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cosa ho scritto...

  • AAVV: RAC-CORTI - Il chiama angeli
    Il mio racconto "Il chiama angeli" nell'antologia RAC-CORTI di Giulio Perrone Editore 2008
  • AAVV: EROS & AMORE - La penombra di un ufficio e un ascensore che sibila
    Il mio racconto "La penombra di un ufficio e un ascensore che sibila" nella sezione EROS di "Eros & Amore" di ArpaNet, 2008
  • "I racconti delle bacche rosse": Lampi di Stampa Editore, I Platani Narrativa, 2008
    Il secondo libro di fiabe
  • "Il mio racconto": Edizioni Il Filo, 2007
    Un racconto lungo... O un romanzo breve?
  • AAVV: CONCEPTS PROFUMO - La piccola casa di legno, e quel profumo. Fragranza e mistero di notti romane
    Il mio racconto "La piccola casa di legno, e quel profumo. Fragranza e mistero di notti romane" nella raccolta "CONCEPTS Profumo", Edizioni Arpanet 2007.
  • "Una storia ai delfini": Edizioni Creativa, 2007
    il mio primo romanzo
  • i miei racconti nel sito di Patrizio Pacioni
    Nel sito dello scrittore Patrizio Pacioni, alcuni miei racconti http://www.patriziopacioni.it/
  • MANGIALIBRI
    le mie recensioni su MANGIALIBRI: http://mangialibri.it
  • MariaGiovanna Luini su splinder
    http://mariagiovannaluini.splinder.com
  • AAVV: CONCEPTS MODA - La donna vestita di fiori
    Il mio racconto "La donna vestita di fiori" nella raccolta "CONCEPTS MODA", Edizioni ARPANet 2007
  • Il cassetto di MariaGiovanna
    E' una rubrica online dedicata ai miei racconti, ospitata dal Caffé Storico Letterario di Francesco Giubilei. L'indirizzo è http://caffestorico.splinder.com
  • "Esser grandi è una fiaba": Lampi di Stampa Editore, 2006
    il mio primo libro di fiabe

è bello sentirvi!

maggio 2008

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abitava uno spazio di silenzio nel folto del bosco

Img_9223Viveva in uno spazio di silenzio. Il bosco gemeva, ogni tanto, oppure cantava allegro indifferente a lei. Alle sue parole graffiate sulla carta con la mano avvolta in un mezzo guanto di lana e la penna con l'inchiostro blu chiaro a lasciare impronte come sputi. Come carezze leggere sul volto di nessuno.
La mattina usciva presto, e parlava da sola. La vedevo brontolare con la testa china sul sentiero sconnesso, sentivo il pssss della voce senza capire le frasi. Non era pazza, almeno non credo che lo fosse: era solo stanca di mani strette e sorrisi a metà, e preferiva nascondersi in quella capanna di legno con tanti quaderni rilegati ammonticchiati accanto al letto e poche visite due o tre volte l'anno. Di persone che forse non lasciavano un segno. E libri, libri, libri a riempire le stanze fredde profumate di pino.
La mattina, dicevo. Camminava dritta e agile e raccoglieva legna, oppure faceva il giro del lago e puliva con uno straccio l'idrovolante rosso fermo da chissà quanto. Perché l'uomo che l'aveva portato lì non ritornava da un pezzo. Sorrideva spesso, alzando gli occhi alle fronde degli alberi e salutando gli uccelli o i daini che non la temevano e passavano lenti con il muso girato a guardarla. Poi indossava una casacca verde scuro con una bandiera piccola su una manica e scendeva in paese, con quel suo portamonete logoro pieno di soldi spiegazzati e la mania di comprare cibo sempre diverso. Perché le piaceva cambiare, diceva arrossendo e stringendo i pacchetti piccoli al seno prima di ritornare nel folto del bosco.
Nel pomeriggio scriveva. Che ci fosse pioggia o sole o nuvole basse a confondere la vista, sedeva sulla veranda appoggiando i gomiti al vecchio tavolo oppure si rintanava in casa davanti al camino. E le dita correvano fluide a creare storie che poi un ragazzo del paese trascriveva al computer, perché potesse rileggerle e mandarle all'editore (un giovane alto e simpatico che ogni tanto si avventurava nel bosco con il suo accento straniero e il cappello calcato su una testa calva e lucida di sudore). Vedevo calare le tenebre sulla sua figura piccola e storta e disegnavo con la matita nera il profilo della sua testa e dei capelli corti sempre in disordine, e le spalle abbandonate su braccia piegate e spinte ai lati, contratte di concentrazione e scrittura convulsa.
Avrei voluto parlarle. Si inventavano storie sul suo passato che nessuno sapeva, e su quel presente così strano per una donna che sembrava giovane eppure invecchiata di incubi e delusioni da stridere l'anima. O forse era la scrittura a confonderci: non potevamo capire. Leggevamo i romanzi cercando di lei e immaginando che fossero pezzi di un'esistenza che ci era negata, vedevamo di notte i mille uomini della sua penna blu scuro prendere il suo corpo brutali in appartamenti lontani dal bosco.
Ma lei era sempre là. E se uomini c'erano stati dovevano essere ricordi vaghi che non importavano più. Come quello che aveva sorvolato il bosco ed era sceso sul lago con l'idrovolante rosso: alto e fiero, l'aveva baciata e si era nascosto con lei nella capanna che sapeva di pino, ma dopo qualche mese di visite e sparizioni notturne non era tornato. E lei sorrideva, e parlava da sola. Come se lui non fosse esistito, come se il passaggio nella sua vita fosse stato una brezza ormai corsa lontano.
Abitava uno spazio di silenzio. E la guardavo, sapete. Perché quegli occhi nascosti brillavano di luce improvvisa e ti scavavano un buco nel cuore.
Ma se lei si sia accorta di me, questo proprio non l'ho mai saputo.

presentazione di "Una storia ai delfini" a Livorno

Una_storia_ai_delfini_3"Una storia ai delfini" ritorna a Livorno! Vi aspetto!

sabato 10 maggio

ore 18.00

LIBRERIA BELFORTE

VIA GRANDE 91

LIVORNO

Grazie con tutti i miei sorrisi a Valentina Filidei, alla casa editrice Tagete, a Maria Grazia Guiso, a Gianluca Ferrara (il mio meraviglioso editore), a Edizioni Creativa

recensione d'autore a "Una storia ai delfini"

