racconti, fiabe, romanzi a puntate, pensieri e pezzi di parole
(attenzione: i testi pubblicati in questo blog e le fotografie sono di esclusiva proprietà dell'Autrice)
AAVV: RAC-CORTI - Il chiama angeli Il mio racconto "Il chiama angeli" nell'antologia RAC-CORTI di Giulio Perrone Editore 2008
AAVV: EROS & AMORE - La penombra di un ufficio e un ascensore che sibila Il mio racconto "La penombra di un ufficio e un ascensore che sibila" nella sezione EROS di "Eros & Amore" di ArpaNet, 2008
"I racconti delle bacche rosse": Lampi di Stampa Editore, I Platani Narrativa, 2008 Il secondo libro di fiabe
AAVV: CONCEPTS PROFUMO - La piccola casa di legno, e quel profumo. Fragranza e mistero di notti romane Il mio racconto "La piccola casa di legno, e quel profumo. Fragranza e mistero di notti romane" nella raccolta "CONCEPTS Profumo", Edizioni Arpanet 2007.
"Una storia ai delfini": Edizioni Creativa, 2007 il mio primo romanzo
AAVV: CONCEPTS MODA - La donna vestita di fiori Il mio racconto "La donna vestita di fiori" nella raccolta "CONCEPTS MODA", Edizioni ARPANet 2007
Luciano Comida Ho la fortuna di amare e di essere amato: faccio lo scrittore, il giornalista, l'impiegato statale, leggo, ascolto rock e jazz e classica, guardo cinema e teatro, tifo Toro, sono valdese.
Michele Crismani Ho tredici anni, non mi piace tanto la scuola (anzi proprio per niente). Invece mi piacciono le ragazze, il calcio, il rock (sia ascoltarlo che suonarlo), i film, mangiare patatine fritte di sacchetto, bere coca-cola e tirare dei rutti che scandalizzano mio papà e mia mamma.
Calogero Miceli poeta, presepista, scrittore e sceneggiatore emergente. Prova a fare anche lo studente in scienze della comunicazione. Vivo ogni giorno intensamente perchè considero la vita un grande dono e perchè in essa ho ricevuto il dono della poesia.
Cantastorie errante ...ogni cosa è intorno al nostro essere, sta a noi saperla vedere ed appropriarsene per donarla agli altri
I social network sono luoghi senza spazio fisico né tempo, dove molto è virtuale. Molto, ma non tutto. Possiamo arricciare il nasino millantando orrore e superiorità, ma internet è uno strumento di comunicazione straordinario, e i social network, se usati con la medesima intelligenza che dovrebbe guidare ogni azione quotidiana, non sono altro che piazze assolate o fresche, piene di neve o pioggia, dove ci si trova, ci si lascia, si ama, si odia, si piange, si canta, si fa l'amore, si discute e si condivide.
I mezzi a disposizione su Facebook, uno dei più noti social network, sono belli e interessanti. Chi scrive ha il desiderio, espresso in modo più o meno palese, che le proprie opere siano lette: internet offre la potenzialità per raggiungere tanta gente e fare conoscere la propria scrittura. Ma non c'è solo questo: c'è la discussione, che, a volte, diventa intrigante, piena, sottile o spessa, lascia tracce di sangue, sudore e fiele, oppure dolcissime riflessioni. Per questo ho aperto, cedendo a qualche pressione dei lettori, un gruppo che si chiama "MariaGiovanna Luini" e che, orrore, avrà un pulsantino con la scritta "diventa fan": ogni volta che noto quel pulsantino virtuale vorrei buttare il computer dalla finestra e chiudere il gruppo, la cosiddetta "pagina ufficiale", perché la parola fan non mi piace. Pazienza, fingerò di non vedere. Ho una certa abilità nel fingere di ignorare ciò che accade, spesso conviene.
Il gruppo su Facebook vuole essere un ritrovo per chi ama la scrittura e i libri. Non parleremo solo dei miei libri, anzi spero che subito ci si immerga in digressioni che riguardano altri scrittori: vorrei che chi avrà voglia di unirsi a noi esca dalle discussioni con la voglia di leggere, leggere, leggere, che abbia la possibilità di sapere dove sono i suoi scrittori preferiti e quando, conosca i festival e gli eventi delle case editrici e i progetti più rilevanti che riguardano la scrittura.
Ai viandanti del web iscritti a Facebook offro l'appuntamento da me, per un aperitivo letterario e uno scambio di parole e vita. Ecco il LINK.
Fa freddo. Ho le finestre chiuse e la luce bassa, il computer acceso fa versi ogni tanto. Il gatto sulla scrivania gioca con una penna, la fa rotolare fino al bordo ma non la fa cadere. Siedo nel niente che amo, raccolgo impressioni di vita. E ho freddo.
Il maglione di lana giallo stretto addosso, il silenzio e le voci lontane della partita: qualcuno urla, so che agita braccia e sciarpe rosse e nere; sembra una sera calda e soffice di ovatta noiosa. Le carte con il volto di un buddha senza sorriso sparse sulla scrivania, distillo idee rare nella stanchezza di una giornata di parole pesanti. La malattia da togliere dall'anima è il nemico e compagno che ognuna mi porta in dono, lo espone su ferite cicatrizzate fino a fili bianchi invisibili che tolgono pezzi di cuore.
Ho freddo, dicevo. Molto freddo. Sono uscita dalle stanze perfette e dai corridoi dove i miei tacchi facevano rumore e mi sono nascosta nel gazebo dove qualcuno fuma, nascosto. Era buio, una ranocchia saltava e tracciava il cammino: l'ho seguita per un po', avrei voluto toccarla, si è nascosta in una siepe senza avere paura. Due passi sotto il tetto che spiove, il pavimento di legno sembrava vicino a un camino. Ho guardato, senza fumare nè pensare di farlo. Un albero tratteggiato di rami tortuosi e sottili, pochissime foglie appiccicate per ore, giorni, destinate a cadere: vedevo il profilo contro i mattoni lontani illuminati da fari discreti, la silhouette spaccata e assoluta di imperfezioni uniche che avrei potuto coprire di neve o inondare di sole. Un albero, guardavo un albero e c'era pace. Un istante, solo per un istante ho pensato che avresti potuto essere con me, sfiorare la mia spalla con la mano e le labbra con un bacio. Il pensiero è volato, e l'albero, solo quello importava. Stava fermo, respirava solo nella mia consapevolezza. Era il disegno perfetto, la poesia assoluta. L'incanto di una scrittura che potrei solo tentare di avere.
Rami neri flessuosi, ricurvi, sul tronco magro e liscio nell'ombra. L'albero senza foglie stagliato nella notte di quel giardino.
Sono ritornata indietro, poi. Ho salutato amici e chiuso porte. Ho capito che devo rientrare nella me che voglio. E scrivere, quindi.
La strada è decine di metri più sotto. Vede automobili rare, troppo lontane per distinguerle, a meno che non siano limousine bianche o nere che impegnano il crocevia, filano lente e silenziose (tutto è silenzioso, da lassù) e spariscono in fretta.
Il tailleur grigio cade bene. Sente i pantaloni morbidi, sa che coprono parte del tacco alto che ha scelto prima di uscire; la giacca è appesa alla sedia, la camicia bianca è aperta sul petto e lascia vedere la curva piena dei seni. Ha la mano, al collo, la catenina d'argento con la mano di Fatima che dovrebbe indicare "autocontrollo", o qualcosa del genere. La usa perché le piace. Non che l'autocontrollo esista troppo, in lei. C'è quando lavora, quando siede alla scrivania con il computer quieto in attesa e la gente che entra, siede, domanda e risponde, se ne va. Nel resto del tempo, quello speso fuori, non controlla granché, ed è contenta. Il controllo è fatica, l'emotività che reprime deve trovare spazio e istanti e mani che la raccolgano.
Le mani, appunto. Sta pensando a quelle. La accarezzano morbide, quando la stringono emanano calore. Come le labbra. Le sono piaciute, quelle labbra sottili ferme sulle sue, le parole soffiate sul suo viso in un abbraccio che poche volte ha sentito tanto sensuale. Giulio sa abbracciare, sa sfiorarla e baciare lento, leggero, assoluto. Se solo non fosse lontano. E se fosse solo, soprattutto.
Ha ricevuto la telefonata nelle prime ore del mattino: quando ha visto sul display l'identità di chi chiamava ha tirato giù un pezzo di sopracciglia, corrugando il naso, incerta sulla felicità e il dubbio. Succede sempre, vede chi chiama e immagina frammenti di ragioni, traumi di comunicazioni che non vorrebbe, felicità inattese, troppo improvvise. Non sa reggere la sorpresa, per questo dimentica il telefono in borsa o sulla scrivania. Che sia bella o brutta, la sorpresa la spaventa. Insomma, ha visto e sentito lo squillo, controllato il display e concretizzato il dubbio nel cervello. Un grande punto interrogativo.
- Pronto. Ciao, Silvia!
Ha detto così, tanto era chiaro che fosse Silvia dall'altra parte.
Si è appartata in un angolo del corridoio, non è andata nello studio. Gli occhi hanno cercato uno spiraglio di finestra e si sono tuffati in cielo, in strada, sugli alberi di Central Park.
- Ciao, Alessandra. Come stai?
- Molto bene. Tu?
C'è da dire che risponde sempre uguale. Molto bene, sta molto bene. Potrebbe essere sotto le ruote di un autobus giallo, all'ultimo sospiro insanguinato, e dire che sta bene. E' cresciuta così, le hanno sempre detto che si deve rispondere "bene" e lei esegue. Obbedisce, quando non fa quello che le pare.
