, anche la neve rossa e la grandine viola non hanno cambiato le cose. Elide ha continuato a volermi accompagnare in giro in macchina frenando senza ragione e parlando da sola, per esempio. E il cielo è sempre nello stesso posto.

E frena, ancora. E giù di clacson, il tizio dietro. Chissà se anche lui si è macchiato con la pioggia verde e ha dovuto correre a casa per cambiarsi, chissà se la moglie si è offerta di accompagnarlo e ha rifiutato. Magari non ha una moglie. O ne ha due e non sa decidere. Ho pensato anche io di prendere due mogli ma, da quando si può fare, la voglia di tradire se n'è andata. Non tradisci più, è tutto legale. Perfino due mogli. Come la pioggia verde: all'inizio emozionava, ora rompe le scatole e macchia la camicia.

Accidenti. Sono in ritardo. Elide ha rallentato, ancora. Che noia. Un giorno come un altro. Pazienza.

nemesi di un destino qualsiasi

Capitolo 13 - LUCA, epilogo

Ho cercato di capire. Di leggere la mente delle donne che hanno riempito la mia esistenza fino alla morte di Lidia. L’ho fatto nelle notti sugli aerei, nei viaggi che ho diviso con Carla e con le altre donne (giovani, meno giovani, non importa: nel tempo ho scoperto che ogni donna ha un fascino particolare, e l’età non è che dettaglio da registrare nella mente per poi dimenticarsene come inessenziale) che amano la mia compagnia. Laura non viaggia molto con me: nostro figlio, il nostro Riccardo chiede tempo e attenzioni, e Clara ultimamente è peggiorata. Per un certo periodo ho sperato che potesse salvarsi, poi il tumore è ritornato e i giorni si sono trasformati in un gocciolamento di speranze deluse. So che morirà, e so anche che Laura non trova ancora il coraggio di dirmelo. Pensa che creda alle bugie sulla chemioterapia, sull’ipertermia e sugli interventi che ogni volta tolgono un pezzo di mia figlia per allungarle l’agonia. Pensa che non voglia vedere la verità, ed è convinta che nei suoi confronti abbia gratitudine e un affetto un po’ stanco. Non è vero. Credo di amarla, ma l’amore non è lo stesso che si aspettava da me. Vedo il suo coraggio, la sofferenza e lo sforzo che sta facendo per improvvisarsi madre e moglie. Vedo che mi tiene dentro e fuori dalla nostra famiglia, e quando sono dentro rende tutto soffice e accogliente, qualche volta erotico e imprevedibile, quando sono fuori affronta da sola la morte quotidiana di Clara e i capricci di bambino di Riccardo.
Mi crede cieco, come mi ha sempre creduto cieco Lidia. Invece vedo, vedevo mesi e anni fa. Vedevo l’amore, e credo di averlo provato. Lo sento quando stringo Laura di notte con meno passione e nel silenzio obbligato, con la culla di Riccardo nella stanza accanto e il bip della pompa della morfina di Clara da controllare. Lo sento quando la sua gelosia traspare dalle lacrime che manda giù, e finge di credere che sarò solo nei miei viaggi che durano giorni o settimane. Lo sento quando non telefono, le nego anche un breve SMS perché mi sembra di soffocare e non voglio farle vedere che penso a lei, e non mi fa notare niente, e se le chiedo come sta risponde “Bene, e tu?”. Lo sento, lo sentivo con Lidia, ogni giorno della sua vita e della sua morte. Ma non sono stato capace di dirlo.
Ho scritto la storia di Clara, di Lidia e anche di Laura. Mi sono fermato quando dal quadro è uscita Lidia, strappandomi il cuore. So cosa ha pensato Laura, cosa pensa anche oggi di me. Crede che abbia sostituito Lidia con lei, crede che non la ami sul serio. Eppure mi ama, ostinata. Come la amo io, senza saperlo dire.
Destino dell’uomo è che le donne dicano che non può capire. Forse è vero. Ma leggendo le mie povere pagine forse il dubbio riuscirà a sfiorare anche voi: in realtà ho capito tutto, e se ho finto di non vedere è stato solo perché ho mandato avanti la vita. Per me, per i miei figli e anche per mia moglie. Per la donna che ho sposato e che per me ha rinunciato a essere se stessa. Per Laura, la bambina molestata che aveva paura dell’incesto.

solo, ricco e felice

Rotola e salta, i colori si fondono e ritornano a spicchi grossi con uno stacco brutale in mezzo. Quando recupera il pallone e lo tiene in mano gli sembra aria, schiaccia con la punta delle dita e guarda la plastica rientrare, ha la sensazione che se premesse di più sentirebbe il fischio dell'aria che esce dalla valvola mezza aperta e lo vedrebbe afflosciarsi, cadere dalle sue mani sulla spiaggia. E' un pallone a mezzo: troppo pesante per volare via, troppo leggero per fare piroette su traiettorie precise quando gli si dà un calcio. Non va lontano, non cade troppo vicino.

