- Che poi non si sa cosa esca da tutto questo. Puoi creare il capolavoro della tua vita oppure decidere all’ultimo momento che hai fatto una schifezza, tagliare e tirare via e snaturare un senso che non sei riuscito a dare. E lei, lei soprattutto non mi deve dare troppo credito. Non mi ascolti, se vuole fare bene il suo lavoro. Non mi creda, perché la scrittura non è altro che essenza che prescinde dallo scrittore. Esiste di per se stessa, per fortuna.
Fissa il foglio mentre parla, con la matita a punta grossa traccia segni che Clelia non riesce a interpretare: sembrano onde oppure croci, sottolineature di passaggi illeggibili della grafia minuta e irregolare sul taccuino lasciato aperto davanti. La luce di una lampada si proietta gialla e antica sulle sue mani, un alone circolare che comprende il taccuino, le dita, la matita a punta grossa, il dorso con la pelle grinzosa e macchiata di vecchio. E’ chino, una giacca lisa e pulita gli piove sulle spalle troppo curve in avanti, i capelli bianchi si arricciano sul collo ma non riescono a risaltare nel buio della stanza.
- Perché non accende la luce?
- La luce non serve, abbiamo qui la lampada e ci fa vedere quello che vogliamo.
Non obietta, Clelia. Vorrebbe dire che a lei la luce serve: deve annotare le frasi, i gesti, i respiri, deve tirare fuori il pezzo che le è stato commissionato da Arturo come prova della sua capacità giornalistica. Sono i primi giorni, la scrivania è a metà con Laura della cronaca, quella che se ne andrà a fine mese, l’articolo su Roberto è una specie di esame per vedere se davvero è capace di intervistare qualcuno. E che qualcuno! Roberto riesce a fare piangere colleghi con decenni di esperienza, tace imbizzarrito quando si sbaglia la domanda, rovescia il caffè sul tappeto per una parola detta male, per uno sguardo fuori posto.
- Quando ha iniziato a scrivere?
La fissa, e tira la testa indietro: lo sguardo sfugge alla luce gialla della lampada, Clelia non riesce a capire se sia interessato o deluso.
- Sa quanti mi hanno già chiesto la stessa cosa? Di biografie è pieno il mondo, e le mie dicono che ho iniziato a scrivere da adolescente.
- Lo so. Voglio sapere se è vero.
- Perché non dovrebbe esserlo?
Il tono roco della voce si è fatto più acuto: vuole scoprire se sta barando, se si sia resa conto di avere sbagliato la domanda e tenti di correre al riparo. Trasuda inesperienza, ne è certa, e il rischio che lui la distrugga con quattro frasi secche è tremendamente alto.
- Perché mi sembra improbabile che si inizi a scrivere durante l’adolescenza. La scrittura è un bisogno primario, nasce con noi. Chi scrive lo fa a prescindere dall’età, appena raggiunge una matita, una penna, un pezzo di carbone ha bisogno di mettere giù qualcosa. Di scrivere, appunto. Magari all’inizio non sa cosa significhi, poi i segni prendono forma e significato. Ma aspettare fino all’adolescenza sa di mistificazione.
- Mmmmm, non ha torto. Anche se non mi convince del tutto. Forse i miei biografi intendono dire che ho iniziato a farmi leggere quando ero adolescente. Sa, la scrittura diventa vera solo quando qualcuno legge e allora la data di inizio è molto variabile. Si dice scrittura ma si intende “scrivere per farsi leggere”.
- Non credo che sia convinto che la sua scrittura viva in funzione dei lettori. A lei dei lettori non importa niente.
Non sa perché obietta, non aveva preparato questi botta e risposta con Roberto; forse è la paura, forse temporeggia perché ha visto le montagne di libri sparse sul pavimento, i fogli dappertutto, la sua giacca lisa e le mani vecchie con i calli sulle dita. Forse vuole apparire più colta e furba di quanto non sia. Forse.
Roberto sospira e si china di nuovo sui fogli, con la matita passa e ripassa su una linea laterale fino a renderla lucente di grigio, fino a bucare il foglio e sporcare quello sotto.
- No, in effetti non bado molto ai lettori. La mia scrittura esiste in quanto tale. E’, non diventa.
- Lo so.
- Come fa a saperlo?
- Perché leggo i suoi libri.