Grazie a Lucia Ravera, autrice di un libro che mi ha emozionata moltissimo: "La storia finisce qui", Mursia 2008. Ha recensito "Una storia ai delfini" qui:

http://www.confronto.it/?option=com_content&task=view&id=1614&Itemid=28

edizioni Creativa al salone del libro di Torino

Cerchio 35_100 Ilprofumodeltempo_2 La20settima20invitata 36_100 

200 GIOVEDI' 8 MAGGIO

ALLE ORE 16.30

SPAZIO AUTORI A

SALONE DEL LIBRO, TORINO

Edizioni Creativa vi aspetta per la presentazione di sei libri di sue autrici:

- Fiorenza Aste, con "Cocci di bottiglia"

- Sabrina Campolongo, con "Il cerchio imperfetto"

- Sara Cavarero, con "Il profumo del tempo"

- Stefania Lusetti, con "La settima invitata"

- Marinella Saiu, con "Rubare il respiro"

- MariaGiovanna Luini, con "Una storia ai delfini"

Saranno presenti le Autrici: sarà una bella occasione per conoscere alcuni libri di Edizioni Creativa, e per discutere insieme la "scrittura al femminile"

storie da scrivere negli alberghi vuoti di ricordi

Varie_giovanna_marzo_e_aprile_2008_Ogni amore un albergo, ogni albergo un ricordo. Detto così sembra che chissà quanti alberghi o amori o ricordi esistano nella sua memoria. Ride. Sono pochi ma le piace che la gente non sappia, e sussurri maligna o invidiosa, o presa da noia che non può buttare via.

Conta. Ricorda gli alberghi e i mazzi di fiori e i cesti che sono marciti, ma che l'hanno commossa. Per un po'. Finché ci ha creduto. Uno, due, tre, forse altro. Ma tace. Il freddo taglia le guance e le graffia; si copre con la sciarpa per tenere gli occhi socchiusi e svegli. Dormirebbe, se avesse una coperta calda e meno ricordi a torcerle la testa. Ha incontrato qualche amico e bevuto un aperitivo, ora cammina con le mani in tasca fermando immagini statiche e remote dietro il velo dei pensieri. Sono gli alberi, è il parco oltre la porta di Brandeburgo a chiamarla di curiosità. C'era un uomo che correva, prima, e l'ha guardato senza sorridere. Neanche lui ha sorriso. Tanto sorridere non serve, quando ti sfiori e per un istante scopri di condividere. E potresti, forse, ma non fai.

Supponiamo che inventi un racconto su un elefante che vola, o su una donna che asciuga un bicchiere. Uno straccio grigio gira lento, la mano si intuisce infilata sotto, le dita sorreggono il bicchiere e lo strofinano piano. Tra il pollice e l'indice il vetro fa un rumore strano, canta, mentre lei asciuga. E controlla che tutti siano contenti, nel bar dove lavora da qualche anno per non pensare, per sbarcare il lunario (dice proprio così: "sbarcare il lunario", l'ha imparato appena arrivata a Parma e ha pensato che fosse adatto alla sua vita). Per qualche soldo tenuto nella tasca del grembiule e spedito a casa ai figli e al marito, migliaia di chilometri lontano. Potrebbe entrare un uomo, una sera, e guardarla. Tanti la guardano e molti ci provano, ma lei rifiuta con gli occhi fissi sul muro. Quest'uomo che entra, supponiamo, può essere migliore o più alto o più basso e con un sorriso più bello. E guardarla. E lei notarlo, finalmente. Dimenticando il dovere e i soldi da spedire a casa a un marito che neanche riconoscerebbe, se si presentasse in una sera d'inverno con un cappotto pesante. Forse è solo stanca di una fedeltà che si perde nel niente di giorni tutti uguali, e allora pensa che nessuno soffrirebbe se lei. Se solo una notte. Se si lasciasse rapire per poi ritornare. E asciuga il bicchiere con una luce diversa nel fondo degli occhi.

Ma questa è una storia. Come tante. Come gli alberghi che sono pieni di ricordi quindi li cambia, e non ritorna a vederli. Cambia e si sente nuova, e scopre che libera è meglio. Molto meglio di quando l'amore le stritola il cuore.

L'amore è prigione e svuota l'anima.

Soffia su una cadela per togliere luce alla stanza. Ricorda il mare piatto e il giallo colato sulle rocce della sua isola: lo rivedrà, forse.

Chi ha detto che l'amore rende felici non conosce il soffio acuto della solitudine, e la libertà di scegliere. Si può decidere di mordere, leccare sensuale un collo nuovo e senza profumo oppure rifiutare il tocco gentile di sconosciuti capitati per caso. Attratti dagli occhi. E dalle parole.

Libertà. E alberghi nuovi che non abbiano ricordi, vie nelle quali non abbia parlato e ascoltato parole svanite nei temporali improvvisi degli umori altrui, portieri che ancora non la chiamino con il suo cognome e debbano imparare a trattare con lei, e scoprire dove le piace nascondersi nelle notti solitarie di risa confuse.

Mettiamo che voglia scrivere di un uomo, poi. Biondo e freddo e distante, con una valigia in mano in un aeroporto del Nord. Fermo a guardare svogliato l'avviso di un ritardo nel decollo, incerto sul tempo e sulle telefonate da fare. Ha una donna nella testa, quell'uomo, l'ha salutata con un piccolo bacio sulla soglia di un appartamento non suo e ha pensato subito ad altro. Credeva di partire, e non poteva - no, non poteva - perdere l'aereo. Eppure la neve e il vento e le Alpi, ancora aspetta. Si è pentito di quel bacio rapido e del pensiero volato al lavoro, al dovere, ai soldi da mangiare e digerire insieme alla famiglia grassa e svogliata; fissa il cartello del ritardo del suo aereo e capisce, forse, quel guizzo di vita nelle pupille distratte della donna che l'ha travolto d'ansia e passione. Avrebbe potuto amarla ancora, restare con lei a respirare emozione un'ora in più. Regalata o strappata al destino. Ha gli occhi chiari, l'uomo che lei vuole raccontare. E un portafogli in bilico fuori dalla tasca, forse lo perderà.

Altre storie. Ne scriverà altre.