La sabbia non è ancora tanto calda da farlo saltare. Corre per inseguire il pallone, evitando per millimetri i bambini che a testa china costruiscono castelli con i merli bagnati e lanciando sguardi ai bikini che, a braccia conserte, passeggiano con l'odore della crema addosso. I bikini non hanno età, parlano sottovoce e ridono di confidenze segrete, commentano uomini che probabilmente neanche sanno di esistere per loro. Li guarda. Sente il calore, sente l'acqua quando la pianta del piede arriva vicino al bagnasciuga, le caviglie battute dalle onde piccole, e si diverte. Perché è solo e libero, ha la sua casa a pochi metri e nemmeno un pensiero. Un pallone, qualche donna da vedere, le emozioni rimosse e abbandonate in un cassetto, e la spiaggia. E i soldi. Tanti. Ce n'é abbastanza.

Gioca. Il pallone entra in acqua e rimbalza molle senza avere la forza di ritornare in alto, siede sulla superficie del mare e si fa trascinare avanti e indietro, sempre un pezzo più indietro. Una bambina osserva gli spicchi grandi che si muovono poco, adesso, e il suo corpo che entra fino alle ginocchia per recuperare il pallone: è stesa di pancia su un materassino, le braccia in avanti e il mento sui polsi, l'aria pensosa di chi ha bisogno solo di un istante. Per capire ed essere adulta. La vede, finge che non esista; sorride solo con gli occhi e pensa che sarà una bella donna. Ma a lui non importa. E' una bambina, è troppo giovane, sarà sempre troppo giovane e forse inseguirà i suoi soldi. La gigantesca bellezza di essere ricco la confonderebbe e le renderebbe gentile con lui anche quando non merita, non sempre ha voglia di pensarci. Alla sua età e con il suo conto in banca succede così: puoi fare ogni cosa, anche fallire, tanto le banconote chiuderanno le bocche e creeranno l'amore. Creeranno perfino la stima, se avrà voglia di lasciare andare le cose. Se non vorrà approfondire o non chiederà aiuto quando si sentirà solo. Scuote la testa, batte una mano su un'onda e spruzza la bambina che ride. Ride. Ecco, è così. Non deve pensare. Deve regalare sorrisi, e se servono i soldi pazienza: è facile, non serve impegnarsi, si elargisce qualcosa e si ricevono occhi sognanti. In fondo, basta pensare che siano sinceri.

La punta delle dita schiaccia la plastica, che rientra un po' e ha piccole gocce che corrono sulla superficie. Esce dall'acqua e cammina, guardando i bikini. E' solo. Ricco. E felice.

pensiero con dedica, l'edicola del mattino

Ogni mattina. O quasi. Mi guarda e sorride, e dice "La mia preferita!". Toglie dalla pila dei giornali quello più sottile, piccolo e prezioso e me lo porge strizzando un occhio. Oppure compone pacchi di riviste di viaggi, politica e attualità, quelle che pesano e a volte ti danno sonno solo a guardarle, li infila nei sacchetti rossi che ha sotto il ripiano davanti alle gambe e recita un tanto al chilo: "Oggi fanno trenta". Qualche volta sono io a portare qualcosa, i libri che ribassa e vende su un espositore che contiene tutto: storie giapponesi, gli erotici della serie rossa che le donne fuggono ma comprano più degli altri, raccolte di racconti e fiabe e i miei piccoli romanzi. "I delfini vanno, sa come vanno", e sorride. Vedo che sistema in alto, davanti agli occhi di chi arriva, "Le parole del buio" e "Una storia ai delfini", e li indica e sottolinea, e ritaglia le recensioni per incollarle sotto, e leggerle e rileggerle per recitarle quando vende un libro. Capita che tracci con il dito la strada per il mio ufficio, come un segreto per pochi; preparo la penna e sorrido perché so che è per una dedica, qualche frase da scrivere indovinando la speranza.

Ogni mattina. O quasi. L'uomo sorride a chi viene qui per la chemioterapia, o per farsi operare, oppure per sedersi in radioterapia e aspettare il turno. E io penso che un sorriso come il suo faccia una grande differenza.

"Le parole del buio" al Salone del Libro di Torino

Le+parole+del+buio Eliana Liotta, direttore responsabile del mensile RCS "OK Salute" presenta

"Le parole del buio", di MariaGiovanna Luini

Edizioni Creativa

giovedì 14 maggio alle ore 17

Piazza Italia, Padiglione 1

Fiera Internazionale del Libro

Lingotto Fiere - TORINO

Sarà presente l'Autrice

nemesi di un destino qualsiasi

Capitolo 12 - LAURA

 

La parete bianca. E Luca seduto sulla sedia in corridoio, i gomiti appoggiati alle ginocchia. Con le dita spezzava una foglia secca presa chissà dove, lasciando cadere briciole sul pavimento. Aveva ombre scure intorno agli occhi.

-Stai attento, siamo in ospedale.

- Me ne frego.

Le rispose, accartocciando ciò che restava della foglia e scagliandolo in un angolo. Un’infermiera attraversò il corridoio fingendo di non accorgersi di loro.

-Sapevi che Lidia aveva problemi di cuore?

- Non ne avevo idea.

