abitava uno spazio di silenzio nel folto del bosco
Viveva in uno spazio di silenzio. Il bosco gemeva, ogni tanto, oppure cantava allegro indifferente a lei. Alle sue parole graffiate sulla carta con la mano avvolta in un mezzo guanto di lana e la penna con l'inchiostro blu chiaro a lasciare impronte come sputi. Come carezze leggere sul volto di nessuno.
La mattina usciva presto, e parlava da sola. La vedevo brontolare con la testa china sul sentiero sconnesso, sentivo il pssss della voce senza capire le frasi. Non era pazza, almeno non credo che lo fosse: era solo stanca di mani strette e sorrisi a metà, e preferiva nascondersi in quella capanna di legno con tanti quaderni rilegati ammonticchiati accanto al letto e poche visite due o tre volte l'anno. Di persone che forse non lasciavano un segno. E libri, libri, libri a riempire le stanze fredde profumate di pino.
La mattina, dicevo. Camminava dritta e agile e raccoglieva legna, oppure faceva il giro del lago e puliva con uno straccio l'idrovolante rosso fermo da chissà quanto. Perché l'uomo che l'aveva portato lì non ritornava da un pezzo. Sorrideva spesso, alzando gli occhi alle fronde degli alberi e salutando gli uccelli o i daini che non la temevano e passavano lenti con il muso girato a guardarla. Poi indossava una casacca verde scuro con una bandiera piccola su una manica e scendeva in paese, con quel suo portamonete logoro pieno di soldi spiegazzati e la mania di comprare cibo sempre diverso. Perché le piaceva cambiare, diceva arrossendo e stringendo i pacchetti piccoli al seno prima di ritornare nel folto del bosco.
Nel pomeriggio scriveva. Che ci fosse pioggia o sole o nuvole basse a confondere la vista, sedeva sulla veranda appoggiando i gomiti al vecchio tavolo oppure si rintanava in casa davanti al camino. E le dita correvano fluide a creare storie che poi un ragazzo del paese trascriveva al computer, perché potesse rileggerle e mandarle all'editore (un giovane alto e simpatico che ogni tanto si avventurava nel bosco con il suo accento straniero e il cappello calcato su una testa calva e lucida di sudore). Vedevo calare le tenebre sulla sua figura piccola e storta e disegnavo con la matita nera il profilo della sua testa e dei capelli corti sempre in disordine, e le spalle abbandonate su braccia piegate e spinte ai lati, contratte di concentrazione e scrittura convulsa.
Avrei voluto parlarle. Si inventavano storie sul suo passato che nessuno sapeva, e su quel presente così strano per una donna che sembrava giovane eppure invecchiata di incubi e delusioni da stridere l'anima. O forse era la scrittura a confonderci: non potevamo capire. Leggevamo i romanzi cercando di lei e immaginando che fossero pezzi di un'esistenza che ci era negata, vedevamo di notte i mille uomini della sua penna blu scuro prendere il suo corpo brutali in appartamenti lontani dal bosco.
Ma lei era sempre là. E se uomini c'erano stati dovevano essere ricordi vaghi che non importavano più. Come quello che aveva sorvolato il bosco ed era sceso sul lago con l'idrovolante rosso: alto e fiero, l'aveva baciata e si era nascosto con lei nella capanna che sapeva di pino, ma dopo qualche mese di visite e sparizioni notturne non era tornato. E lei sorrideva, e parlava da sola. Come se lui non fosse esistito, come se il passaggio nella sua vita fosse stato una brezza ormai corsa lontano.
Abitava uno spazio di silenzio. E la guardavo, sapete. Perché quegli occhi nascosti brillavano di luce improvvisa e ti scavavano un buco nel cuore.
Ma se lei si sia accorta di me, questo proprio non l'ho mai saputo.
















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