Camminavo e seguivo a stento il ritmo della musica. La stanza era fresca e piena di fumo, con le mani creavo vortici di vento molle per buttare fuori l'odore delle sigarette che non avrebbe dovuto esistere. Ero ritornata a casa presto, dopo la paura per gli esami di controllo e un parziale relax, e il rifiuto di prolungare l'ansia ai giorni successivi, quelli dell'attesa per l'esame citologico che qualche mese prima aveva scatenato una guerra con il terrore e l'inizio dell'incertezza. Mi ero sdraiata sul letto con il computer, ma qualcosa impediva la scrittura. Mi ero alzata in fretta, al telefono con un'amica, fuggendo da un video che qualcuno aveva pubblicato su facebook per sensibilizzare chissà chi e cercando qualcosa. Un pezzo di pace da qualche parte. E camminavo. Avevo ancora in gola il sapore della pizza fredda e unta che non avrei dovuto mangiare, e il senso di colpa per quelle ore senza regole che mi avevano riportata indietro ad anni che non volevo più avere. La musica usciva dallo stereo nuovo con l'ipod appeso, un album che un amico aveva caricato e che ricordava il mio passato. Succede sempre così: metto su qualche pezzo e sono felice, poi ballo e mi muovo e i pensieri infiltrano la testa all'improvviso. Finché arrivo al motivo vero, quello per cui non sono riuscita a stare ferma a scrivere e ho cercato il sollievo di una pizza unta che non potrei mangiare. Quella sera era così: stordita di stanchezza e solletico all'occhio destro coperto dalla pomata al cortisone, non potevo stare ferma e neanche ballare. Non potevo creare sogni che corressero gli uni negli altri mischiandosi alle illusioni. Avrei voluto le sue braccia forti e alte a stringermi, ma non c'erano da molto tempo e non ero certa che sarebbero ritornate. E il ronzio dentro al cervello, con una sensazione storta di cassetti mezzo aperti e documenti fuori posto, e un tormento che sapevo ma non riuscivo a identificare. Finché la musica è finita. Camminavo ancora, ma ascoltavo il niente. E affiorò all'improvviso, il volto di lei che se n'era andata e colpiva a tradimento come una mutilazione che non avevo previsto. Mi resi conto che era il lutto, o così tanti lo volevano chiamare, era la perdita di qualcuno che aveva costruito il tempo e l'aveva messo nelle mie mani, restituendolo prima di dissolversi nella malattia. Mi appoggiai allo stipite e cercai dentro le parole, le frasi giuste per spiegarmi l'aggressione del dolore: provai a dire che la solitudine, la stanchezza, la paura per gli esami di controllo avevano creato il mostro che mi mangiava il respiro, tentai di inquadrare il crollo delle forze perché facesse meno male. Mi chiesi se anche gli altri, anche loro avessero istanti, ore, giorni come i miei. Avessero il dolore per la morte e per i ricordi che erano buoni e cattivi insieme, erano amore che probabilmente nessuno avrebbe mai compreso. La spalla sentiva lo stipite contro il maglione blu che avevo tenuto addosso nei suoi ultimi giorni, sollevandola e accarezzandola e desiderando che non se ne andasse; avevo indossato il maglione che portava l'impronta della sua sofferenza e della pace quieta delle nostre spiegazioni. Dell'amore che era andato molto oltre gli alti e bassi di quegli anni. Delle promesse che avevo fatto, in un'eternità granitica come la sua stretta di mano. Capii. L'aria fresca che odorava di fumo di sigaretta, l'impressione vaga e torbida della pizza fredda e il telefono con gli sms di un'amica diventarono tratti bruni di un disegno che sapeva solo ricordarmi che la vita era cambiata. Perché lei non c'era più. E faceva male, oltre le mani contratte e i viaggi e le recriminazioni di chi pretendeva che fossi sempre il massimo di me (o dell'immagine di me), oltre i paraventi che avevo messo per raccontare favole alla ragione, oltre i giorni che non sapevano di niente. Lei non c'era più, e io soffrivo. E a nessuno sarebbe stato concesso di capire.
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