- All’elettrocardiogramma c’erano tracce di un’ischemia precedente e nella borsa aveva la nitroglicerina. Possibile che si curasse senza che tu sapessi niente?

Lo fissò, cattivo.

-Sì, a quanto pare è possibile. Non posso sapere tutto di tutti.

“Ma di tua moglie e tua figlia sì”. Fu un pensiero che spinse per diventare parola, avrebbe voluto ferirlo. Non aveva visto il sarcoma di Clara e neanche l’ischemia cardiaca di Lidia, aveva insistito in una vita di viaggi, carriera, lavoro, passioni che andavano e venivano, sesso e illusione. E lei era sua complice, in tutto. Non avrebbe dovuto giudicarlo, l’aveva travolto (o era stata travolta?) e non si era fermata.

-Come farai a dirlo a Clara?

La sue spalle si piegarono in giù.

-Aspetterò che stia meglio e le racconterò come è andata.

- Aspetta che sia uscita dalla terapia intensiva.

“Se esce viva”. Aggiunse dentro di sé. Il pericolo per Clara non era ancora passato.

-Non riesci a essere meno banale di così? Dici cose ovvie!

Ricevette il suo sguardo, consapevole dell’odio che in quel momento provava per lei.

-No Luca, non riesco. Tua moglie è morta e tua figlia lotta per vivere. Mi sento angosciata e piena di senso di colpa. Mi è difficile intrattenerti con conversazioni brillanti.

“E’ ora che ti svegli, metti i piedi sulla terra dove camminano tutti”. Non riusciva a fermare i pensieri. Avrebbe voluto picchiarlo, strappargli i capelli, graffiarlo. E chiedergli di fare lo stesso con lei, di ucciderla facendola soffrire moltissimo per espiare almeno parte degli orrori che aveva commesso. Erano due criminali, ormai legati tra loro dalla vita. Ma lui sembrava non rendersene conto.

Continuò a fissarlo immaginando cosa sarebbe successo. Sapeva. Il presente non era mai stato tanto chiaro. Aveva capito quando Luca, di fronte al corpo immobile di Lidia, aveva preso la sua mano.

-Ha chiamato te prima di morire.

- Sì. Forse voleva dire qualcosa, qualunque cosa, per farmi male. Avrebbe avuto ragione.

- Non credo, la conosco bene. Accidenti, non riesco a parlarne al passato. La conoscevo bene. Era una donna intelligente e sono sicurissimo che abbia capito che moriva.

- Dai, Luca.

- Ascoltami. Ti voleva accanto, ne sono certo. Voleva affidarti Clara.

Era rimasta ferma, con la sua mano a stringerla e il sangue che sembrava scorrere sempre più freddo e lento. Aveva sperato che non si rendesse conto dei brividi che le scuotevano il corpo. Aveva pensato che fosse sotto choc, che non riuscisse a controllare le parole e i pensieri e si lasciasse andare a ragionamenti assurdi.

-Non puoi pensare sul serio queste cose. Anche ammesso che sia andata così, sono cose che si pensano e dicono nei momenti di tragedia, non devono essere per forza reali. Anche tu sei traumatizzato, lascia che il tempo passi: farai le scelte che credi giuste, e anche Clara.

- Le penso invece. Non abbandonarmi, Laura. Non abbandonare Clara.

Agghiacciante, non avrebbe saputo definire altrimenti la conversazione paradossale, abietta, a poche ore dalla morte di Lidia. L’aveva visto scappare fuori dalla stanza mentre Lidia moriva, aveva fatto fatica a credere a quella corsa insensata lontano da lei.

Poi le aveva chiesto come fare per avvisare i parenti e organizzare il funerale.

-Laura, scusami. Non riesco a ragionare. Non so se pensare a Clara o a Lidia, mi preoccupo e mi dispero nello stesso momento. E’ incredibile, ho perso mia moglie e rischio di perdere anche mia figlia.

Chiuse gli occhi e gli circondò la vita con un braccio. Poteva sentire la sua confusione, le era più chiara del suo corpo che tante volte l’aveva penetrata. L’avrebbe odiata, qualche giorno dopo. Si sarebbe reso conto di tutto e non avrebbe potuto sfiorarla o guardarla negli occhi, consapevole della colpa e della follia della propria reazione alla morte della moglie. Poi si sarebbe rassegnato, schiacciato dalla malattia di Clara e dal bisogno.

-Sono qui Luca. Sono qui con te.

Una condanna, era questo. Per lei e per lui. Almeno per qualche tempo. L’uomo che aveva amato con egoismo e passione le era stato regalato dal destino con un colpo di mano inimmaginabile, insieme a un carico di tormento e senso di colpa difficile da affrontare. Che avrebbe bruciato ogni residuo di amore. Eppure lui era suo, finalmente.

-Quando potrò vedere Clara?

- Tra poco. Ha sorriso, prima, ha mosso una mano per salutarmi. Fabrizio verrà a chiamarti appena finita la medicazione.

- Verrai con me? Tu sai tenerla allegra.

- Sì, se vuoi vengo con te.

- Vieni, da solo non ce la faccio.

- Non sei solo, Luca.

Lo abbracciò. Sentì il suo odore.

