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Scritto il 09/30/2009 alle 13:28 nella link, Media e tecnologia, Musica, persone | Permalink | Commenti (8) | TrackBack (0)
- Dai, ritorna a letto.
Ha teso la mano per riprendermi, il sudore sulla pelle mi ha aiutata a scivolare via e avvicinarmi alla finestra. Ho spostato le tende con la mano mentre lui sbuffava e si tirava addosso le lenzuola.
- Che lunatica. Non ti piace restare ferma, dopo l'amore?
L'amore. Sorrido, ma non mi vede. Mi piace che abbia usato la parola amore, suona meglio del sesso che abbiamo preparato con le parole per settimane, in un gioco sottile di allusioni a fiori e viaggi esotici con ninfe e fiori di loto. Mi piace che sappia cosa fare e quando e non mostri esitazioni, sono pochi gli uomini così. Sono pochi con me, almeno. Perché quello che lui non sa, una delle tante, tantissime cose che non gli ho detto, è che gioco spesso ma concretizzo poco: mi annoiano le sensualità forzate, quelle a mezzo, quelle che capisci subito che andranno verso un divertimento con la testa da un'altra parte. E lui la mia testa ce l'ha tutta, chissà perché. Non l'ho capito mai, ma dal principio la sua voce, poi il volto e il sorriso, poi ancora i modi estroversi e languidi di chi sa come trattare le donne, hanno scavato un posto speciale nella mia attenzione. E l'hanno messo là, come un animale esotico da osservare prima di distendere le dita per toccarlo.
Non parlo di amore, e se lo faccio il senso è lo stesso che ha appena dato lui. Il gioco delle menti che prelude alla lotta furiosa e lieve dei corpi sudati, un massaggio lento con unguenti dal profumo delicato. Tendo alla noia, faccio cadere miti da piedistalli apparentemente indistruttibili. E non arrivo a lasciarmi sfiorare. La forza debole e indistruttibile, la firma che straborda quando lascio andare la mano sui fogli bianchi con l'inchiostro blu chiedono un polso saldo per incuriosirmi. Anche questo lui non sa, e lascio che sia così. Lascio che pensi a incontri soliti e facili amplessi, perché non mi interessa rettificare. Capirà se deve, altrimenti porterà nei sogni un'amicizia erotica con qualche simpatia.
- Bella, questa casa.
Ha detto così. E l'ha guardata, come se fosse sua. Non ha chiesto permesso, non ha fatto i passi piccoli e timidi che detesto. Ha fatto domande e ascoltato le risposte, ha riso molto, come piace a me. Poi si è tolto la giacca, e il resto sta nelle lenzuola fresche che adesso odorano di noi.
- Si sente rumore, di notte?
Sì, si sente rumore. A volte. Ho solo annuito, accarezzata dal suo restare fermo nel letto senza scappare, presente anche se affacciata a guardare una via che conosco e però appare con una luce nuova. Come tutta la casa, del resto, questa casa che temevo di abbandonare perché densa di ricordi che non volevo più.
- Ho letto le tue cose.
La voce libera un gorgoglio gutturale di soddisfazione. Sono se scrivo, sono se mi leggi. Non lo dico, ma penso a quanta passione metta nelle parole infilate una dietro l'altra, quante bugie e quanta verità, quanto desiderio e quante negazioni. E rido. Da tempo ho perso la voglia di dire che questo è vero e questo invece no, lascio che sia. E liberi tutti.
Un alito di vento arriva chissà da dove, sbatte sulla mia schiena e raffredda il sudore. Ho un brivido, e lui lo vede.
- Perché non vieni qui. Starai più calda.
La voce, ancora. Diversa da prima. Ha abbassato il tono e infilato senso nelle sillabe tirate fuori per eccitarmi.
- E' troppo breve.
- Cosa, è troppo breve?
- Questa pausa. E' troppo breve per un racconto.
Ride.
- Te l'ho già detto. Lascia che alcuni aspetti della storia escano dal racconto e si facciano realtà.
Ha ragione. Almeno, finora l'ha avuta.
Amore, come dice lui. E sipario.
Scritto il 09/29/2009 alle 20:01 nella racconti, racconti brevissimi | Permalink | Commenti (7) | TrackBack (0)
Scritto il 09/28/2009 alle 18:55 nella persone | Permalink | Commenti (4) | TrackBack (0)
Siede a un tavolo piccolo d'angolo, è vestita di rosso; i tacchi altissimi poggiano obliqui sul pavimento di marmo dell'albergo di lusso. E piange.
Scendo le scale che dal ristorante portano al bar, ho in mano il telefono e un libro blu con i racconti di Hemingway: il fruscio dei miei pantaloni neri, la giacca crema che mi ha tenuta fresca al congresso e ora toglierò salendo in camera scivolano sul mio corpo e allentano i pensieri. Perché ne ho bisogno, di allentarli, nelle ore che seguono riflessioni che non avrei voluto. Sui ricordi, sulla fine ingloriosa della stima per un uomo che ho amato, su come cambino gli scenari quando il sipario cala troppo in fretta. Sulla delusione, che è la nemesi delle donne come me: se qualcuno mi delude è come se il mondo si fermasse e crollasse a pezzi in un buco oscuro da cui non c'è ritorno. Insomma, scendo e la vedo. E mi accorgo che piange.
Esiste un pianto particolare che solo le donne conoscono: è piccolo e profondo, leggero come una foglia che si è staccata dal ramo ma non riesce a toccare terra. Un pianto che ha dentro stupidità e delusione, e fa male oltre la logica. E' un pianto che qualunque donna sa riconoscere a istinto, e non c'è bisogno di chiedere, non sono necessarie domande retoriche che provocherebbero altro dolore. Butto uno sguardo rapido al suo vestito costoso, alla linea perfetta della gambe e del seno e al trucco che non si scioglie nonostante le lacrime; osservo le mani curate e la pedicure fatta al massimo ieri. E so che aspettava un uomo. E so che l'uomo non è arrivato.
E' un film già visto. L'appuntamento proposto a mezza voce, l'albergo di lusso con un indirizzo discreto, una telefonata tardiva oppure, quando va bene e male insieme, un regalo piazzato davanti al letto e mimetizzato da un mazzo di rose. E il bigliettino: "Perdonami, ma proprio non posso".