- Certo, se non li leggesse non accetterei di rispondere alle sue domande. E’ pronta a schivare qualche piccolo trabocchetto, tanto per verificare se davvero mi legge? Ha presente, nomi e situazioni, cosa c’è scritto a pagina venti di “Vento folle d’autunno”, oppure cosa ho pubblicato nel 1906. Roba così.
Sorride, la pelle del viso si deforma in una maschera pallida e scavata, i denti luccicano di giallo colpiti dalla luce della lampada.
- Va bene. Ma lei non ha mai scritto “Vento folle d’autunno”.
Scuote la testa.
- Osservazione banale.
- Può darsi. Chieda, vediamo come me la cavo.
Il tono di sfida. Le scappa quando qualcuno la provoca. Inspira e manda giù l’aria, deve calmarsi: se rilancia e lo fa arrabbiare la prima intervista diventa il primo, clamoroso fallimento della sua carriera. Roberto alza le spalle. Borbotta:
- No, non mi interessa. Il lettore non mi interessa, quindi anche lei. Se fosse qui senza avermi letto sarebbe stupida, e non mi sembra lo sia. Almeno al primo sguardo.
Con la matita tra due dita si appoggia al gomito e finge di fumare.
- Ho iniziato a scrivere a tre anni.
- Come molti altri scrittori. Ha imparato da solo a leggere e scrivere?
- Sì.
- Interessante. Perché i suoi biografi, o presunti tali, parlano di adolescenza?
Ride.
- Un giorno uno di loro, non ricordo chi fosse, mi ha chiesto quando avessi iniziato a scrivere. Mi è sembrata una domanda tanto idiota da meritare una bugia.
- Quindi anche io le ho fatto una domanda idiota.
- Abbiamo il cinquanta per cento della probabilità. Forse sì, è idiota o fa domande idiote (è lo stesso), se voleva davvero sapere quando abbia iniziato a scrivere. Forse no, se la sua era una semplice verifica delle cretinaggini che si trovano su di me. Quale percentuale sceglie?
- Scelga lei, mi riesce difficile darmi dell’idiota.
Si appoggia allo schienale, allunga le gambe sotto la scrivania: Clelia vede i piedi spuntare e muoversi a destra e sinistra, con le pieghe del tappeto a seguire la rotazione dei calcagni.
- E’ la sua prima intervista?
- Sì.
- Si vede. E’ rigida, ha segnato le domande su un foglietto e sbircia ogni tanto. Ma secondo me non sta seguendo il programma che si è data. Per questo è brava.
Potrebbe sorridere, sente che quei piedi tirati in avanti e le braccia che adesso compiono cerchi laterali come per svegliare la circolazione del sangue o la funzione delle spalle sono segni positivi. Ma non può accettare che la giudichi brava per una sola domanda, per uno scambio preliminare che non ha detto granché di lei, e nemmeno di lui. La prende in giro oppure le forza la mano, la sua fama le dice di non fidarsi perché molti altri prima di lei si sono sentiti in grado di intervistarlo e sono ritornati in redazione senza il pezzo, cancellando le lacrime o la rabbia.
- Perché rifiuta di presentare i suoi libri? Per il disprezzo che ha nei confronti dei lettori?
- Non si rilassa mai, lei?
La guarda con le palpebre semichiuse, la voce improvvisamente pigra.
- Non so cosa intenda.
- Rilassarsi, fare una piccola pausa prima di ricominciare. Sorridere, magari.
- Forse lo faccio, ma non mi sembrava che ci fosse una pausa. Abbiamo detto poche parole.
- Ne abbiamo dette tantissime, se ci riflette. Ho ammesso di avere mentito in almeno un’intervista, ho raccontato che ho iniziato a leggere e scrivere da solo, a tre anni. Sono cose che altri da me non hanno mai ottenuto.
- Perché non le voleva raccontare, perché non le hanno chieste o perché lei ha concluso male l’intervista?
Lo sente ridere prima di vederlo. Gracchia, sospira, sputa, emette urletti in falsetto che lo scuotono e lo fanno sembrare un corvo cui qualcuno abbia sparato di striscio, ferendo solo la coda. Il corpo rivestito di tessuto liso si sconquassa di movimenti anarchici, le braccia sbattono contro la scrivania e si aprono ai fianchi, la matita cade e rotola sotto una poltrona.
- Chi le ha detto che concludo male le interviste?
- Lo sanno tutti.
- Tutti chi?
- I miei colleghi, i giornalisti, la gente.
- La gente crede di sapere troppe cose.