In alberghi nuovi da scoprire. E il tic tic della tastiera alla luce fredda del cielo di una finestra aperta

recensione a "Una storia ai delfini" su COSMOGGI

Scan_cosmoggi_2 

poche parole a coprire il silenzio

Sono stata mesi in silenzio, in quel periodo. Perché di parole ne erano state dette troppe. E mi avevano riempito la testa senza regalarmi un pensiero. Andavo avanti e cercavo spiegazioni che nessuno avrebbe potuto dare, contando le foglie che cadevano nell'autunno già freddo e i passi per raggiungere il negozio dove compravo pane, latte e uova. Per poi chiudermi in casa e aspettare il vento.

Mi chiedo se fu la razionalità schiacciata a tormentarmi, o se finalmente dovetti fare i conti con un passato che mai avevo chiuso. Trascorrevo istanti eterni allo specchio cercando nei miei tratti un ricordo di me, e non riconoscevo. Gli occhi persi e spaventati con un po' di rosso ai lati mi erano estranei, come quell'assenza che non riuscivo a guardare. Le mani strofinavano il corpo sotto la doccia oppure lo accarezzavano con la pietà della consapevolezza, ma non sapevano amare. Osservavo le dita corte che avevano gioito del tempo e della passione e credevo che niente fosse vero.

Avevo sognato.

C'era un gatto, con me. Silenzioso a seguire i miei spostamenti pigri nelle poche stanze di casa, o a dormire accanto al mio viso quando abbandonavo la voglia di pensare. Mi fissava con gli occhi gialli e muoveva la testa, e forse poteva capire. Il suo respiro era l'unica voce delle mie ore, ritmato di quiete che provai a imparare.

La quiete di non decidere più, e non desiderare.

Fu un autunno che riuscì a scavarmi la gola di pianto, quello. Iniziò quando mi resi conto che niente era stato lo stesso, per chi era andato via. Che le piccole gioie strette in mano a consolare - i ricordi che custodivo preziosi nell'anima - erano poco più di una risata per ricchi pasciuti e viziati, abituati ad avere ogni cosa allo schioccare di dita.

E le parole sussurrate di notte un passatempo blasfemo.

Sorrido. Il vetro battuto di pioggia trema, adesso. Come se ripensare a quel vuoto di cui posso ridere fosse un errore. Un'illusione di verità che serve a nessuno.

Sognai, e a lungo restai in silenzio. Perché anche l'amore ha bisogno di tempo per capire chi lo ha spezzato

malinconico leprechaun, di Patrizio Pacioni

Leprechaun_2Una nuova avventura del commissario Leonardo Cardona nel verde indimenticabile dell'Irlanda, dalla penna di Patrizio Pacioni.

MALINCONICO LEPRECHAUN

di Patrizio Pacioni, con l'introduzione di MariaGiovanna Luini

Sampognaro e Pupi Edizioni, 2008

10 euro

remake - il ciuffo di capelli sulla fronte e un occhio che guarda

Capita raramente che rilegga i miei scritti. Guardo il presente e magari lancio uno sguardo scettico al futuro, ma il passato no, quello resta indietro. Succede che rilegga quando ho un manoscritto da finire, oppure se il caso mi regala un istante di sorpresa. Oggi ho visto questo breve pezzo, e ho ricordato. L'uomo che fu l'ispirazione, anni fa, di un mistero che non ho mai risolto.

Per fortuna. Credo. Perché non capire a volte signifca ritrovare la poesia di un ricordo. E fare un passo avanti.

Ha un ciuffo sale e pepe che nasconde la fronte, un occhio aperto e un po’ strizzato al sole. Mi guarda. Non capisco i suoi pensieri. Non li so mai, per la verità. Eppure è sempre bastato l’istinto: è una lieve scossa che colpisce improvvisamente, o una fitta al petto, o un sospiro più lungo: il corpo (o l’anima, per chi ci crede) sussurra obliqua i pensieri. Di chi mi sfiora, di chi incrocia per un istante la mia vita.

Con lui no. Non sempre, almeno.

Un piccolo segnale esiste, ogni tanto. Gli trema la palpebra inferiore quando dice o pensa qualcosa che emoziona. Cerco quel tremolìo quando mi guarda, lo aspetto perché è come se dicesse ti amo. Ti amo senza labbra o voce. Ti amo anche se non voglio.

Perché lui non vuole. Amarmi.

Dice che è sbagliato.

Io sono diversa. Non ho mai capito cosa fosse giusto e cosa no, ho cercato di navigare a vista senza autopilota. Ho guardato le stelle e pensato che non dovevo fare male. Non dovevo provocare dolore. Tutto lì.

Comunque.

La sua fotografia mi guarda e fluttua sullo schermo che traballa. Il mare non è calmo, da qui vedo le nuvole simili a zucchero d'ovatta e un pezzo di cielo. E il legno delle porte, della scala, della dinette che dondola immobile.

Non conosco i suoi pensieri. E’ questo il segreto. Mi tiene legata al cuore fuggendo. Dal mio istinto feroce e curioso, dall’amore vorace che lo travolge in letti che troviamo. Sempre diversi.

Non so. Ha il ciuffo sale e pepe sulla fronte e un occhio aperto. Mi fissa e sorride senza muovere le labbra.

Forse è tutto ciò che devo sapere.