Si è appoggiata al vetro con una spalla, ha sentito il fresco assente sul braccio.
- Dimmi.
La mente vagava. Ricordava volti della sera prima, la festa per l'inaugurazione e il vino rosso, e il freddo pungente quando ha chiamato il taxi e l'ha atteso in strada, da sola, nonostante tutti le consigliassero di restare dentro. E' fatta così: se decide di andare, va. Altrimenti non si muove. Si era pentita, però, perché a casa ha trovato nessuno, e non aveva voglia di leggere o scrivere o guardare la televisione, e gli amici l'hanno chiamata per dire che la festa era andata avanti. E avevano pensato che avesse fatto male ad andare via. "Hai ragione", ha risposto con un sms a chi le parlava, poi si è asciugata le gocce di doccia dalla pelle e messa a letto. E buonanotte.
- Volevo dirti che sei una persona speciale, mi piaci molto.
Un allarme si è illuminato all'improvviso. Sa di piacere a tanti, e di essere odiata a morte da un numero più o meno pari di persone. Niente indifferenza con lei: odio oppure amore. Però quando qualcuno le dice mi piaci fa scattare il salvavita, un interruttore va giù e le spie rosse impazziscono.
- Perché?
Ha chiesto, sicura di interpretare i motivi nascosti dietro la lusinga. E ha ascoltato. Parole, parole bellissime che forse qualche verità potevano anche averla. Qualcosa, nella testa, immagazzinava dati e ricordi mescolandoli insieme, scartava i complimenti eccessivi e prendeva i toni di voce sinceri per analizzarli con calma, dopo. Poi, all'improvviso, i due caffé e la consapevolezza hanno finalmente dato un effetto. Si è resa conto del rumore dell'automobile, della chiamata al cellulare e non sulla linea interna, di una frase così, apparentemente non registrata.
- Sto andando, ritorno lunedì.
Clic. Contatto, e il circuito neuronale improvvisamente attivo e vigile. Scosse di correnti elettriche bianchissime nelle reti invisibili che attraversavano il cervello, piccole cellule a forma di fuso accese e spente, accese e spente. Il viaggio, gli stessi giorni di Giulio. Il "mi piaci molto", come a scusa e richiesta di qualcosa. Ha parlato, interrompendola.
- Scusa, dove stai andando?
Imbarazzo.
- Sai, abbiamo quel congresso a Londra. Vado in aeroporto.
Abbiamo. Noi abbiamo. Noi.
Londra. Aeroporto. Silvia andava all'aeroporto. E Giulio. Londra. Congresso. Sarebbe andato all'aeroporto. Ha spalancato gli occhi.
- Ah, non sapevo che.
Che. Si è fermata lì. In fondo, esistevano ragioni. Silvia e Giulio sono colleghi, lavorano insieme; il congresso forse li riguarda entrambi. Ma Silvia è intervenuta, ha colto l'opportunità al volo.
- Sì, Alessandra. So che non sapevi che. E mi dispiace.
Il freddo sul braccio è morto, diventato intollerabile. Si è spostata e ha mosso dieci o dodici passi fino all'ufficio. Senza parlare. Con il respiro pesante.
- Alessandra, ci sei?
- Sì.
Scrivania. Si è seduta, gambe sul ripiano e schiena buttata indietro.
- Scusa, non sapevo come dirtelo. Giulio nasconde le cose, le dà per scontate. E' tanto tempo che lui e io... Anni, insomma. So di voi, e credo che si arrabbierà, ma stiamo a Londra fino a lunedì e prima o poi qualcuno... Guarda, mi piaci davvero, avrei tanto voluto che fosse chiaro subito tutto. E' fatto così, lo accetto. Ma tu, sai, tu forse meriti meglio.
Avrebbe voluto scappare, alzarsi e correre fuori, perdersi nell'unico orizzonte sconfinato chiuso nel cuore di New York. Central Park, con l'idea di libertà che riesce a dare nonostante tutto. Le gambe avevano improvvisamente fretta, e voglia di portarla via.
Non è stata la storia di Silvia e Giulio in sè, ma la scoperta a colpirla. Non si era accorta, eppure l'evidenza era lì. Avrebbe potuto immaginarlo al primo istante. Non lo ama, forse era stato quello. Chi non ama è meno attento. Si lascia sfilare le cose sotto il naso perché non tiene a loro. Oppure decide di chiudere gli occhi e dormire, che è tanto meglio.
Non ha mai capito che Silvia fosse la sua amante, nemmeno quando la salutava attraversando il lungo corridoio che, in fondo, apriva la porta sull'ufficio di Giulio. Non ha visto, non ha sentito. Nelle lenzuola bianche di casa sua ha respirato i suoi orgasmi senza sapere che avevano dentro anche lei.
"Le mani", ha pensato alle sue mani. Sono morbide e belle, la accarezzano e la fanno (facevano) perdere. Le stesse mani che da tempo accarezzano SIlvia. Chissà come le conosce bene lei, quelle mani. Le bacia sul polpastrello, le succhia e le chiede. Da mesi, anni. Da un buco di tempo che lei non ha avuto.
- Senti, dimmi qualcosa. Mi dispiace.
"Cosa vuoi che ti dica?", ha pensato. Ha alzato le spalle, riso un po'.
- Beh, non è il modo migliore per iniziare una giornata ma sei stata in gamba, apprezzo questa telefonata. Temo che non ci sia molto margine. Scusami, Silvia, non l'avrei fatto se avessi saputo.
- Lo so. Ti conosco. Non siamo amiche ma ti vedo, e sento. Sei una donna eccezionale. Non l'avresti fatto se avessi saputo che Giulio sta con me. Ma cosa vuoi, gli uomini come lui non si possono cambiare.
Eh, no, non si possono cambiare. Le automobili al crocevia rallentano, piegano a destra o sinistra, si piazzano in mezzo poi accelerano di nuovo. Qualcuno cammina, puntini neri e bianchi frettolosi a testa china.
- Non si possono cambiare. Hai ragione. Dai, lasciamo stare. Ti chiedo scusa. Lascio perdere, avrei dovuto saperlo.
- Non potevi.
- Sono solidale con te.
- Lo so, Alessandra.
Ha chiuso. La telefonata e la relazione assente e abbozzata con Giulio.
Il cielo azzurro a fiocchi bianchi le sta davanti, i piani altissimi degli altri palazzi la guardano. Ha voglia di scoppiare in una risata liberatoria, sente la gola grattare dell'ironia che non può evitare. Ironizza sempre, dentro, non può proprio farne a meno. Sarebbe stato tutto tanto semplice. Voleva divertirsi, ridere come solo con Giulio è riuscita a fare. E ricevere altre carezze lievi, parole e pensieri che le piacevano. Era molto bravo, Giulio, avrebbe potuto essere un amico. Avrebbe potuto.
- Hai una vita troppo affollata.
Lo dice al vetro, non a Giulio che va a Londra. Con Silvia. Ci ha pensato, anche se non voleva. Giulio e SiIvia insieme, nella stessa camera d'albergo. Nello stesso letto. In teoria, niente importa veramente: non voleva un amore e neanche una complicazione eccessiva, ma saperlo, sapere di loro, rende tutto difficile. Come fai a vivere una relazione leggera quando sai che esiste un'altra donna, un'amante, e ne conosci il volto? E sai anche dove sono, e quando. Ma no. Devi solo immaginare per stare bene, non devi sapere. Se sai, la magia si perde e la testa si affolla di sciocchezze senza scopo.
Fa un passo indietro, con un braccio cerca la tazza grande del caffé sulla scrivania. Beve.
- Basta.
Dice, la voce rimbalza sui muri.
Ci sono persone e incontri e parole. E altri uomini, appesi a messaggi o teorie di sensualità che solo lei potrà concretizzare. Se ne ha voglia. Deve solo passare avanti e voltare la testa. Il tempo farà il resto.
Il commento di Ebe Mirka Bonomi a "Diario di melassa":
CARA MARIAGIOVANNA, ieri sera il vicino mi ha consegnato il tuo terzo romanzo (?) "Diario di Melassa.Anche se tardissimo l'ho letto in un respira-butta fuori l'aria.Brava! Oltre a un'evidente evoluzione stilistica,affronti temi importantissimi su cui riflettere.Hai trovato il giusto distacco per guardarli in faccia con criticità e umana pietas.E non ti è mancato il coraggio per ammettere realtà colpevoli per superficiale responsabilità voluta o restata a metà del cammino per oscuri meccanismi di difesa (?) o di demoni mai veramente visti e tenuti a bada.Un grande impatto emotivo è ciò a cui io sono stata avvolta prima di addormentarmi (finalmente) appagata dall'ammirazione per te e per una Donna che ha trovato la fierezza della DIGNITA' che non sbraita ma dice.Auguri.Con "questo" aiuterai molte/i a uscire dal guscio e a NON avere paura di dire attraverso l'elaborazione difficile e dura del dolore trovando il "nuovo" pieno di sè l'orgoglio per non essersi arresi.Ti abbraccio.Mirka Bonomi
Arriva
prima, quasi sempre. Entra nel parcheggio grande della clinica e cerca un
posto, poi scende con calma dall’automobile e chiude le portiere con il
pulsante nero del telecomando. Trova spesso il sole. Qualunque sia stato il
viaggio, sente il calore tiepido sul viso e cammina con il rumore schiacciato scricchiolante
dei sassi sotto le suole, il computer sulle spalle in uno zaino marrone e la
borsa sulla spalla sinistra. Sempre la sinistra, è così che le hanno detto di
fare quando era bambina. La spalla destra stava più giù, colpa della scoliosi,
quindi doveva tenere le borse a sinistra. Per un bilanciamento fisico che
avrebbe potuto diventare anche equilibrio della mente, se si fosse impegnata
dal principio.
