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Scritto il 10/30/2009 alle 18:10 nella eventi, incontri con i lettori, libri, link, Media e tecnologia, pezzi di parole | Permalink | Commenti (10) | TrackBack (0)
Comodo anche se un po' rigido, il divano mi tiene sospesa tra le ruote di ferro che fanno rumore e corrono. La finestra ampia sfila immobile davanti agli occhi freschi, tuffati nella campagna che si alterna a boschi e riempiti da bolle di piacere e stupefatta solitudine. Sto bene, così. Cammino se ne ho voglia, vado in senso contrario rispetto al treno oppure lo aiuto, graffio piccoli metri nel medesimo verso per arrivare prima.
La coda del treno finisce in niente, come nei film: una porta chiusa, una serratura vecchia perfettamente oliata, potrei aprire con qualche sforzo e saltare, lasciarmi gelare la pelle dal freddo di questo Nord che attraverso con la vista acuta e tagliente. Mi ricorda un altro Nord, il Belgio dove ho vissuto: la sera, il freddo era tanto denso e basso da saldarsi in mano, formava croste sui vetri e dentro l'anima. Hai voglia a grattare via, quando fa così freddo. Uscivo dall'ospedale e mi rifugiavo in macchina, ritornavo a Brussel (è città fiamminga, scrivila bene) oppure seguivo una collega a caso in un bistrot di Leuven, mangiavo cose dal sapore di gesso e una fetta di torta con tanta panna. Poi dormivo nel letto con il piumone, aggrappata a un libro o alla Rai via cavo. E buona notte.
Ho messo in ordine il mio studio, oggi. Mentre pensavo a cose e persone e dolcezze e lenti avvicinamenti che finiranno da qualche parte. Ho sollevato carta e polvere, passato stracci bianchi che diventavano neri, buttato via il passato di lettere e fotografie e diari iniziati e lasciati a mezzo. Non sai quanti diari, quanti. Ho riconosciuto gli anni del buio, della confusione, e mi sono messa a ridere. Indulgente di me, per me. Esisteva, pensa, un quaderno di cartoncino azzurro dove stavo scrivendo una lunga lettera. Per te. Ti dico cose, luoghi, momenti, ti regalo i miei sogni. Nel 2007, ti dico che vorrei andare sull'Orient Express, come ho fatto quel giorno di questo anno, nella casa di Firenze, e tu tenevi gli occhi chiusi e annuivi per finta. Insomma, c'era una lettera-diario e ho riletto parti, ho capito che non li meritavi. Non li meritavi mentre li scrivevo, e questo è squallido. Ho avuto uomini che hanno meritato tutto, anche a distanza di tempo e freddezza e litigi. Tu no. Ho rigirato in mano il quaderno e ho pensato di buttarlo via: il lancio, perfetto, l'ha sbattuto con un rumore che ha spaventato il gatto nel cestino accanto alla scrivania. Poi. Ho creduto che non si butti via niente, non nella scrittura: perché dovrei mandare al macero pezzi di me? Diventeranno altro: storie e romanzi e cose che la gente potrà leggere, se vuole. Mi sono ripresa il quaderno, l'ho accarezzato e impilato insieme ai manoscritti ritrovati o mai perduti.
Che bello, sai. Ho messo nella libreria, il cui rinnovato ordine rende nuova, il manoscritto originale di "Una storia ai delfini". Profumava di felicità e di mare. Sorridevano, quelle pagine coperte di blu e nero in un taccuino grande. L'ho toccato molto, prima di metterlo al proprio posto insieme agli altri, alle altre storie pubblicate oppure in attesa. Mi ha fatto stare ancora meglio, serena e libera. Non so perché.
Di notte, i vagoni sferragliano e ondeggiano. Succede che le onde più forti gettino sul pavimento i libri, i giornali, le borse che Steve avrebbe fissato bene, ma ho tirato giù per cercare cose. Cose. Cose. Si dorme bene, però, anche con i colpi regolari delle ante del piccolo vano del lavandino e con il frastuono delle rotaie, e il volo dei telefoni spenti e scarichi e di tutto ciò che stava sui tavolini e nella reticella. Cade tutto all'improvviso, poi il silenzio ritorna uguale. Immagino un'esplosione, non mi alzo. Lascio che sia. Si sta bene qui. Manca il sesso, ci penso ogni tanto mentre alzo la tendina e guardo la notte. Immagino mani che ancora non ho conosciuto, e un respiro accanto all'orecchio, dentro la bocca, e il sesso. Dentro, piano. Oppure in fretta, dipende. Dipende dalla passione. Ogni tanto il treno fischia due volte, e penso alle storie di Pirandello e Simenon. Banale, potrei dire che il fischio mi rimanda indietro o mi schizza avanti, ma l'hanno già scritto in tanti. E pazienza.
La camera, il mio studio, non è ancora a posto. Ma ci arrivo, vedrai, ci arrivo. Ho buttato via chili di ricordi inutili e dimenticati. Ho eliminato, pulito, spolverato, rinfrescato, riscoperto. Che energia, sai, finalmente la sento tutta: mi brucia le arterie, macina il cuore, fa andare le gambe e tiene su la schiena. Cantavo, perfino, e il gatto si è nascosto sopra l'armadio grande. Narciso nel falso d'autore scuoteva la testa. La musica era tutta nella testa, nei volti che finalmente mi fanno ridere e pensare, mi accettano complessa e libera e impegnativa. Nel tocco delicato di una simpatia che non hai mai nemmeno sfiorato.
C'è un maitre pieno di sè, sull'Orient Express che corre via dalla Repubblica Ceca. Non cito il nome, perché è il tuo, e qualcosa vorrà dire. Racconta di arabi e barche di lusso, viaggi da favola e suite. SI piace, lo vedo, sono contenta per lui. Parla e ascolta poco, indica il cibo e fa portare altri dolci. Mangio, lascio perdere e rilasso le cosce sotto il tavolo. Lancio gli occhi fuori, nel buio in cui distinguo pochissimo, poi li riprendo e fisso la gente, anche se non si fa. C'è una donna con l'ossigeno nel naso, due piccole cannule trasparenti escono discrete dal vestito elegante. Ha una malattia che la ucciderà, non ho bisogno del pettegolezzo del maitre per saperlo, mi basta l'odore della morte che le sento addosso. Mi basta guardarla. Eppure è felice. Otto mesi fa, le avevano detto che sarebbe morta subito, entro quattro settimane, così ha deciso di viaggiare. Orient Express, il suo sogno. Da quel momento continua, scende e sale su ogni Orient Express, sulle rotte che trova. E vive, con il suo ossigeno appeso al collo. Vive. E c'è un'altra donna, bionda: continua a parlare, e ride. Viene dall'Australia, prima di salire sul treno è stata in crociera con un marito che non fa altro che tacere. E' bello, sembra più giovane di lei, questo marito taciturno che probabilmente scambia sms con amiche allegre in Australia. E la moglie, lei chiede al personale di bordo di non renderla nervosa con domande che non sa capire.
Ho accumulato quaderni vuoti e quaderni pieni, nel mio studio spolverato a nuovo. Ho aperto pacchi di fotografie dove mi sono vista grassa, l'estate del 2008 all'isola d'Elba. E non ho visto solo me, lo sai. Mi sono appoggiata al muro per respirare e fumare una sigaretta e ho lasciato gli occhi nei tuoi, così, per gioco. Non ho trovato la luce, ho trovato niente. Evaporata la magia, resta solo uno strato di noia sbigottita. La mano, presa la traiettoria verso il cestino, ha avuto la tentazione di lanciare anche quella, anche la tua fotografia, poi il gomito si è piegato e il cervello ha detto qualcosa. "E' il passato, perché buttarlo?". L'ho infilata in una busta a caso e messa via, non so più dove. Adesso l'ho dimenticato. Ho trovato doppi o tripli libri, copie di copie che ho anche a Firenze. Insomma, forse capisco che è troppo. Ma regalarli è difficile, sai che pochi leggono. Scrivono, ma non leggono, peccato. Magari citano la Woolf o Quasimodo o Manzoni, dopo, oppure raccontano di avere letto Proust, però non sanno più di un Bignami. E scrivono. Beati loro.
A Parigi il treno ha caricato aragoste. Ho camminato con la mia valigia pesante e fuori misura e salutato i camerieri, deviato lo sguardo dalle casse bagnate brulicanti di chele incerottate; le aragoste non mi piacciono: quando le vedo nuotare nella vasca del ristorante vorrei prendere a mani nude e buttarle in mare, e lo farò, sono certa che prima o poi farò anche questo.
Che polvere. Sollevata e tolta. Libri toccati, aperti e annusati, hanno fatto l'amore con me.
Ho ancora mani morbide sulla schiena, sulla lana del poncho e la seta della camicia sulla pelle nuda. E uno smalto viola, sai.
Dormo. E scrivo, domattina, prima di partire. Di nuovo.
Scritto il 10/29/2009 alle 22:23 nella diario di viaggio, pezzi di parole, racconti, racconti brevissimi | Permalink | Commenti (3) | TrackBack (0)
Sente una voce e la ascolta, anche se le gambe vorrebbero fermarsi e godere del contatto delle dita sulla schiena.
Giulio la sta salutando, delicatamente preme sulle scapole e muove il palmo, in una carezza lunga che segue le parole molli e spigolose scambiate sulle sedie da parti opposte di una scrivania. La multinazionale si trasforma in una casa di uffici vuoti, la luce non esiste più; esistono solo lampioni gialli in una strada di quasi periferia, con i taxi che corrono e il tram che arriva, si ferma pochi istanti e tira avanti. L'ha ascoltato e guardato negli occhi, si è rilassata subito, quando l'ha salutata sfiorandole una spalla. Le succede, con lui, è successo subito: le braccia che tiene tese avanti con una risata si sciolgono e danzano, non devono tenere distanze che non servono. Si diverte, e quando l'ha sentito parlare ha capito che la sua testa sapeva tirarle fuori pensieri liberi. LIBERI LIBERI LIBERI, LA LIBERTA' E' L'UNICA COSA CHE ESISTE E POCHI LA CONOSCONO SUL SERIO, sai cosa dici quando parli di libertà? Le è piaciuto, anche quando è sembrato naturale dirgli qualcosa di personale e non ha capito perché. E le mani, le mani che accarezzano la schiena su fino alle spalle, poi scendono alla vita.
"Scappa".
Nasce da profondità irrimediabili, quella voce, da vibrazioni istintive che niente hanno di vero. Emerge dalla paura, da ricordi che non riesce a fermare: la conosce, oh certo, la conosce, e vorrebbe spegnerla.
"Scappa".
