Se qualcuno ci insegnasse da piccoli a scampare un pericolo senza doverci passare attraverso guadagneremmo vita, salute, serenità. Eviteremmo senz'altro le nevrosi tipiche degli adulti, quelle che ci fanno essere magri o grassi o molli e chiazzati di rosso sul viso. Insomma, ci vorrebbero gli strumenti. Il cervello nasce già con tutti i neuroni a posto, le connessioni esistono e si possono sfruttare: perché non immagazzinarci dentro la verità, invece delle favole della buona notte e del delirio su Babbo Natale che scende dal camino?
Mi illudevo che l'esistenza fosse una quieta passeggiata su un lago dorato, quando ero bambina. Nel grande giardino dei nonni, con la mia sorellina più grande e il cane giallo che mi seguiva ovunque, correvo e saltavo giù dall'altalena senza badare alle ginocchia sbucciate e ai capelli che dopo pochi minuti perdevano la forma dei codini ai lati della testa. Mi divertivo, cantavo carole natalizie anche a maggio e aspettavo la sera per coprirmi di lenzuola pulite imbevute del profumo buono del detersivo con i granuli azzurri da infilare nella vaschetta della lavatrice.
Giocavo, moltissimo. Avevo due bambole di pezza che truccavo e la nonna lavava, un peluche informe che avevo chiamato Miele (era stato un orso, in origine, ma qualche volta mi svegliavo con il desiderio di stringere tra le braccia un ramarro, un elefante, una cimice, un porcospino, allora immaginavo che Miele fosse tutti quegli animali insieme, tagliavo il suo pelo raso e tentavo di plasmarlo perché non assomigliasse a un orso ma a un'entità senza forma definitiva, capace di deliziarmi con identità differenti), e una corda per saltare: ero scattante e magra, saltavo per ore da sola oppure con le amiche che venivano a trovarmi, o con mia sorella che amava, come me, stare fuori al sole e cantare le carole di Natale. Ci mettevamo a un capo e all'altro della corda, la facevamo girare e "saltavamo dentro" torcendo il braccio, riuscivamo ad andare avanti duecento, trecento, quattrocento salti senza sbagliare, poi crollavamo sul dondolo del nonno in attesa del pane con il burro e lo zucchero. E con la marmellata di castagne, che a me piaceva moltissimo per il sapore di vaniglia che si scioglieva sulla lingua. Non ho più mangiato la marmellata di castagne dal maggio 1986, il dieci di maggio, quando morì mio nonno, ma questa è un'altra storia e non mi va di raccontarla. Il tradimento maggiore della mia vita fu la morte di mio nonno, che non avrebbe dovuto arrendersi alla malattia: avevo deciso che fosse eterno, non ascoltarmi fu il suo unico e irrimediabile errore.
Comunque. Anche all'asilo ero capace di trascorrere ore nel divertimento più spensierato senza pormi il problema di crescere. C'erano gli amici che ritrovavo la mattina e portavo dietro nella testa per qualche ora quando uscivo, poi sparivano nel sonno della notte, popolato di cartoni animati che vedevo fino a metà (mi stanco sempre davanti alla televisione, mi viene sonno, mi lascio andare e dormo oppure mi alzo e faccio dieci, cento altre cose) e completavo con la fantasia, c'erano le suore simpatiche che probabilmente avevano noi come unica ragione di vita. Infatti una di loro si suicidò, qualche anno dopo, ma anche questa è un'altra storia, e anche questa non voglio raccontare: l'idea di una suora placida e amorevole che vola giù da un palazzo troppo alto per la resistenza del suo fragile corpo mi fa orrore, ho deciso che non esiste. All'asilo osservavo le bambine più grandi di me e vedevo i loro vestiti, ne invidiavo gli stivali a metà gamba oppure le gonne scozzesi rosse con le pieghe. Mi sentivo diversa da loro, non sapevo perché. Erano pettinate con i capelli lisci sulle spalle e sapevano cose che ero certa di ignorare: non capivo cosa sapessero, ma ero sicura che fosse così. Erano arrivate più avanti, la sapevano lunga e io no. E il motivo mi sfuggiva. Parlavano fluide e raccontavano delle domeniche con altri amici lontani dall'asilo, dei genitori e di case che non avrei mai visto. Mostravano piccole fotografie in bianco e nero di cani e gatti e spiagge e nonni giovani con i costumi ampi e un pallone a spicchi in mano. Mi lanciavano occhiate sopra le spalle, oblique, quando mi avvicinavo per parlare, poi sussuravano che ero quella che giocava sempre con i maschi e si allontanavano di un passo, lasciandomi lì a rimuginare. Per pochi minuti. Finché ritornavo a correre e a rubare loro l'altalena con la complicità di Dante, Giorgio, Paolo, Giuliano. Oppure di mia sorella che, nonostante fosse più grande di me, era all'ultimo anno dell'asilo e poteva dirsi mia alleata.