Quando le
diagnosticarono la scoliosi aveva pochi anni, la causa degli esami che fu
costretta a fare fu la spalla destra più bassa della sinistra. “Non stare così
storta”, le dicevano, e lei non capiva cosa significasse stare storta. Tirava
su la spalla destra, troppo su, per un’ipercorrezione (avrebbero detto i
medici, ma lei non lo sapeva ancora), poi si dimenticava e tutto ritornava come
prima. Pensava spesso a quella spalla storta, credeva che fosse un difetto
grave, un segno di distinzione negativa capace di rovinarla: era nata con una
tara, il corpo storto che, con l’impegno, non sapeva raddrizzare. L’avevano
portata da un professore di Firenze, che una volta ogni benedizione divina
visitava anche a Milano. Il professore sedeva su uno sgabello, era grasso e non
la guardava mentre parlava. Fissava i suoi genitori, alludendo a lei. “Nessun
problema con lo sviluppo sessuale e le gravidanze, tutto normale, basta mettere
un piccolo rialzo sotto la scarpa, una gamba è circa un centimetro più corta
dell’altra”. Una gamba più corta dell’altra? L’idea l’aveva infastidita. Non
era concepibile che, oltre alla spalla bassa, avesse anche una gamba più corta;
il corpo era storto e imperfetto. Nessuno le chiese il parere, comunque, e
misero i suoi piedi in una bacinella di acqua, presero misure e le ficcarono
sotto il tallone spessori di sughero con un odore cattivo. Poi, tempo dopo,
ebbe i rialzi per la gamba più corta, e non li usò mai. L’unico fastidio vero,
con la gamba che non è più corta ma solo diversa dall’altra, è che quando va
dalla sarta per accorciare i pantaloni deve raccomandare che stia attenta, non
vada un tanto al pezzo, perché gli spilli devono stare ad altezze diverse.
Niente più di così. Ha in mente la storia della gravidanza, lo sguardo in
tralice del professore che aveva abbassato la voce in tono allusivo dicendo che
avrebbe potuto avere una gravidanza, come se esistesse un segreto inadatto alla
sua età. Gravidanza e scoliosi, e gamba più corta. Quando ci ripensa vorrebbe
ridere: è la vita a decidere, non la scoliosi. Ma più in là di un tentativo di
risata non va. Cambia argomento e ritorna a se stessa.
Cammina,
insomma, quando arriva alla clinica, con lo zaino e il computer e la borsa
sulla spalla sinistra, poi entra facendo slittare le porte a vetri silenziose di
fruscii molli, chiama l’ascensore e va al secondo piano. Studio trenta. Quando
nessuno è ancora passato per aprire, siede nella sala di attesa dei pazienti,
accende il computer e scrive. Sceglie la sedia accanto alla finestra, la luce
la investe da sinistra e le ginocchia tengono su il computer. La bottiglia
d’acqua piccola sulla sedia accanto. Scrive, e dimentica le visite e il tempo e
la donna che passa nel corridoio con le chiavi. Dimentica di essere in una
città immersa nella campagna e di non avere con sé le chiavi di Firenze. Dovrà
arrivare di corsa, in tempo per farsi aprire da Vincenzo. Dimentica, basta.
Finché una voce la chiama. “Dottoressa, come sta?”. Alza la testa e vede la
segretaria simpatica ed efficiente, con i capelli biondi in un caschetto
ordinato, che, alta ed elegante, la fissa dalla porta. Le chiede “Come sta?”,
ma vuole dire: “Si ricorda dove si trova e perché?”. Ha imparato a riconoscere
le sue assenze e a sorridere, probabilmente la trova simpatica. Assorbe come
uno scafo dislocante le onde maligne dei malumori, riceve con gioia trattenuta
i giorni di felicità. Prende quello che viene, ha letto i suoi libri e
probabilmente ogni giorno deve ricordare a se stessa che il mondo è pieno di
matti. E anche i medici, sì, possono essere matti, soprattutto quando scrivono
le fantasie che altri tengono nascoste.
La
scrivania dello studio grande è bianca, solida. Un paravento pietoso nasconde
il lettino dove visita il seno alle donne. Il cellulare resta muto, i muri
grossi e puliti la proteggono. Riapre il computer, lo accende e controlla
l’elenco dei nomi. Il camice è appeso nell’angolo, un ecografo spento tace a
pochi metri da lei. Pensa ai mesi strani e tremendi, alla polvere negli angoli
del passato, allo spazio vuoto che gli astrologi attribuirebbero a Saturno (era
contro, ha letto dappertutto, è stato contro per due anni, è andato via a fine
ottobre) e alle persone che, simili a miracoli, sono comparse dietro le quinte
della sua vita, per sfilare a tratti più o meno frequenti sul palcoscenico.
Sorride. Ne ha imparate, di cose. Vorrebbe
elencarle, se valesse la pena: più volte ha raccontato in silenzio, con la
grafia netta e rotonda della mente, le verità di amore e pienezza e dolore e
saggezza che le sono piovute addosso. Le ha recitate, cesellandole di stile e
tecnica, masticandole per sentire un sapore nuovo ogni istante. Non ha tirato
fuori i pensieri, però. Neanche quando ha smesso di soffrire ed è ritornata
felice, o quando si è accorta che per la prima volta nei trentanove anni di
respiri uno dietro l’altro era pronta ad ammettere un errore. Una storia che
non avrebbe dovuto esserci, l’unica completamente sbagliata.
Storia, si
dice così. La si chiama storia e si pensa a un tutto che nasce, si dipana e
intreccia, poi finisce, lasciando il tempo ad altri e un sapore prezioso oppure
malsano o, ancora, tanto lieve da non lasciarsi leggere. Le storie si scrivono,
ma non sempre. Alcune non si devono scrivere, e non sono tutte tristi o
cattive, ci sono quelle felici e troppo dense di amore per essere dette.
Esistono sguardi, e baci leggeri sulle labbra che sciolgono i mari senza
incontri successivi, restano in testa. Esistono amori distanti, pieni e
tenerissimi, sfilacciano l’apparenza di una furia erotica che mischia rabbia a
trasgressione: uomini che violano i silenzi e spiegano che l’amore, sì, esiste,
ma non è tempo. E nemmeno luogo. Ma fanno sentire amate, quando accendono un
giorno di passione. Esistono bellezze cui era disabituata, e proprio queste non
racconta con le mani pigiate sulla tastiera o la penna stretta nelle dita. Esistono.
E si fanno piacevoli, insostituibili segreti.
Ama i
segreti. Cosparge di fumo un nucleo che nasconde, si diverte a vedere
l’incomprensione della gente. Trasforma i nomi, fonde identità non vere. E
accarezza di notte solo chi è ignoto. Aspetta, quei segreti. Li osserva da un
angolo oscuro dove i suoi occhi marroni e lucidi si notano appena. A volte,
saluta qualcuno con la mano e lo lascia andare, oppure gira le spalle e si
toglie la polvere dalle scarpe per ripartire. Altre volte, sorride divertita
alla paura di chi si ferma a bere la scia rossa di fumo che le sta intorno,
considerandola vera. Senza capire che la paura con lei non ha senso.
“Dottoressa,
come sta?”. Alza gli occhi e controlla l’orologio. Erano due ore di anticipo. E
non ci sono più. La donna alta e bella sorride. “Poi mi farà leggere, vero?”.
Annuisce, salva e spegne. E’ ora di diventare l’altra, l’immagine bianca della
sua vita. Si alza ed esce in corridoio, due donne la salutano. Mentre visita la
più giovane, l’altra racconta il proprio amore, il primo incontro e una magia
che gli anni non sono riusciti a bruciare. Chiacchierano e ridono, c’è tempo,
c’è tanto tempo. La donna giovane parla di qualcuno, di un amore non ricambiato
che ha voluto spezzare prima che facesse troppo male; ci sono amori che vanno e
ritornano, e amori che non dovrebbero mai nascere. La ascolta in piedi, le
piace la freschezza della voce e il mistero della prima delusione affrontata
con coraggio. Racconta di sé spostando tempi e luoghi, la voce non si spezza
anzi ride, e una bolla leggera di ironia le gonfia i pensieri. Si salutano,
dopo, sull’onda di uomini e ricordi.
La porta si
chiude.
Le finestre qui sono grandi e, se mi affaccio appena,
vedo il parco. Nella testa la musica di Mozart, quella che ripeto ossessiva e
libera quando sono sola. Le due donne hanno lasciato il profumo delle parole,
commentato “Diario di melassa”. La melassa. Ci sono strati del mio corpo che ho
messo e non mi appartenevano, erano difese e schermi che non servono più. Apro,
tiro di lato i vetri e salgo sulla sedia, poi tolgo il camice e i vestiti.
Nuda, finalmente, e sola. Ho spezzato catene che credevo necessarie, sofferto
dolori di morte. Ho temuto di finire. Ho odiato e amato e pianto, ho permesso
che altri decidessero per me. Il vuoto, questo vuoto che mi rende la piuma
capace di volare, non ha più mani gravide di mezzi amori e spalle storte,
imperfezioni che solo gli altri hanno voluto creare. Ho tenuto stretti abbozzi
di sentimento che non potevano bastare, rimuginato frasi idiote di menti che
sono passate oltre senza chiedersi cosa volessi da loro. Fino a un minuto,
un’ora, una notte di non so quando, fino al risveglio di questa mattina senza
rimpianti o recriminazioni. Un passo avanti, mezzo ancora. Sono sulla finestra
e il vuoto non fa paura, sotto. Non voglio più frasi di scusa e affezioni
altalenanti, il rischio che corro su questa finestra aperta, senza i vestiti ad
appesantirmi il respiro, è l’unica ricchezza che tende i miei muscoli magri.