Sussurra e sorride, accelera il battito del cuore e rende frenetico il respiro. Ma è solo un istante. Il calore sulla schiena è morbido, lento, e sensuale. Poche volte ha sentito mani così. Le piace il contatto con la lana del poncho, sulla seta della camicia e sulla pelle nuda, sotto. Una lama di pensiero le spacca la mente, se fosse tutto più avanti, diverso, solleverebbe un braccio e sfiorerebbe il dorso di quelle dita, ricambierebbe la carezza con i polpastrelli e potrebbe trattenere per qualche istante, solo per qualche istante, la mano nella sua. Un istinto flebile le dice di farlo, la fulmina di benessere pigro ed egoista prima che la gamba faccia un altro passo. Avanti. Per uscire.
"Scappa".
Ancora qualche minuto e uscirà nella sera, camminerà fregandosene del pericolo (le dicono tutti che c'è pericolo a fare come lei, che non si protegge abbastanza ed è sola, troppo sola: nessuno capisce che ne ha bisogno, che deve essere così, per respirare e non schiacciarsi i polmoni di oppressione involontaria e appiccicosa come melassa) e deciderà se salire sul tram per andare alla stazione dei treni oppure usare le gambe, sentirle tremare di tono e stanchezza e andare avanti, avanti, avanti. Nel freddo dei piedi con le unghie viola in un paio di sandali aperti, nel peso di una borsa che "ha dentro la colpa", dicono. Perché pesa troppo.
"Scappa".
No, ributta indietro la voce. Non sta scappando. Non è da Giulio che avrebbe dovuto scappare, tempo fa. Giulio è arrivato dopo, e l'ha fatta ridere. Sorridere. Pensare. Le ha detto che sa che è abituata ad avere, ed è capricciosa, narcisista e capricciosa. E' sorriso, Giulio, è la libertà di un respiro pieno di aria fresca. Ed è desiderio, erotismo inesploso che non tenta di nascondergli. EROTISMO E MISTERO, GIOCHI DI SILENZIO E CERTEZZA, vuoi che il mio corpo cerchi il tuo e lo esplori con tenerezza e unghie pronte a ferire? Vuoi non conoscere altro che il dubbio, non sapere se dirò sì oppure no? Vuoi il desiderio di un'anima in fuga, che ritorna se sai incuriosirla e le lasci catena lunga, ma ama fortissimo e se ne frega di legarti le mani perché ti vuole vedere libero? Vuoi, insomma?
"Scappa".
- No.
Risponde alla voce, e va lenta verso l'ascensore. Ci sarà tempo, per quelle mani. Forse. Intanto le ricorda calde e delicate sulla schiena. E porta via la voglia di ricambiare la carezza lunga da cui non è scappata.
Sipario.
Bis?
Scritto il 10/28/2009 alle 22:48 nella racconti, racconti brevissimi | Permalink | Commenti (4) | TrackBack (0)
Vorrei fotografie in bianco e nero, adesso. Non so perché. Non c'è tristezza, non trovo dentro o fuori motivi per togliere il colore a ciò che vedo, eppure ho aperto lo spazio bianco del "componi post" desiderando una fotografia qualsiasi, di un paesaggio qualsiasi, in bianco e nero.
Il bianco e nero, il grigio mi regalano serenità. Solo nelle fotografe e nei film, perché la vita, quella che prendo forte in mano e mordo con passione eccessiva, deve avere sempre dentro il rosso, e l'azzurro, e il blu, e il viola. E tutti i colori che vengono in mente, anche se non esistono. Insomma, le fotografie in bianco e nero e i vecchi film francesi mi fanno stare bene. L'altra notte, a Praga, ho visto un film francese e capito niente: mi addormentavo, mi risvegliavo, provavo a seguire ma, lunghi minuti dopo, scoprivo di essermi persa. E' stato bello ugualmente. Forse perché sapevo di essere felice, mangiavo la notte insonne senza più dolore o rimpianto (compagni della prima parte del 2009), senza il senso di sconfitta che, per tante ragioni (non solo una), mi si era aggranchiato addosso. Stavo bene, davvero bene. Avevo camminato su Ponte Carlo, scambiato messaggi con qualcuno che ultimamente mi fa stare allegra in un gioco sciocco e simpatico insieme, chiacchierato e taciuto, fissato pupille nere nella tenebra illuminata dai lampioni, osservato l'acqua e il castello e la macchina fotografica rotta. Poi, in camera, avevo scritto, riscritto, un paio di capitoli del romanzo cui sto lavorando, e, dopo la doccia solita che mi fa sentire pulita e fresca sotto le lenzuola, mi ero messa a letto con "La metamorfosi" di Kafka. Il sonno era arrivato e svanito, mi succede spesso, ma non provo più rabbia: mi alzo prestissimo per scrivere, oppure, se l'ora è molto molto profonda nella notte, accendo la televisione e non capisco cosa vedo.
Ho guardato le immagini del film francese, ho seguito le parole, ho dormito mentre accadevano cose importanti o da niente, ho provato a interpretare il senso con i titoli di coda. E' stato bello. La pace di Praga mi avvolgeva, il tempo un po' bello e un po' brutto non feriva. Era come una fotografia in bianco e nero, tiepida e con i contorni che nessuno tenta di vedere, con quelle pose un po' rigide e la nebbia che rassicura e non annoia. Avete guardato i fiumi, nelle fotografie in bianco e nero? E i boschi? Non so come e perché (questa sera non so la ragione delle cose, siate pazienti), mi viene in mente un'altra fotografia, questa volta a colori, che qualcuno mi ha fatto poco tempo fa. E' in questo blog, qualche post più in là (anzi, la riporto anche qui, perché no?): fisso l'obiettivo senza sapere di essere l'oggetto dell'inquadratura e non sorrido, sembro perplessa. Quella fotografia ha colto il senso di me, molto, e chi ha scattato nemmeno lo sa. Ero a Venezia, in un settembre bello.
Fotografie. Nel mio viaggio meraviglioso la macchina fotografica si è guastata, ho potuto cogliere solo pochi dettagli prima di rinunciare. Forse il motivo esiste. Era il mio viaggio, pochi dovevano essere i residui fissati nelle immagini. Chissà.Fotografie in bianco e nero. Piacciono anche a voi?
Scritto il 10/27/2009 alle 22:49 nella considerazioni personali, diario di viaggio, pezzi di parole, racconti brevissimi, Viaggi | Permalink | Commenti (10) | TrackBack (0)
Scritto il 10/27/2009 alle 07:13 nella link | Permalink | Commenti (8) | TrackBack (0)
Insomma, si va. Irreale come un sogno in cui tendi la mano e provi a toccare, poi la ritiri con la paura che la meraviglia svanisca, assurdo come un viaggio fuori dal tempo e dall'anno corrente, bello, lucido e lussuoso come un'offesa lungamente studiata, l'Orient Express è esattamente come lo immaginavo. La riproduzione della riproduzione, cioé l'esatta copia dell'originale che per me è sempre esistito: il treno immerso nella neve di "Assassinio sull'Orient Express", film calmanervi che amo e conosco a memoria, che questa sera echeggiava nei corridoi, nelle cabine, nel vagone ristorante. Ho incontrato la giovane nobildonna con la vestaglia di seta bianca e un drago disegnato sulla schiena, ho percepito il sussurro vecchio della principessa Dragomiroff che chiede una sogliola per cena, ho visto il cadavere pugnalato nel letto della suite con gli stessi colori, i medesimi spazi. Ho ricordato la riunione nel vagone bar, con la rivelazione dell'assassino. E tutto, tutto era uguale. Ero nella copia dell'unico originale che finora mi fosse dato di conoscere, e lo sono tuttora. Adesso, mentre scrivo. L'Orient Express è fermo da qualche parte dopo Udine, approfitto della notte per un pezzo di diario che proseguirò domani. O il giorno dopo domani.
Dell'Orient Express puoi godere ogni dettaglio: il check in al binario uno della stazione di Venezia, con i banchi accettazione messi apposta e le signorine vestite di blu costrette a essere gentili con stuoli (piccoli, piccoli stuoli) di donne con il cappello a tesa larga, la sposa che, convinta di essere bellissima e invidiata, caracolla con le scarpe di raso panna fino alle carrozze blu scuro e si fa fotografare, il personale impettito che ti accoglie quando ti imbarchi al vagone giusto, in cerca della cabina giusta. E i fiori, le praline, la musica del pianista, la cena eccellente, lo stewart giovane e bello che ti spiega ogni cosa in un inglese impeccabile. Godi, guardi e godi. Ho bevuto le immagini con la sorpresa della neofita: un uomo elegante, solo e bello, con due stampelle discretamente appoggiate a un fianco e un vestito di altissima sartoria, ha aspettato insieme a me che il cordone bordeaux fosse spostato per la chiamata all'imbarco, al vagone il biondo e gentile Steve mi ha fatto credere di essere là in piedi per me, solo per me, ha raccontato del suo italiano approssimativo e dello shopping a Venezia recriminando con un grande sorriso per il peso della mia valigia ("Oh, wonderful", ha detto quando ho spiegato che porto con me libri, e quaderni, e gli aggeggi per il computer), un cameriere a cena mi ha deliziata di racconti e e assaggi di formaggio ("Questo, vede, è un mondo a parte, lo assaggi, ne prenda un pò"). La musica nel bar, quando la cena ha placato la mia fame, mi ha incantata e assorbita in una danza di sguardi curiosi di gente in abito da sera che tentava di annusarsi, di conoscersi con un'occhiata e con qualche piccola frase in inglese.
La cabina, calda e antica (su una targa ho visto la data 1929), è la perfezione in una miniatura in cui tutto trova collocazione, perfino le montagne di libri che mi sono trascinata dietro e le scarpe, sempre troppe, emerse dalla valigia. Un piccolo angolo si apre su una presepe di bagno con il lavandino, una vestaglia blu scuro è appesa al soffitto e aspetta solo che mi ci rifugi.
Sola, nel buio, ascolto il rumore del treno che riparte. Vi saluto con un sorriso. Destinazione Praga, tra molte ore, poi Parigi, domenica. Questo era un sogno, un giorno lontano avevo chiesto a qualcuno di aiutarmi a realizzarlo, ma sapete una cosa? Realizzato da sola, con la testardaggine della mia incoscienza, vale molto di più.
Scritto il 10/21/2009 alle 23:37 nella diario di viaggio | Permalink | Commenti (6) | TrackBack (0)
Ma senti. Ho provato ad ascoltare le registrazioni che hai mandato, le voci sono confuse e il brusio di fondo rende la mia angoscia una mano intollerabile e crudele intorno alla gola. Hai tentato di registrare in una stanza piena di gente, eri stretto a corpi e respiri caldi che forse servivano per farti sentire meno solo. Li avevo addosso, quei corpi vestiti di lana con un velo di sudore pulito e l'odore del legno; si strusciavano sulla mia pelle quasi nuda nel sole opaco davanti al mare, rabbrividivo perché non erano il tuo corpo, non gli assomigliavano, anche se lo ricordo ogni giorno un po' meno. Sei in una stanza foderata di legno: me lo immagino così, il vostro capanno isolato sulla cima della montagna, tutto di legno e con l'odore dei tronchi tagliati e verniciati per renderli simili a una casa.