-Ti amo, Laura.

Anche le parole erano diverse. Le frasi consuete cambiavano tono e significato. Forse l’amore c’era, ma piano piano i colori, l’emozione, i brividi avrebbero perso vivacità. E il figlio che aveva dentro (lo sapeva da giorni, ma non l’aveva mai percepito bene come in quelle ore, come se il cervello si fosse svegliato all’improvviso interpretando segnali fino a quel momento sconosciuti) avrebbe sancito la trasformazione, qualsiasi cosa fosse accaduta dopo.

Rispose con le uniche parole possibili.

-Anche io ti amo.

In fretta, senza pause o spazi di tregua, il caso aveva colpito. E i fiori del suo guardino erano pronti a morire.

-Professore.

Una giovane donna bionda si avvicinò esitante. Luca alzò la testa e provò a sorridere.

-Carla.

Le porse la mano.

-Cosa fai qui?

- Ero in ospedale per il tirocinio in psichiatria e ho saputo di sua moglie, mi dispiace così tanto.

Si alzò per abbracciarla, poi indicò Laura.

-Laura Viti, il medico di mia figlia. La mia compagna.

“E’ pazzo”. L’intuizione la fulminò. No, non era pazzo. Aveva detto a quella donna che lei era la sua compagna perché la sua testa aveva già deciso tutto, e i ruoli sfumavano e si contorceva ancora una volta. L’evidenza la colpì, e la storia di Lidia che aveva affrontato anni di tradimenti e alla fine aveva sfogato tutta la sua rabbia su di lei le apparve perfettamente spiegabile. Luca continuò:

-Carla Santoro, una delle mie migliori allieve. E’ specializzanda dell’ultimo anno, lavora con me.

La stretta di mano fu rapida, Laura non riuscì a parlare. “La mia compagna”, e i capelli biondi di una donna bellissima. Più giovane di lei. E il braccio di Luca sulle sue spalle. Forse era la gravidanza, oppure il crollo delle certezze, ma tutto era tremendamente nitido. E inevitabile.

-Vi lascio soli, professore. Mi dispiace tanto, se posso fare qualcosa per lei mi chiami senza problemi.

“Farai molto per lui”. Non riuscì ad arrabbiarsi. C’era Clara con il cancro, e c’era il funerale di Lidia da organizzare. E un figlio, forse, a cui regalare certezza.

Luca le sfiorò le labbra con un bacio.

-Grazie Laura. Ho bisogno di te, amore.

il vecchio con le mani stinte

Ha le mani stinte, il vecchio. Gli hanno detto che si chiama vitiligine ma non ci crede: è il lavoro, sono gli anni addosso alle macchine che tiravano fuori l’anima dal legno, i mesi ghiacciati e quelli che scottavano la pelle. Sono stati loro. Si guarda le mani e vede il bianco latte innaturale e le macchie gialle sul dorso, ormai piccole e simili a sporcizia o a un’abbronzatura che ha perso la memoria.

Ogni mattina guarda le rondini che danzano sul fiume: sbattono le ali in fretta poi le fermano e planano, seguono traiettorie che arrivano fino ai vetri della sua finestra poi gli mostrano la pancia e vanno via. Si incrociano e forse sorridono, cadono in picchiata fino a Ponte Vecchio e ritornano su, oppure si lasciano cadere fino a pelo d’acqua, quell’acqua verde e marcia che oggi sembra ferma.

Non l’ha chiesto, di stare in questa casa piccola con il terrazzino inagibile sul fiume. La figlia gli ha detto che così può vedere l’acqua e la gente che passa. Può sentire la piena, con il tuono che sembra voglia portarti via. Ha accettato, perché la figlia vuole che lui stia bene e non ha voglia di dormire con un occhio aperto e uno chiuso pensando che è solo in un paese dove non abita più nessuno, ha accettato anche se il fiume che ama è più in là, fuori dal centro, anche se tutta la sua vita è spalmata sulle colline dove la gente sussurrava di notte e per qualche anno ha avuto paura di qualcuno che ammazzava le coppiette. Finché hanno detto che l’incubo era finito e i ragazzi sono usciti di nuovo, a fare l’amore in mezzo alle piante con il mostro vero che fingeva di dormire.

Insomma, ha accettato la casa piccola con l’umidità a macchie, e la vista del fiume. A sinistra, oltre ponte vecchio, il tramonto tinge di rosso il cielo e i tetti delle case, e di fronte riflette il colore della porpora sul campanile che spunta in alto. La gente passa, si ferma e apre la bocca, anche se quel tramonto l’ha visto mille volte, anche se è triste e vorrebbe buttare via tutto, perfino la bellezza che le strappa un sospiro. La casa che la figlia gli ha dato ha un bar vicino: tutte le mattine un cameriere gli porta due caffè e una brioche, sempre la solita, quella con poca marmellata dentro. Perché la figlia ha detto che è diabetico, e oltre alla vitiligine che non lo fa stare al sole ha anche lo zucchero nel sangue che gli impedisce di mangiare. Mangia la marmellata succhiandola dalla brioche aperta, poi lecca il foro dentro la pasta per sentire il dolce di albicocca e addenta solo alla fine, manda giù pezzi piccoli che non dovrebbero finire mai. I caffè li beve insieme, uno-due senza respirare e senza mettere lo zucchero, e il dolcificante non gli piace. Ha letto su un giornale che porta il cancro, e morire per dolcificare il caffè proprio non è per lui.