Magri. Ora. Il cielo azzurro di sole, la brezza lieve e una risata piena
allontanano ogni amore che non sia mio. Rido, apro le braccia. Credevo che il
tempo arrivasse annunciato, che ci fossero angeli vendicatori e spiriti
guerrieri, pensavo a una crisalide affaticata dalla lotta con le ali bagnate di
fatica. Invece basta capire che il momento è questo, e saltare. Non cadrò, e se
succederà saprò come rialzarmi. Se morirò, invece, l’avrò voluto nell’istante
in cui possiedo l’unico bene che conta. Il mio.
Avanti, la
donna si sporge. Ha un sorriso che riempie il volto tondo e gli occhi marroni
con il taglio obliquo. Nessuno la vede, è nuda e libera. Una voce pigolante di
uccelli in stormo le solletica le braccia. E salta, lascia la finestra e la
clinica e il peso di melassa che la teneva indietro: il suo corpo cade, sfiora
i muri colore del mattone e va verso la ghiaia, verso l’erba calpestata dagli
operai che costruiscono altri padiglioni. Cade, cade, le braccia larghe e le
gambe tese, la testa piena di aria e gocce. La terra apre il ventre per
accoglierla, niente più voci di uccelli fermi nel cielo a guardare. Fino al
volo, che nasce all’improvviso con una curva morbida che la riporta in alto.
Tocca ridendo i tronchi e le foglie, si alza senza peso e guarda la nuvola
bianca che vorrà assaggiare: la mangerà senza che le riempia lo stomaco, senza
agghiacciare di vergogna l’alito che soffia tra i denti. Una scia rossa di fumo
e polvere disegna un semicerchio perfetto, la segue e non la nasconde più, non
copre il suo nucleo che brilla e non vuole più mani a strappare gli angoli per
poi buttarli via.
Vola, la
vedo. La donna nuda e libera si allontana veloce nel cielo. E ride, posso
sentire che esplode di un amore che solo lei conosce.
Vola.
Io volo.
E se cadrà,
lo farà dopo avere scritto le storie, tutte. Quelle che meritano un
ricordo.
Domani avrò l'onore di accompagnare il Professor Umberto Veronesi a Roma, per ritirare la Menzione speciale alla “cultura del fare” al Premio Pimby (Please-In-My-BackYard) 2009.Di seguito potrete leggere la news completa.
Mercoledì 18 novembre 2009, in occasione del Premio Pimby, che sarà consegnato a Roma presso il Palazzo delle Esposizioni, il Professor Umberto Veronesi, in qualità di Direttore Scientifico dell’Istituto Europeo di Oncologia (IEO) di Milano, riceverà la Menzione speciale alla “cultura del fare”.
Il riconoscimento gli sarà conferito per il suo impegno nel perseguire lo sviluppo e l'applicazione di ricerche capaci di migliorare le condizioni di vita attraverso l'utilizzo di tecnologie innovative, nel campo della salute, dell'ambiente, dell'agricoltura e dell'energia, promuovendo la fiducia nella ricerca scientifica e nei suoi risultati, nell'analisi imparziale delle diverse alternative, contro ogni lettura superficiale e demagogica.
Il Premio Pimby, che da sempre ha lo scopo di valorizzare quelle amministrazioni locali che hanno scelto di realizzare opere coniugando il rispetto delle regole con il consenso dei cittadini, riunirà anche quest’anno oltre 200 esponenti delle alte sfere istituzionali, del Governo e delle Autorità indipendenti, personalità provenienti dal mondo della politica e delle associazioni di categoria, il comitato scientifico dell’Associazione Pimby, i media nazionali e i rappresentanti della business community dei settori infrastrutture/energia/ambiente.
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E' un giorno senza cielo. - Ci vorrebbe un caffé. Dice, sdraiato sull'amaca che dondola a destra e sinistra, un giornale aperto sul petto con le pagine che cadono molli sull'erba bagnata.Lo guarda, abbozza un sorriso. Ha appena finito il bicchiere di whisky e l'ha lasciato andare nell'erba, aprendo le dita, senza preoccuparsi di romperlo. - Perché un caffé? - Non so, mi va di bere qualcosa di forte ma non alcolico. Il caffé è perfetto. - Va bene. Si alza e mette la penna sul tavolo basso, la guarda rotolare finchè si ferma senza cadere. Due o tre passi fino alla cucina e il rumore della macchinetta, le mani afferrano le bustine rosse di zucchero e cercano un cucchiaino. Ritorna indietro e osserva l'oscillazione del liquido nella tazzina trasparente. L'aria è quasi ferma, lui lascia andare qualche grazie con accento francese. Le bacia le labbra e pizzica un seno, pigro. Beve succhiando la tazzina, poi la fa cadere nell'erba. - Non dovrei essere qui. - Lo so. Ma ci sei. - Sto bene con te. - Stai bene nel giardino sull'amaca. - Spiritosa. - Quando riparti?
- Non so. Domani, credo.Vorrei restare. Deciderò questa notte, oppure all'alba. Forse rimango due o tre giorni nascosto, con te.
- Va bene.
Afferra di nuovo la penna e traccia qualche segno sul taccuino nero aperto sulle ultime cose che ha scritto. Non ha molta ispirazione, ma i ghirigori sulle pagine sono meglio che restare ferma e pensare a cose inutili. Ha imparato che i pensieri vanno tenuti fermi, il più delle volte, perché non sanno dove andare e infilano anfratti vuoti e si avvitano, si attorcigliano su se stessi e fanno male.
- Cosa scrivi? Le piace sentire la erre francese, le piace quando nel telefono urla per farsi sentire da qualche zona del mondo che lei non ha mai visto. - Non so, qualcosa. - Che entusiasmo! Sei piena di iniziativa oggi. - E' la statua. Tace. E anche lui. Pensano alla statua nella stanza più alta della casa, quell'insieme di cera bianco crema con un braccio alzato e una gamba flessa, spostata un po' avanti. - Perché l'hai fatta? - Ero sola, volevo mettermi da qualche parte. - E ti sei messa nella statua. - Sì, ho messo lì le cose che devo buttare via. - Pensavo il contrario. - Cioé? - Hai immobilizzato te stessa in quella statua, hai fermato i tuoi tratti per sempre, o almeno per la durata della cera, hai messo tutto in una stanza e ogni tanto ritorni a vedere. Non lasci andare proprio niente, hai creato un simbolo eterno. - Questione di punti di vista. Ho tolto da me ciò che non serve, e quando vado a vedere mi ricordo di come non devo essere. Si aggrappa al margine dell'amaca, butta le gambe a destra e si alza in piedi. L'amaca si attorciglia di lato e si appoggia alla sua coscia, ferma. - Andiamo a vedere. Le penna sul tavolo, ancora. Rotola piano e fa grrrr, poi si immobilizza. Il taccuino è inerte e rassegnato. Lo raggiunge e accetta il bacio sulle labbra, l'alito di whisky nel naso. - Sei bella cherie, mi piaci. Il suo braccio le stringe le spalle, entrano in casa e a lei viene in mente l'ultima volta che hanno camminato così: volevano raggiungere la camera da letto ma lui l'ha fermata prima, sulle scale, e l'ha presa lì facendola urlare. Le è piaciuto, le piace quando le idee prendono forma e materia e la inchiodano al corpo di Francois con il sudore che li fa scivolare. - A cosa pensi? Le chiede mentre la spinge su dalle scale, apparentemente inconsapevole del loro fare l'amore su quei gradini, un paio di ore prima. - A te, e a me. - Mmmmm niente sentimenti! - Credi che pensi all'amore? - L'amore, ma per carità. Niente è più volatile e incerto. Sai perché tanti scrivono d'amore? - Oh, santo cielo. Siamo sulla filosofia? - No, davvero. Acoltami. Scriviamo d'amore più spesso di quanto ci piaccia fare, e non avrebbe senso. Si scrive d'amore perché lo si vuole fermare, si tenta di prendere un pizzico di sentimento perché resti. Il problema con l'amore è che quando passa non resta niente. E' squallido, secondo me non esiste. Pensaci, la non esistenza dell'amore è l'unica spiegazione plausibile. Non può essere che ci si devasti di amore, di dolore, di rabbia, di gioia e qualche mese dopo non ci sia più l'interesse a rispondere a un banale messaggio, a chiedere come sta la persona che credevamo il centro del mondo. - Uffa, lascia stare. Retorica, non ci serve. - Sarà anche retorica, ma la penso così. Perfino la rabbia è meglio dell'indifferenza, quando scopro che una donna che ho amato a stento ricorda il mio nome mi si apre davanti un buco nero. E' incredibile! Sai che a Washington ho incontrato una svedese per cui pensavo di suicidarmi, anni fa? Quando è andata via ho fatto di tutto per fermarla, ero pazzo. Ho distrutto il mio amico Claude, piangevo, dormivo da lui, gli ripetevo sempre le stesse cose, mi incazzavo e gridavo perché quella mi aveva lasciato. Credevo che non avrei più amato, che fosse finita la vita. L'ho vista tre settimane fa e ho dovuto bere una bottiglia di whisky, dopo. Ero disperato. Non è più niente, ma niente sul serio. Capisci il dramma? Non sono riuscito ad aprire bocca con lei, non mi interessava sapere cosa facesse, non trovavo neanche gli argomenti. Era un'estranea senza attrattiva, che tentava di parlarmi di sè mentre non vedevo l'ora di andare