Ascolto, ancora. Sento che provi a dire qualcosa, posso intuire la tua voce in mezzo a tante altre che si intrecciano e graffiano, disturbano la lettera che hai voluto mandarmi usando ciò che di te mi manca di più. La voce. Quando sei partito mi hai tenuta stretta, hai baciato il mio collo bianco e scoperto una spalla per morderla piano; la tua mano si è infilata sotto la maglia, per ricordarsi i capezzoli che solo poco prima avevi preso tra le labbra, gridando l'ultimo orgasmo che ho tenuto dentro finché ho potuto, finché è stato possibile allontanare la nostalgia sdraiata su un divano che aveva ancora la tua impronta. Mi dici che ti manco, qualcuno ride: è un uomo, vicinissimo a te, sta ridendo e urla, penso stia bevendo da un bicchiere alto e spesso, il suo alito sa di alcool. Le mie orecchie, il cervello vogliono isolarti da tutto, sfilarti dalla folla che non voglio per respirarti cellula dopo cellula, istante su istante, e fare finta che tu non sia mai partito. Non riesco, la mia scarsa capacità di tenerti accanto con le migliaia di chilometri tra noi rende la piccola cassetta che ho tolto dalla busta come un mastino vorace un giocattolo beffardo e inutile. Perché non sei tu, sono solo pezzi di te spruzzati sui miei occhi per farli bruciare ancora. Di più.
Quando hai aperto la busta con la convocazione, quella mattina, eri fresco di sapone e acqua, e sorridevi.
- Devo partire.
Hai detto, la tua carezza sulla mia guancia non ha mitigato la sorpresa che aspettavo. E temevo.
- Ancora?
Ho sussurrato, cercando di sembrare pronta. Ma la lacrima trattenuta dalla tua partenza precedente, dalle tue mille e mille partenze è scivolata giù, e ti ha bagnato la camicia.
- Cosa fai, adesso, piangi?
Fai sempre così. Ridi, canti, prepari la valigia e mi chiedi cosa dovrai portare perché non sai che tempo troverai, poi infili negli angoli smussati i libri, le mie lettere, i piccoli ricordi di noi.
- Questo dormirà con me.
Dici, e afferri qualcosa a caso che abbia un senso, un significato segreto per la relazione che teniamo in piedi da mesi nonostante i treni, gli aerei, le buste da aprire la mattina con le convocazioni urgenti senza un no possibile.
Ti ho guardato, lenta, seduta nella poltrona marrone chiaro con la lampada accanto. Ho seguito ogni gesto e contato i vestiti che hai tirato fuori dall'armadio, ho visto come li piegavi stendendo il tessuto con il palmo delle mani. Ho pensato a quando li avresti tolti, dopo un volo eterno e qualche spostamento scomodo in macchina, insieme a colleghi e colleghe con la stessa malinconia tracciata nelle rughe e la stessa volontà ferrea di nascondere l'emozione.
Perché so che mi ami. Lo so dalle pupille strette quando mi saluti, dalle braccia che non aspettano che la porta sia chiusa per spogliarmi, dalla gelosia fumosa e rimossa che vomiti fuori in cento occasioni senza mai ammettere il motivo vero della rabbia. Lo so dal figlio che desideri, improvvisamente, nel mezzo di un'esistenza nomade che ti piace. Insomma. Mi ami, come ti amo io, anche se non l'ho mai detto.
La cassetta piccola sputa fuori voci, e voci, e voci. La tua è un gorgoglio allegro e sommesso che dovrebbe accarezzarmi, la ascolto senza capire le parole e me la faccio bastare, anche se è più cattiva di una lama perché non dice ciò che voglio. Cioè che ritornerai.
- Non chiedermelo.
Hai detto, prima di salire sulla macchina dell'azienda con un autista muto voltato dall'altra parte. Non hai voluto che chiedessi quando saresti ritornato, non posso farlo perché ti ho conosciuto libero e selvaggio e così devi restare. Anche se hai messo i vestiti negli armadi e cambiato la residenza, anche se ogni volta che scopro di non aspettare tuo figlio storci il naso con una smorfia e alzi le spalle, sussurri: "La prossima volta".
La prossima volta. Il mare ha onde nere che scuotono la sabbia bagnata, oggi. Un uomo si è fermato e ha chiesto se sono la scrittrice della collina, ho detto sì solo con il viso. Si è fermato un po', ha fissato le mie mani ferme su un quaderno grande e bianco poi è andato via. Non mi andava di conoscerlo, non volevo che domandasse il mio nome o se ero sola per cena. Fanno tutti così, e non ha significato. Non hanno letto i miei libri, e se l'hanno fatto ricordano solo le parti erotiche buone per eccitarli, oppure quattro o cinque frasi in cui si sono identificati per quella fetta di ognuno che si trova dappertutto. Non ho alzato la testa quando si è allontanato, non mi curavo di lui. Ero concentrata sul dolore che bruciava dentro, quello della tua assenza. Ci sono giorni difficili, sai, e non so se per te sia la stessa cosa. E' difficile sapere che vai e ridi e parli e racconti, lavori sudando con le sopracciglia contratte. E non ti vengo in mente.
Che voce, la tua voce. Mi ha schiacciata e fatta volare, la prima volta che ti ho incontrato. La cerco nei video che esistono di te, la ripeto nella memoria perché la casa affacciata sulla baia non sia fredda. E l'ho sognata, la notte scorsa, quasi immaginassi l'arrivo del plico giallo toccato da tante mani che nascondeva la cassetta, e il foglio grande con la grafia appuntita, piena di spigoli.
"Amore mio,
perché la tua solitudine sia meno gelida. Perché tu sappia che non manco, è solo un periodo strano in un'esistenza strana. Perché il tuo sonno abbia la mia voce, ancora.
Ti amo".
Hai scritto così, hai riempito il foglio con poche sillabe che ho letto decine di volte prima di infilare la cassetta nel registratore sulla tua scrivania. Mi tremavano le mani, quando ho premuto il tasto seduta sulla poltrona dove mi racconti le storie che mi incantano.
- Ciao, amore.
Ho sentito questo, poi la confusione e le altre voci e i corpi, stretti intorno a te per soffocarti. Soffocarmi.
Amore. Vorrei che ritornassi. Le onde nere sbattono colpi sulla spiaggia, non riescono a calmarmi. Osservo l'acqua torbida, provo e riempirmi della pace che dicevi avrei trovato qui, ogni sera, pensando a te. I sassi piccoli pungono le caviglie e le gambe stese avanti, uno scialle di lana che non hai mai visto copre quasi tutto il mio corpo grosso.
Grosso di te, e saturo del sale di questi spruzzi di prima sera. Non lo vedi, il mio corpo. Ed è un peccato. Perché vorrei che sapessi, ora. Che il figlio che volevi è qui, e ti aspetta.
Scritto il 10/20/2009 alle 19:57 nella racconti, racconti brevissimi | Permalink | Commenti (5) | TrackBack (0)
Mi chiedo cosa sia una vittima. Cosa significhi essere vittime.
Venerdì scorso a Rimini, durante l'incontro con i lettori alla libreria IndipendenteMente Interno 4, abbiamo discusso di quanto la pedofilia possa essere oggetto di prevenzione. "Diario di melassa" affronta anche questo, la pedofilia e le conseguenze su chi la subisce: ecco il perché della discussione, nata spontanea e forse ovvia nel contesto dell'alternarsi domande-risposte sul libro. La vittima della pedofilia entra pesantemente nella successiva prevenzione perché può reagire in modo poco prevedibile a ciò che ha vissuto nell'infanzia e adolescenza.Nell'immaginario, la parola "vittima" rimanda a pianto, dolore, sofferenza e compatimento. Fa pensare a qualcuno che abbia ricevuto torti, violenza, offesa, e debba conseguentemente ricevere un po' più di affetto, un po' più di attenzione, forse un po' più di pazienza. Poche volte ci si concentra su quanti danni psicologici la vittima abbia ricevuto e strutturato dentro di sè: soprattutto se bambina (o bambino), la vittima viene plasmata dall'accaduto e se lo porta dietro, lo rende parte del proprio modo di vivere, amare o non amare, reagire e desiderare. Non sempre lo sviluppo della personalità va verso la serena e triste accettazione della violenza ricevuta, con il fermo proposito che il ricordo di eventi traumatici non causi ulteriore violenza. Non sempre, soprattutto, si hanno gli strumenti e i mezzi per chiedere aiuto. Quando impari da bambino a leggere il sesso come gesto di complicità e amore con il pedofilo (cosa sia l'amore ti viene insegnato dalla vita, non certo dalle parole degli educatori), l'atto sessuale assume significati che per la persona fortunatamente libera da ricordi di violenza sarebbero impensabili. Ciò che è torbido, duplice, connivente e sadomasochistico entra a fare parte di un orizzonte misto paura-repulsione-desiderio, si scambia facilmente l'erotismo per l'unica manifestazione possibile dell'amore. E, nei casi peggiori, si assume il medesimo atteggiamento del pedofilo conosciuto nell'infanzia, per un senso di rivincita, di vendetta postuma, ma anche di malsana passione assorbita con i gesti, e con l'impasto putrido di complicità e perversione acquisito nei primi anni di vita.
Il pedofilo (uso il maschile intendendo uomo o donna, indifferentemente) è spesso parte della ristretta cerchia familiare, o di quella degli amici fidati: se coinvolge un bambino o bambina in giochi erotici che millanta con amore o "amicizia segreta e particolare" crea il duplice danno della sofferenza fisica e della maledizione eterna di non conoscere più la differenza tra amore e tortura. Il bambino molestato cresce convinto di avere ricevuto attenzioni particolari e molto preziose in quanto essere speciale, non riesce a vedere che ogni dettaglio, anche il più insignificante, è stato solo il frutto di un'orrenda e brutale violenza fisica e psicologica. Rischia, successivamente, di vivere e desiderare il sesso come una ripetizione di ciò che nell'infanzia ha suscitato brivido, emozione confusa ma fortissima, intimità indicibile con qualcuno che "amava". Rischia di infilarsi in reazioni che ricalcano il rapporto vittima-carnefice, senza esserne consapevole, trasformandosi in vittima (ancora) oppure carnefice, incapace di fermare quella che, secondo me, non è altro che l'eterna ripetizione dell'orrore. Si resta vittime anche da adulti, a meno che non intervengano persone esperte che riescano a fermare un copione che è condanna.