Le persiane del Ponte Vecchio sono ancora chiuse. E’ presto, si capisce dai pochissimi che camminano e guardano l’acqua che sembra dormire. Sono tante le rondini, invece, e danzano e giocano in alto come se non avessero peso. Ha sempre sognato di volare, il vecchio con le mani stinte. Non voleva un aereo, voleva aprire le braccia e saltare, e non atterrare mai. L’ha sognato tante volte, e gli sembrava vero. Quando andava a lavorare alle sei, dopo un panino con il salame e un bicchiere di vino per scaldarsi, il sentiero che portava alla strada sembrava un pista di decollo, e spesso ha creduto di essere capace, di riuscire ad aprire le mani, stendere le braccia in fuori, correre per qualche metro a spiccare il volo. Davanti agli occhi stupiti dei colleghi e alle mani giunte della moglie, ferma sulla soglia a guardare i suoi passi via da casa.

Non ha mai volato. Non ha aperto le braccia e neanche saltato, non ci ha provato. E’ rimasto fermo a fissare i sassi sul sentiero e le mani che diventavano bianche. Ha aspettato di essere vecchio per trasferirsi in una stanza umida e buia con un terrazzino inagibile sul fiume, e le rondini che volano intorno al Ponte.

Non ha volato. E non ha scattato fotografie all’acqua pigra e verde. Non ha alzato la testa quando una donna gli ha sorriso, o se l’ha fatto si è distratto poco dopo. Non ha scritto il romanzo che avrebbe voluto, che ha tenuto nascosto a tutti finché è stato troppo tardi, non ha mai detto alla moglie che l’amava. Finché lei è morta senza saperlo.

Il vecchio con le mani stinte sorride, adesso. Alla finestra vuota con le rondini intorno.

Firenze 30 aprile 09 018

nemesi di un destino qualsiasi

Capitolo 11 - LIDIA

Luca non era tornato a casa.

Massaggiò la coscia destra intorpidita. Aveva trascorso la notte sulla sedia a dondolo in camera da letto, immaginando i loro corpi viscidi e sudati e l’odore di sesso a riempire la stanza. Luca era con lei, non sarebbe servito a niente controllare ciò che era ovvio e non veniva nemmeno più nascosto. Aveva dormito nel letto di Laura e aveva preso il suo corpo. Lo conosceva, sapeva che per dimenticare l’angoscia si sarebbe abbandonato a coiti voraci ed egoisti, sempre più cattivi. L’aveva fatto con lei centinaia di volte: la cercava con l’urgenza dell’ansia e vuotava nel suo corpo il tormento. Ma c’era Laura, adesso. E a lei piaceva il sesso brutale e poco romantico, era più giovane e senz’altro più passionale. Aveva l’aggressività tipica delle donne molestate, e una tendenza al masochismo che la rendeva preda ideale.

Poteva vederli, era certa di riprodurre fedelmente nella testa i loro orgasmi e l’annullamento impossibile degli incubi reciproci in schizzi di sperma destinati a un figlio che sicuramente sarebbe arrivato. Luca non voleva rendersi conto del dolore per lei e Clara, se Laura fosse rimasta incinta: a lui interessavano la soddisfazione dell’istinto e il compiacimento di un’amante giovane e affascinante. Perché Laura aveva sempre conquistato i suoi uomini con un erotismo sottile ma esplicito e con lo sfavillare di un’intelligenza superiore alla media. “La madre ideale per un figlio fuori dal matrimonio oltre i cinquant’anni”. Sussurrò alle pareti vuote. Mentre lei era la moglie della crescita insieme, di una figlia amatissima ma banalmente concepita dentro il matrimonio, senza acrobazie sessuali davanti al camino. Era la madre di Clara, la ragazza malata di cancro.

Luca insisteva a dire che lei non era lei, che si concentrava sul problema sbagliato nel tentativo inutile di dimenticare il cancro di Clara. Non era vero: ricordava benissimo ciò che stava accadendo a sua figlia, ma provava a mantenere la calma. E Clara era stata operata quindi il tumore non c’era più, non esisteva motivo per angosciarsi retroattivamente. Per il futuro avrebbero vissuto giorno dopo giorno. La morte di Clara era un evento impossibile, assurdo a dirsi o immaginarsi. Non poteva esistere.

Il tradimento di Luca esisteva, invece, e minacciava la serenità di tutti. Era un insulto a lei, un trauma per Clara e la rovina per la famiglia che da anni costituivano. Laura e Luca non avevano attenuanti: la relazione che per mesi avevano portato avanti era sbagliata e andava interrotta. Come ogni sotterfugio schifoso capace di distruggere una storia d’amore durata almeno venticinque anni.