a dormire. Dentro, avevo niente. Vuoto. Che squallore, cherie. Qualche passo, ancora. Le viene in mente che il discorso non è finito, almeno non lo sente finito. - Mi hai chiesto a cosa stessi pensando. A me e a te, ma non all'amore. Lo sente ridere. - Lo so. Secondo me stavi pensando al sesso. Siamo passati da quel punto sulle scale e ti è venuto in mente. - Vero. - E' stato molto bello. Lo dice bene, e sono pochi gli uomini capaci di farlo. Pochi sanno evitare la banalità o la fuga oppure la tracotanza quando parlano di sesso, o di qualsiasi altra cosa che li abbia riguardati per più di qualche istante. - Anche per me. Ecco, lei è stata banale. Lo sa. Ma va bene così, Francois è un volo effimero che arriva e parte e deve nascondersi e non può portarsi dietro i segni di ore che restano leggere. E non hanno altro significato se non l'assenza di pensiero. - Ecco. Hanno raggiunto la stanza dove dorme la statua di cera, l'altra lei che ha creato in qualche ora di strana concentrazione. La mano di Francois la supera e abbassa la maniglia della porta. Lo spiraglio di luce frontale arriva dalla finestra: il sole è diritto davanti, rimbalza sulla stoffa bianca che ricopre la statua. E' una specie di specchio, quella stoffa che ha trovato in un armadio che non apriva da mesi: delinea curve esatte e brilla di luce, ma non è reale. Perché la realtà sta sotto, e Francois la scopre senza esitare. - E' strana, la terrai? A lei sembra strana la domanda, non la statua. Annuisce. - Credo di sì. Il viso è il suo, si capisce dall'ovale pieno con l'abbozzo carnoso di capelli corti e disordinati. Il corpo immobile ha una cicatrice sulla coscia destra, con un buco che altera il profilo; i polpacci sono forti e sopra le ginocchia la pelle si piega un po' avanti. - E' la testa, sono le mani. Francois parla a se stesso, sembra spiegare cosa lo colpisca dell'ammasso di cera che sta fissando. Gira intorno e guarda, senza più dedicare attenzione a lei. - Le mani. Aperte, il palmo in avanti. - Perché le hai fatte così? - Sono mani che danno ma non riescono a prendere, vedi le dita? Non stringono niente, lasciano cadere le cose come se fossero acqua. Danno senza risparmiarsi, ma non tengono niente per loro. - Ci sono gocce, le hai volute tu o sono residui di cera? Si avvicina. - Le gocce di acqua che cadono dalle dita, sì. L'acqua che cade. L'amore. Gira la testa verso di lei, attento. Sembra che la stia notando per la prima volta. - L'amore cade e non resta? - Niente resta. - E' vero, ma non immaginavo che avessi una visione così triste dell'amore. Allora sei d'accordo con me. L'amore è illusione oppure niente. L'affetto e l'amicizia riescono a scavare segni indelebili oppure duraturi, l'amore invece no. La pensi come me. E' una visione triste, vedi. - Non è una visione triste, è realtà. - No. E' una statua di cera. - Una parte di me che butto via. - Ma la tieni in una stanza. E la testa, perché hai fatto quella testa? Si sporge e si chiede cosa lo colpisca. Forse le orecchie troppo grandi, oppure gli occhi aperti senza le ciglia. - Ha orecchie grandi perché ha sempre ascoltato troppo. Indicazioni, consigli, pareri, maldicenze, complimenti, cattiverie, sfoghi, tristezza, bugie. - Ascolta molto perché ha l'anima grande. - Balle! Ascolta molto perché è stupida. - E togliendoti le orecchie grandi non ascolti più? Alza le spalle. - Fai troppa filosofia, togliendo le orecchie non sono più tanto stupida. Penso a me, finalmente. Ride. - Bene, abbiamo capito che per pensare a te devi smettere di sentire gli altri. E gli occhi spalancati? I tuoi non sono così. - E' l'ossessione di sapere, di avere la realtà. La verità, anzi. E' il mio sport preferito, il modo migliore per farmi male. Guardo fisso il mondo e mi lascio uccidere senza proteggermi mai. Sai quante volte ho creduto che bastasse chiedere di parlare, di discutere per avere dagli altri un pezzo di verità? Macché, di solito c'è il silenzio. Ipocrisia o cattiveria, scegli tu. Detesto chi tace e lascia che debba capire tutto da sola, detesto la vigliaccheria.
- Vuoi la verità, sì. A volte troppo. Dovresti capire che la verità può diventare veleno, va dosata. Sono d'accordo con te sul silenzio, sottrarsi al dialogo è da vigliacchi, ma ricorda che troppa verità diventa falsa e forzata. Diventa bugia e fa male per niente.
- Come la tua presenza qui. - Cosa c'entra? - Scherzavo. - Non è vero che scherzi, ogni volta che apri bocca tiri fuori un pensiero e lo trucchi da barzelletta. Sono qui perché stiamo bene insieme, abbiamo un segreto meraviglioso cui non intendo rinunciare. Io ti ho sempre dato verità, e quando taccio è perché capisco che alcuni dettagli sono inutili e dannosi. Quanto conta sapere se in una delle mie serate a Londra o Parigi o Roma incontro donne che mi piacciono e vengono a letto con me? Sono donne che rispetto e ricordo con gioia, ma non ti tolgono niente. E' da te che ritorno, sempre. Ti voglio bene, moltissimo. E non accetterò mai di raccontarti cose sciocche, eventi piccoli che potrebbero farti male e per me invece sono ormai sepolti nel passato. Io sono realtà, esisto per te e non mi sottraggo. Sono verissimo e concreto. Non sono vero, io? - Lo sei, sei verissimo. Come me. - Dopo questa statua non so quanto tu sia la stessa. Sorride dei discorsi, delle frasi costruite perfettamente, mesi fa non sarebbe riuscito a dire cose simili senza sbagliare almeno un verbo. - Bravo!Ormai sei quasi italiano. - Grazie, cherie.Ma voglio restare francese, un uomo francese è molto più sexy. La erre francese. Il suo sguardo che le piove addosso dall'alto, i capelli lunghi sulle spalle e la camicia aperta sull'abbronzatura. - Dobbiamo proprio parlare di questo? Gli vede il sorriso, la curva dei lati delle labbra cambia. - Ti stai eccitando? - Sì. Inspira, le va vicino. - La sensualità non l'hai lasciata nella statua. - No, volevo liberarla. Per questo ho fatto questo orrore di cera. Si sposta da lei, improvvisamente serio. - Cioé? - Dai, smettiamola di parlare della statua. Guarda il collo regolare, le sopracciglia che sembrano fili di bava ad arco perfetto: le ha disegnate con piccolo rotoli di cera a tubo appiccicati sulla fronte. Riconosce il proprio sorriso, ha la sensazione di affrontare un discorso vecchio e rimosso con una se stessa che la scruta e le domanda come abbia fatto ad allontanarsi tanto dalla verità. - Dimmi della sensualità. Insiste Francois, e la voce arriva lontana. - Capisci, la cera, la sovrastruttura, il grasso del corpo che deve andare via perché altro non è che catena che mi àncora a terra. E mi impedisce di volare. Libera. - Volare con il corpo? Per questo parli di sensualità? - Non so, forse. Volare, e fregarmene. - La statua è rotonda, pesante. - Sono io. Grassa. - No, non sei grassa. - Ma la testa, il cervello lo sono stati. - Ah, il cervello. Guardano le circonvoluzioni del cervello di cera che ha messo su una spalla della statua: è grande, più di quanto dovrebbe, fa paura con quelle dimensioni che non stanno in una scatola cranica e che probabilmente ucciderebbero, comprimendo e facendo male, se fossero vere. Un cervello ipertrofico e crudele messo sulla spalla, dove rischia di cadere ma non ce la fa a staccarsi. - Inutile commentare il cervello che hai messo lì. - E' colpa sua. - Cosa? - Tutto. Non le chiede "tutto cosa", probabilmente sa di cosa parla oppure non gli interessa approfondire. - Forse è colpa del cervello, ma l'hai messo nella statua quindi non è più tuo. - Vuoi dire che non ho più cervello? - Difficile che a te manchi il cervello, cherie. Ma buttarlo via era quello che volevi? - Non so, volevo allontanarlo. - Per essere sensuale. - Libera. - Cioé sensuale, di nuovo. - Sì. Si muove all'improvviso, come un gatto. Le afferra il polso e tira, le toglie la tunica rossa e la fa cadere sul pavimento. - Sensuale, cherie. E libera. Sono stanco di parlare. Fammi vedere. Quando scivolano sul pavimento, sudati, la statua chiude gli occhi.
Vediamo cosa viene fuori. Mi sono seduta, ho acceso il computer per rispondere alla posta di oggi (rispondo a tutti, o quasi), poi ho pensato di scrivere altro qui nel blog.
Ho lasciato da poco IEO, salutando un'amica molto bella che, come un fungo raro e prezioso, è saltata fuori da qualche tempo e mi ha arricchito la vita, e ho guidato fino a casa. Pochi chilometri, con la testa a puzzle sul viaggio di domani a Livorno (venerdì sarò a un congresso e parlerò di diritti del malato oncologico), su due o tre persone con problemi particolari visitate questo pomeriggio, sul mio esofago in fiamme da questa mattina e sulle lettere che sto ricevendo negli ultimi giorni. Perché mi scrivete, e mi stupisco. E sono contenta e curiosa.