la piccola storia di un rospo che canta nella palude

Ho visto un rospo. Gracidava, credo. Non potrei dirlo perché a me è sembrato che la sua voce fosse più melodiosa di un canto di sirene. Melensa, dite? No, melodiosa. Proprio melodiosa. Come un canto di sirene. No, continuate a non capire: le sirene non sono quelle che ululano sulle ambulanze o segnalano l'ora della pausa. Le sirene di Ulisse, quelle lì. Che ti fregano ma lo sai soltanto dopo.
Insomma, fatemi raccontare.
Ho visto un rospo e l'ho sentito gracidare, e mi sono avvicinata.
"Che bel principe", ho pensato. E gli ho teso la mano.
Il rospo lì per lì deve avermi scambiata per una di quelle donne che lasciano a casa gli occhiali per troppa vanità quindi non riescono a vedere bene, e ha sorriso poco convinto.
"Guarda che sono un rospo", ha sussurrato. Ma io gli ho dato una carezza sulla testa.
"Lo vedo, ma la tua voce è una melodia. E so che sei un bellissimo principe".
Lo so, a volte le fiabe fanno danno. Credi di vedere una cosa invece è tutt'altro, pensi a quando da bambina ti accoccolavi nel letto e qualcuno leggeva di re e regine, e mostri che non facevano male a nessuno. E ci credi. Pensi che se qualcuno ha inventato quelle fiabe è perché davvero niente di male può accadere. Se ne sei convinta.
Il rospo ha scosso la testa, ma in fondo ai suoi occhi sporgenti e umidicci ho visto un lampo di soddisfazione.
"Se lo dici tu... Sono sempre stato trattato come un rospo e probabilmente mi ci sono abituato. Vedo il mondo da questa palude, da sotto in su, e quando salto ho l'illusione di arrivare al cielo. Ma ricado subito e non posso fare a meno di tornare alla realtà. Quella di rospo, rospo che gracida e non sa fare altro".
A volte diventa una missione. Volevo dimostrargli che era un principe, e che la sua voce melodiosa mi aveva incantato il cuore. Mi sono seduta sul ciglio della palude e l'ho fissato con il migliore dei miei sguardi.
"Sei rospo perché vuoi esserlo, ma io lo so. Ne sono certa. Sei un principe meraviglioso e ti porterò con me in cima al mondo".
Il rospo deve avere pensato che la mia follia fosse tanto evidente da non meritare approfondimento, è saltato fuori dalla palude e si è messo sulla mia spalla.
"Da qui il mondo è diverso, sai?", ha detto un po' maligno. E mi ha soffiato qualche bugia nell'orecchio.
Contenta, ho camminato intorno alla palude e ho mostrato al rospo gli angoli segreti del bosco.
"Vedi? Qui e qui. Il mondo è bello, devi osservarlo con gli occhi liberi e la mente sincera di un bambino".
Ci ha provato, il rospo. Ha fatto la faccia seria e ha guardato le foglie e gli alberi e i sentieri. Mi ha fatto pic pic sul collo e ha cantato una canzone. Un cra cra cra continuo che ha fatto fuggire gli uccelli dai rami e i daini dalle radure.
"Che bella, la tua voce", ho detto estasiata quando ha smesso di cantare, e l'ho accompagnato ancora più in là.
"Quella in fondo è una città, la vedi?".
Ha posato la piccola zampa sulla fronte e ha seguito la direzione della mia mano. Pieno di sussiego e di concentrazione.
"Che meraviglia! Nessuno mi ha mai dato tanta attenzione, nessuno mi ha mai mostrato una città". E mi ha baciato la guancia ridendo contento.
Cra cra cra.
Quando è scesa la sera, il rospo mi ha chiesto di ritornare alla palude. Ho camminato felice parlando della vita e dell'amore, e cogliendo per lui bellissimi tulipani. Poi l'ho sollevato sul palmo della mano e l'ho posato piano su una foglia che galleggiava sull'acqua putrida e puzzolente.
"Ciao rospo, tornerò a trovarti". E sono andata via.
Son ritornata a vederlo tanti e tanti giorni, e la sua voce melodiosa (noooo, non melensa! Melodiosa, ho detto) mi ha accarezzata.
Dovreste vederli, i rospi sorpresi che saltellano qua e là e si sentono principi! A malapena si riesce a trattenerli perché forse si rendono conto che potrebbero vivere più in là. Fuori da paludi e stagni e vasche di melma galleggiante. E cantano, cantano, cantano. E fanno cra cra.
Una sera ho riaccompagnato il rospo e gli ho detto:
"A domani", e il lampo nei suoi occhi è stato strano.
"Qualcosa non va?", ho chiesto subito.
"No, va tutto bene. Se ci fossero problemi te lo direi", ha risposto guardandosi intorno. E ho visto una piccola ranocchia verde che si nascondeva nel folto del bosco, ridacchiando.
"Sicuro che vada tutto bene? Puoi dirmelo se domani hai un impegno nella tua palude".
Il rospo ha fatto un salto enorme, ed è sprofondato nell'acqua scura senza dire niente. Senza neanche salutare.
Insomma, la mattina dopo sono ritornata. E niente, il rospo non c'era. E la mattina dopo ancora, e di nuovo per tante altre mattine.
Il rospo non era nella sua palude, e i segni di due piccole zampette portavano all'albero dove avevo visto sparire la ranocchia verde che rideva.
Finché un giorno, passando per caso dalla palude e senza più cercare il rospo, l'ho visto su una foglia. La ranocchia verde lo teneva al guinzaglio con una liana stretta al collo, e lui cantava con la sua voce melodiosa. Solo che... Ci credereste? Quando mi sono fermata e ho ascoltato bene, allungando il collo per sentire, mi sono accorta di una cosa. La più incredibile della mia vita. La sua voce. Che mi aveva affascinata per tanto e tanto tempo. Era solo una cra cra di rospo, e in fondo agli occhi che sporgevano umidicci non c'erano principi.
In fondo ai suoi occhi non c'era proprio niente.

sospensione del tempo alla luce del neon

Arriveranno tra poco. Lo sa e la pelle si appiccica al corpo, rattrappita. Osare una speranza di solitudine non è possibile in quella stanza con la penombra lacerata da una luce al neon. Gialla e morta, neanche la finestra può salvarla. Neanche la primavera che non esiste e piove su prati schiacciati da chi va a fumare nel gazebo. Nuvole di grigio malato attraversano il profilo delle piante e corrono alla strada, dietro il cancello.

Ha sognato. Ancora. Paesi strani di futuro che aspetta e persone dal volto irriconoscibile. E altro. Poi ha aperto gli occhi sotto la doccia fredda e cantato piano, come sempre. E bevuto il latte - quello no, non lo ama ma ogni tanto ne ha bisogno come a ritornare da qualche parte. Dentro o fuori un passato che le hanno portato via. E vestiti, e borsa, e libri accatastati sul braccio. E l'ombrello verde che non ha aperto perché odia la cappa tonda sopra la testa.

Ascolta musica inventata da ricordi fluidi. Non fa male, carica il tempo di notturni segreti.

Aspetta. Che arrivino e rompano la quiete e le guardino addosso e vogliano sapere. Ride. Ha visto i commenti ai suoi libri ed è contenta. Molto rumore, i suoi figli di pagine bianche sporche di nero stanno viaggiando. E creano fastidio o amore o sospiri o pianto. Odio, anche. Ma indifferenza mai. Li immagina in cammino piccoli e soli, con le gocce di pioggia stizzosa sulla copertina e strade di asfalto e polvere a rendere sporchi i margini. Sbrecciati. Consunti. Slavati. E un sorriso nascosto, come il suo. Immagina le dita sfogliare e gli occhi, e cuscini su cui perdersi di sonno abbandonando la storia. Dimenticando. Oppure spiagge di isole e carta strappata dall'acqua, e Palmarola davanti. A ricordare che tanto. Là si ritorna.