Di nuovo, le immagini di suo marito e Laura le tormentarono la fantasia. Luca si sarebbe svegliato presto, come sempre, e si sarebbe avvicinato a Laura per stuzzicarla e coinvolgerla nel primo atto sessuale mattutino, quello che per lui era come bere il caffè, come la doccia appena messi i piedi fuori dal letto. Lo stesso che chiedeva a lei quando era a casa, consueto come tanti altri gesti e tutto sommato piacevole anche se aveva perso da tempo l’imprevedibilità.

-Amore svegliati.

Avrebbe detto a Laura, oppure l’avrebbe chiamata in qualche altro modo; chissà se usavano soprannomi tra loro, se nel loro linguaggio segreto esistevano tenerezze a lei sconosciute. Sperò che Luca avesse conservato almeno la dignità di evitare nomignoli o vezzeggiativi: diceva che facevano perdere il desiderio sessuale, ma erano indice di amore, quello profondo, che lega ogni istante un po’.

Il dolore al petto le fece chiudere gli occhi. Immaginarli insieme faceva male, il respiro inciampava e la gola sembrava chiudersi. Cercò una pillola sul tavolo basso accanto alla sedia e la inghiottì sperando che non le venisse mal di testa. Doveva uscire presto per andare da Clara, era sicura che suo padre si sarebbe attardato a casa dell’amante e non si sarebbe presentato prima delle dieci. “Forse lei deve andare in sala operatoria”. Avrebbe potuto aspettarla all’ingresso dell’ospedale e parlarle, di nuovo. Convincerla a lasciare stare Luca, usando qualche ricordo preso dall’analisi o parole cattive con le quali farla vomitare, ancora. Ma sarebbe stato inutile: aveva scavato dentro la sua testa per anni, sapeva che si sarebbe ostinata per il puro gusto di raccogliere una sfida. Oppure si sarebbe aggrappata al desiderio di alleviare le sofferenze di Luca, con quell’anima da crocerossina che tante volte aveva tirato fuori con gli uomini della sua vita.

Il telefono squillò in lontananza. Si alzò e scese le scale, zoppicando, le si erano addormentati i piedi.

-Pronto?

Cercò di riprendere fiato. Il dolore al petto era aumentato durante la corsa giù dalle scale.

-Signora Conti?

- Sì.

- E’ l’ospedale, sono il dottor Rivelli.

- Oddio cosa c’è?

- Signora, sono un chirurgo e la chiamo per chiederle di venire in ospedale. Sua figlia ha avuto una piccola complicazione e devo riportarla in sala operatoria.

- Quale complicazione?

- Un’emorragia. Un vaso sanguigno si è rotto e c’è una raccolta di sangue nel torace, devo operarla.

- E’ grave?

- Venga signora, devo andare in sala operatoria.

- Mio marito…

- Ho provato molte volte a rintracciarlo, ma aveva il cellulare spento.

Esitò.

-Comunque ho avvisato la dottoressa Viti, che sta arrivando.

Capì che anche quel medico sapeva. Le stava dicendo che aveva avvisato Laura, quindi anche Luca che era con lei.

“Era a casa di quella troia”. Chiuse la comunicazione senza ascoltare più niente, lanciò le pantofole in un angolo e indossò il primo paio di scarpe che riuscì a trovare. In tuta da ginnastica corse fuori e fece partire la macchina buttando la borsa sul sedile posteriore.

“Clara non morire, amore ti prego aspettami, non morire”.

Aveva lasciato sua figlia da sola in ospedale, nonostante sapesse che Luca non sarebbe ritornato a vederla. L’aveva fatto per aspettarlo a casa e avere l’ennesima prova della sua infedeltà. Sapeva che avrebbe dormito da Laura, che l’avrebbe scopata dimenticando Clara e lei e ogni umana pietà, eppure non aveva resistito alla tentazione di trascorrere la notte a casa aspettandolo per litigare. Voleva un motivo per picchiarlo, per scagliarsi contro di lui e fargli male. Aveva trascurato Clara, non aveva pensato che potesse rischiare di morire mentre era protetta dagli infermieri e dai medici della chirurgia.

Trovò il cellulare frugando a tentoni nella borsa. Compose il numero di Luca, che rispose subito.

-Lidia, dove sei?

- Dove cazzo vuoi che sia? In macchina, vado in ospedale.

- Ti ho cercata, sono già qui.

- Certo, la casa di Laura è più vicina. Non mi hai cercata, il cellulare non ha chiamate. Almeno non prendermi per il culo. Eri da lei e ti hanno trovato lì.

- Smetti, non è il momento.

- Vaffanculo Luca, crepa. Dimmi di mia figlia.

- E’ grave, amore. Dicono si sia rotta la vena, o l’arteria non ho capito, mammaria interna.

- Cosa cazzo significa?

- Che ha un’emorragia grave e la stanno operando. Laura e il suo collega stanno cercando di fermare l’emorragia in sala operatoria.

- Togli mia figlia dalle mani di quella puttana!

- Non fare l’isterica, dove sei?

- Sono al parcheggio, e non voglio che Laura la tocchi! Hai capito? Non voglio! E’ un’incapace!

- Ti vengo incontro.

Non lo sentì più. Parcheggiò nel primo spazio libero, afferrò la borsa e scese. Chiuse la portiera e si sentì afferrare alle spalle.