Qualcuno a Rimini ha detto che la pedofilia dovrebbe essere combattuta con la prevenzione. Ho seri dubbi sulla possibilità di prevenire un orrore che troppe volte fa parte della famiglia: è difficile se non impossibile accorgersi della perversione di un fratello, una sorella, padre o madre, nonno o nonna, e ancora più difficile è affrontare il problema quando i segnali vengono percepiti e la verità rischia di rompere equilibri di affetto e immagine costruiti negli anni. La vittima sa che non dovrà parlare, e se lo farà non verrà creduta, e se anche verrò creduta provocherà dolore. Il dolore dei genitori, dei parenti, di chiunque sarà colpito dall'evidenza di un vizio malato difficile da affrontare.
"Se parlo succederanno cose brutte, e sarà tutta colpa mia". "Forse ho sognato e frainteso, forse sono stata io a provocare l'interesse della persona che mi ama tanto e accuserò ingiustamente". Mi sembra di sentire i pensieri di queste vittime silenziose, che strutturano dentro di sè la colpa e la infilano a forza nella propria personalità, tirando fuori la rabbia molto dopo, con manifestazioni che niente hanno a che vedere con il motivo vero. Quello che avrebbe dovuto essere stroncato sul nascere da chi poteva.
Vittima. Povera, triste vittima.
Vittima. Pericolosa, triste vittima.
Mi è stato chiesto cosa mi aspetti da "Diario di melassa", che affronta il disturbo alimentare e la pedofilia. Ho risposto, e rispondo qui ora, che non è altro che un libro. Esistono decine, centinaia di altri libri su questi argomenti: alcuni hanno dentro la verità, cioè l'ambiguità profonda e disperante di chi davvero sa cosa significhi essere vittima, altri sono invenzioni (e si vede). E' vero però che il silenzio totale caduto tra i lettori venerdì sera in alcuni momenti, e le testimonianze successive, a tu per tu, mi hanno regalato la flebile speranza che un libro in più possa servire ad aggiungere voce. E' la stessa flebile speranza che ho sentito a Pontedera, quando ho presentato per la prima volta questo libro. Non ho soluzioni, non ho scritto "Diario di melassa" con l'intento di proporne: avevo in mente di raccontare, l'ho fatto. Non aprirò gruppi anti-pedofilia sui social network, non mi sento in grado e avrei sempre la sensazione di essere fraintesa. Sono uno scrittore (anche qui uso il maschile, mi piace di più: è un termine globale, ha dentro uomini e donne) che ha voluto, e vorrà ancora, parlare di pedofilia e incesto. Posso raccontare cosa accada a una donna che ha sofferto pesantemente di binge eating disorder e, forse, conosce le conseguenze torbide della pedofilia. Posso, probabilmente, dire a chi si sente solo che l'aiuto esiste, e funziona. Posso testimoniare che si incontrano persone meravigliose in grado di capire, e persone aride che chiedono la cortesia di evitare alcuni argomenti. Oltre non voglio andare.
Vittima. Cosa è una vittima? E' una bomba inesplosa che ha dentro un buco orrendo, ecco cosa penso. Non merita pietà speciale quando provoca a sua volta dolore, va punita se sbaglia, ma avrebbe potuto ricevere aiuto: se non l'ha avuto forse la colpa è anche mia, vostra, nostra. Per ritornare a qualche paragrafo sopra, dicevo che in teoria la vittima dovrebbe ricevere più affetto e pazienza, ma non lo penso sul serio: di recente qualcuno che mi vuole bene ha detto che in una determinata occasione sono stata trattata malissimo proprio da chi sapeva cosa ho vissuto nel passato, e questo è ingiusto. No, non è ingiusto. Succede e basta. In fondo, è segno di normalità. Non esiste ragione per cui la gente debba usare con me tenerezza quando non ha voglia di farlo. La vita è questa.
Amen.
Scritto il 10/19/2009 alle 17:56 nella Attualità, Leggi e diritto, libri, link, pezzi di parole, priorità, Società e costume, varie ed eventuali | Permalink | Commenti (4) | TrackBack (0)
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Scritto il 10/18/2009 alle 13:50 nella Arte e cultura, Attualità, priorità, varie ed eventuali | Permalink | Commenti (5) | TrackBack (0)
Se qualcuno ci insegnasse da piccoli a scampare un pericolo senza doverci passare attraverso guadagneremmo vita, salute, serenità. Eviteremmo senz'altro le nevrosi tipiche degli adulti, quelle che ci fanno essere magri o grassi o molli e chiazzati di rosso sul viso. Insomma, ci vorrebbero gli strumenti. Il cervello nasce già con tutti i neuroni a posto, le connessioni esistono e si possono sfruttare: perché non immagazzinarci dentro la verità, invece delle favole della buona notte e del delirio su Babbo Natale che scende dal camino?
Mi illudevo che l'esistenza fosse una quieta passeggiata su un lago dorato, quando ero bambina. Nel grande giardino dei nonni, con la mia sorellina più grande e il cane giallo che mi seguiva ovunque, correvo e saltavo giù dall'altalena senza badare alle ginocchia sbucciate e ai capelli che dopo pochi minuti perdevano la forma dei codini ai lati della testa. Mi divertivo, cantavo carole natalizie anche a maggio e aspettavo la sera per coprirmi di lenzuola pulite imbevute del profumo buono del detersivo con i granuli azzurri da infilare nella vaschetta della lavatrice.
Giocavo, moltissimo. Avevo due bambole di pezza che truccavo e la nonna lavava, un peluche informe che avevo chiamato Miele (era stato un orso, in origine, ma qualche volta mi svegliavo con il desiderio di stringere tra le braccia un ramarro, un elefante, una cimice, un porcospino, allora immaginavo che Miele fosse tutti quegli animali insieme, tagliavo il suo pelo raso e tentavo di plasmarlo perché non assomigliasse a un orso ma a un'entità senza forma definitiva, capace di deliziarmi con identità differenti), e una corda per saltare: ero scattante e magra, saltavo per ore da sola oppure con le amiche che venivano a trovarmi, o con mia sorella che amava, come me, stare fuori al sole e cantare le carole di Natale. Ci mettevamo a un capo e all'altro della corda, la facevamo girare e "saltavamo dentro" torcendo il braccio, riuscivamo ad andare avanti duecento, trecento, quattrocento salti senza sbagliare, poi crollavamo sul dondolo del nonno in attesa del pane con il burro e lo zucchero. E con la marmellata di castagne, che a me piaceva moltissimo per il sapore di vaniglia che si scioglieva sulla lingua. Non ho più mangiato la marmellata di castagne dal maggio 1986, il dieci di maggio, quando morì mio nonno, ma questa è un'altra storia e non mi va di raccontarla. Il tradimento maggiore della mia vita fu la morte di mio nonno, che non avrebbe dovuto arrendersi alla malattia: avevo deciso che fosse eterno, non ascoltarmi fu il suo unico e irrimediabile errore.
Comunque. Anche all'asilo ero capace di trascorrere ore nel divertimento più spensierato senza pormi il problema di crescere. C'erano gli amici che ritrovavo la mattina e portavo dietro nella testa per qualche ora quando uscivo, poi sparivano nel sonno della notte, popolato di cartoni animati che vedevo fino a metà (mi stanco sempre davanti alla televisione, mi viene sonno, mi lascio andare e dormo oppure mi alzo e faccio dieci, cento altre cose) e completavo con la fantasia, c'erano le suore simpatiche che probabilmente avevano noi come unica ragione di vita. Infatti una di loro si suicidò, qualche anno dopo, ma anche questa è un'altra storia, e anche questa non voglio raccontare: l'idea di una suora placida e amorevole che vola giù da un palazzo troppo alto per la resistenza del suo fragile corpo mi fa orrore, ho deciso che non esiste. All'asilo osservavo le bambine più grandi di me e vedevo i loro vestiti, ne invidiavo gli stivali a metà gamba oppure le gonne scozzesi rosse con le pieghe. Mi sentivo diversa da loro, non sapevo perché. Erano pettinate con i capelli lisci sulle spalle e sapevano cose che ero certa di ignorare: non capivo cosa sapessero, ma ero sicura che fosse così. Erano arrivate più avanti, la sapevano lunga e io no. E il motivo mi sfuggiva. Parlavano fluide e raccontavano delle domeniche con altri amici lontani dall'asilo, dei genitori e di case che non avrei mai visto. Mostravano piccole fotografie in bianco e nero di cani e gatti e spiagge e nonni giovani con i costumi ampi e un pallone a spicchi in mano. Mi lanciavano occhiate sopra le spalle, oblique, quando mi avvicinavo per parlare, poi sussuravano che ero quella che giocava sempre con i maschi e si allontanavano di un passo, lasciandomi lì a rimuginare. Per pochi minuti. Finché ritornavo a correre e a rubare loro l'altalena con la complicità di Dante, Giorgio, Paolo, Giuliano. Oppure di mia sorella che, nonostante fosse più grande di me, era all'ultimo anno dell'asilo e poteva dirsi mia alleata.
L'asilo mi piaceva, mi ci divertivo sul serio, ma era nel grande giardino dei nonni che trovavo la mia casa. C'era una tartaruga immersa nell'arba verde e piccola, fresca di goccioline di rugiada, e un cespuglio di bottoni d'oro che pioveva sul sentiero e mi permetteva di nascondermi con un libro illustrato nella tasca del grembiule: il nonno mi cercava là quando trascorrevano le ore e non si aveva notizia di me, spostava con le mani le fronde verdi e gialle, si chinava e sorridendo arrivava nel mio nascondiglio fresco con la luce del sole che entrava a spicchi, si sedeva accanto a me e mi faceva leggere ad alta voce. Incrociava le gambe con un po' di fatica e mi accarezzava il viso, poi ascoltava e ascoltava e ascoltava. E io credevo che non sarebbe mai andato via. Credevo anche che il cespuglio fosse pronto ad accogliermi per tutta la vita, lo immaginavo uguale e grande e accogliente, con quella luce dorata così speciale che non ho mai ritrovato. Sognavo che, sotto le frasche verdi con i pon pon gialli e il sole a spicchi e lame, avrei riscoperto, fermo ad attendermi, il sorriso di mio nonno, la mano morbida e salda sul mio viso e l'ascolto paziente, con le poche parole tenere e rassicuranti a riempirmi le orecchie. Di ritorno da un viaggio, qualche tempo fa, ho camminato sul sentiero e chinato la schiena, ho tentato di infilarmi nel cespuglio: sono scappata dopo qualche istante da un pertugio piccolo, freddo e vuoto di poesia.