Fiori. Bianchi ed eterni. "Non muoiono mai, i tuoi fiori", dice qualcuno. Non muoiono. Come il sorriso che nasconde e porta in tasca storto abusato ventriloquo di storie passate. Eterno. Di serenità rocciosa.

Sospira. Il delfino aggrappato a uno scoglio di noce sulla scrivania fa un piccolo balzo nascosto.

Muoversi. E correre. Arriveranno ma non potranno afferrarla. Nessuno potrà. E' così da sempre.

un pezzo di vita, la mia; e per favore donne leggete

Di solito non parlo della mia vita. Non direttamente, almeno.

Però.

Ci sono momenti diversi da tutto il resto, momenti nei quali ti rendi conto che forse qualcosa può interessare a qualcuno. E fare una differenza.

Vi racconto una piccola storia, e spero che resti il senso di tutto questo, non i dettagli che sono destinati a sciogliersi nei minuti che cadono come gocce opache su piastrelle colate di caldo.

Tempo fa ho perso un'amica. E' morta di tumore dell'utero, aveva 37 anni. Ho ascoltato i suoi respiri rincorrersi e inciampare, saltare e lisciarsi. Poi finire. L'ho guardata stesa con le mani secche come foglie. E ho deciso di fare un controllo. Il controllo ginecologico annuale.

Il medico è un mio collega, ogni anno mi fa la visita e il pap test. E' simpatico, rassicurante. Ha affrontato la cosa partendo da lontano: "Sai, ci sono cose che terrorizzano e poi non sono niente di grave. La conizzazione, per esempio". (Pausa per spiegare a chi non sa: la conizzazione è un intervento chirurgico che toglie una parte del collo dell'utero). Insomma. Ho capito (quasi) subito. Sguardi, pacatezza, preamboli mi hanno detto che qualcosa non andava. Anche se non avevo mai avuto sintomi, nessun problema. Durante la visita ho chiesto che non fosse fatto solo il PAP test, ma anche un test "quasi" nuovo che si chiama HPV test: stavo lavorando con la Fondazione Veronesi a un quaderno sul Papilloma virus e sapevo che questo esame sembra migliore del PAP test per individuare le lesioni dell'utero a rischio di trasformarsi in tumore maligno.

Insomma.

Il ginecologo mi ha spiegato che aveva visto "qualcosa". E l'HPV test era positivo. Il PAP test invece diceva cose strane che non c'entravano niente.

E ho fatto l'intervento. Non ho avuto dolore perché un anestesista meraviglioso mi ha iniettato un farmaco che, senza addormentarmi, mi ha fatto vivere l'intervento in totale serenità. E l'infermiera di sala operatoria mi ha tenuta allegra con bellissime parole. E una ginecologa giovane e gentile mi ha spiegato tutto ciò che stava per accadere (sono un chirurgo, e pure oncologo, lo so, ma in quei momenti non sai più neanche il tuo nome).

Poi, attesa. E giorni su e giorni giù. E gente che mi è stata vicinissima, e altri che invece sono spariti perché non servivo più. Fino a ieri. Quando l'esame istologico è arrivato.

Si chiama CIN 3. Basta cercarlo su internet e si trovano decine di pagine che lo spiegano. Una precancerosi: sta tutto nel termine, vero?

CIN 3. Ho fissato l'esito e ho pensato a tante cose.

Alla diagnosi, al dubbio e all'attesa. E ho visto i volti di tutte le pazienti che seguo, che si affidano a me per le cure e i controlli. Le ho capite, mai bene come adesso.

Alla salvezza. Negli occhi di un ginecologo attento e in un test che forse non tutte ancora chiediamo quando andiamo a farci visitare. Nella decisione di fare prevezione nonostante faccia paura, metta ansia, aggiunga incertezza alla vita.

Al dolore. Che un medico che capisce bene l'esistenza ha tolto con premura e affetto.

A chi mi ama e chi no. Perché ho avuto presenza, telefonate, email, sms da persone che volevano sapere, che mi davano amore e pazienza, ascolto e sollievo. In qualsiasi condizione, da distanze enormi o vicinissime, con problemi di ogni genere nella vita ma sempre con un istante per me. Ma non vivo nel paese delle fiabe, e ho dovuto rendermi conto che invece qualcuno non c'era. Neanche per un momento.

Alle donne. Che devono sapere. Da me, piccola persona come tante, medico caduto nell'angoscia poi rialzato poi caduto di nuovo. Donna che ora sa (lo sa davvero) cosa si prova. E vuole raccontare. Qualunque cosa avvenga adesso di me, la prevenzione può salvare la vita.

E GRAZIE.

A Mario Sideri, ginecologo.

A Paola Zamperini, ginecologa.

A Daniele Sances, anestesista.

A Chiara Casadio, patologa.

A Eleonora Petra Preti, ginecologa.

A Luca Bocciolone, ginecologo.

Alle infermiere e ausiliarie di sala operatoria, meravigliose.

Alla segreteria della sala operatoria, ai sorrisi rassicuranti.

All'Istituto Europeo di Oncologia.

