Ha chiuso le tende, stava per uscire con un saluto gentile e l’ha fermata. Le ha teso dieci euro, lei ha guardato ciò che la mano porgeva e ha fatto un sorriso.
- Grazie.
E un inchino come nelle famiglie nobili, un inchino da cameriera. Si è sentito in imbarazzo, anche se il sorriso bianco su quella pelle scura ha addolcito il gesto che non avrebbe voluto vedere. Non è da inchino, lui, non è da caffè preparato dalla segretaria e neanche da carta messa in mano come a dire “Butta via tu”. Ha un DNA confuso. E’ da albergo di lusso, da idromassaggio a mille con il profumo che lo intontisce e cena in camera quando è solo. Ma sono affari suoi: continuerà così finché potrà permetterselo. Ciò che importa è che non sia da inchino, detesta le parole “segretaria”, “tassista”, “cameriere”, “autista”: proprio non ce la fa, non sa usarle e quando deve indicare l’autista si incarta in giri di espressioni fuori uso e fuori tempo. Ma va bene così, per lui. Lui è lui.
Ha lasciato Roma con il sapore di Lavinia sulla lingua, con l’odore del suo corpo e il piacere di esserle entrato dentro. Ha passato ore al telefono mentre l’autista (che ha chiamato in altro modo, non si ricorda come, quando ha dovuto indicarlo al portiere dell’albergo – e anche la parole portiere no, non l’ha detta) guidava verso Torino.
- Perché non sei in treno o in aereo?
Nelle ore al telefono, in viaggio, l’hanno chiesto quasi tutti; ha spiegato con pazienza i contrattempi e la febbre, il raffreddore e il malessere. Insomma, ha lasciato uscire gli affari suoi ma non ha detto di Lavinia. E nei segni di penna sull’agenda, nelle trame oscure del dietro e dell’affianco sussurrate o gridate nel cellulare, nelle pagine di libro che è riuscito a sfogliare quando un incidente ha rallentato la marcia ha pensato a lei. Alla prima volta che l’ha posseduta, dopo anni di tentativi e giochi. Ed è stato naturale. E indicibile.
La suite dell’albergo di Torino è scura, con un arredamento moderno e luci che piovono da buchi nel soffitto. Quando è arrivato la sua prenotazione non c’era, ha discusso un poco e ha chiesto una suite libera. Ha seguito un ragazzo gentile, è entrato in camera e ha mandato via il soffocamento leggero che lo prende spesso in alcune città dove viaggia da solo senza la prospettiva di incontrare Lavinia. L’albergo delle città che raggiunge per lavoro è sempre bellissimo, freddo e protettivo: entra nelle suite e decide di cenare in camera, oppure cerca l’indirizzo di ristoranti indiani dove gli piace stare con i jeans e un maglione blu con il collo sformato; ama la cucina indiana, lo fa sentire bene. Si è ormai abituato a chi lo guarda dubbioso perché siede da solo, e mangia e legge e scrive. Poche volte chiacchiera con i gestori; sceglie dal menù, chiede e abbassa la testa oppure la lascia pendere avanti, con gli occhi che giocano con le immagini degli altri, tutti seduti a tavoli affollati o almeno in coppia, che parlano e masticano e si toccano i capelli. Litigano, a volte, come la sera prima nella trattoria in campagna dove ha accompagnato Lavinia: una donna si è messa a urlare sul finire della cena, ha dato dello scemo al compagno e lui ha pensato che nessuna donna dovrebbe farlo. Un istante dopo Lavinia ha detto “Nessuna donna dovrebbe dare dello scemo al suo uomo”, e lui ha pensato che sono veramente fatti uguali. Non se lo dicono spesso, oppure usano “bingo” per indicare che hanno pensato la medesima cosa insieme, ma sono simili sul serio. Si prendono e si respingono per questo, come due poli identici che diventano opposti per poi attrarsi di nuovo.
Cena in camera, questa sera. Ha letto e riletto il menù senza trovare niente: ha mangiato troppo, ha ancora il sapore della carne e del corpo di Lavinia e gli sembra che mandando giù altro commetta una profanazione e faccia diluire il ricordo.
- Ma dai, mi sono lavata.
Ha detto lei quando la mattina le ha fatto notare che aveva l’odore del suo corpo sulla punta della dita, e lui si è divertito: ha tentato di spiegarle che la cosa più bella di loro due è l’odore del suo corpo, pulito senza bisogno di strofinarlo con il sapone, e unico, e capace di svegliare la sua voglia anche quando proprio non avrebbe pensato a sudare tra le lenzuola di un letto.
- Sei esagerato!
Gli dice, vedendolo sempre desideroso di lei. E anche lì finge di non capire, o non capisce davvero: è lei l’oggetto, la calamita, è lei l’odore e la vista che lo fanno perdere. Ma è meglio che non sappia. Meglio che creda che gli ormoni di lui siano ipertrofici e golosi, meglio che lo ritenga un bambino fissato con il sesso. Meglio che resti un gioco con un amore non detto.
L’insalata di pollo, forse sceglierà questa. La cameriera ha chiuso le tende, ma prima gli ha chiesto il permesso.
- Va bene.
Le ha risposto, dando un’occhiata ai muri grigi fuori dalle finestre della suite. Non è ancora buio, ma è meglio non guardare fuori perché fuori non c’è niente. Ha voglia di scrivere e guardare la televisione, di farsi un bagno e mangiare in camera. Per fare finta che Lavinia non gli manchi almeno un po’. Per non soffocare di consapevolezza del correre frenetico della vita in una solitudine tanto più profonda quanto più ristretta tra le mura di alberghi sempre diversi.