Cammino lenta fino al bancone del bar, per un caffé. La sento singhiozzare dignitosa e discreta, credo di toccare i suoi pensieri. Perché sono stata anche io così, ho mandato in gola gli stessi sussulti increduli. Ho scacciato, come sta facendo lei nel silenzio di un bar ricco dove siamo le uniche clienti, l'idea che no, non si può piangere per un uomo. Mi appoggio con le braccia e chiedo il caffé al barista che finge di niente; mi sorride e me lo porta, poi sparisce dietro una parete. Afferro la tazzina, la porto al viso e respiro l'odore caldissimo che sto per buttare in bocca. Vorrei girarmi, raggiungere la donna che piange da sola e dirle qualcosa. Vorrei dirle le stesse cose che altre hanno detto a me, facendomi arrabbiare ma avendo ragione quando l'amore è andato via. "Tra un po' di tempo ricorderai a stento". "In realtà hai vinto un terno al lotto, lascialo andare. C'è di meglio". "Se un uomo ti tratta così non vale la pena". Sarebbe tutto vero, adesso lo so. Invece resto ferma. Mi viene in mente il mio sentiero tortuoso e fresco nel bosco, e il respiro nuovo che da un po' riempie i polmoni. E so che non potrei aiutarla. Il suo dolore, che condivido forte e denso e urticante come se fosse mio, deve spaccarle il cuore e sputare sangue finché non capirà da sola. Deve arrivare, lei che sa vestirsi e truccarsi e mettersi bella per l'amante che non merita, ad ascoltare la sua voce e provare noia. Perché accadrà, potrei scriverlo su uno dei fogli piccoli del barista su questo bancone: accadrà che dimentichi e passi oltre, e si stupisca di sè per il desiderio lacerante della passione con l'uomo che l'ha lasciata.
Il libro blu con i racconti di Hemingway urta la mia mano. Lo guardo e vorrei portarlo a lei. Forse, se leggesse un passo a caso perderebbe la coscienza del momento, come succede a me; riuscirei a darle una mano senza abusare di frasi ovvie. Ma sto ferma, ancora, perché la mia medicina può non essere la sua. La ascolto piangere sicura che non riuscirà a indovinare ciò che sto pensando.
Mi dite che scrivo cattiverie sull'amore. Quando l'ho vista alzarsi, pagare e uscire dall'albergo con uno sguardo al lungomare che, sono certa, odierà per tanto tempo, ho saputo che sarei salita in camera per parlare di lei. E del dolore inutile e volgare di un abbandono che non ha avuto dignità.
Scritto il 09/26/2009 alle 17:20 nella persone, pezzi di parole, racconti, racconti brevissimi | Permalink | Commenti (22) | TrackBack (0)
La scrittrice Lilli Luini ha scritto una recensione interessante e bellissima del mio romanzo "Le parole del buio". Ora, come Lilli stessa ha detto, nessuno vorrà credere che lei e io non siamo parenti: che dire? Non siamo parenti, ma se lo fossimo ne sarei orgogliosissima.
Grazie a Lilli Luini e a LEGGENDOSCRIVENDO per questa recensione!
Ecco il LINK.
Scritto il 09/25/2009 alle 23:02 nella libri | Permalink | Commenti (0) | TrackBack (0)
Scritto il 09/24/2009 alle 19:04 nella libri, link | Permalink | Commenti (9) | TrackBack (0)
Ma sai che non capisco? Hai lasciato le chiavi nella porta e sei uscita senza dirmi dove andavi, le scale le hai fatte di corsa e probabilmente ti hanno sentita. Tutti. Anche quella del secondo piano, che mi scrive lettere lunghissime quando non ci sei perchè dice di amarmi. Mi ama per i libri che scrivo, mi ama perché sono un uomo buono: come abbia deciso che sia buono non si sa, forse per gli occhi oppure perché accarezzo sempre il suo cane isterico e riesco a calmarlo. Comunque. Sei volata giù di corsa, evaporata in un istante, come quella volta che hai preso tutto ciò che capitava nella mia (nostra?) camera da letto e hai aperto la finestra.
- Datti una mossa e raccatta.
Il tuo accento nordico, non milanese e neanche brianzolo, è riuscito a divertirmi anche mentre gettavi giù tutto, sfiorando per un pelo il lago con l'unica giacca che riesca ancora a portare e il manoscritto di quella scrittrice che si è presentata al mio ultimo spettacolo. E' stato quello, il manoscritto. Ti ha fatta arrabbiare, anche se non ti va di ammetterlo. Perché tu puoi avere tre o quattro o dieci amici (li chiami così, non approfondisco la terminologia), io invece posso solo lasciarti intuire ma mai entrare nel dettaglio. Le donne mi si buttano addosso, dici. E' vero, ma dopo un po' annoiano. L'unica che non l'abbia fatto sei stata tu, per questo mi hai colpito. Pensavi ad altro, l'ho capito dopo. Sono riuscito a venire in camera tua quado ormai avevo perso la speranza, pensavo che non ti fossi accorta dei tentativi di catturare la tua attenzione. Invece è andata bene, e qualche volta ancora mi chiedo perché. Sei come il mercurio che cade e si sfilaccia in migliaia di piccole biglie che rotolano impazzite, hai travolto la mia vita e me la stai restituendo a morsi.
Insomma, per ritornare indietro, al lancio dalla finestra delle mie povere cose, il tuo umore imprevedibile ha afferrato fogli e vestiti, il computer vecchio che non funzionava bene e lanciato. Non hai guardato se ci fossero persone perse di passione (questo angolo buio sotto la mia casa è adatto agli incontri notturni, ci divertiamo ad ascoltare i sospiri dei più disinibiti), ti sei messa un po' oltre la finestra e hai buttato di sotto. L'ultima cosa che hai preso è stata il manoscritto.
- E questa merda giù, nell'acqua.
Il mio cervello ha registrato la frase e ha capito che la scrittrice che mi aveva lasciato il suo romanzo chiedendomi di leggerlo e scrivendo l'indirizzo email con il rossetto era la causa di tutto.
- Detesto chi usa il rossetto rosso!Hai detto, come se fosse una spiegazione sensata.
Mi importava poco, di quel manoscritto, e ancora meno del rossetto, potrei dire che li detestavo: erano la causa di tutto. Non ho fatto in tempo a vederli volare, ero già sulle scale per recuperare le mie cose, furibondo e divertito e con mille dubbi in testa. Sui gradini ho schivato la donna che mi ama e il suo piccolo cane rompiscatole, ho sentito il loro sguardo sulla nuca e il pensiero: "Questo si è rovinato, con una pazza così", ho accelerato al massimo per raccogliere la casa a pezzi che pioveva dal terzo piano e rischiava di galleggiare nell'odore di putrefazione. Mi sono chiesto chi mi abbia spinto a conquistare il tuo amore, cosa mi sia venuto in mente quella sera d'estate. Forse la passione durata una notte intera e ripetuta subito, qualche giorno dopo, forse la tua testa intrigante che mette insieme lucidità e follia. Non so. Mentre correvo e sentivo che ancora buttavi roba mia dalla finestra ti ho odiata. E amata come mai.