Sono contenta perché mi piace lo scambio, mi piace chi parla invece di restare in silenzio. Niente a che fare con la caciara, quella va bene per le serate su di giri insieme alle amiche; alludo al dialogo, alle parole messe una dietro l'altra per dire, spiegare, chiedere e capire. Chi mi conosce sa che soffro molto quando qualcuno si sottrae al confronto e al dialogo: tacere quando si può invece parlare (o scrivere) è per me una specie di ferita, a volte anche un'offesa. E' illogico, va contro l'intelligenza, ma accade. Si tace, e si lascia intendere. Accettando il rischio che l'altro capisca il contrario o interpreti male. Insomma, si buttano via occasioni. Comunque, ritorniamo alla posta che ricevo. Una donna che scrive racconti erotici ha detto in una lettera lunga e interessante che le sembro equilibrata e calma, nonostante scriva erotismo e faccia intuire tristezza e una vita sessuale tumultuosa: pacatezza, calma, equilibrio, tutto vero. E' ciò che spesso si percepisce di me. Credo siano tutti aspetti reali della mia personalità, altrimenti non saprei mostrarli sul serio. Mi aiuta la professione medica, credo: è difficile pensare di lasciare andare, di esprimere le insicurezze e il pathos quando si ha a che fare con la malattia seria, pericolosa e traumatica di tante persone. Il medico dovrebbe essere pacato e rassicurante con me, quindi voglio a mia volta rassicurare. Senza fingere, con la genuina serenità che so trovare dentro di me. Perché esiste. Con chi amo, con gli amici penso di essere calma e rassicurante, in molte occasioni. Certo, cara scrittrice erotica che mi ha mandato una lettera bellissima, qualcun altro ti direbbe che è vero il contrario: sono esplosiva e umorale e ho davvero, come dici tu, una vita tumultuosa. Vero, vero anche questo. E' la doppia identità cui alludo, più o meno, nell'intervista rilasciata a Gian Paolo Grattarola e pubblicata su Mangialibri. E, a proposito, ecco un'altra brevissima lettera, di un uomo che conosco e mi piace molto (anche se tace troppo, deludendomi): dice che la fotografia di Mangialibri è sdrucita (l'avevo definita io così), ma esprime dolcezza e insicurezza. Eh, sì. Le fotografie non mentono. Dolcezza (nascosta bene) e insicurezza (nascosta mica tanto). Hai ragione, caro e silenzioso potenziale amico.
Andiamo sull'erotico. Ho ricevuto qualche email particolarmente ispirata in questo senso. Mi sono divertita. L'equivalenza tra scrittura erotica, cioé scrittura di qualche racconto erotico, e disponibilità non vale, sapete? Come spiegavo a un interlocutore galante il cui viso non conosco, i partner non si cercano, si trovano. Scrivere erotismo non implica la ricerca di un uomo, una donna, una coppia, un trans. Insomma, non implica la ricerca del partner sessuale di una notte o una vita. Scrivere è scrivere, e basta. Perché io scriva erotismo è impossibile da dire, la scrittura non va spiegata. E', e basta. La dovizia di particolari con cui un lettore, che si firma con nome e cognome (corrispondono anche nell'indirizzo email quindi li prendo per veri) descrive ciò che vorrebbe farmi mi fa sorridere, ma senza ironia: mi sono veramente divertita, è stato molto simpatico, chissà se la sue proposte mi piacciono oppure no, non è importante. Certo, ricevere una lettera così può lusingare, ma quando è il primo approccio in assoluto, senza un preambolo o un preliminare non erotico, è un po' difficile lasciarsi affascinare. Un uomo che scrive a una donna "ti farei così e cosà", con i termini più espliciti e chiari per posizionare anatomicamente i gesti immaginati, sta senza dubbio scherzando, allora rido insieme a lui. Chapeau, ardito interlocutore con nome e cognome. Altro lettore, altra lettera: che poesia l'uomo che mi manda pezzi musicali perché mi ispiri quando scrivo! Grazie, la musica mi stacca dal contesto e trascina via, riesce a crearmi e farmi creare.
Creare. Tre lettori chiedono come abbia scoperto la scrittura, come sia arrivata a pubblicare. Non voglio evitare l'argomento, ma credo che l'intervista pubblicata su Mangialibri sia molto chiara. Gian Paolo Grattarola ha posto domande interessanti e puntuali. Aggiungo solo che scrivere, scrivere, scrivere è un segreto di Pulcinella che vale in ogni caso: la scrittura pretende e ruba, ma regala anche tanto. Va esercitata e limata, piegata, ristretta oppure sviluppata. E la lettura, anche, è un altro segreto che credevo scontato, invece va ripetuto, ribadito ogni volta che si può: leggere arricchisce lo stile e l'anima, non potrei concepire una vita senza lettura. Una gentile lettrice insinua che il mio stile sia imitato da altri scrittori: può darsi, anzi sì, è vero, ed è vero anche, come tu dici, che qualcuno imita le fotografie (posa, luce, dettagli), il modo di parlare, perfino il mio feticismo del piede ormai arcinoto, con la passione assoluta per manicure e pedicure perfette. Vedo tutto, le vibrazioni del mio corpo ormai sono chiare, le so leggere e interpretare. So moltissimo, anche quando fingo di no. So l'invidia, la fuga di chi ha paura del mio carattere mutevole (sono una donna "impegnativa", pare), so il pettegolezzo, l'amore e il disamore. So chi mi ha usata, purtroppo. E so l'imitazione. Non ha importanza, chissà quante volte sono stata io a imitare qualcuno senza rendermi conto! Cara amica, da anni lavoro con uno scienziato che è genio assoluto: lo imitano in tanti, ma l'originale è irripetibile. Io genio non sono, ma alcuni tratti della mia follia possono essere scimmiottati o resi migliori da altri, chissà, ma mai riprodotti uguali. Inoltre, l'imitazione si percepisce. Come l'hai percepita tu.
Mi scrivono molte donne che mi conoscono in IEO. A loro devo gratitudine perché mi insegnano a vivere. Detesto la retorica: alcune di loro sono simpatiche, altre irascibili, rissose, fredde oppure scostanti, ma tutte sanno che esistono segreti nel fondo dell'esistenza. Li hanno toccati quando hanno conosciuto la malattia, e sanno che riesco a vederli, quei segreti. Grazie anche all'uomo molto "importante" che mi ha lasciato una lettera sulla scrivania in IEO: ha parlato di "Diario di melassa" e mi ha commossa. Ogni tanto prendo penna e carta da lettere, inizio e lascio lì. Vorrei rispondere a quella bellissima lettera, dire che ci sono sorprese, parole scritte inattese che danno senso a tutto. Ma sono sicura che lo sappia.
Andiamo alle critiche. Sono istrionica, ho un ego enorme, dice un anonimo. E' vero, sono scrittore quindi devo essere così. Non credere mai, amico anonimo, alla mite ritrosia dell'autore: scrivere e pubblicare è esporsi, si accetta di farlo senza una pistola puntata alla tempia quindi qualcosa nella psiche lo rende possibile. E desiderabile. Non credere all'umiltà, è l'atteggiamento più millantato in assoluto. Tra gli scrittori, poi... Devo ancora incontrare una persona realmente capace di umiltà. Anzi, non è vero: una la conosco, è il medico più colto che conosca, ed è donna. Lavora all'Istituto dei Tumori di Milano. Non vado oltre perché non gradirebbe: è, appunto, realmente umile d'animo nonostante la genialità.
Bene, mi sono sciolta in frasi e parole. E' stato bello. Non ho esaurito la corrispondenza, chissà che non ritorni a parlare con i miei amici di penna qui nel blog. Vi saluto e passo ad altro, e preparo una piccola valigia per la partenza, domani.
Ti vedo. Ascolto parole che sono rintocchi d'incanto.
Sei entrato, solo, le mani tuffate nelle tasche della giacca scura e la borsa a tracolla. Qualche sguardo in giro, neanche troppo,e mi sono chiesta se hai imparato la tecnica del divo ritroso e schivo oppure sei timido. Come credo, come ho sempre pensato. Sei arrivato in basso, al centro dell'arena, hai appoggiato la borsa sul tavolo lungo con i microfoni e guardato il pubblico e le file complete, senza posti vuoti, e sorriso un po'. E mi hai vista.
Non so se ti aspettassi di trovarmi seduta in seconda fila (così vicina, tanto vicina), con le ginocchia strette e il viso rilassato, la borsa nascosta sul pavimento da qualche parte. Non sei abituato. Sai che sono gelosa. Non sopporto le donne che ti diluviano addosso, dopo. Si chinano e vogliono autografi e fanno proposte. Ammiccano, sempre, anche quando lanciano domande colte con la erre arrotata e spostano i capelli di lato con una mano. Fingono noncuranza, non tutte ma alcune, eppure ti vogliono. Perché sanno il tuo corpo tonico e duro, disponibile ed esperto. Sanno che conosci gli angoli da cercare, li esplori e regali piacere. E la voce, poi, la tua voce.Sono gelosa e non posso guardare, rifuggo le serate con gli applausi a pioggia oppure le immagino, le vivo istante dopo istante chiusa nella stanza dove scrivo, oppure ti raggiungo e mi nascondo dietro, e nemmeno lo sai. Ho paura. Temo che una, una sola di loro porti il tuo cuore lontano, il cuore che mi ha chiesto di vivere insieme in una casa che ancora dobbiamo trovare, il cuore che mi dice "ti amo" alludendo leggero, davanti a gente che non sa. Che non conosce le ragioni delle tue parole.
Mi ami. E il tuo corpo mi prende.