Ha detto l’ultima frase improvvisamente serio, con gli occhi attenti fissi su di lei. Improvvisamente li vede bene: sono neri, sembrano fatti solo da pupille dilatate che mangiano l’iride. “Gli occhi di un demonio”, le viene da pensare, ma non prova paura. Quegli occhi la attraggono, sono buchi densi che potrebbero uccidere. O dare la vita. Sono magneti che non aveva notato, e che adesso ritornano bassi, sul foglio, a fissare le parole che non si capiscono e i segni di matita.
- Dove è finita la matita?
- Sotto la poltrona.
Si alza a fatica, butta indietro le spalle con una smorfia poi sposta la poltrona.
- Le dispiace aiutarmi? La mia schiena non permette movimenti del genere.
Lo raggiunge e si china, si mette in ginocchio. Afferra la matita e gliela porge, lui le tiene per qualche secondo la mano prima di allontanarsi.
- Stava dicendo?
La guarda ritornare dove era prima, sorride strano quando lei accavalla le gambe.
- Perché non fa presentazioni?
- Non le ho mai fatte.
- Appunto. Perché?
- Perché non servono, il libro viene frainteso e usato, interpretato da persone che non mi interessano. Gli scrittori che fanno presentazioni sono sciocchi fantasmi che non sanno produrre altro che libretti da niente. Se un libro vale sul serio qualcosa non va presentato, l’autore non esiste. L’autore è morto.
- Morto?
- Morto, sì. Anche io sono morto. Sono strumento, non creatore. Il libro esiste da sempre, lo concretizzo e mi ritiro. Io non sono importante, io non esisto.
- Intende dire che la scrittura è altro da lei?
- Intendo dire che la scrittura esiste e io no. E di questo ringrazio il destino.
- Quindi. La scrittura per lei è l’assoluto, lo scrittore è relativo. Tanto relativo da essere morto.
- Temporaneamente in vita, ma inessenziale. Sì.
Ricomincia a tracciare segni sul taccuino, spirali che si congiungono o almeno così le sembra mentre cerca di spiare.
- Disegnare la rilassa?
- Non sto disegnando.
- Cosa fa con quella matita?
- Riempio il tempo aspettando che lei decida di andarsene.
- Vuole che me ne vada?
- Non voglio niente, io non esisto. L’ho già detto.
- Se non esiste, perché ha accettato di essere messo su internet? Ha un sito tutto suo.
- Altri mi hanno convinto, altri fanno tutto. A me non interessa, ed è divertente vedere quanti idioti cerchino informazioni su di me senza capire che mento. Mento sempre. E non è neanche tanto importante che menta, perché io non sono rilevante.
- Perché è morto.
- Già.
- Comunque su quel sito dice, o dicono, troppe bugie. Probabilmente vuole dimostrare che la gente che va a leggere di lei su internet è sciocca.
- Stupida. Sciocca è poco.
- Immagino. Come può giudicarli, se è morto?
- Il morto è nella posizione più comoda di tutti, se ci pensa. Può dire e fare ciò che vuole.
- Proprio perché è morto.
- Sì.
- Ma il morto si pubblicizza in ogni caso, con il rifiuto della gente e delle presentazioni, con il sito internet tenuto da altri ma che di fatto esiste, con le polemiche costruite ad arte con editori e critici e rilanciate dalle testate gossipare.
- Gossipare?
- Ha capito benissimo, lei è dietro queste manovre. Pubblicità.
- Di un morto.
- Un morto che sa vendersi bene.
- Potrei arrabbiarmi e cacciarla via.
- Lo faccia.
- No. Ha raccolto la mia matita, altri non l’avrebbero fatto.
- Con la matita lei mastica le parole che ha già scritto, le studia e taglia e sottolinea. Con la matita cerca di ricordarsi di essere vivo. Agisce, per qualche istante. L’ho recuperata per lasciarla aggrappato a qualcosa che non fosse solo un taccuino che non è più suo. Perché già scritto.
Solleva la testa.
- Avevo ragione, lei è davvero brava.
Clelia si alza e gli porge la mano. Lui spalanca gli occhi, stupito.
- Ma non la sto mandando via! Continuiamo a parlare!
Sorride, finalmente. E raggiunge la porta.
- Grazie, credo che il pezzo sia già pronto nella mia testa. Forse addirittura più lungo del previsto. La ringrazio, per essere un morto ha fatto tanto per me.
Esce nella luce del sole di pomeriggio.
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