L'asilo mi piaceva, mi ci divertivo sul serio, ma era nel grande giardino dei nonni che trovavo la mia casa. C'era una tartaruga immersa nell'arba verde e piccola, fresca di goccioline di rugiada, e un cespuglio di bottoni d'oro che pioveva sul sentiero e mi permetteva di nascondermi con un libro illustrato nella tasca del grembiule: il nonno mi cercava là quando trascorrevano le ore e non si aveva notizia di me, spostava con le mani le fronde verdi e gialle, si chinava e sorridendo arrivava nel mio nascondiglio fresco con la luce del sole che entrava a spicchi, si sedeva accanto a me e mi faceva leggere ad alta voce. Incrociava le gambe con un po' di fatica e mi accarezzava il viso, poi ascoltava e ascoltava e ascoltava. E io credevo che non sarebbe mai andato via. Credevo anche che il cespuglio fosse pronto ad accogliermi per tutta la vita, lo immaginavo uguale e grande e accogliente, con quella luce dorata così speciale che non ho mai ritrovato. Sognavo che, sotto le frasche verdi con i pon pon gialli e il sole a spicchi e lame, avrei riscoperto, fermo ad attendermi, il sorriso di mio nonno, la mano morbida e salda sul mio viso e l'ascolto paziente, con le poche parole tenere e rassicuranti a riempirmi le orecchie. Di ritorno da un viaggio, qualche tempo fa, ho camminato sul sentiero e chinato la schiena, ho tentato di infilarmi nel cespuglio: sono scappata dopo qualche istante da un pertugio piccolo, freddo e vuoto di poesia.
Insomma, sto divagando e non va bene. Parlavo, all'inizio, di strumenti che dovremmo avere nell'infanzia. Per capire e proteggerci, per giudicare prima di essere giudicati. Per evitare gli errori che, nell'adolescenza e in quella che chiamano età adulta, risultano fatali. Fatali perché dolorosi, fatali perché spaccano l'anima, fatali perché una parte di te cade e non si rialza più. Pensavo questa mattina, mentre facevo la spesa per la settimana e mi trascinavo in ufficio, che ho evitato per un pelo la storia più noiosa e sbagliata della mia vita, e lo capisco soltanto adesso. In realtà, se sono onesta del tutto, ammetto che non l'ho proprio evitata: ci sono entrata dentro con la testa, le mani, i piedi e e scarpe, l'ho mangiata e bevuta e ci ho perso il cervello, mi sono raccontata bugie che agli amici apparivano invenzioni deliranti, però il destino benigno mi ha fatto il regalo di farla finire. E il dolore feroce mi ha riportato alla vita, ha messo la penna tra le mie dita finalmente libere e, da qualche tempo, è evaporato nel mio stesso stupore. Ho dovuto abituarmi all'idea di non amare più, di non trovare dentro di me la nostalgia, l'amore, la gelosia. Non ci sono, ed è inutile cercarli. Prendo aria pulita e finalmente fresca nei polmoni, tocco mani che mi desiderano e regalano piacere al mio corpo, condivido pensieri e passione con chi finalmente sta nel mondo che volevo. E ho dovuto accettare che ho costruito una montagna colta, profonda e capace di stare dietro alla mia testa dove esisteva solo una collina di normalissima mediocrità. Bella, tranquilla, perbene forse, ma non per me. Come vorrei scoprire un nucleo di rabbia, ancora una polvere di furore: significherebbe che non ho frainteso proprio tutto. Lo prenderei come il segno che la circonvoluzioni complesse del mio cervello hanno trattenuto uno stimolo piccolo, una scintilla di emozione. Invece no, ed è questo che colpisce. Niente è rimasto, ed è la prima volta che succede. Ho vomitato fuori in quattro o cinque sms la frustrazione per comportamenti al di sotto della soglia minima dell'educazione, mi sono guardata le mani e ho sentito il vuoto. Vuoto. Ancora vuoto.