Come adesso. E non so dove sei. Hai sussurrato:- Adesso che ci penso.
E te ne sei andata, lasciandomi fermo sul letto mezzo nudo con il ricordo delle tue mani ancora addosso.
- Adesso che pensi cosa?
Avrei potuto chiedertelo, se non ti fossi dileguata in un istante, con passi rapidi e forsennati sulle scale e l'eco della fuga nella strada stretta che porta alla piazza dei barcaioli.
Mi sono vestito e ho pensato di cercarti, ho fatto un passo fuori dalla porta e l'ho visto. Era sul pavimento, dimenticato da ieri sera quando siamo ritornati e ti ho spogliata e accompagnata nella vasca da bagno dove mi piace riempirti di schiuma e massaggiarti prima dell'amore. Era sul pavimento, il reggiseno di quella donna giovane e bionda che mi ha fermato dopo lo spettacolo e ha baciato il mio orecchio, strofinando i seni sul mio torace.
- Sei fantastico, ti lascio qualcosa perché pensi a me.
Si è sfilata il reggiseno e me l'ha dato, e l'ha fatto sotto i tuoi occhi gelidi e immobili. Hai seguito ogni gesto, hai visto il mio imbarazzo e ti sei girata dall'altra parte quando ho infilato in tasca il reggiseno e l'ho ringraziata. Durante il viaggio di ritorno non hai detto una parola, hai risposto a qualche sms con aria di sfida e finto di non sentire la mia mano che ti accarezzava. Poi a casa niente, ti ho baciata e ho detto che ti amo, ho tolto il tuo vestito e soffiato nei tuoi occhi. Poi siamo andati in bagno, per la schiuma e la vasca e tutto il resto. Credevo che, come me, ti fossi dimenticata della bionda e del suo reggiseno; l'ho buttato sul pavimento e pensato che avrei potuto regalarlo a qualcuno, non ci ho pensato più.
Invece l'hai visto, il reggiseno. Ti sei alzata questa mattina con lo sguardo felice e stanco che imparo a conoscere, hai fatto finta di preparare il caffé (fingi sempre di preparare qualcosa, in cucina, ma non ci riesci mai) e buttato lo sguardo sul pavimento. Ti sei fermata, con la mia camicia addosso e i pantaloni del pigiama presi dalla sedia.
- Adesso che ci penso.
Hai detto piano, e sei andata via.
Mi siedo alla scrivania e aspetto, ho deciso di non cercarti. Camminerai scalza vicina all'acqua per un po', poi ti verrà in mente che hai fame. Oppure che mi hai lasciato solo con la vicina del secondo piano, che mi ama e aspetta solo che tu te ne vada per chiedermi una tazza di zucchero e la lettura di due o tre righe del mio romanzo. Un romanzo a caso, basta che abbia la mia voce. Ritornerai con un sorriso, spettinata e sporca, mi chiederai di farti il bagno. E quando sarò dentro di te aprirai gli occhi e mi graffierai la schiena.
- Dillo, che sono unica. Lo voglio sentire.
Mi piace quando fai così. Mi è piaciuto sempre. Anche quando ho dovuto comprare un nuovo computer perché il vecchio era caduto dal terzo piano, e hai voluto che fosse di una certa marca perché la tastiera assomigliava alle mie dita.
Entro nel tuo corpo e non sfioro la tua anima, come nel manoscritto che abbiamo messo a posto insieme. Guardo i tuoi occhi e vedo tanti, e nessuno.
Sei uscita e hai lasciato le chiavi. Non lo capisco, ma so che ritornerai.
Scritto il 09/20/2009 alle 10:07 nella racconti, racconti brevissimi | Permalink | Commenti (12) | TrackBack (0)
Mi hanno fatto ascoltare una canzone, tentano di mettere insieme i pezzi della memoria perduta. Sono arrivata in questa stanza bianca con le pareti pulite e dritte, senza increspature nei muri, dopo un incidente che nessuno ha voluto raccontarmi: ho qualche cerotto grande qua e là, un polso bloccato da un'ingessatura che mi toglieranno tra qualche settimana e gli occhi circondati da lividi blu e neri, che ai lati tendono al giallo. E non ho più memoria.
Potei inventare uno scontro tra automobili, tanto per arricchire un racconto che senza ricordi è vuoto, ma non è stato così: l'infermiere che parla più degli altri ha fatto "no, no, no" con la testa quando ho tentato di strappargli qualche informazione, ma ha giurato che non è stato un incidente stradale. Niente lamiere aperte dai pompieri e donne che urlano spaventato quando arriva l'ambulanza, nessuna scia di benzina sull'asfalto. E, soprattutto, niente assicurazioni da avvisare. I medici vanno e vengono, fanno domande e sorridono; il meno simpatico scuote la testa quando esce, come se ci fossero dettagli oscuri che gli tolgono la speranza. Spero non sia così: polso a parte, mi pare che nel mio corpo funzioni tutto. Tranne la memoria, certo, ma credo che prima o poi me la faranno ritornare.
Insomma, questa mattina mi hanno fatto ascoltare questa canzone tre o quattro volte; è entrata una donna alta, magra e bella, che mi ha baciato il viso con due lacrime.
- Ciao, amica.
Ha detto, commossa, e si è seduta.
- Mi hanno detto che non posso raccontarti chi sei e cosa siamo l'una per l'altra, ci sarà tempo per farlo. Pare che sia più utile, adesso, stimolare il tuo cervello con la musica. Mi hanno fatto scegliere una canzone che potrebbe ricordarti qualcosa, ho dovuto lottare con la rabbia per portarti questo.
- Con la rabbia? Perché?
Ho chiesto, curiosa. Ha scosso la testa.
- Ascoltala e dimmi.
Ha allungato verso di me un lettore musicale con una sola canzone dentro. Posso riascoltarla tutte le volte che voglio, hanno detto, ma ancora non l'ho fatto. Ho acceso il lettore davanti alla mia amica (penso fosse una mia amica: di solito sono le amiche a conoscere i segreti più intimi, quelli che hanno significato solo quando li condividi), ho ascoltato senza dire niente. Le parole della canzone sono molto belle, mi ricordano la semplicità e l'amore vero: quello placido e profondo, ricambiato e senza rischio di rottura. Però sono dettagli generici, non ho volti che saltino fuori quando mi concentro.