Insomma, sto divagando e non va bene. Parlavo, all'inizio, di strumenti che dovremmo avere nell'infanzia. Per capire e proteggerci, per giudicare prima di essere giudicati. Per evitare gli errori che, nell'adolescenza e in quella che chiamano età adulta, risultano fatali. Fatali perché dolorosi, fatali perché spaccano l'anima, fatali perché una parte di te cade e non si rialza più. Pensavo questa mattina, mentre facevo la spesa per la settimana e mi trascinavo in ufficio, che ho evitato per un pelo la storia più noiosa e sbagliata della mia vita, e lo capisco soltanto adesso. In realtà, se sono onesta del tutto, ammetto che non l'ho proprio evitata: ci sono entrata dentro con la testa, le mani, i piedi e e scarpe, l'ho mangiata e bevuta e ci ho perso il cervello, mi sono raccontata bugie che agli amici apparivano invenzioni deliranti, però il destino benigno mi ha fatto il regalo di farla finire. E il dolore feroce mi ha riportato alla vita, ha messo la penna tra le mie dita finalmente libere e, da qualche tempo, è evaporato nel mio stesso stupore. Ho dovuto abituarmi all'idea di non amare più, di non trovare dentro di me la nostalgia, l'amore, la gelosia. Non ci sono, ed è inutile cercarli. Prendo aria pulita e finalmente fresca nei polmoni, tocco mani che mi desiderano e regalano piacere al mio corpo, condivido pensieri e passione con chi finalmente sta nel mondo che volevo. E ho dovuto accettare che ho costruito una montagna colta, profonda e capace di stare dietro alla mia testa dove esisteva solo una collina di normalissima mediocrità. Bella, tranquilla, perbene forse, ma non per me. Come vorrei scoprire un nucleo di rabbia, ancora una polvere di furore: significherebbe che non ho frainteso proprio tutto. Lo prenderei come il segno che la circonvoluzioni complesse del mio cervello hanno trattenuto uno stimolo piccolo, una scintilla di emozione. Invece no, ed è questo che colpisce. Niente è rimasto, ed è la prima volta che succede. Ho vomitato fuori in quattro o cinque sms la frustrazione per comportamenti al di sotto della soglia minima dell'educazione, mi sono guardata le mani e ho sentito il vuoto. Vuoto. Ancora vuoto.
Che peccato, dovremmo imparare da bambini a evitare le illusioni. Perché se dal dolore si può uscire più forti e liberi e sereni, dalla scoperta che niente è rimasto è difficile rialzarsi in due passi. E' come fissare una cornice vuota dove per anni si è immaginato il quadro più prezioso del mondo. Non c'è, semplicemente. Ma quel non esserci indica l'errore, costringe a dire: "Mi sono sbagliata".
Mi sono sbagliata. Ho vinto oggi e credevo di avere perso, da giorni rifletto su questa rinascita dalle ceneri di una delusione. DE-LU-SIO-NE. Dovremmo avere gli strumenti, dovrebbero darceli quando siamo bambini. Perché di amore si può vivere e morire, ma di delusione no, proprio no.
Scritto il 10/16/2009 alle 10:05 nella racconti | Permalink | Commenti (5) | TrackBack (0)
Certo. Diventare burrasca. Sciogliersi nel vento che piega gli alberi e strappa, striglia, mastica le foglie ancora verdi e sposta le auto al centro della strada. Mi piacciono le burrasche, anche se trovarsi nel mezzo della ribellione assoluta del cielo e del mare, delle rocce di montagne pronte a rotolare a valle, di tronchi d'albero che si inclinano senza certezze scoperchia la patina di controllo che serve a ridurre al silenzio i miei tormenti. La burrasca non ha controllo, recide gli ormeggi e porta via. Mi sono sempre immaginata con le mani strette, i muscoli tesi a disegnare il profilo sulla pelle e le unghie conficcate in una porta di legno, svolazzante nell'uragano, decisa a non lasciarmi trascinare via. Comunque. A Milano sembra che il vento celebri la mia vita nuova con una burrasca imprevista. Mentre scrivo, sollevo una carta buddhista (ne ho un mazzo sulla scrivania), e leggo:
"Tutti gli esseri tremano di fronte alla violenza
Tutti hanno paura della morte
Tutti amano la vita"
Tutti. Dice così. Violenza e burrasca, ancora. E morte e vita.
Una manciata di ore tra domenica e oggi. Sono uscita con due borse nelle mani e il divertimento segreto di quattro parole in croce sputate in messaggi email a muovere il sorriso, ho camminato rifiutando mezzi protettivi e veloci. E, passo dopo passo, ho raggiunto il solito tavolo tra le solite mura nella solita invidia fatta crepuscolo. E scrivo. Ma no, non scrivo. Sono.
Il violino che ho ascoltato sciogliendomi di emozione a Pisa, le parole che erano musica e rabbia e passione, la stanchezza di notti insonni emotive pesanti dense e stridenti hanno ricostruito l'anima sgretolata, ma solo per un po', dalla mancanza d'acqua. Dall'arsura di stanze pettegole e vuote, sostituite da altre dense di scrittura e volti finalmente simili ai miei. E le mani, anche, il sorriso di Marco nelle pieghe dell'incontro con i lettori, i discorsi scambiati nei corridoi stretti tra i libri. E' stata una ricostruzione strana, con sorprese stupende e la constatazione di avere perso una parte di me, la peggiore, la più inutile.
I minuti perfetti tolgono polvere agli angoli che hanno ospitato cadaveri decomposti da tempo.
Non ho obiettivi con questo lento scivolare delle dita sulla tastiera, ho solo sensazioni che vorrei tradurre perché si potessero condividere. Sento le foglie, immagino i rami piegarsi e sfiorare la finestra. Ho una valigia aperta che aspetta che butti dentro qualcosa, il gatto che gioca e copre lo schermo del computer, un colloquio con un editore che mi dondola in testa. Ho ore nuove, che forse mesi fa non avrei voluto, ferma in un'illusione di amore e bellezza che è bastato un attimo a sgretolare: sono ore che adesso diventano tutto, e odorano di libertà. Quella vera. Come abbia potuto rinunciare al vuoto terrificante della libertà, come mi sia incatenata a un dipinto che niente aveva di reale è stupore, quando mi permetto di pensarci.
Insomma. Non posso trascinare oltre cristalli istantanei di emozioni, di evidenza che forse solo una fotografia sfocata e buia potrebbe mostrare. Vento. E burrasca. Uscirò di nuovo, un racconto erotico da scrivere e il manoscritto in tasca per non perdere le gocce della storia che preme.
Così sia.
Scritto il 10/13/2009 alle 19:59 nella anima, Arte e cultura, considerazioni personali, cultura, filosofia e vita, i ricordi del taccuino, persone, pezzi di parole, racconti, racconti brevissimi, Società e costume | Permalink | Commenti (9) | TrackBack (0)
Sono stanco, molto stanco. Ho camminato nelle strade deserte in pieno vento, sfiorato gli alberi con la punta delle dita per accorgermi di essere vivo, mi sono spostato al passaggio di due o tre automobili lanciate al massimo nella notte che sa di sabato, di vino e birra e droga. Poi mi sono fermato.
Il filo d’acqua che immagino in fondo al letto del piccolo fiume che sfiora le terme fa poco rumore, lo sento appena. Sento alla mie spalle, senza vederlo, l’albergo massiccio, asburgico, lussuoso dove tempo fa mi nascondevo con lei. Ora dormo solo, ho preso una suite diversa dalla solita e me la faccio andare bene; supero il corridoio lungo con le tende bianche tirate in alto e le orchidee carnee rosa scuro, entro e infilo la tessera bianca nella fessura per la luce, mi trascino al letto e faccio finta di non ricordare. Perché, in effetti, non c’è molto da ricordare: la felicità ha il potere evanescente dell’illusione, sparisce in fretta e si trasforma in malinconia. O dolore, se le cose sono andate proprio male. E a noi sono andate male.
Insomma. Cammino in questo borgo schiacciato nella campagna poco distante dalla città, osservo nell’oscurità il profilo delle colonne delle terme e friggo i miei neuroni in un’impassibile abulia. Non ho più voglia, non ho più mente. Parcheggiavo sulla via, quando arrivavo per cenare e dormire con lei: dalla finestra della suite potevo vedere la mia macchina, e sapevo che lei buttava il suo sguardo innamorato su di me quando ripartivo. Oppure mi aspettava ansiosa e felice, profumata di creme e di essenze, e già eccitata. Aveva la faccia nei vetri, lo sapevo, e fingevo di non notarla. Arrivavo con un battito del cuore in più, ostentavo indifferenza e mi lasciavo andare. Le sue mani mi davano piacere, le parole e i baci una fastidiosa tenerezza. Dormivo, dopo l’amore. Dormivo e mi risvegliavo con lei avvinghiata, il volto disteso in un sorriso.
Ma niente, è inutile pensarci. C’è vento, un temporale in lontananza forse arriverà anche qui. Non so perché perdo ancora tempo con la melanconia dei ricordi, è un esercizio sterile che non ho mai voluto. Ci siamo allontanati, non siamo più lei e io uno per l’altra o uno contro l’altra. Non siamo più, e basta. E l’ho voluto io. Sono stato io a interrompere e stracciare, e l’ho fatto con la convinzione che fosse la cosa giusta. Silvia è troppo vivace, giovane, aggressiva. Non avrei mai avuto pace, con lei. E ciò che voglio adesso è la pace, solo quella.
Non so perché ho deciso di ritornare qui, avevo saputo (sentito, immaginato) che non sarei più ritornato in quell’albergo grande pieno di noi, con le cene all’ultimo piano e i camerieri lenti e il tiramisù alla menta che scombinava l’equilibrio alimentare. Poi la coincidenza, il caso, la sfortuna, e ho dovuto ripiegare nello sfarzo di queste terme nascoste al margine della città in mancanza di un’altra sistemazione possibile. Mi sono trovato nell’aria immobile, silenziosa, nel vento che soffia più qui che altrove perché siamo in una valle, nei corridoi che risuonano di passi fino alle porte bianche, solide, lavorate con stile, che immergono nelle suite enormi con il soffitto verde chiaro. Mi hanno chiesto, come sempre, la taglia per l’accappatoio e le pantofole, l’ho ripetuta meccanicamente e ho pensato alle pantofole che aveva portato a casa sua, per me. Le ho usate spesso, insieme all’accappatoio bianco a nido d’ape e al phon che aveva comprato solo perché lo usassi io. E la televisione piccola nella camera da letto, la collezione dei film che mi ha mostrato orgogliosa perché potessi sentirmi a casa. I miei film. Li ho lasciati là, insieme ai regali che le ho promesso e dimenticato e all’orzo per la colazione che aveva imparato a prepararmi.