l'onda nera e la neve che cade su New York

A volte succede. Sei lì che guardi il cielo la finestra la strada la luna la gente e ti passa per la testa che tutto potrebbe essere diverso. Distante o sbiadito, oppure pieno dei colori che non hai mai visto: quelli banali, sciocchi, vivi, inutili, che riempiono il cuore. Senza i quali sembra non abbia senso esistere. Fu così quel pomeriggio. Ero a New York e osservavo il vuoto e la neve sulla strada trenta piani più sotto: l’albergo non mi piaceva perché era impersonale e pieno di niente, si alzava come un monumento funebre al fianco della Quinta Strada e non accoglieva. Ti faceva dormire e al massimo ti nutriva se avevi scelto l’opzione business, e quando volevi un taxi te lo chiamava con le propaggini nere dal cappellone a tuba. E un fischio che si perdeva nell’aria frettolosa.
Insomma.
Guardavo la neve di dicembre e ricordavo gli impegni della giornata: c’era una giornalista che aveva chiesto di incontrarmi, sbrigativa e pratica come tutti gli americani, poi dovevo andare dal mio amico Virgilio al Memorial per visitare il suo studio che non avevo mai visto, quindi mi aspettavano nella Cinquantasettesima Strada sopra la libreria, nei grandi uffici pieni di luce e sogni spezzati. Su e giù, e magari una passeggiata da sola a Central Park con lo zoo chiuso e le panchine lucide e coperte di bianco.
Arrivò all’improvviso. Fu prima una sensazione vaga e lontana, estranea: sembrava che qualcuno mi fosse passato accanto nella stanza vuota e avesse toccato con dita leggere e dispettose il mio stomaco placido e inconsapevole. Torcendolo con gesto crudele e una risata sbilenca. Poi crebbe, e fui costretta a distrarre il pensiero dalla neve sui tetti e dalle limousine nere: fu un’ondata di tenebra che mi strinse l’addome, poi prese il petto, arrivò al collo e provò a soffocarmi. “La nausea”, disse incredula una voce flebile dentro di me: diagnosi semplice, che accese una luce che non avevo mai visto. Mi alzai in piedi e provai a camminare: dal letto al grande vetro vuoto e pulito, dal grande vetro al bagno, dal bagno al letto. Poi ancora al vetro, dove percepii finalmente l’altezza orribile di quel trentesimo piano. L’onda nera non si ritirò: continuò a massaggiare maligna il mio corpo, con il cervello paralitico che si chiedeva che cosa avessi mangiato. Pur conoscendo la risposta: niente. Avevo la nausea e non avevo mangiato niente.
Non so come accadano certe cose: alla scuola di giornalismo non mi hanno insegnato a gestire emergenze come quella che mi capitò nel grande albergo d New York. Perché non ebbi paura né ansia né dubbio: sparirono la neve e la città, la gente centinaia di metri sotto e le macchine che scivolavano composte all’incrocio sulla patina bianca e grigia e molle, e vidi solo una verità che non avevo mai considerato. Ero incinta.
Camminai ancora e ancora nello stretto spazio della stanza. Non volevo che l’onda nera e ignota passasse, nonostante il malessere e le gambe prive di forza: finalmente e quasi fuori tempo condividevo la consapevolezza il terrore lo smarrimento il dubbio di una gravidanza. Ed ero felice. Sconsideratamente felice.
Mi sedetti sul letto e provai a respirare lentamente. Ripensai alle settimane precedenti. Rividi lui e una notte, quella notte di passaggio tra un treno e una cena di gala: seppi che non avevo bisogno di ricostruire niente nel passato più recente. Perché sapevo. Sapevo molto bene. E l’avevo voluto.
Mi avvicinai al vetro e di nuovo guardai nel vuoto. La neve continuava a scendere e la gente era ancora lì: sembrava sempre la stessa, destinata da un incantesimo a camminare in tondo sotto il mio sguardo identico e diverso allo stesso tempo. Il mio sguardo. Non era più quello della giornalista che mi aspettava da qualche parte, dell’amico Virgilio al Memorial e degli uffici sopra la libreria. Ero sempre io, ma centinaia di anni lontana.
Squillò il telefono.
“Hallo” .
Una voce secca ripeté le indicazioni per l’appuntamento con la giornalista. Allungai la mano con una lentezza che non riconoscevo e afferrai l’agenda: la aprii sul giorno sbagliato. Non cercai di correggere l’errore, non importava.
“Yes”, dissi senza controllare, e riattaccai dopo un saluto. Le dita frugarono i fogli coperti di grafia regolare e scura: cercai quella sera, la notte di fuga e passione. Con lui che doveva partire, con me che pensavo al viaggio in Giappone. Con la penna disegnai un piccolo fiore e mi sentii stupida: sembrava che l’onda nera avesse svegliato una gioia futile piccola e infantile, nascosta da qualche parte e destinata a restare nel silenzio. Fino al momento della nausea davanti al vetro pulito e vuoto sopra New York.
Mi alzai e indossai le prime cose che trovai nell’armadio: non badai ai colori o alla forma, volli solo essere certa del calore. Della protezione di quel qualcosa che stava rivoltando il mio stomaco da una profondità improvvisamente rivelata. Uscii con la nausea che non dava tregua, masticando una galletta recuperata in fondo alla borsa.
Arrivai nel locale e vidi la giornalista seduta a un tavolo vicino a una tenda rosa: il viso era serio, gli occhi raggiungevano nervosamente l’orologio a intervalli rapidissimi. Sapevo che cosa stava pensando: “Le italiane sono sempre in ritardo”, e forse era vero. Non avevo controllato l’ora: non importava più. Le mie nevrosi sulla puntualità l’intervista la carriera e la vendita del libro negli Stati Uniti sembravano irrimediabilmente sepolte sotto il manto di neve che aveva coperto New York. Mi sedetti con un sorriso che percepii radioso e fuori luogo.
“You are late”: lo disse con rabbia. E ciò che accadde a me fu qualcosa che ancora non so spiegare: senza una certezza, con lo stomaco massacrato ritorto strizzato come unico segno di ciò che avevo deciso (ero incinta, incinta, incinta!), dissi solo “Yes, sorry, I am pregnant”. Mi guardò senza comprensione: sono certa che decise in quel momento di essersi sbagliata, di avere chiesto con insistenza un’intervista a una donna che non meritava altro che una rapida menzione poco sotto i necrologi. Fui sicura che si stesse chiedendo come avessi fatto a scrivere i libri che lei doveva avere letto prima di incontrarmi. Sorrisi: “Let’s start”.
Fissai la sua penna che correva su un taccuino e notai che la sua agenda era piena di appuntamenti: come la mia, e chissà perché. Ormai sembrava tutto lontano. Trovai sciocche ma gradevoli le sue premure recuperate dopo i primi minuti di diffidenza, e non riuscii a rallegrarmi dell’invito a una festa in casa di un giornalista televisivo molto famoso. Sorrisi appena, mentre riflettevo su quale ospedale italiano mi avrebbe accolto al momento del parto: in quel momento pensavo che fosse fondamentale decidere il nome del ginecologo, perché al ritorno in Italia potessi subito chiamarlo per fissare un appuntamento. Neanche per un attimo prestai reale attenzione alla giornalista, che finì per sorridere: “You are really nice”, disse, e non capii che cosa le avesse fatto cambiare idea su di me. Le strinsi la mano pensando a una sciarpa che avevo visto in Madison Avenue: doveva essere molto calda, per proteggere mio figlio (o figlia?) era perfetta.
Camminai e camminai. Incontrai Virgilio e andai nella Cinquantasettesima Strada. Con la neve che non dava tregua. Come la nausea. Neanche per un attimo pensai di telefonare a Luca oppure di mandargli un breve messaggio per dirgli che ero incinta. Che avevo deciso di essere incinta. Perché in fondo non importava che lui lo sapesse quel giorno, mentre il mio sguardo accarezzava la città frenetica sotto la neve. Lo sapevo io, e questa era l’unica cosa importante.