La ricordo, la prima sera. Non me l'aspettavo così. Pensavo di amare un altro uomo e mi disperavo per lui, un'amica mi aveva invitato per farmi dimenticare. Lo odiava, odiava quell'uomo che adesso è cenere. Insomma, ti ho visto. E ho sentito la voce. E' la stessa che ho adesso nelle orecchie, mi scioglie e mi perde. La alzi graduale, muovi le dita. Roco, gli occhi ogni tanto spostati dai fogli, gettati fulminei su di me. So che mi ami, lo so. Cerco di dirtelo con le pupille, il fiato interrotto, incespicato dalla lettura, dalla recitazione brutale. E la voce, ancora. Urli, non gridi. Il pubblico tace. Nessuno riesce a tossire, anche il respiro manca. Sei tu a toglierlo.Parli, parli, reciti e leggi. E mi perdo, non so dire altro, mi perdo nei toni languidi e cattivi, nella passione, nel delirio totale di una voce. La tua. Mi perdo, ancora. Lo sai.
Non so cosa sarà, dopo. Ho spinto le gambe fino qui, attraversato angoscia e schermi di pietra di una ritrosia che solo tu riesci a scatenare. Mi sono seduta. Ho avuto lo sguardo speciale, il sorriso speciale, e il bacio su due dita solo per me. Mi hai fatta sentire unica, e amata. Parli e ti muovi, e chiudi gli occhi quando la musica strappa. Poi, ci sarà un poi. Una donna fa una domanda e ti dà del tu, ti conosce e si vede. Chissà, scaccio il pensiero solito di voi. Un voi a caso, tu e qualcuna a letto o su un tavolo o in un angolo. Ma no, non dove stai con me. Non là. Chiede, quella donna, e non sorride. La sua domanda non ti piace, vorrei gioire perfida e infantile ma resto ferma. Hai sbagliato, ragazza, e io godo. Non sarai tu a portarlo via.
- Smetti di avere paura, devi smettere. Questo è lavoro, e io ti amo. Lo capisci? Ti amo. Non importa il resto, ti amo e devi ricordartelo.
- Ma tu non conosci l'amore.
Lo dico e non lo penso, perché li vedo, i tuoi occhi. Su di me, sul corpo imperfetto che dici bellissimo. Morbido, e bello.
- Lo conosco, sì, lo conosco con te. Che lo sai dare. Sei pura come nessuno, ingenua e pura. Sei la purezza perfetta, per questo la gente ti fa male. Sei pura, e io ti amo.
Passi le notti a sussurrare, fai l'amore per ore e ti sciogli dentro di me. Poi lasci i vestiti, lo fai apposta.
- Casa mia.
Dici, e porti via i miei manoscritti. Vai e ritorni e scrivi e chiami, poi taci. E arrivi come un vento sorpreso, allegro e bizzarro. Sempre con la borsa a tracolla, sempre con le mani affondate nelle tasche scure della giacca scura nella notte scura.
Vorrei raccontare, lo vorrei dire. Ma mi perdo, ora. Sai. La tua voce, oh, la tua voce.
E sia straziante follia.
POST-SCRIPTUM O SCRITTO POSTUMO A QUESTO PEZZO D'AMORE.
E bene. Bene che parli d'amore, bene che sogni o fingi o sei vera. Bene, va tutto bene. In questo luogo di sogni non importa il tuo nome, non fa differenza. Siamo qui e ci guardiamo negli occhi senza conoscerci. E' il cammino, il mio, fragilità che si vede dalle foto o da sguardi che non so trattenere, forza sprezzante di una libertà che ho pagato ma è necessaria. Fermati e leggi, commenta o taci. Pensa alla banalità di un donna che ama una voce, o racconta storie di altri tempi e luoghi diversi. Chissà. Il bello è che puoi sempre pensare di avere capito.
Non sai quanta strada abbia fatto, non lo puoi immaginare. E' la strada di chiunque, di nessuno. La mia. E' una strada di polvere, stelle e luce. E lacrime, qualche volta. Ma, sai, finalmente è chiara.
Il bello, ripeto, è che puoi sempre pensare di avere capito.
SIPARIO.
E grazie a Laura Pausini. Ha detto ciò che ogni donna, prima o poi, deve dire.
Muove le mani, lo fisso e non si accorge. Ha la testa china, una ciocca di capelli bianchi nasconde in parte lo sguardo che segue i movimenti delle dita. O forse sono le dita a seguire lo sguardo, non saprei. Ha iniziato a lavorare piano, sommesso, come se intorno ci fosse ovatta oppure il niente, come se il lungo filo bianco fosse l'unica cosa importante. L'unica a interessarlo veramente.
Il collo è piegato in due, grosse rughe si intersecano a solchi piccoli orizzontali, irregolari, qua e là si formano croci e stelle di pelle arricciata e vecchia, un po' abbronzata. La bocca è sottile e stretta, con le labbra bianche per lo sforzo e i muscoli tesi, in un sorriso inesistente che allarga le guance ma non le illumina. Fingo di essere distratta, accumulo istanti di divagazioni lievi alla concentrazione sulle sue mani, nascoste in parte da un cappotto grigio e appoggiate alle cosce ai lati, come se manovrasse marionette di legno. Le dita sono veloci, si piegano ritmiche e si raddrizzano secche, annodano fili bianchi e li girano, avvitano, li fermano sull'indice come su un rocchetto poi li lasciano andare, molli ma tesi. Mai fermi. E il centrino ovale a greche piccole nasce e si affloscia nel solco tra le gambe, e non riesco a vederlo tutto.
Il motore dell'autobus riempie di gasolio l'aria, l'uomo alza la testa e sembra accorgersi di me. Sorride, rapido, poi abbassa gli occhi. Di nuovo, le dita danzano. Mi ricorda mani di chirurghi che conosco, abili maestri per cui il corpo è mistero facile, e mani con la punta di forbice che danno forma ai capelli e cambiano l'espressione del mio viso. Ho sempre ammirato, intontita e placida, il lavoro delle mani. Mi rassicura, è lo scrutare intenso di una curiosità che nasce indietro, nell'infanzia prima e piccola di un appartamento che non aveva ombre. Mi piacciono le mani, e le dita che creano il tocco dolce, armonico, di una forma bella. Sono maghi ipnotici che danno senso agli occhi. Mi piace il sesso delle mani, lo preferisco ad altri assalti più carnali, mi piace la carezza dell'amico che non conoscerà domani.
L'autobus si ferma, due passi e scendo. Le mani dell'uomo fanno ciao, con un sorriso morto.
Oh, quanti amici avevo. Che tempi sfavillanti di sorrisi e inviti, quante mani sfiorate o toccate a palmo pieno, quante dita mi hanno accarezzato la guancia e sussurrato: "Come è giovane e intelligente". Giovane e intelligente. Insomma, non sapevano cosa dire. Si prendono sempre le caratteristiche più ovvie, oppure quelle indimostrabili: giovane può essere ancora vero per un capello, intelligente è tanto indefinito e soggettivo da essere facile da spendere. Comunque. Che tempi, amici miei. Ero presidente, viaggiavo su un monopattino di platino e gli uomini mi offrivano il caffé anche quando non avevano un euro in tasca.
Perché ero presidente.
Ricordo la mattina in cui mi fu annunciato. Non solo non l'attendevo, ma non avevo pensato alla parola. Presidente. Il presidente siede alla scrivania con le gambe avanti, i piedi su un piano di cristallo e due o tre telefoni agganciati ai lobi delle orecchie. I miei lobi sono piccoli, e ci sta solo un telefono, come avrei fatto a sopportarne tre? E il corpo, anche quello. Il presidente è alto, magro e bello. E il nome, ricordatevi il nome. Il presidente perde il proprio nome, viene chiamato solo così, presidente, e basta questo. Perché di presidente ce n'è uno, e guai a sbagliare mira. Guai a confondere identità e ruoli. Chi presiede ha tutto, anche l'affetto e la fiducia. Che bella vita! Insomma, ritorniamo ai fatti: quella mattina qualcuno ha rifiutato la carica e proposto me, i miei occhi hanno fatto un giro di tavolo e detto sì. Confusa, ho fatto presente che avrei voluto aiuto, che uno scultore come me non aveva strumenti (se non lo scalpello, l'acqua e le mani) per gestire un'azienda, che di soldi sapevo a malapena il conto della spesa. "Ti aiutiamo noi", hanno detto tutti, e giù a battere le mani. Mi hanno regalato il monopattino di platino, una sedia blu con il posto per appoggiare i piedi (non sono alta, forse avrebbero dovuto notarlo quando mi hanno proposto la carica) e hanno ripetuto l'applauso. Brava, brava, brava, brava.
Perché ero presidente.
"Devi firmare qui". Vedevo fogli e c'era gente che spiegava cose. "Il tuo predecessore ha deciso che", "Non preoccuparti, pensiamo a tutto noi", "Ecco, vedi, adesso qui". Sono uno scultore, lo sapete, niente più di questo: la mia mano, abituata a muoversi e fidarsi della materia docile e neutra, ha tracciato segni e accolto gioia. Le gambe si sono mosse in fretta: abbandonato lo studio piccolo dove la luce serve per immaginare forma che nasce e plasma creta, sono salita su treni veloci e ho dormito in alberghi di cui dimenticavo il numero di stanza. Ho visto città, piazze, vie strette e larghe, mi sono addormentata sul monopattino di platino nelle notti in cui il Tevere straripava e lo sciopero bloccava Roma. Ma ho raggiunto mete, e mete, e mete. Ho asciugato la gola dalla saliva, esaurito muscoli nelle guance piegate in su per i sorrisi, spremuto forza e dimenticato febbre, stanchezza e amori. Ho sciupato relazioni con gli occhi fissi alla causa. La causa. Quella che altri avevano dimenticato.
Perché ero presidente.