I medici erano quasi tutti intorno al letto, come se fosse un consulto tra loro e un'analisi di un animale da esperimento. Annuivano, scrivevano su fogli piccoli e bianchi che poi mettevano in tasca, si guardavano ogni tanto. Uno solo ha parlato con me.
- Ci dica se questa canzone evoca uno stato d'animo particolare. Cosa prova mentre la ascolta?
Ho chiesto tempo, ho azionato di nuovo il lettore muscicale. Quando la canzone è finita ho detto:
- E' bella, parla di amore. Ma è qualcosa che non mi appartiene più. Come se avessi associato la canzone a una persona che non ha più senso, se ascolto le parole.
- Oh, meno male! Almeno questo!
Ha sussurrato la donna, senza riuscire a trattenersi. Un medico l'ha fissata severo, lei ha mormorato:- Mi scusi.
Penso che non vogliano che abbia troppe emozioni tutte insieme, chissà se emozionarsi è negativo per la mia memoria perduta. Non saprei. Comunque nella mia testa è scattata un'associazione: la canzone che la donna-amica ha voluto farmi ascoltare significava amore, perduto esattamente come la memoria.
Ho aspettato che i medici fossero usciti e ho chiesto alla donna:
- Amavo un uomo e gli ho dedicato questa canzone?
Ha sorriso, una palpebra si è mossa in giù poi è ritornata al proprio posto, fissa sopra l'occhio.
- Sei sempre stata una donna molto intelligente.
Ho alzato le spalle.
- Beh, se è così non me lo ricordo. E più la sento più mi convinco che quell'uomo sia come una zattera staccata dalla terraferma, sta navigando altrove e a me non viene voglia di cercarla.
- Ma ti piace ancora, questa canzone? Ho fatto fatica a sceglierla.
- Mi piace molto, sei stata gentile. Mi piacerebbe un giorno dedicarla a qualcuno, parla di amore vero. Forse me l'hai portata perché credevi che il ricordo di quell'uomo rinascesse e mi svegliasse?
- Veramente speravo di no, cioé non speravo che ti facesse rinascere emozioni passate, ma pensavo che potesse darti una piccola spinta.
Mi è sembrata proprio affettuosa, quella donna. Deve essere stata mia amica sul serio, credo. Mi è dispiaciuto che la musica non mi abbia restituito la memoria: è un peccato non trovare più l'amore dentro, dove forse c'è stato e ha voluto dire qualcosa. Ma in questa stanza tutto è così calmo, e bello: ci penserò dopo.
La donna mi ha anche portato alcuni libri, e la cosa strana è stata che appena li ho toccati ogni ansia è andata via. Sfogliavo le pagine, stringevo le copertine, guardavo le parole e dentro di me nasceva la quiete. Funzionano meglio delle gocce che mi danno qui, quei libri: riesco a dormire meglio se li metto accanto al cuscino e tengo una mano sulle copertine.
- Hai voglia di scrivere?
L'ha chiesto l'infermiere gentile. Ha teso la mano, mi ha dato un taccuino nero con le righe e quattro bic blu.
- Quattro? Ne basta una! Quanto vuoi che scriva?
Ha sorriso, enigmatico.
- Secondo me le userai tutte. Tienile, vedrai.
Ho appoggiato sul comodino il taccuino e le penne, ogni tanto li guardo e solo pochi minuti fa ho deciso di prenderli e buttare giù qualche frase. A caso, senza idee. E la storia sta prendendo forma.
E' banale raccontare ciò che mi è successo, potrei inventare migliaia di favole o racconti con la sicurezza di non parlare di me: non ricordo il mio nome, non so se ho amato o meno l'uomo della canzone (so che non lo amo più, e forse è un peccato: magari è fuori ad aspettarmi, spero almeno di volergli bene se è uno che merita), non ho memoria di eventi o persone della mia vita. Eppure la mano si muove, ed è partita da qui. Dalle pareti bianche pulite e lisce, dalla donna-amica che è venuta a trovarmi, dalla memoria perduta. Poi vedremo.
Intanto libero la canzone, la regalo a qualcuno che abbia voglia di dedicarla al proprio amore. Per me deve avere avuto un senso. Al momento, non serve più.
Scritto il 09/19/2009 alle 18:41 | Permalink | Commenti (8) | TrackBack (0)
A Mantova ho partecipato, rapita, all'incontro con Patrizia Valduga. E ho capito che qualche volta, nel mezzo di una vita, l'amore esiste. Forse si tratta di scoprirlo in una somiglianza di interessi e sensibilità. E in un miracolo di alchimia.
Capisco ora, da qualche mese, che per amarsi bisogna anche condividere un po'. Cultura, idee, profondità.
Insomma, questo è un ricordo di Giovanni Raboni nel giorno dell'anniversario della morte, con la voce meravigliosa di Patrizia Valduga. Ma Raboni può dirsi morto?
Scritto il 09/16/2009 alle 08:47 nella Arte e cultura, considerazioni personali, filosofia e vita, persone, Società e costume, varie ed eventuali | Permalink | Commenti (6) | TrackBack (0)
Cambiò canale, si alzò dal letto buttando di lato il lenzuolo bianco e caldo di lei. "Quanto mi fanno incazzare". Entrò in bagno con le lacrime televisive dello spot di una trasmissione che detestava.
- Sono tua madre.
Aveva detto commossa una donna, due lacrime forse sì e forse no sulle palpebre di cinquantenne. Una ragazza (sua figlia, se la definizione di figlia avesse avuto un senso) l'aveva guardata e aveva lasciato uscire la domanda:
- Perché adesso, dopo vent'anni?
Era lì che aveva cambiato canale. Perché la melodia melensa e falsa del video le aveva dato un pugno in mezzo agli occhi, e quella figlia seduta su un divano da ribalta le era entrata nel cervello.