la bitta - di Sandra Mazzinghi

Ci sono nuvole vivaci sopra il filo dell’orizzonte. Nuvole estive. Che risaltano per farsi notare, perché chi guarda quel mare guardi prima loro. Gli scogli grigi che sfiorano l’acqua erano stati la sera prima platea muta, curiosa, di baci e pescatori di polpi.
Lui e lei. Erano passati davanti alla bitta senza vederla. Senza farci caso. Tuttavia... La bitta, l’epicentro del loro primo abbraccio, in piedi, i corpi spalmati incollati attaccati con la forza delle ventose di un polpo. Lei e lui.
Ma questo dopo.
Prima.
Sullo scoglio si erano detti parole lievi, baci lievi, mani abbronzate e intrecciate. I respiri come aliti di anima. Erano solo loro, seduti sugli scogli ora neri come l’acqua, con le navi in arrivo e le navi in partenza che giocavano coi loro occhi, illusione di molo che si muove e la nave che sta ferma.
«Guarda il molo si muove!»
«E’ vero! Che strano…»
Ridevano. Risate parole e pensieri rubati. Il brillare della sigaretta di lui, una lucciola infuocata che vola veloce dalle sue dita alla bocca. Le dita che sfiorano lei, un po’ impacciata. Impaurita, quasi. E le labbra che si avvicinano.
Ogni tanto.
Le voci dei pescatori di polpi, tra gli scogli vicini anche loro con lucciole infuocate poggiate alle labbra. Esche, canne da pesca con galleggianti fluorescenti che volano in mare, a pochi metri da loro.
Lei ride di nuovo. E dice all’uomo con la camicia di jeans che questo incontro è solo per capire.
«Capire cosa?»
«Se ti amo. Se mi ami. Mi ami?»
«Io sì. Forse te no.»
«Magari! Purtroppo si!»
E ancora ride. E’ imbarazzata, non ha la stoffa della traditrice. Ha un'altra storia da molto tempo. Si sente in colpa. Ma.
«Perché sei qui allora?»
«Ti amo. È tutto.»
«Mi piace quando me lo dici»
E la bacia.
Un pescatore tira su la sua preda. La libera dall’amo, la mette nel secchio.
Rimette l’esca, si sciacqua le mani in mare.
«Sei la mia preda. Io ho buttato l’amo e tu hai abboccato! Tu hai abboccato e sei mia.»
«Sei tu che hai abboccato. Come un ghiozzo.»
Ridono.
Un pescatore fa lunghi passi e saltella talvolta da uno scoglio all’altro. Ha in mano un bastone con qualcosa legato a una delle due estremità. Forse un granchio, o una zampa di gallina come insegnavano i nonni. Ogni tanto infila il bastone tra gli scogli, cerca i polpi nascosti nelle buche.
A un tratto un polpo si incolla a quell’esca che improvvisamente si è affacciata nella sua tana, nella sua vita. Il pescatore tira su la preda, soddisfatto. Una decina di scogli tra il pescatore e i due.
A un tratto dei colpi, sordi, ritmo di morte, rumore strano, di qualcosa che non fa rumore ma che scivola. Scivola via dalla vita.
Il pescatore con la mano infilata nella testa del polpo ancora vivo lo sbatte più volte sullo scoglio ancora tiepido di sole, di quel sole che aveva sbattuto fin dal mattino i suoi raggi. Raggi di sole, prima. Adesso tentacoli lunghi come nastri sgraziati.
Scena terribile per i due che sono stati tutta la sera su uno scoglio a fare una specie d’amore.
Lei non ride più, guarda il pescatore che con indifferenza uccide il polpo. Lo distrugge, gli vuole frantumare la vita. Quanta forza in quell’immagine.
Il polpo fino a pochi minuti fa era nella sua casa, come lei.
Poi all’improvviso. All’improvviso.
Occhi sgranati, si sente mancare, non sente più le mani e la voce e i respiri dell’uomo con la camicia di jeans che si è infilato così inatteso nella sua tana.
La sua vita sarà a pezzi. Fugge. Corre via dallo scoglio, fugge. Lui la raggiunge. La ferma davanti alla bitta. Un lungo abbraccio mentre i singhiozzi di lei la scuotono, la sbatacchiano e le scheggiano l’anima.
«Che fai? Dove stai andando?»
Lei si stringe in nell’abbraccio.
«Ho avuto paura.»
«Perché amore? Perché?»
«Perché sono stata uccisa. L’altra me non c’è più.»
La bitta è un passo dietro di loro, spettatrice di un abbraccio breve e acuto che ha il sapore di un’esistenza.
            
                                    SANDRA MAZZINGHI

"Una storia ai delfini" sul portale FASTWEB

Una_storia_ai_delfiniGRAZIE a Ilaria Oriente e al portale FASTWEB per la recensione (con meravigliosa foto) a "Una storia ai delfini".

La potete leggere qui:

http://www.fastweb.it/portale/magazine/donna/idee_e_cultura/articolo/?id=1739213

i racconti delle bacche rosse

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Grazie a MariaCristina Campanini e a tutte le mie colleghe medico di SNAMI Rosa per questa recensione:

http://www.lasperanza.net/marzo6.htm

E' stata una sorpresa bellissima!

"I racconti delle bacche rosse", Lampi di Stampa 2008 (Narrativa, I Platani).

Lo trovate in libreria e qui:

http://www.internetbookshop.it/code/9788848806343/luini-m-giovanna/racconti-delle-bacche.html

Le illustrazioni (e la copertina) sono di Valsa Luini, che ringrazio con molto affetto.

E presenteremo "I racconti delle bacche rosse" insieme alla scrittrice Lorenza Caravelli

MARTEDI' 8 APRILE ALLE ORE 18

Libreria Equilibri
Via Farneti 11
20129 Milano
tel.          02/29404100      

minuetto vuoto verso Central Park

Varie_aprile_08_001 Per molto, troppo tempo. Un velo nella testa e sul cielo, e le idee che seguivano i passi. Di lui.

Una cella comoda piena di cuscini molli e sesso languido da soffrire. Piccoli dolci che si attaccavano alle dita come le sue bugie. Rotonde e piene, melassa nauseante e irresistibile.