Che stronzo. Cammino al freddo e penso a niente. Perché è niente, questo. Quando decidi e passi oltre devi staccare la spina e rifiutare ogni riflessione superflua. Non so perché mi sia scattato il vezzo debole del pensiero, questa notte. E non provo emozione, nonostante tutto. Sono vuoto, lontano, non ritornerei da lei e neanche andrei avanti. Non farei altro che camminare nel vento silenzioso e sibilante, in questo paese piccolo che non ha altro che strade e un mercatino, un fiume e viali di alberi dove pochi passeggiano. Quanti sogni ha messo lei, in questi viali. Quanto mi ha amato. Ecco, cedo al sentimentalismo e il cuore non salta. Dico l’ovvio, che mi ha amato. E ora non so dove sia, non so nemmeno con chi, perché così deve essere. Le orchidee rosa scuro non hanno odore, ho notato. E la suite è quieta e stilla silenzio.
Starò bene qui, per una sola notte. Senza il fastidio del ricordo. Non ne ho bisogno. Perché sono stanco, molto stanco. E non serve raccontarlo al vento.
Scritto il 10/11/2009 alle 01:41 nella racconti, racconti brevissimi | Permalink | Commenti (5) | TrackBack (0)
Ma cosa vuoi che sia. Un giro di tango o valzer non fa differenza, è quello che significa il vero problema. Hai ballato e ti ho visto, la stringevi e non la lasciavi fiatare, gli occhi piantati nelle sue pupille e il respiro, giurerei, strozzato dalla voglia di spingerla nell'angolo per sentire se portava le mutandine.
Perché ti guardo, sai, anche se non lo noti. Credi di essere l'unico depositario dello "sguardo", la capacità di penetrare l'aria, bucarla per raggiungermi oltre la cortina dell'immaginazione, della distanza, della diffidenza che mettiamo (tutti) nelle relazioni d'amore. Amore. Sesso, vorrai dire. No, l'ho detto io. Amore e sesso, tra noi sono la stessa cosa. Insomma, ti vedo. Non costringermi a divagare. La notte scorsa siamo usciti dal ristorante e hai detto: "Ti porto a ballare", hai guardato le mie scarpe con i tacchi un po' dubbioso e ti ho rassicurato.
- Ce la farò.
Ho detto, e hai riso. Perché sapevi che avrei resistito un paio di danze, poi le avrei buttate di lato, incurante della forma e dell'eleganza, continuando a stringerti a piedi nudi.
Perché mi piace stringerti, sento i muscoli giovani e tesi, ricordo il tuo corpo nudo nel letto che va avanti ore dentro di me inventando posizioni che non sospettavo, i tuoi gemiti che mi perdono e mi incollano a te anche quando vorrei scappare o ritornare indietro. Ti stringo e sudi, ma sudi leggero. Mi piace. Hai la stessa patina molle e friabile che lecco sulla tua pelle fuori dalla vasca da bagno, il preludio dei nostri amplessi più riusciti. La vasca da bagno, il sapone, la spugna e tutto il resto. Quando mi prendi e mi guidi nel tango (guidi? Non so, lo fai?) la tua camicia pulitissima, i pantaloni perfetti, il triangolo del petto che riesco a intravedere rinascono di luce e di quel sudore sottile. E non riesco a fermarmi, la mente ti ricorda dentro di me ancora, ancora, ancora. Te lo chiedo, poi, di andare a casa e fare l'amore. E ridi.
- Possibile che tu abbia sempre voglia?
Ma lo fai, mi prendi la mano e cerchi la chiave di casa mia o casa tua, attraversiamo Ponte Vecchio oppure un altro ponte che sai (li confondo spesso) e non arriviamo alla porta d'ingresso. Ci dobbiamo fermare, perché anche a te viene voglia di baciarmi e non ti fermi, non ti fermi più. Ma ieri notte la stringevi. Non credere che il delirio di passione che mi prende quando penso al tuo corpo mi distragga da ieri notte. L'hai presa, hai tirato il suo corpo verso il tuo e l'hai guardata. Come guardi le altre credendo che a me sfugga, quelle stronze che ti lanciano addosso manoscritti e numeri di telefono e si fanno trovare sotto le tue finestre e quando mi vedono dicono: "Opssss", con aria fintamente colpevole. Come quella là, la rossa, che ti ha messo il reggiseno nel taschino, oppure la nordica che ha scoperto il tuo indirizzo e ti spedisce i romanzi che dovresti valutare. Il tuo computer è finito nel canale per colpa sua. E ieri notte, insomma, stringevi la donna esile e giovanissima che avevi invitato a ballare e la spogliavi con i denti. Sono sicura che l'hai desiderata, potevo indovinare la tensione del tuo sesso senza guardare la cerniera dei tuoi pantaloni incollata al suo bacino. L'hai mangiata, divorata, dilaniata, le hai vomitato dentro la tua voglia e il tuo sperma nel tempo mellifluo e complice di un tango sensuale. E prendeva tutto, strofinava i capezzoli e ogni tanto controllava il mi sguardo, si compiaceva della rabbia dissimulata e della voglia di strapparvi gli occhi per calpestarli sotto i tacchi neri delle scarpe nere di una città nera.Hai fatto l'amore con me, dopo. Mi hai tenuta sveglia fino alle cinque sul divano davanti alle finestre, le dita nei capelli a tirarmeli e i colpi estenuanti intrisi di voce e denti e labbra e pelle. La tua. E pensavo, ogni tanto, quando riuscivo a respirare nell'apnea dello stupore che ogni volta mi prende. Pensavo che immaginassi lei, il corpo giovane che avevi tenuto stretto nel tango, lei che forse ti ha infilato in mano il numero di telefono e la rivedrai, credo. Infedele come me, saggio perché bugiardo.
La incontrerai e le dirai:
- Per favore, taci. Non a lei. E' la mia compagna.
So che lo fai. Me l'ha detto qualcuno.
Mi chiami, adesso. Leggero e roco dal letto che finalmente è diventato nostro.
Vengo da te. Ma la stringevi, stanotte. La stringevi, ti ho visto.
Scritto il 10/10/2009 alle 09:36 nella racconti, racconti brevissimi | Permalink | Commenti (3) | TrackBack (0)
- Mi sono sentito solo.
Lo dice e guarda fuori dalla finestra, nudo. E' in piedi, le sue spalle lisce e abbronzate hanno ancora i segni delle dita e delle unghie che lei gli ha conficcato addosso mentre gemeva e gli chiedeva di continuare, di spingere più in fondo per ricordarle di esistere.
- Solo? Quando?
- Quando ti telefonavo e capivo che pensavi ad altro.
- Non pensavo ad altro. Pensavo a te, che eri lontano. Ti raccontavo di me, ma avrei voluto che fossimo insieme, con la laguna sotto la finestra e la porta chiusa. Come adesso.
- Non ho sentito così. Mi sembrava che il dolore per quell'uomo ti avesse ripresa, ti allontanavi e parlavi, parlavi. Non vi capisco, vi scagliate l'una contro l'altro poi scoprite di volervi bene, ma non potete fare a meno di ferirvi. Che cazzo significa l'attacco di questa mattina? Perché? Ti lascio sola per un po' e perdi il controllo, diventi una tigre. Ma lascialo perdere! Non riesco ad afferrare, mi sembrate due animali selvatici. E quando prendi il via non ti fermi più, che cosa ti importa di lui ormai? Ti ha fatto tutto il male possibile.
- Siamo sempre stati così. Nessuno dei due sa tenere la bocca chiusa quando vogliamo ferirci, nessuno cede. Ma hai ragione, mi ha fatto tutto il male possibile.
- E facendone a lui, adesso, cosa risolvi?
La sente respirare, tace. La nebbia piccola della prima sera cade sull'acqua, una gondola attraversa il canale e fa il rumore solito del calare della notte.
- Ti sono mancato?
- Molto. Te l'ho detto.
- Anche tu. Non ho capito perché non sei venuta con me.
- Sai perché non sono venuta. Non potevo.
- Non volevi. Questione di scelte.
Il suo respiro, ancora. Arranca e si arrocchisce quando la imbarazza.
- Fumi troppo, lo sai?
- Lo dici sempre.
- Perché è vero.
- Colpa sua.
- No, colpa tua. Non è lui a fornirti le sigarette, casomai è il tuo amico di Roma.
- Ma va. Fumo quando scrivo, e quando mi innervosisco.
- Cioé sempre. Sei sempre nervosa, fumi sempre. Tranne quando facciamo l'amore e dormi con me, allora il nervosismo ti passa. Potresti vivere respirando l'odore della laguna dimenticando le sigarette, quando ti accarezzo. Dovresti restare qui e scrivere, hai tutto quello che vuoi. Hai me.
- Lo so. Ci sto pensando.
- Pensa più in fretta. E smetti di fumare.
- Che stress, smetto quando voglio.
- Mi sei mancata, amore.
Ha nel naso l'odore della sua carne. Hanno aperto la porta a fatica, già stretti e semisvestiti, la donna del secondo piano li ha sicuramente sentiti passare ansimanti e ha spiato dall'uscio, gelosa e arrabbiata: lo vorrebbe per sé, non è mai riuscita a convincerlo a infilarsi nel suo letto e da quando Clara è comparsa in casa sua le attenzioni sono diventate competizione palese. "Questo è per stasera, immagino che lei non sappia cucinare"; gli piazza in mano pentole calde e insinua che non sia felice con Clara, finge di non sapere che anche la sua compagna precedente, quella andata via da poco, fosse un'inetta totale in cucina, e a lui non importava.
- Mi hai tradita?
- No, mai. Non ho bisogno di tradirti, non mi viene in mente. Tu?
Non aspetta la risposta. Non arriverà. Dovrebbe già sapere. Clara ha una paura fottuta di abbandonarsi, il dolore feroce che Silvio le ha provocato le ha aperto ferite che difficilmente rimargineranno del tutto. Ha altri due uomini, anche se con loro si limita a lunghe scopate che conclude buttandoli fuori di casa. E telefonando a lui. Ha bisogno di lavarsi l'anima e raccontare; la ascolta e reprime il desiderio di urlare, capisce il dolore oltre l'affronto, oltre il bisogno disperato di fare male a un uomo, qualsiasi uomo. Lui.
Non li ama, ne è sicuro, come è sicuro che invece si sia innamorata di lui, ma non abbia voglia di ammetterlo.Il suo cervello è bloccato, irrigidito indietro, sull'orrore di un abbandono effettivamente crudele e sui brividi freddi della fiducia tradita. Per questo la perdona, anche se non crede che riuscità a farlo ancora a lungo: dovranno discutere, e lei dovrà decidere, prima o poi. Non può più sopportare il sospetto dello sperma dei due vecchi dentro di lei, l'odore delle loro carezze lascive.
- Cosa vuoi dire, vuoi sapere se sono state con gli altri?
- Sì.
Stupido. Non sa perché ha detto sì, in realtà vorrebbe vivere nell'assenza di consapevolezza. Non vuole sapere che esistano "gli altri", i due uomini vecchi che se la portano in giro (o è lei a portarsi in giro loro?) ed entrano dove anche lui entra, dove ama entrare più di quanto abbia mai amato fare qualsiasi cosa.