Che peccato, dovremmo imparare da bambini a evitare le illusioni. Perché se dal dolore si può uscire più forti e liberi e sereni, dalla scoperta che niente è rimasto è difficile rialzarsi in due passi. E' come fissare una cornice vuota dove per anni si è immaginato il quadro più prezioso del mondo. Non c'è, semplicemente. Ma quel non esserci indica l'errore, costringe a dire: "Mi sono sbagliata".
Mi sono sbagliata. Ho vinto oggi e credevo di avere perso, da giorni rifletto su questa rinascita dalle ceneri di una delusione. DE-LU-SIO-NE. Dovremmo avere gli strumenti, dovrebbero darceli quando siamo bambini. Perché di amore si può vivere e morire, ma di delusione no, proprio no.
Dai che mi pare di vederlo questo nonno. Scuote la testa e dice "lo sapevo io, mettersi con uno che non ha neanche la meta' della sua cultura, del suo spessore". Cosa sperava rimanesse, la donna del racconto? Rimane solo quando e' esistito qualcosa che valga la pena avere vissuto. Scommetto che questa donna ha ex amori che ancora l'adorano, ma certo dovevano essere un minimo interessanti...
Scritto da: Just me | 10/16/2009 a 11:23
QUALCUNO DOVREBBE
farti vedere l'alternativa di due strade almeno,con amore consapevole di dovere da impartire e farne allenamento e uso..Spesso c'è invece un troppo poco o un troppo di tutto e tu,bimba respiri molto di quel poco troppo di quel tutto e non capisci perchè ti sei ingolfata anche per un troppo poco e t'arrabatti nel "tuo" cespuglio d'oro a chiedere al cuore perchè ti sei ingolfata anche con quel troppo poco ma non hai risposte e continui a bere quell'aria "viziata" d'ambiguità d'una bilancia i cui piatti penderanno sempre o troppo da una parte o troppo d'all'altra finchè UN GIORNO arrivi per caso per induzione o per intuizione a scoprire TU la "verità" di un mosaico che per quanto completo mancherà sempre d'un pezzo e a te NON importerà più ma sarai TU a far carezze in un abbraccio dolce e forte caldo di una temperatura giusta immune dal freddo impermeabile a ogni eccesso o mancanza.Se qualcuno c'avesse insegnato le vie alternative forse non ci sarebbero state tante inutili deviazioni,forse meno lacrime più SOGNI GUIDATI.Bella metafora,MariaGiovanna! Un bacio e un'abbraccio dolce-forte.Bianca 2007
Scritto da: BIANCA 2007 | 10/16/2009 a 13:46
Scrittura in crescendo e in "approfondendo", molto brava. Tempo di decisioni.
Scritto da: Stefano | 10/16/2009 a 14:09
Poesia, ecco cosa avrebbe detto il nonno orgogliosissimo
Scritto da: GF | 10/17/2009 a 01:42
Ho conosciuto la scrittura di Tiziano Scarpa grazie a MG Luini. Pienamente legittima l'ammirazione che MG manifesta, soprattutto (sono d'accordo con lei) nelle opere precedenti. Stabat Mater è molto bello, ma - se posso - meno geniale.
Scritto da: lettore avido | 10/19/2009 a 11:35