-Amore.

Si girò di scatto. Luca era spettinato e con la camicia parzialmente aperta. La spinse via.

-Lasciami andare. Dove è Clara?

Tentò di abbracciarla.

-Amore aspetta, è in sala operatoria. Fermati.

La tirò a sé, la testa sbatté contro il suo petto.

-Calmati, dobbiamo aspettare. Amore, respira.

La voce uscì a caso. Provò a divincolarsi bersagliandolo di pugni, gli graffiò il viso piangendo.

-Bastardo, lasciami andare, voglio mia figlia! La voglio subito brutto stronzo, non toccarmi!

Gridava e picchiava, sentì il sapore del sangue di lui quando la strinse più forte per bloccarla.

-Basta amore, basta. Shhhtt, basta.

La forza la abbandonò all’improvviso: le gambe cedettero e i muscoli sembrarono afflosciarsi. Il dolore al petto le tolse il respiro. Luca la trattenne, baciandole il viso.

-No amore, respira, va tutto bene. Andrà bene vedrai. Guardami, respira.

L’odore del suo sudore, una nebbia davanti agli occhi che non si diradava. La presa calda e feroce delle sue braccia.

-Luca.

- Amore, guardami.

- Luca.

- Sì, amore.

Clara moriva e lui continuava a chiamarla amore. Stronzo e vigliacco, convinto di darle sollievo con parole melense e con la pelle ancora impregnata degli umori di Laura. E Clara era in sala operatoria a morire. La mente si confondeva, le sue mani addosso la facevano sentire sbagliata. Di nuovo perse ogni energia, il dolore a scavarle il torace. Rischiò di cadere, sentì che la sollevava e lasciò che la portasse fino a una stanza dell’ospedale che non riconobbe.

-E’ svenuta, aiuto. Qualcuno mi aiuti, mia moglie sta male!

Qualcuno la afferrò, sentì male al braccio. Bruciava. Una luce sparata negli occhi.

-Elettrocardiogramma, subito.

Sonno, all’improvviso.

-Veloci, cazzo!

- Ha dormito?

- Non so, non ero con lei.

- Dammi quella siringa.

Lontani. Tutti. Anche Clara, che aveva bisogno di lei ma non ricordava perché. Un incidente, la macchina oppure il tennis. O la bronchite, aveva solo quattro anni e si era già beccata due polmoniti.

-Mettetela lì.

- Dottore.

- Non adesso!

- Lei è il padre di Clara Conti?

“No sono la mamma, sono io. Non il padre, lui è negli Stati Uniti con sua sorella. Si chiama Laura. Ma muore, lei, e non ritorna. Sono la mamma, mi fanno male i punti sulla pancia. Fatemi vedere mia figlia la sento piangere, l’ho portata dentro nove mesi, fatemela vedere subito”.

-Resto io con sua moglie dobbiamo portarla di sopra subito.

“Mia moglie dorme, ha partorito. Sono Luca Conti, il papà di Clara e di Laura. Mia figlia Laura è nata, ma si chiama Clara. Sto cadendo indietro, vi prego aiutatemi. Cado indietro e Clara sta piangendo. Tenetemi, cado”.

Stava andando da qualche parte. Rumore di ruote sul linoleum. Una mano sulla fronte.

-Amore coraggio, resisti.

Correvano.

Luca. O Laura. O Clara. Erano tutti lì e un bambino piccolo piangeva. Era figlio di Clara e Luca, e Laura correva.

-Luca!

Chiamava Luca, era lei. Laura. La sua voce.

“Cado indietro. Cado, Laura aiutami ti prego”.

-Cosa succede?

- E’ svenuta, sta male.

- Fatemi vedere.

- Clara, dimmi di Clara.

- E’ in terapia intensiva. Oddio, fammi vedere Lidia! Fammi parlare con lei.

- Dottoressa non la sente.

- No fammi parlare non può andare così, Luca fermali. Voglio vederla.

Terapia intensiva. I neonati andavano lì. Bisognava andare a vederla, doveva allattarla. La sua bambina doveva mangiare. Riuscì a parlare.

-Laura.

- Mi chiama, fammela vedere. Fermatevi!

- Dottoressa si sposti.

“Laura vuole parlare. Della mia bambina, Clara. Aiutala Laura, aiutala. Io cado indietro”.

-Lasciala Laura, ci sono i tuoi colleghi. Portami da Clara.

- No!

Laura, Clara, Luca. “Cado, non ce la faccio, cado”.

-Laura.

Il buio la mangiò mentre Luca usciva dalla stanza correndo.

 

la fiaba della regina fortunata

C'era una volta una regina.
Lo so, questo incipit rimanda a una fiaba. Forse la Luini (quanto detesto essere chiamata così, "la Luini") ha deciso finalmente (per alcuni è un finalmente, per altri forse no) di scrivere un'altra fiaba. Invece no. Avremo tempo per le fiabe, avremo tempo per altri romanzi o racconti brevi. Avremo tempo per i pezzi di parole.
Oggi inizio da qualcosa e trovo qualcosa d'altro, di diverso, non so dove vado a parare. Scrivo, l'impulso è quello, la testa è vuota e le mani pronte.