Insomma.

Brevi tratti di consapevolezza avrebbero potuto salvarla, quando la verità strappava veli sporchi per aprirle gli occhi e l'aria si faceva attenta, sottile, fredda. Ma non aveva visto. Aveva sempre rifiutato di guardare per amore, oppure illusione. Come la trama di una zanzariera spessa sul sole che tramonta.

Il risveglio fu dolore, e per ore che scivolavano graffiandole le palpebre non si accorse. Della libertà. Del passo più leggero, degli sguardi attenti di uomini che non conosceva. Del mondo finalmente tra le dita, doveva solo afferrarlo.

Colori. Violenti colpi di emozione anarchica. Tristezza e folli risate, e la pelle eccitata di un ignoto attraente come mistero. Bianco grigio giallo e sole lontano, nuvole da scambiare con istanti di ritrovata solitudine.

Libera. Con l'amarezza delle sue bugie scoperte e della fuga. Della viltà indegna. O forse perfettamente spiegata, e questo faceva male. Solo questo.

Sorrise accarezzando il soffio dei pensieri. Era tempo di andare. E di non interrompere il cammino.

Abbandonò le mani sulla scrivania. Non era giorno per scrivere, forse. Troppe telefonate e la musica non le piaceva. La solita musica, ma quel giorno non era cornice adatta al suo stato d'animo. Che nemmeno lei conosceva.

"Si scrive di dolore", sussurrò ricordando una delle ultime presentazioni del suo romanzo. Stava tentando di spiegare a qualcuno che il dolore muoveva la mano sul foglio, e forse anche l'amore. Ma non quando era felice. La felicità era difficile da esprimere, bisognava viverla finché c'era poi chiuderne il ricordo nel cuore, rendere la pelle luminosa e l'anima più forte. Scrivere l'amore diventava banale, non c'era niente di speciale o di strano. Tutti amavano allo stesso modo.

Il dolore, invece, aveva mille vite diverse. Nelle parole strappate come sospiri. Perché non sempre erano lacrime, o rabbia, o rifiuto. A volte la rassegnazione regalava tinte di rosa al nero della solitudine, oppure c'era il rosso vivo a incendiare i sensi. E si graffiavano volti che sanguinavano sputando imprecazioni.

Aveva voglia di libertà. Avrebbe voluto uscire per una passeggiata lunga fino a downtown, sorridendo alla gente e ricordando. Tutto. Come quell'inverno dello zainetto rosso sulle spalle e le sere buttate su un letto esausti e soddisfatti. Ma quell'inverno aspettava un bambino, e tutto era diverso. Era felice, pronta ad affrontare qualsiasi problema. Peccato che fosse durato poco.

Scosse la testa. Si alzò e andò in cucina. Versò un po' d'acqua in un bicchiere pulito e la buttò in gola senza respirare. Qualche goccia cadde sulla maglia azzurra che sapeva di sapone.

"Inutile, meglio smettere". La gente camminava venti piani più sotto, Central Park probabilmente sarebbe stato la soluzione migliore per quella domenica di niente. Le panchine e i sorrisi e i non me ne frega niente. I don't care, you know.

La penna e il taccuino nella tasca dietro e uno sguardo senza aspettative. Perché ci sono giorni così, senza l'emozione da scrivere.

di un video piatto e piazza del Popolo alle spalle

Rapallo_novembre_08_096Video piatto e lucido di neri e bianchi e colori. Mosse una gamba per un solletico improvviso, poi guardò ancora. Lui. Camminava. Niente di nuovo. Ma. Dietro, intorno, sulle spalle lisce e dritte e sicure. Piazza del Popolo.

Non era sera, pensò. Non era sera e neanche maggio. O giugno. O dicembre. E lei era lontana mille vite e cento silenzi, e chilometri ormai troppo lunghi da percorrere indietro. Senza senso. Non aveva voglia, era inutile e vuoto anche ricordare. Però. Piazza del Popolo e lui, nel video a puntini di un plasma che parlava di elezioni.

Piazza del Popolo dove lo aspettava, e lui le prendeva la mano. O la baciava senza muoversi strizzando la palpebra. "Sono qui, andiamo!".

Toccò il freddo pungente di scariche, la sua guancia si trasformò in una bolla scavata bianca che ritornò a posto quando il dito smise di premere. In fondo quel viso non era mai stato diverso da un'immagine su un video piatto: freddo, annullato dalla gente, dalla necessità di esistere con le regole di un mondo alieno. Troppo distante dalla passione che lei sapeva. Che sola riusciva a renderla viva.

Il ghiaccio e un tizzone rosso di brace. Avevano provato a fondersi. In un tempo perduto.

Piazza del Popolo. Ancora. Come nelle sere di crepuscolo e passi a fare toc toc toc in attesa. E non sapeva da dove arrivasse, non indovinava mai. "Quando indovinerai da dove arriva un uomo sarà per la vita", scherzava lui. Sorrise fissando le immagini sciolte di persone in cappotto blu e volto consueto: l'aveva trovato, quell'uomo. Aveva indovinato il suo passo su corso Magenta in una città diversa, e non solo lì. Ed era stata felice. Chiuse gli occhi. Fermi i pensieri. Fermo il respiro.

Segreti da leccare da sola in un sorriso.

Si allontanò di un passo. Chissà se ci pensava anche lui, ogni tanto. Piazza del Popolo. E gli appuntamenti dimenticati.

la malattia del vento

Img_9198"La pioggia con docili scope
Pulisce i prati dalla ruggine dei salici;
Il vento, come me vagabondo,
Solleva bracciate di foglie"

Sergej Aleksandrovic Esenin, "Vagabondo"




Il vento mi strappa.
Vedo le zanzariere rotte, abbandonate, attraverso i vetri. Il sole fa luccicare le foglie della pianta che ho messo sul balcone: in casa non c'è posto, voglio che parli con il cielo. Non sopporto i fiori recisi sanno di morte: il mio amore fuggito lontano mi regalò tanti tulipani e due sono nel freezer. Cristalli rossi di gelo e ricordo. Non vivono eppure sanno. E ricevono baci sottili nella morte eterna che non hanno scelto.
Amo le piante. Respirano. Le accarezzo con le dita e parlo, e ascoltano e vedono. E vivono con me. Come il gatto grigio che non si fa sollevare tra le braccia ma cerca le carezze. E capisce quando piango.
Insomma.
Questo vento u