- Sono stata con Tommaso.
- E certo.
- Certo cosa?
- Niente.
- Dai, dillo.
- Lo sai. E' impazzito per te. Lo detesto, bavoso porco bastardo.
- Non è come dici. E' un uomo simpatico e allegro, si diverte. Niente altro.
- Mi fa schifo pensare che faccia le nostre cose, le stesse cose, insieme a te.
- Non potrebbero mai essere le stesse cose.
- Figurati. E' pronto a infilarsi nel tuo letto ogni volta che me ne vado, scommetto che ha anche la chiave di casa tua.
- Nessuno ha le mie chiavi di casa. Solo tu.
- Non sei soddisfatta con me?
La sente ridere. Una barca con il motore al minimo passa sotto le finestre, la segue finché sparisce nella deviazione a gomito del canale.
- Il sesso con te è assoluto, indimenticabile.
- Allora?
Si muove. Il fruscio delle coperte, poi i passi dei piedi nudi sul pavimento. Le mani gli circondano il petto, il volto si appoggia alla schiena; sa di fresco e di sesso, come sempre. E sa anche di sapone: ha voluto che la lavasse nella vasca da bagno prima di entrare in lei, si è fatta strofinare con la spugna e massaggiare la schiena. Il pensiero lo eccita, il sesso si inturgidisce di nuovo.
- Sai che in questo periodo va così. Non posso pensare a un legame, non ce la faccio. E' andata troppo male, prima.
- Doveva andare male per forza, con quel coglione. Ti sei fatta un film sulla sua correttezza e sulla solidità del suo carattere, hai visto cosa è successo. Impazzito, addirittura la tinta castana sui capelli. Ti ha fatto vedere solo una parte di se stesso, quella che gli conveniva mostrare mentre aveva bisogno di te, poi ha rivelato l'altra. Hai amato uno che si fa dominare da una donna e dimentica affetto e gratitudine, secondo me.
- Taci, non voglio ricordare.
- Sei tu a pensarci troppo spesso. E non merita.
- Ma non hai detto che lo incontrerai?
- Certo, perché l'hai amato così tanto, quindi qualcosa di vero nella tua fantasia sull'uomo geniale e seducente deve esistere. Non riesco a credere che una donna come te abbia preso un abbaglio assoluto, forse l'hai valutato bene quando lo amavi e allora vale la pena di conoscerlo. Anche se di recente qualche dubbio mi è venuto, si comporta da ricco spocchioso e ignorante. Sono un uomo normalissimo, non ho i suoi soldi, ma non vorrei mai diventare come lui. Hai detto che dentro ha tanta bellezza, bene. Lo vedrò solo se si comporterà da uomo con te, se contribuirà a farti sentire meglio. Ha sbagliato, non c'è nuovo amore che tenga. Deve essere uomo.
- Non lo sarà. Non è più la persona che ho conosciuto, non è più un uomo.
- Vedremo. Aspetto e giudicherò tra un po' di tempo.
Spinge indietro le mani, sente i suoi fianchi pieni.
- Perché sei tanto gelosa di quella scrittrice che mi manda i manoscritti?
- Perché è una troia.
- No, perché mi ami. Solo che non ti va di ammetterlo. Vuoi essere la mia compagna, ma sei testarda e orgogliosa. Ti ho vista in questi mesi. Ti fa comodo restare attaccata a un ricordo, per orgoglio, per paura oppure perché non hai voglia di impegnarti.
- Impegnarmi? In cosa?
Ride.
- Appunto. Ecco la dimostrazione.
La sua mano piccola scende sull'addome, poi all'inguine.
- Mmmm, cosa succede qui?
- Mi eccita ripensare a prima, alla vasca da bagno.
- Possiamo ritornarci.
- No. Adesso voglio la finestra.
- Qui?
- Sì. Mettiti davanti a me.
L'ha detto senza crederci, preso dall'istinto del momento e dalle sue dita che giocano con il sesso, togliendo i pensieri. Clara obbedisce, cammina, scivola davanti a lui, si china e si appoggia al davanzale.
- Così?
Vorrebbe ridere e piangere insieme. E' una bambina, per compiacerlo farebbe qualsiasi cosa. Tranne essere fedele. Probabilmente era così anche con l'altro, con l'uomo che non l'ha meritata: la immagina piegarsi, ridere e piangere a comando, presa da artigli con le unghie mezze mangiate e i peli grigi sui polsi. Ed era fedele, a lui, credeva che meritasse la fedeltà. Per questo sanguina ancora così tanto, per questo non riesce ad afferrarla senza provocarle una crisi di panico che deve sfogare in viaggio, da sola.
- Dai, lo voglio.
La sua voce bassa e sottile lo distrae. Si avvicina, il sesso la cerca.
- Dovremo parlare degli altri uomini, a me non sta bene che...
La sua mano lo prende, lo tira. Sente l'ingresso, l'apertura calda di lei troppo vicina, non può continuare.
- Parleremo, parleremo.
La sente dire. Poi si perde, di nuovo.
E la laguna li guarda.
Scritto il 10/08/2009 alle 18:46 nella erotico, racconti, racconti brevissimi | Permalink | Commenti (8) | TrackBack (0)
A volte il dolore deve tacere. Me lo dice un amico il cui nome non importa, adesso. Importa a me e non a voi, intendo. Dice, questo amico dalla voce che sussurra pacata e rende le ore brillanti di serenità, che il grumo denso del dolore può scavare buchi nell'anima oppure costruire rifugi: i buchi non sempre si riparano, ma possono essere meno oscuri se si apre la bocca e si fa uscire la voce, oppure si stringono le dita a pugno per colpire qualsiasi volto, oggetto, vetro arrivi davanti agli occhi. Non è così con i rifugi, costruzioni di legno grezzo solide e protettive che non lasciano filtrare aria, nascoste nei boschi e circondate da animali mansueti e sorridenti: se il dolore li costruisce è meglio lasciare che accada, e mettersi a dormire nel soppalco caldo con le finestre appena socchiuse aspettando che faccia meno male. Tacendo a tutti il male che si sente, non cercando aiuto o spiegazioni.
Mi succede spesso di ascoltare quell'amico, nei giorni intrisi di luce e gioia, e dolore segreto. Mi succede quando non voglio accettare ciò che sta capitando. Mi siedo, rilasso i muscoli contratti, abbandono in un angolo i pensieri e lascio che parli. Lo fa con un sorriso e molti baci leggeri sul mio viso immobile: racconta di sè e del passato, prevede il futuro come una fattucchiera calva, si agita al margine del divano per suscitare qualche risata non prevista. E dice. Dice che quando si ama è sempre possibile recuperare un senso, basta che si voglia davvero. Dice che il passato è nella mente di amante e amato, e se le fondamenta sono buone non saranno i temporali a tirare giù il castello. Dice, soprattutto, che le grida sguaiate di rabbia, i pugni lanciati a fendere l'assenza non sono altro che dolore. E dolore. E dolore.
- Piano, fai piano. Una parola per volta, te la racconto io la verità che vuoi. La accetterai insieme a me, sarà facile. Ma non fermarti, non chiederti perché. E' successo e basta, e per la tua vita è molto meglio così. Piano, fai piano. Non ti ho mai vista soffrire così: è la tua bellezza che ti si rivolta contro, la passionalità che resiste a ciò che invece va guardato fisso e archiviato in un cassetto. Sfogala qui, ci sono io, e lasciala indietro.Sussurra mentre mi prende tra le braccia e mi fa dimenticare chi sono. Con la punta della lingua beve le poche lacrime che il muro di cemento in fondo alla mia gola lascia passare, con le mani cerca il mio piacere e il suo, piano oppure con forza, in silenzio oppure con mille gemiti che mi perdono. E parla, dopo. Ancora.
- Ciò che non capisco è il motivo, sai, il motivo che ha spinto i suoi gesti. E' il modo, che ferisce me perché ha distrutto te. Ma deve esserci, quel motivo che non vediamo, e se diamo per scontato che esista possiamo accettarlo. Il resto, tutto il resto, sai, si accetta di conseguenza. Basta capire che l'amore sa trasformarsi, e il dolore evapora come un profumo leggero che dopo un attimo sai di avere sentito ma non hai più nel naso.
Forse è vero. Le sue mani hanno raccolto i pezzi del mio corpo, della mia anima, quando nemmeno io sapevo più metterli insieme: li ha riuniti nel palmo, guardati con amore, e ha provato a costruire una persona diversa. Ha riso, con quella voce pacata che sembra arrivare da un giardino di ortensie fiorite, ha scherzato sulla mia forza e sulla caparbietà che manda avanti i miei passi. Ha visto la follia, il nucleo imponderabile ed eterno di me, la noia che soffoca i respiri nei giorni in cui vorrei scappare, e la paura, anche, quella paura che abita l'infanzia e credevo di avere sciolto tra le braccia solide di chi mi ha abbandonato.
- Non ti rendi conto, non lo vedi. Sei fuoco e acqua insieme, una valanga che si stacca e trascina a valle, poi schizza di nuovo sulla sommità del monte, pronta a ricominciare. Sei veramente un animale, lo sai. Faccio fatica io, come avrebbe potuto reggerti lui?
Ha detto con i denti che battevano un tic tac ironico e mordevano le labbra, togliendomi i vestiti. Ha sussurrato parole d'amore eterne e volatili al mio orecchio così vicino alla sua bellissima bocca sottile, al corpo ferito e irrequieto preso dal suo.
- Passa e se ne va. Lo sai, anche il dolore se ne va. Lo vedi? Si allontana.
L'ha ripetuto nelle notti di sciabordio dell'acqua sotto le finestre, nel telefono gracchiante dei suoi viaggi in mille angoli di mondo, nelle lettere con la grafia minuta che lascia nella mia borsa quando me ne vado.
- Chissà se ritornerai.
E non ci crede, lo capisco dallo sguardo. Sa che mi vedrà ritornare. Deve solo aprire la mano e darmi l'illusione della fuga, lasciare che i piedi camminino ore e ore nelle città diverse che scelgo per il mio non esserci. Prepara la mia valigia e la riempie di fogli, penne blu accatastate in astucci di gomma, libri comprati a mercatini che solo lui conosce; mi accompagna alla stazione e, qualche volta, sale sullo stesso treno per scendere alla stazione successiva. Perché il distacco non faccia male. Ride con me, spesso.
- Come si fa a lasciarti? I tuoi umori durano un'ora al massimo, poi sei il sole di cui ho bisogno. Che stupido l'uomo che ti ha fatto male, che sciocco e miope groviglio di dolore.
Dolore. Lo chiama così. Chiama dolore l'uomo che non ha mai visto. Scuote la testa quando ci sono novità, quando lo cerco per dirgli che qualcosa (non) è accaduto.