Sedette sul bordo della vasca da bagno e aprì l'acqua: la guardò scendere e riempire timida il bianco del fondo della vasca, trasparente e senza consistenza nel primo velo che si sarebbe trasformato in un piccolo mare capace di accogliere il suo corpo appena uscito dal sonno breve e senza compagnia. Le parole, erano state quelle, oppure lo spettacolo di un dolore che avrebbe dovuto restare nascosto. Toccò la ferita nel profondo dei ricordi, non sapeva se fosse quella della ragazza nel video (chissà se la pagavano per essere là a piangere e mandare giù la rabbia estrema di un incontro che era stata capace di smettere di desiderare) o la propria, la ferita che aveva imparato a riconoscere e mascherare con altro. Con gli uomini cui chiedeva troppo respingendoli e attirandoli a fasi incomprensibili, con le amiche sempre un po' più vecchie di lei, con le compagne di viaggio che non sapeva trattenere se non con il fascino e l'amore del corpo e l'ansia di non restare intrappolata in catene che non sapeva gestire. Avrebbe voluto lavarla, quella ferita, e scoprire che si era chiusa.
L'acqua saliva e le prometteva il ristoro di un bagno pulito, sapone con il profumo leggero, freschezza prima di indossare un vestito serio per il viaggio piccolo verso un congresso che l'aspettava. Il suo umore era quello della mattina: qualcuno l'avrebbe definito "pessimo", sbagliando poco, altri avrebbero alzato le spalle con un sorriso, aspettando che mutasse verso il sole abbagliante che infondeva allegria. Era solare, la sua voce regalava serenità: aveva imparato queste cose nel tempo, ascoltando i commenti di chi l'aveva amata o anche solo di chi da lei aveva preso e a lei aveva dato, condividendo un pezzo di strada. Era il sole, quando voleva. Dietro il sole, però, c'era l'ombra freddissima che non sempre sapeva nascondere. E aveva a che fare con lo spot della televisione che non aveva fatto in tempo a zittire quella mattina.
Perché se il mondo fosse giusto bisognerebbe essere orfani oppure no: bianco-nero, un sistema binario comodo e semplice da capire e accettare, una classificazione tranquilla e a volte crudele che offra schemi di accettazione precostituiti. Si accetta la solitudine dell'essere orfani come si accetta la presenza temporanea (breve o lunga) dei genitori come un rifugio indicibile che costruisce certezza. Ma niente deve stare in mezzo, niente sfumature di grigio. Come quella della ragazza sul divano della televisione, le telecamere addosso e la decisione di un abbraccio o un rifiuto da prendere in cinque minuti. La ragazza mezza orfana che si era inventata la vita elemosinando attenzione e legandosi a sguardi che la catturavano.
"La sindrome dell'orfana", la definivano così. La conosceva bene, avrebbe potuto tenere seminari commoventi e retorici di fronte a un pubblico annoiato ma deciso a mostrarsi benevolo: poteva dire cosa fosse e come evolvesse, quali buchi scavasse nell'anima e quali altri riempisse con surrogati di amore. Certo sarebbe stata capace di strappare una lacrima, muovendo l'identificazione di tanti orfani veri convinti di condividere con lei la stessa tragedia. Invece. L'orfana, lei, avrebbe dovuto spiegare che una madre l'aveva. E nonostante anni di analisi non era ancora riuscita a pronunciare il suo nome. Non ci sarebbero state trasmissioni televisive sguaiate a stuprarla, per fortuna, e neanche corse affrante e salvifiche l'una nelle braccia dell'altra. Il tempo passava, piccole rughe diventavano evidenti ai lati degli occhi e gli uomini erano eventi totali nello scorrere dei giorni, destinati a perdersi nella sua fame di amore o nell'incapacità di ricevere: nessuno di loro sapeva, nessuno aveva saputo. Solo uno, che l'aveva cresciuta e la seguiva muto nella sequenza inevitabile di rincorse e cadute. Ma quell'uomo non le aveva chiesto parole: aveva indagato da solo, raccolto informazioni dove poteva e ricostruito la storia, mettendola in tasca perché lo aiutasse a non sbagliare oltre il limite di un DNA umano. Era meglio così. Perché offrire un racconto e mettersi nuda implicava ritornare a un passato sepolto, murato sotto cumuli fragili e eterni di cemento a presa lentissima e rapida che aveva usato per costruire se stessa.
Un'orfana a mezzo non è figlia. Lo è per il Municipio e gli occhi degli altri, lo è per i sensi di colpa quando di scopre di non perdonare. Lo è per la voce che non chiede come stai e non consiglia la via migliore da prendere. Lo è per i "non", qualche volta per i "devi". Ma l'amore, quello proprio non c'entra. L'orfana a mezzo annaspa a mani aperte e cerca l'amore che non ha avuto, sputa la rabbia all'improvviso contro le persone sbagliate; fa errori che prima o poi deve ammettere, guardandosi con indulgenza quando la maturità la raggiunge. E no no no no, non sa perdonare. Lo sapeva, ne aveva coscienza dagli anni della chiarezza e se la portava dietro negli alberghi dove dormiva, entrando e uscendo senza lasciare ricordi. Rise da sola, controllando con una mano la temperatura dell'acqua del bagno. Stava molto bene, era felice; gli alberghi e le case che abitava per tempi troppo brevi non la illudevano, le davano la solidità arida di pareti promiscue e pulite senza intrappolarle il respiro. Aveva lasciato indietro relazioni sbagliate (e anche qualche relazione giusta che aveva esaurito il proprio senso) e prendeva la gioia di doni improvvisi che forse erano il vero segreto. Aveva amici, interessi, passioni che la divoravano e riempivano vuoti. Aveva il sesso raro e perfetto di un uomo che sapeva sorridere. Aveva se stessa.
Però. La frase della ragazza in televisione era la goccia che non avrebbe dovuto lasciare cadere nella vasca da bagno quasi piena.
- Perché adesso, dopo vent'anni?
Ne capiva il senso, condivideva il tono disperato. Non aveva pietà per la donna di cinquant'anni seduta oltre il muro fittizio dello studio televisivo, la donna che non avrebbe dovuto ritornare.
Perché adesso? Perché ora, oppure mai?
Chiuse l'acqua e abbandonò sul pavimento la camicia da notte di seta. Alzò un piede per entrare nel mare piccolo e trasparente che l'avrebbe lavata. Meno male che puoi cambiare canale, meno male che non sempre devi spiegare. All'orfana a metà sia regalata la voglia di non dire.