Deve mangiare e scrivere. Mangiare leggero e scrivere tanto, ciò che gli viene. Perché nel viaggio lungo tra Roma a Torino ha capito la cosa più evidente del mondo: la vita che sta facendo è solo in parte quella che vuole. Manca lo spazio per scrivere, che è spazio per respirare. Non c’entra Lavinia, è fiero di dirlo a se stesso: l’ha percepito come certezza palpabile, ormai le decisioni non dipendono più da lei. Si è rotto qualcosa che li ha resi liberi, si è spezzato il legame malato che lo abbruttiva e limitava il suo amore. Adesso decide solo per sé, e per questa la ama meglio. La ama di più. Ammesso che lei voglia essere amata. Ma, anche nell’amore, il sentimento non dipende da Lavinia: esiste in sé, potrebbe nutrirsi di silenzio e di niente e spegnersi se troppo frustrato, oppure vivere di parole nel telefono, di sms e chatline solo per loro (solo per lui, chissà cosa fa lei quando gli scrive da centinaia di chilometri usando un computer) e degli incontri che riescono a organizzare. Potrebbe vivere con Lavinia e non tradirla mai, sa che potrebbe farlo perché sa di non avere amato altre volte così, ma potrebbe andare avanti da solo godendo dello scrivere, del viaggiare e degli incontri folli e inattesi che gli capitano ogni giorno. Potrebbe morire in un istante oppure respirare per altri cent’anni. Non dipende più da lei, e la decisione che finalmente ha preso in macchina tra Roma e Torino non c’entra niente con gli occhi scuri di Lavinia, con la bellezza di ascoltarla e farsi ascoltare; non c’entra perché è solo sua, e non ci tornerà sopra per ripensarci. Scriverà, diventerà uno scrittore vero lasciando parte o tutto il suo lavoro e finalmente avrà il tempo per le trame lunghe e complesse, per le ore spese da solo con il telefono spento, per la paura della pagina bianca e il trionfo di un romanzo lungo e compiuto. Avrà tempo per mettersi in gioco, e forse non avrà più le suite negli alberghi di lusso ma sarà solo per un po’, finché la scrittura uscirà dalle dita come acqua e tanti leggeranno. O forse non ritornerà più nelle suite, chi se ne frega: troverà alberghetti poetici per intellettuali belli e maledetti e perderà il sonno davanti a una finestra aperta.
Lavinia forse dirà qualcosa, quando lo saprà. Ma non sarà subito, e nemmeno domani, perché non è detto che domani parlino, e nemmeno dopodomani. E non è detto che le dica che ha preso proprio quella decisione, non è detto che lo faccia perché non dipende da lei e forse le farà vedere il risultato più avanti, molto più avanti. Se lei sarà ancora nella sua vita.
Alza il telefono.
- Un’insalata di pollo alla cinquecentodiciotto, per favore.
- Vino?
- No, solo acqua.
Non beve vino quando è da solo. Ama il rosso ma ne fa a meno se non è in compagnia, e non tutte le compagnie vanno bene.
- Un dolce?
- No.
No, il dolce proprio mai. E questa sera mangia leggero.
- Arriviamo in mezz’ora.
- Grazie.
Mezz’ora, né troppo né poco. L’intervallo giusto. Può farsi il bagno, stendersi sul divano e aspettare. E guardare la televisione, e dopo cena scrivere. Oppure capovolgere tutto, e scrivere e farsi il bagno guardando la televisione. Tanto è da solo, e il soffocamento si tiene a bada come si tiene a bada il magone della solitudine. Forse verrà il tempo della voglia di stare con qualcuno nella stessa casa, con amore vero e liti e noia, e forse quella voglia gli verrà pensando a Lavinia ma lei non vorrà ascoltarlo, o forse la voglia comparirà per altre donne che ancora non conosce. Chi sa. Comunque. Ora la solitudine è un gomitolo morbido e creativo, che lo fa respirare e lo intristisce solo in serate particolari e strane come questa. Si attacca al telefono, qualche volta, e cerca gli amici. Lo fa molto meno del passato, si sta abituando, e le parole sono sempre le stesse: non vuole raccontare Lavinia quindi scantona, e dopo qualche minuto la conversazione si perde in mugugni davanti alla televisione o in ricordi ripetuti centinaia di volte.
Mangerà, tra poco. Un’insalata di pollo. Forse penserà a Lavinia, e si chiederà se lei sia in chat con altri. Ma non andrà a cercarla. Se riceverà un sms che lo chiama correrà, altrimenti niente. Non controlla, non cerca, non ha bisogno di sapere. Sa solo che non accetterà mai di dividerla con altri in ciò che è davvero importante, ciò l’amore. Ha il suo mondo, lui, ed è perfetto così: Lavinia è l’amante fedele, la compagna eccitante e viva che arriva e parte, come lui. Lei è l’amore, potrebbero esserlo anche se non si toccassero mai, è il desiderio, la vuole così, e non vuole vederla fuori da quel mondo che ha costruito. Se Lavinia tradisce, che sia molto brava a nasconderlo: in questo è il segreto del mondo che si è costruito.
Poi, c’è anche altro. C’è che la sua vita sta camminando da sola, e Lavinia non c’entra; c’entrerà solo se lo vorranno entrambi, ancora e ancora. Altrimenti niente.
Ha preso una decisione. Ed è solo sua.
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