- Stupido, stupido uomo. E anche tu, che te la prendi per il niente e strappi la serenità in nome di una rabbia che non esiste. Sciocchi, tutti e due.
Sussurra, oppure mi difende, lascia andare discorsi di lealtà e rispetto, sputa su gesti da ricco che non condivide e su assenze ignobili che non ho meritato. Ma ride ancora, dopo. E cerca il mio corpo e lo riempie di sè, lavando la mia memoria e restituendo la vita a un presente che non saprei (vorrei) cambiare.
- Perché mi ami, sai, come ti amo io. Devi solo abbandonare l'abitudine a un'idea. Devi lasciare che l'ultimo pezzo piccolo del dolore che senti sfoghi la sua rabbia nel silenzio, lontano dai suggerimenti delle amiche e dalla voce inutile di chi ha scelto un'altra strada. Non ti serve più, l'uomo-dolore è superfluo e dannoso, e non saprebbe stare dietro alla donna feroce, mutevole, profonda e intrigante che ha contribuito a risvegliare. E' scappato perché sapeva, ha visto la creatura che lui stesso ha creato e l'ha temuta, ha cercato una donna che gli fosse ombra e non luce perché è di questo che ha sempre vissuto. Ma perdonalo, ora, perché l'amore che vedo nei suoi occhi dipinti da te non può morire per i latrati da cani randagi che vi buttate addosso agli angoli di strada. Perdona chi hai amato, perdona chi ami ancora di un amore diverso. E taci.Taci, dolore. E' questo che vuole il mio amico. E' questo che l'anima dilaniata ma sana urla alle pareti spoglie della stanza dove scrivo. Taci. E la marea sciolta e vecchia di un pensiero che non serve si esaurisce in qualche altra onda, perché così è scritto. Perché l'abitudine è più lunga di un amore già morto.
Il dolore deve tacere. Lo dice il mio amico. Lo dice l'amore nuovo di un corpo che è l'unico che voglio conoscere.Scritto il 10/06/2009 alle 16:57 nella racconti, racconti brevissimi | Permalink | Commenti (8) | TrackBack (0)
Allora. Non si inizia un discorso con allora. Ma tendo a fare sempre meno ciò che si deve. Allora, dunque. Eccoci qui.
Il mio lunedì pomeriggio di scrittura inizia con la registrazione di due video con qualche libertà espressiva e molte imperfezioni che Filippo Gatti, mio fratello, riterrebbe validi motivi per eliminare le mie produzioni cinematografiche da YouTube.
Ho scelto di guardare negli occhi chi mi ascolta. "Diario di melassa" guarda molti occhi, e mi mostra nuda. Racconta, tra le altre cose più o meno frutto di fantasia o verità, il disturbo alimentare verissimo che ho avuto. Si chiama "binge eating disorder" ed è un dramma per chi ce l'ha. Ma può guarire, o migliorare fino a essere un pappagallo appollaiato su una spalla da accarezzare con tenerezza quando ne ha bisogno. La mia speranza è che il libro, piccolo e leggerissimo, sia una parola di speranza e condivisione per chi sa cosa significhi vivere murati dentro un corpo che non è quello che la mente vorrebbe. Spero che sia anche un puro e semplice momento di lettura, con la valenza positiva o negativa di qualsiasi altro. Perché questo dovrebbe essere.
Vorrei ricevere commenti da chi lo legge, qui o al mio indirizzo email mariagiovanna.luini@gmail.com (oppure dove e come vi pare). Perché nelle poche pagine coperte da una grafica bellissima ho messo pezzi densi di varia umanità.
E GRAZIE A SARA CAMINATI!
Scritto il 10/06/2009 alle 15:04 | Permalink | Commenti (5) | TrackBack (0)
Non ricordo bene cosa mi disse Valerio quell'altra mattina di alba, quella in cui mi teneva abbracciata e sfiorava l'acqua del lago con il piede nudo striato di freddo. Ma qualcosa deve avere detto, qualcosa di speciale intendo, perché nella mia mente le ore con lui sono rimaste impresse e non se ne vanno più. Strano, dimentico facilmente i contenuti e trattengo le impressioni, modifico gli eventi perché mi facciano bene oppure male e li ricreo, li torturo finché diventano altro. Insomma. Valerio e l'alba, un binomio che salta fuori adesso mentre guido lenta sulla litoranea e non ho voci intorno.
Ho i piedi gonfi. La doccia fredda non ha migliorato la situazione. Ieri sono rimasta in piedi a lungo, con l'americano che chiacchierava e chiacchierava e tentava di convincermi che il mio lago sia il più bello di tutti. Annuivo, avevo male alla schiena, la sua voce mi intontiva come una musica da meditazione, la musica che mi entra nelle orecchie quando massaggio le ospiti dell'albergo, talmente noiosa da non amarla più. La noia ammazza l'amore anche quando si tratta di musica, vero? L'americano parlava e parlava, avrei voluto nascondermi nel ripostiglio dove teniamo le creme e l'olio da massaggio, ma temevo che arrivasse il medico e cercasse di toccarmi i seni. Ci prova, e ci riesce, ogni volta che mi vede sola. Noia anche quella, perché non ha senso. Gli uomini fanno spesso cose senza senso, chissà se lo sanno, chissà se si rendono conto che per semplificare complicano tutto. Come l'uomo in viaggio, l'amante della cliente rotondetta di Milano. Pare sia partito per l'Australia insieme ai figli e non si faccia sentire da venti o trenta giorni: dico io, che significato ha tacere quando basterebbe dirle "Non mi vai più a genio?". Almeno così credo io, perché è ovvio che a quell'uomo la mia cliente simpatica non va più a genio, ed è un peccato perché la trovo intrigante e più colta di tutte le altre, dovrebbe essere contento di tenersela vicina.
Che alba, è perfetta. Se non avessi perso tempo a infilarmi la divisa pulita, rigida perché l'ho stirata con mezzo occhio mentre guardavo la televisione, avrei potuto sedermi sulla riva del lago e aspettare. Mi piace aspettare. Avrei visto il buio, poi, una luce quasi immaginaria, un sogno di luce nascere dietro la collina. Avrei sorriso dentro (inutile sorridere anche fuori), e arricciato le palpebre per distinguere la realtà dal sogno, e seguito i movimenti impercettibili delle particelle d'aria sempre più rosse, più rosa, poi gialle e bianche. Avrei visto la forma tremula del sole allargarsi da un punto piccolo fino a una pancia schiacciata, rivolta in su, e un mezzo disco un po' più netto, poi, poi, poi. Il sole. Ecco, il sole. Come è banale, il sole, è sempre uguale eppure lo cerchiamo sempre. Lo usiamo nelle parole, nelle metafore d'amore: "Lui è il mio sole". Come se qualcuno potesse davvero diventare il sole o la luna di qualcun altro, come se l'amore desse garanzie e luce e calore oltre il limite minimo dell'euforia.- Come sei cinica.
Ho immaginato la voce di Valerio. Dice che sono cinica perché penso che l'amore sia un vapore poco più costante di quello di una pentola di acqua con il fuoco sotto. Invece sa che ho ragione, ma non gli va di ammetterlo. L'amore è parola, l'amore è sesso, l'amore è una cosa bella da immaginare quando si sentono i nervi tesi e fibrillanti nell'attesa di qualcuno, ma non è molto più di questo. Un'emozione, forse. Tutto lì. Se mi lasciassi rapire dall'alba che vedo nascere oltre il lago, sopra la collina, potrei perdere la fantasia dentro il fascino di istanti che non sono altro che dettagli di vita, frammenti minimi piccoli come spilli che bucano la pelle e lasciano un vuoto difficile da riempire. Ma va. Ho dormito grosso, la notte scorsa, finalmente il letto era largo e vuoto. Ero sola. E mi veniva da ridere. Perché Valerio al telefono ha detto, qualche giorno fa:
- Se mi chiedi di fare sesso con te devo dirti no.
Che presunzione. Che ridicola, eterna e triste presunzione. Il sesso è tanto facile da trovare, è lo scambio più intimo e disponibile tra due persone: se lo volessi adesso, su questa strada deserta e addormentata che scivola rotonda e dritta verso l'albergo dove lavoro, potrei telefonare a Dario, oppure a Luciano, o anche a Giuseppe. Si precipiterebbero qui, abbandonerebbero il letto caldo con le mogli o le compagne intabarrate nella camicia da notte con le pieghe, e arriverebbero al loro meglio. Cioé eccitati e duri. E mi divertirei, sicura che ognuno avrebbe pronto un repertorio di mani e lingua e altro per strapparmi gemiti sudati. No, non dovrei aspettare Valerio per il sesso che rende i miei occhi brillanti e il corpo tonico. Ma è inutile dirglielo, lo lascio navigare nell'illusione di avermi scavato un buco nel cuore: gli piace tanto pensarlo. Gli piace dire a se stesso che è andato via e se volesse ritornare potrebbe farlo, e sarei sulla soglia a lanciargli fiori e ghirlande sulla testa, unta di unguenti profumati, e trepida.
Ma dai. Come se non sapessi, se non avessi visto. Gli uomini come Valerio vanno a mode: ieri c'ero io, oggi c'è un'altra che non faccio la fatica di immaginare, domani ci sarà una donna ancora diversa. Amesso che prima o poi non cada anche lui, come tutti, nell'uragano dell'illusione, si sposi e si penta pochi giorni dopo. E non sappia più come cavarsela.
L'amore non esiste, vorrei dirlo alla luce che ormai riflette sul parabrezza e tra pochi minuti mi scalderà le spalle quando lascerò l'automobile nel parcheggio ed entrerò in albergo, pronta a massaggiare corpi ricchi e sfaccendati. Non esiste, ed è meglio così. Sai che noia se il gioco di prendere e lasciare, partire e ritornare fosse vero, se ci fosse un granello di polpa nella vasta distesa di aria vuota che ci raccontiamo per rendere la vita più colorata.L'amore. Che bugia stupenda. La lascio ad altri. Adesso ho da lavorare.
Scritto il 10/05/2009 alle 18:34 nella racconti, racconti brevissimi | Permalink | Commenti (8) | TrackBack (0)
Il portale "Rosso Scarlatto" ha pubblicato il mio racconto erotico "Cosa fanno le tue mani".
- Pensi che l'ultima volta che sono stato a Napoli..."
Clicca qui per leggere il racconto.
Grazie a Rosso Scarlatto.
Scritto il 10/05/2009 alle 15:08 nella erotico, link, racconti, racconti brevissimi, rosso scarlatto | Permalink | Commenti (17) | TrackBack (0)
Scritto il 10/05/2009 alle 14:54 nella Arte e cultura, Attualità, considerazioni personali, cultura, eventi, filosofia e vita, libri, link, Media e tecnologia, persone, pezzi di parole, priorità, Società e costume, varie ed eventuali | Permalink | Commenti (0) | TrackBack (0)
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