Scritto il 09/12/2009 alle 15:36 nella racconti, racconti brevissimi | Permalink | Commenti (11) | TrackBack (0)
Si va per tentativi. Come quando si incontra un uomo e scatta la scintilla (banalissima immagine che non so cambiare, chiedo venia ma salire quassù ha esaurito l'originalità): il fascino dell'incontro ti travolge, pensi e ripensi a ciò che è accaduto e aspetti di capire se esisterà un seguito. E vai per tentativi. Qualcosa lo farà arrabbiare, altro lo incuriosirà, altro ancora apparirà evanescente nella ragnatela di sorrisi ed errori che tutti fatalmente commettono. Nello specchio coagulato di una relazione che ancora non esiste e forse non esisterà mai, valuti cosa ti faccia sentire bene e cosa invece sia un elemento a sfavore, in un elenco con i "pro" e i "contro" allineati in ordine a destra e a sinistra, e una bella riga sotto per calcolare la somma algebrica. L'ho fatto molte volte, questo gioco dei pro e contro su un foglio bianco di taccuino, quasi mai ho dato retta al risultato: solo a quarant'anni ho imparato a diffidare dell'istinto e ripassato la matematica, con una dose di razionalità ripescata nelle tasche di un cappotto vecchio.
Ma non è di uomini che voglio parlare. I tentativi sono legati ad altro. Ho trovato questa casa nuda e bianca per caso, in una passeggiata pomeridiana senza pensieri di rilievo: esistono ore apparentemente vuote, sono quelle in cui pensi che niente sia destinato a cambiare e ti rassegni a mandare un piede dietro l'altro con una quiete un po' irreale che domina la testa. Camminavo a guardavo in giro, per togliermi dagli occhi le parole nere su fondo bianco del computer. E ho visto questa casa. Per la verità, ho visto per prima la salita impossibile coperta di arbusti selvaggi cui nessuno mette mano da tempo: non vedevo il sentiero, e da qualche parte in fondo alla gola saliva la voglia di trovare un varco per avvicinarmi sfidando il caldo impossibile di un luglio atipico.
Ho visto il verde appallottolato, avvinghiato dei cespugli e ho immaginato un bambino nascosto tra i rovi, incurante delle punture piccole sulle gambe e pronto a gettarsi fuori urlando per spaventare la donna in tuta da ginnastica con i capelli corti e spettinati. Ho fatto girare gli occhi tra il verde e il nero, e i piccoli spazi bianchi dell'intreccio che ostruiva il passaggio: me lo sono proprio costruito, il bambino nascosto e pronto a saltare fuori, volevo che ci fosse e non capivo perché. Forse perché mi sono sempre stati simpatici i bambini discoli e irriverenti, come sono stati i miei fratelli quando correvano in giardino e rubavano i fiori dei vicini per dimostrare di essere coraggiosi. Sono andata un po' avanti nel silenzio dell'aria mossa appena da una brezza insoddisfacente, tanto convinta di vederlo schizzare in alto con una smorfia che la pelle si è increspata e, lo potrei giurare, le pupille si sono ridotte e due puntini neri. Ero pronta alla fuga, e al successivo ghigno ironico del bambino alle mie spalle. Speravo che si divertisse e raccontasse agli amici di avermi messa in fuga, fiero di sè.
Ma niente, non ho visto anima viva. Nè bambini nè grandi, e neanche animali. Peccato, ho pensato mentre infilavo il piede nella sterpaglia e decidevo di provare a raggiungere la cima. Il sentiero era invisibile, ho tracciato una strada plausibie verso la porta della casa bianca e deserta e l'avventura ha preso forma senza più pensieri. Su e su e su, ho mangiato sudore e caldo e mi sono maledetta più volte sentendo la maglia appiccicata alla schiena e i pantaloni stretti sulle gambe, impacciate di caldo e assenza di allenamento. Non ho mollato fino alla casa, il respiro affannoso a farmi vergognare per il suono animale nelle orecchie: sono arrivata in alto, ho toccato il muro (era fresco, come lo aspettavo: niente come queste vecchie case regge bene il sole a picco) e cercato di aprire la porta.
Il peso del mio corpo buttato sul legno scuro della porta è stato un contraccolpo violento che mi ha spostata di almeno un metro: non ha ceduto, mi ha rimbalzata brutalmente come un'amante non più desiderata oppure un ladro che non avesse calcolato la stazza dell'avversario. Indietro, e l'equilibrio quasi perso. Cadevo, ho capito, perché quella porta non mi voleva lasciare entrare. E' solida e chiusa, serrata senza remissione.
La scintilla (come con l'uomo ipotetico dell'inizio del mio breve racconto) è scattata lì, quando la porta non ha ceduto. Non ha neanche immaginato di cedere. Dimenticando gli insegnamenti di anni di analisi e decine di errori, ho sentito nascere la sfida e in un tempo infinitesimale ho saputo che avrei vinto. E' la mia nemesi, sapete: meno è facile il confronto più energia metto nel duello. E un duello con una porta centenaria chiusa come si deve è tosto, non c'è bisogno che ve lo dica. Tutto ciò che è tosto mi irretisce, riempie il mio cervello e intontisce la ragione.
Eccomi qui, adesso. Si va per tentativi, come vi ho detto prima. Ho la chiave in mano e tento di aprire la porta. La serratura deve essere arrugginita e forse, a pensarci bene, se comprassi questa casa avrei molte difficoltà a trasportare quassù qualsiasi cosa o invitare amici. Avrei pensieri orrendi per me stessa, costretta sulla cima di una collina di rovi senza bambini che si nascondono per farmi scherzi da accapponare la pelle e senza il sollievo di vicini anonimi sui quali proiettare le fantasie della noia. Eppure la mano trema, e l'unica cosa che conta è che la porta si apra. Voglio sentire l'odore della muffa e il corri corri dei topi, voglio avere la certezza che nessuno entra qui da mesi, anni, perché nessuno è riuscito prima di me ad andare oltre. Sono ostinata, dice qualcuno; stupida, dico io. Ma non importa. E' una sfida, amici, e potrò metterci ore ma farò girare questa chiave.
Le mani spingono e tirano, il sudore mi scivola addosso insieme a un caldo liquefatto che stento a riconoscere; davanti agli occhi ho la nebbia leggera e opaca della disidratazione, della corsa forsennata per arrivare a questo legno scuro e saldo che non vuole farmi entrare. Ricordi di altre sfide, altri colpi duri sul torace per incassare e reagire, incassare e reagire. Perché ho sempre dovuto lottare per ottenere qualcosa, niente è stato gratis. Come questa porta.
La porta ottusa e serrata si aprirà. E avrò vinto. Questo solo conta.