Ho detto che c'era una volta una regina, non so perché abbia parlato di regina e non di re, oppure di schiava o di topo o di airone cinerino: ho scritto regina e non avevo volti in mente, solo un vestito colorato come quello delle carte da gioco e un paludamento in testa. E capelli neri e occhi verdi. Una regina dovrebbe essere così, cambia i colori quando passa dallo stato di principessa (classicamente bionda ed eterea, ignara delle cattiverie della vita e del sesso) allo stato di regina. I capelli diventano neri, lo sguardo si sveglia e assume un fondo di perfidia, le movenze si fanno sicure. Potere e sesso fanno questo effetto: aumentano l'autostima.
C'era una volta una regina. Non so cosa facesse: la vedo seduta su un trono con la mano sinistra alzata e lo scettro tra le dita, tanto strette da diventare bianche. Oppure nei giardini reali, mentre cammina da sola circondata da una folla che tenta di adularla.
Alt. Come, da sola con una folla? Non si può essere soli con una folla intorno. Invece sì, e all'improvviso capisco il perché di questa regina saltata fuori dalla mia testa finalmente ferma, finalmente concentrata sullo scrivere. La solitudine straziante di una regina, l'isolamento triste di chi non può contare su altri, deve fidarsi solo di se stesso. E se non lo capisce è un guaio, perché si affida alle lusinghe, ai sorrisi, alle carezze di chi vuole, vuole, vuole. Vuole tutto da lei, vuole tutto grazie a lei, vuole tutto ma non lei.
La vedo, questa regina, nei vialetti del meraviglioso giardino che non vorrei avere (a me piacciono i boschi e le radure, niente di preordinato e soprattutto niente aiuole per carità!) che annuisce sorridendo ai fiumi di sciocchezze che le vengono soffiati nelle orecchie, mentre il cervello macina richieste d'aiuto che nessuno potrà raccogliere. Se è molto evoluta, la nostra regina (la sentiamo un po' nostra, vero?), finge solo di ascoltare, e con i neuroni ormai esperti nell'astrazione tenta la fuga, e immagina di essere altrove, di cantare o dormire o ballare o fare l'amore, o ancora riempie di insulti la persona "a lei più vicina", cioé chi le parla convinto di essere nelle sue più intime grazie. Insulta odiando, ma tace e sorride. E annuisce come se tutto le fosse gradito.
Povera regina. Potremmo dirlo se non fosse regina, proviamo a immaginarla con i suoi adoratori intorno e gli anelli sulle dita. E' difficile dire "povera lei", in fondo è una regina! E' la donna più fortunata del creato, ha avuto il trono e lo scettro e il potere. Ha avuto gli occhi del popolo puntati addosso per adorarla. Non si può davvero compatirla: se ha qualche difficoltà se la risolva da sola, e la sopporti, lei che è regina!
Però c'è un problema.
Il problema della regina non sono i capelli, non è la corporatura snella o pingue o diafana, non è neanche lo sguardo: il suo problema, vedete, è che è regina. Quando le hanno regalato il trono un imperatore potentissimo le ha sorriso, e ha detto:
- Impara a fidarti di nessuno. Più sali in alto, più sei sola.
E la regina per un po' si è ubriacata di quello scettro che finalmente poteva tenere in mano, si è seduta comoda sul trono e ha descritto agli amici la sensazione che provava. Ha pianto davanti a loro, ha riso e giocato a golf. Si è confidata regalando pezzi del suo cuore, convinta che nessuno li avrebbe usati per farle male. A volte ha giocato a rubamazzo, che nel segreto delle stanze del castello fa tanto chic, con gruppi di persone che amava con tutto il cuore (ancora questo cuore di mezzo: la regina capisce tardi che non serve più, anzi è d'intralcio). Per mesi e mesi l'imperatore saggio e burbero è rimasto in un'ansa piegata del suo cervello, a parlare da solo.
Poi la regina ha capito. Che quando si diventa regine non si cambiano solo il colore dei capelli, degli occhi, e il portamento. Si scopre il sesso, che è una delle migliori invenzioni della natura. Si hanno soldi, spesso, anche se non tutte le regine sono ricche. Si hanno uomini che pregano e seducono, e mandano meravigliose lettere d'amore. Però. Sopra e dietro, e davanti a tutto c'è un solo fatto vero, che qualcuno avrebbe dovuto dirle meglio, uno di quelli che cambiano l'esistenza e fanno girare i tacchi per scappare oppure procedere spediti con maggiore coraggio (e incoscienza). Il fatto è questo, povero imperatore messo in fondo alla memoria: hai ragione tu, quando si è regine si è sole. E la solitudine è quella vera, non puoi neanche goderla perché devi sorridere e parlare e stringere le mani di tutti, devi fare finta di credere agli abbracci e ai consiglieri amici. Devi. Perché è così.
Ma sei regina. E sei sola.
Sapete una cosa? Forse sì, forse questa è una fiaba. L'ho scritta aprendo e chiudendo troppe parentesi, ma me ne frego.