Scritto il 09/07/2009 alle 20:06 nella racconti, racconti brevissimi | Permalink | Commenti (9) | TrackBack (0)
Gli ha risposto con un sorriso, e per fare posto al suo caricabatteria ha inclinato il computer. In modo che vedesse cosa c’era sullo schermo. E l’uomo alto sui sessanta, con la barba sale e pepe e la giacca di un vestito grigio su una camicia azzurra, non ha mancato di rispettare le attese: fingendo di badare ad altro ha puntato le iridi nere e fosche sullo schermo, e le ha lasciate scorrere su immagini e parole...
Scritto il 09/05/2009 alle 19:33 nella racconti, rosso scarlatto | Permalink | Commenti (8) | TrackBack (0)
Qualcuno lo chiama colpo d'ala, è un modo di dire che mi piace ma raramente uso. Forse per l'abitudine a creare le parole da sola stracciando la retorica, forse perché l'ala deve ancora crescere del tutto. Comunque, il colpo d'ala è ciò che manca a questo pomeriggio infermo di afa e tempo che sgocciola dall'orologio.
Abito in una campagna che non vi susciterà espressioni di giubilo: pochi la conoscono e non rappresenta il miraggio degli intellettuali che si concentrano su un libro da scrivere oppure dei divi del cinema stranieri nel delicato passaggio dell'età in cui il mento diventa doppio e l'occhio spermatico si trasforma in colla. La mia campagna è povera e puzza di vacca, di sterco lasciato cadere da animali distratti che ancora riescono ad andare al pascolo e fieno tirato su con il rastrello da contadini ingobbiti con la camicia di flanella a scacchi rossi e neri. Il sole batte obliquo sull'erba secca e bruciata di un'estate che non ci appartiene: siamo al Nord, troppo per il caldo di questa stagione, anche se qualcuno ha detto che ci dovremo abituare. Questa mattina sono uscita presto per andare al paese e cercare i giornali: come al solito ho incontrato Pio con il suo cane. Ha tirato su le falde del cappello per controllare che fossi proprio io e mormorato un saluto senza grazia, tre dita agitate vicino alla fronte per essere amichevole; ha detto che non è più tempo per il lavoro che ha ereditato da suo nonno, ha fatto bene a mandare il figlio a studiare nella città dove non gli sembra più lo stesso ("me l'hanno cambiato e non mi sono accorto, meglio per lui perché qui altrimenti moriva di fame e fatica") ma almeno glielo tirano su come si deve. "Cosa se ne fa di un padre contadino? Mi viene a trovare ogni tanto ma si vede che non gli piace". Gli ho chiesto se smetterà di fare così caldo, non ne posso più di stare seduta a scrivere con il sudore che mi cola addosso e rovina le magliette con gli aloni sotto le ascelle che puzzano dopo neanche mezza giornata. Ha allargato le braccia e detto: "Chissà", poi ha tirato avanti e fischiato al cane. Perché le chiacchiere sono uno spreco di tempo, e non c'è tempo che si possa perdere su questi pascoli lisci appena inclinati in su fino alle colline dell'ombrellino.
L'ombrellino. Voi non sapete, è giusto spiegare. L'ombrellino è un gruppo di alberi che sta accanto a una cascina, poco lontano dalla casa dove vivo. Un produttore ci viveva, in quella cascina, l'aveva trasformata in una villa con la faccia di pietra e gli spazi tra i sassi scavati con lo scalpellino a mano, e aveva deciso che la nostra terra sarebbe diventata come l'Umbria, come la Toscana: ricchi vestiti da poveri ma con tante firme sui cartellini nascosti dentro gli abiti avrebbero popolato le cascine rimesse a posto e disinfettate a dovere, senza più l'odore delle galline e del minestrone che sta su tutto il giorno. Ma non ce l'ha fatta, poveraccio: sarà stato il cambiamento d'aria, sarà stata la noia ma è ripartito dopo tre mesi scarsi, ha convinto i figli a fare qualche festa il sabato sera nella cascina tanto per non pensare di avere buttato via i soldi poi ha venduto a un farmacista del paese. Sottocosto, roba da fame, dicono, anche se secondo me è il farmacista a mettere in giro la voce perché non gli va di ammettere di essersi fatto ricco con le nostre medicine da ordinare in città.
"Ah, che meraviglia. Bere le uova fresche e il latte appena munto, beata te". Il mio editore ripete sempre le stesse cose. Arriva con la macchina nera station wagon, lascia andare il labrador per fargli fare una corsa e si siede sotto il pergolato: non si capisce come mai, quando arriva ha sempre un paio di pantaloni di velluto a coste e una camicia bianca aperta sul petto, come se fosse in gita con i figli in una baita di montagna; comunque mi ripete questa cosa delle uova fresche e del latte appena munto, e non pensa che qui i contadini certe cose te le vendono, mica sono lì pronti a regalartele. Non mi è mai venuto in mente di entrare in cascina e chiedere un uovo, oppure un mestolo di latte appena munto: mi fanno schifo freschi, se ho fame apro il frigorifero oppure prendo la bicicletta e vado al mercato del giovedì dove al bancone della frutta mi chiamano "la scrittora" e mi offrono sempre una mela rossa. Ma devo stare lì almeno venti minuti e inventare storie, altrimenti niente mela e qualche parola storta detta dietro. Sono suscettibili, qui, appena mostri che hai fretta credono che ti stia dando arie e non ti sorridono più. Per quanto sia possibile sorridere in questa campagna del Nord dove tutti hanno altro da fare. "Allora, cosa scrive la scrittora?", dicono così e aspettano che racconti. Sono rimasti impressionati da un servizio della televisione: sono arrivati camioncini bianchi pieni di gente e macchine e telecamere, mi hanno ripresa in casa, hanno voluto che passeggiassi con una gonna verde e una maglia che non era mia raccontando che l'atmosfera della campagna è il segreto dei miei libri. Contenti loro, a me sembrava più interessante parlare d'altro ma le logiche televisive le conoscono loro; il mio editore con i pantaloni di velluto a coste era contento quindi non c'era niente da dire.
Che caldo. Un bambino piange da qualche parte, deve essere il nipote della Maria che non sta mai zitto quando ha fame e li fa stare in piedi tutti a turno per farsi coccolare. Ha una voce da neonato, credo che non la cambierà mai: sono mesi che va avanti, il tic tac dei tasti del mio computer va al ritmo del suo pianto eterno, non so cosa farei se un giorno lo vedessi uscire con i pantaloni lunghi per andare a scuola. Ormai mi sono abituata.
Ma manca il colpo d'ala. Non so perché, oggi il romanzo non funziona. I due parlano e parlano e si sono perdonati: niente rabbia niente stimolo per il paragrafo, e per il sesso ci vorrebbe che Sergio fosse venuto a trovarmi questa settimana. E' proprio bravo a farmi venire in mente il sesso. Invece niente. Ha da fare, dice, e la fantasia dopo un po' mi passa. Insomma, credo sia meglio alzarsi e accendere la radio. Il bambino continuerà a piangere e io preparerò la cena. L'ala deve ancora crescere, e per il colpo aspetterò domani.
Scritto il 09/03/2009 alle 23:31 nella racconti | Permalink | Commenti (10) | TrackBack (0)
Ho promesso testimonianza da VeDrò 2009, approfitto di una pausa tra il lavoro del gruppo di cui faccio parte ("tutta salute") e la registrazione di una puntata di Omnibus su Walter Tobagi (si prospetta interessantissima, come fu interessante la puntata che girammo lo scorso anno su Enzo Tortora) per scrivere in libertà.
La prima giornata di VeDrò (lunedì 31 agosto) ha avuto sessioni plenarie bellissime: dopo l'apertura da parte di Benedetta Rizzo, quale migliore esordio che una lezione di Gian Arturo Ferrari sui libri? Spero di avere capacità descrittiva e tempo sufficienti per pubblicare presto una sintesi vera, comunque è stato interessante imparare che esistano due categorie di libri: quelli dell'editoria di progetto e quelli dell'editoria d'autore. Per intenderci, nell'editoria di progetto la "fabbricazione" del libro parte dall'editore che decide di produrre un libro (o una serie di libri) su scala industriale su un determinato argomento, propone l'idea all'autore e successivamente pubblica ciò che l'autore ha scritto. Un esempio di editoria di progetto che rappresenta attualmente il più grosso business editoriale del mondo è il cosiddetto ELT, cioé English Language Teaching: il numero di persone che desiderano o devono imparare l'inglese è altissimo, e questo si riflette sulla domanda e sulla produzione di libri. Nell'editoria d'autore invece i libri non si "fabbricano": l'autore scrive la propria opera, la propone all'editore che successivamente la pubblica. L'autore quindi è l'unico responsabile della scelta dell'argomento, dell'impostazione del manoscritto, senza che vi sia una decisione basata sul bisogno del pubblico.
E' chiaro che la lettura dell'editoria di progetto sia diversa da quella dell'editoria d'autore: l'editoria di progetto è guidata dalla domanda, dalle richieste e dal bisogno del pubblico quindi la lettura è finalizzata, l'editoria d'autore nasce dalla creatività dello scrittore quindi la lettura non è funzionale, è libera e "inutile". Da autore e lettore, ho un tremore incontrollabile alla mano quando scrivo la parola "inutile", per me l'inutilità della lettura è il bisogno maggiore da sempre. Comunque. Anche il mercato si differenzia molto: il mercato dell'editoria di progetto è in larga misura prevedibile, quello dell'editoria d'autore non lo è affatto. A proposito di mercati del libro, quelli più grandi al mondo sono otto e includono l'Italia al settimo posto.
Parliamo di lettori. Esiste un paradosso tutto italiano. Il mercato italiano è, come dicevo qui sopra, enorme: siamo i settimi nel mondo, e il consumo culturale è conseguentemente elevatissimo. Però i lettori rappresentano solo il 38% della popolazione adulta, con lo 0.4% di lettori fortissimi (oltre 20 libri all'anno), l'1.1% di lettori forti (11-20 libri all'anno), il 6.5% di lettori medi (6-10 libri), il 15.2% di lettori deboli (3-5 libri) e il 14.8% di borderline (1-2 libri). Queste percentuali sono calcolate sulla popolazione generale, se vediamo le percentuali stabilite all'interno del gruppo "lettori" vediamo che i lettori fortissimi rappresentano l'1%, i lettori forti il 3%, i medi il 17% e i deboli il 40%. Tutto ciò che per dire che poche persone leggono, il consumo culturale è di una piccolissima minoranza che, a quanto pare, legge tutto ciò che viene venduto.
La parte conclusiva dell'intervento di Ferrari ha riguardato gli ebook. Credo avremo modo di discuterne qui nel blog. Il feticismo del libro, della carta da annusare e portarsi dietro per leggere e rileggere mi riguarda senz'altro, tuttavia aspetto con ansia che i dispositivi per la lettura degli ebook raggiungano livelli tecnologici e di accessibilità ai testi degni dell'attuale standard degli USA; sono assolutamente favorevole alla lettura sui supporti ebook. Possiedo un paio di dispositivi che mi seguono in borsa, anche se il miraggio (che diverrà oggetto concreto nelle mie mani quanto prima: ad aprile avevo chiesto a una persona di acquistare per me un ebook in Oriente ma ho certezza che vivrò aspettando, quindi la mia ferma risoluzione è agire in proprio) è il Kindle 2. Oh, quanto mi lascio affascinare dalla tecnologia quando si parla di scrittura! La magia dell'acquisto d'impulso (la mia vita è impulso continuo) è uno degli aspetti più belli dell'ebook, anche se dovremo aspettare un po' per eguagliare la meraviglia americana del "sono connesso ovunque, mi viene in mente un libro e click, lo compro".
A conclusione di questo breve e impreciso report (stanno accendendo i riflettori per Omnibus), una considerazione a margine sul numero esiguo dei lettori: Ferrari ha concentrato l'attenzione sull'estrema difficoltà di estendere alle classi socio-culturali meno sviluppate del nostro Paese la lettura e, conseguentemente, la cultura, attribuendo a retaggi atavici di arroccamento dei "colti" sul proprio stato elitario la causa delle percentuali deludenti di lettura nella popolazione generale. Condivido quasi interamente: siamo nel 2009 e ancora vediamo scrittori che storcono il nasino quando si tratta di coinvolgere la gente nella cultura, tentare di offrire a tutti strumenti per appassionarsi e migliorare se stessi. Detesto lo snobismo, e quando si tratta di lettura e cultura lo trovo segno di profonda povertà morale (ignoranza, anche in chi esibisce preparazione enorme). Tuttavia, esiste anche il tratto genetico che rende alcuni lettori forti e fortissimi e altri medi o deboli: si nasce forti lettori, difficilmente si diventa. E' importante capire quanto sia possibile incrementare l'interesse per la lettura nelle persone non geneticamente predisposte a essa.
Scritto il 09/01/2009 alle 15:03 nella Arte e cultura, Attualità, considerazioni personali, libri, Media e tecnologia, persone, priorità, Società e costume, varie ed eventuali | Permalink | Commenti (0) | TrackBack (0)
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