Tra le persone che volevano aiutarmi c'erano anche amici. Che meraviglia, gli amici. Si dicevano grati (gratitudine? Dovrò creare qualcosa sulla gratitudine, plasmerò cuori che battono e incatenano l'eternità di un abbraccio che non può sciogliersi) per l'arte che nel passato avevo trasmesso, grati per la gentilezza e la poesia del mio sguardo. Grati, erano proprio tanto grati. Si sono inchinati, quando la gente mi ha chiamata presidente. Hanno riso un po' battendomi la spalla, hanno messo il piede accanto al mio su un cammino di luce e detto: "Ci sono, io ci sono per te". Ci ho creduto. Perché anche io c'ero stata per loro, avevo asciugato le loro lacrime leccando i visi e strappando risate, avevo speso notti in ascolto con il calore nascosto dell'intimità leale. Erano anche fieri di me, sapete. Osservavano il mio passo e le corse sul monopattino di platino con lo sguardo crogiolante lacrime di gioia. Li ho visti, nascosti negli angoli sotto la Torre d'acciaio dove vivevo: dalle sopracciglia cadeva rugiada e imbiancava l'asfalto.
Perché ero presidente.
A questo punto lo scultore (è una donna, si capisce dal testo, ma non ne conosciamo il nome: ho trovato il manoscritto sulla riva dell'Adda, qualcuno l'ha buttato poco lontano dal corpo di una ninfa impiccata; una lunghissima corda la tiene sospesa alle campate del ponte di Paderno, se fate una corsa fate ancora in tempo a vederla) disegna volti, eventi e fiabe. Mi ci vorrà tempo per interpretare, ho deciso che farò con calma ma scriverò, scriverò tutto. Portate pazienza, amici, per ora ho potuto solo capire queste frasi a metà. Ma esiste una storia, e piano piano la dipanerò asciugando i fogli incrostati di lacrime e acqua del fiume. Ho però chiara l'ultima fiaba, quella che chiude il manoscritto dello scultore che, forse, è la donna che penzola dal ponte di Paderno. Ve la trascrivo sotto. Chissà che a qualcuno piaccia.
C'era una volta una regina. Non so cosa facesse: la vedo seduta su un trono con la mano sinistra alzata e lo scettro tra le dita, tanto strette da diventare bianche. Oppure nei giardini reali, mentre cammina da sola circondata da una folla che tenta di adularla. Alt. Come, da sola con una folla? Non si può essere soli con una folla intorno. Invece sì, e all'improvviso capisco il perché di questa regina saltata fuori dalla mia testa finalmente ferma, finalmente concentrata sullo scrivere. La solitudine straziante di una regina, l'isolamento triste di chi non può contare su altri, deve fidarsi solo di se stesso. E se non lo capisce è un guaio, perché si affida alle lusinghe, ai sorrisi, alle carezze di chi vuole, vuole, vuole. Vuole tutto da lei, vuole tutto grazie a lei, vuole tutto ma non lei. La vedo, questa regina, nei vialetti del meraviglioso giardino che non vorrei avere (a me piacciono i boschi e le radure, niente di preordinato e soprattutto niente aiuole per carità!) che annuisce sorridendo ai fiumi di sciocchezze che le vengono soffiati nelle orecchie, mentre il cervello macina richieste d'aiuto che nessuno potrà raccogliere.Se è molto evoluta, la nostra regina (la sentiamo un po' nostra, vero?), finge solo di ascoltare, e con i neuroni ormai esperti nell'astrazione tenta la fuga, e immagina di essere altrove, di cantare o dormire o ballare o fare l'amore, o ancora riempie di insulti la persona "a lei più vicina", cioé chi le parla convinto di essere nelle sue più intime grazie. Insulta odiando, ma tace e sorride. E annuisce come se tutto le fosse gradito. Povera regina. Potremmo dirlo se non fosse regina, proviamo a immaginarla con i suoi adoratori intorno e gli anelli sulle dita. E' difficile dire "povera lei", in fondo è una regina! E' la donna più fortunata del creato, ha avuto il trono e lo scettro e il potere. Ha avuto gli occhi del popolo puntati addosso per adorarla. Non si può davvero compatirla: se ha qualche difficoltà se la risolva da sola, e la sopporti, lei che è regina! Però c'è un problema. Il problema della regina non sono i capelli, non è la corporatura snella o pingue o diafana, non è neanche lo sguardo: il suo problema, vedete, è che è regina. Quando le hanno regalato il trono un imperatore potentissimo le ha sorriso, e ha detto: - Impara a fidarti di nessuno. Più sali in alto, più sei sola. E la regina per un po' si è ubriacata di quello scettro che finalmente poteva tenere in mano, si è seduta comoda sul trono e ha descritto agli amici la sensazione che provava. Ha pianto davanti a loro, ha riso e giocato a golf. Si è confidata regalando pezzi del suo cuore, convinta che nessuno li avrebbe usati per farle male. A volte ha giocato a rubamazzo, che nel segreto delle stanze del castello fa tanto chic, con gruppi di persone che amava con tutto il cuore (ancora questo cuore di mezzo: la regina capisce tardi che non serve più, anzi è d'intralcio). Per mesi e mesi l'imperatore saggio e burbero è rimasto in un'ansa piegata del suo cervello, a parlare da solo. Poi la regina ha capito. Che quando si diventa regine non si cambiano solo il colore dei capelli, degli occhi, e il portamento. Si scopre il sesso, che è una delle migliori invenzioni della natura. Si hanno soldi, spesso, anche se non tutte le regine sono ricche. Si hanno uomini che pregano e seducono, e mandano meravigliose lettere d'amore. Però. Sopra e dietro, e davanti a tutto c'è un solo fatto vero, che qualcuno avrebbe dovuto dirle meglio, uno di quelli che cambiano l'esistenza e fanno girare i tacchi per scappare oppure procedere spediti con maggiore coraggio (e incoscienza). Il fatto è questo, povero imperatore messo in fondo alla memoria: hai ragione tu, quando si è regine si è sole. E la solitudine è quella vera, non puoi neanche goderla perché devi sorridere e parlare e stringere le mani di tutti, devi fare finta di credere agli abbracci e ai consiglieri amici. Devi. Perché è così. Ma sei regina. E sei sola. Sapete una cosa? Forse sì, forse questa è una fiaba. L'ho scritta aprendo e chiudendo troppe parentesi, ma me ne frego.
Ecco, così si conclude il manoscritto. Chissà se la ninfa impiccata ne è autrice, chissà se è lei lo scultore che racconta. Sono proprio curiosa. Ho tante, troppe domande: a chi è venuto in mente di nominare presidente uno scultore? Cosa è accaduto, dopo? Che fine hanno fatto gli amici? Se la ninfa appesa alla campata del ponte è questo scultore-presidente, perché è finita lì? Vado avanti a leggere; ho trovato anche una piccola chiave, forse è quella dello studio dove teneva le sue opere. Vedrò cosa hanno plasmato le sue mani, e allora capirò; sono sicura di capire perché vedete, un artista può anche diventare presidente ma resta ciò che banalmente è, qualcuno che, prima o poi, ritrae la propria anima. Si racconta, deve farlo. Accade inevitabilmente. Per questo concordo con Alda Merini: "Il poeta è solo, è necessario che lo sia". Vi saluto con un inchino, mi fermo solo un istante per raccontarvi a chi sia dedicato il manoscritto della presidente scultore. Ecco le poche parole pasticciate sulla prima pagina: "A Patrizia, l'unica vera. L'unica che abbia cambiato la mia vita e reso la presidenza degna di essere vissuta".
"Ed ecco anche qui la Tua misteriosa innocenza e inattaccabilità, Tu inveivi senza farTi alcuno scrupolo, mentre negli altri condannavi le invettive e le proibivi". Kafka, "Lettera al padre".
E' stata una ragazza con i capelli rossi sull'autobus. Il 222, va a Zerbo: passa da via Ripamonti, si ferma davanti a IEO e prosegue fino a Opera. La ragazza ha chiamato qualcuno al cellulare poco prima che arrivassimo alla fermata di Noverasco, dove scendo. "Che delusione. Il funerale, intendo. Se penso che hanno fatto il funerale di Stato a gente che per l'Italia ha fatto niente. Alda Merini, la più grande poetessa del Novecento, ha avuto un funerale così". Non so cosa intendesse, non sono stata al funerale di Alda Merini per più di una ragione: avevo ambulatorio, e ho orrore dei funerali che non celebrano la vita. Comunque. La telefonata della ragazza con i capelli rossi e un paio di jeans, borsa a tracolla, ha dato l'ultima spinta a pensieri che tentavo di lasciare evaporare senza mettere parole su carta. O su computer, se preferite. Quando ho salutato L, la collega con cui divido la studio, ho fatto "bip" con il tesserino magnetico e mi sono incamminata verso la fermata davanti a IEO rimuginavo sull'inconsistenza della gratitudine. Mi chiedevo se la gratitudine in sé esista davvero. Perché da molto tempo ho seri dubbi.
Mi sono seduta alla scrivania, con la luce fioca del mio studio (devo capire perché sia tanto fioca, a proposito) a piovermi addosso, e ho cercato su Wikipedia la parola gratitudine. Ho letto proverbi e citazioni. Ho pensato a volti che hanno tirato fuori questa parola spesso, oppure una volta sola. E non riesco a convincermi. Il massimo che sono in grado di ottenere dalle mie elucubrazioni stanche di un mercoledì intenso è la consapevolezza di istanti, di sentimenti che durano lo spazio di una gola strozzata e mani tese, ma niente che sia durevole. La gratitudine, se esiste, è afflato di anima che si credeva persa e si trova in piedi, ma non ha destino. Finisce, punto e a capo.
Non voglio che si immagini una MG Luini tetra oppure delusa da un fatto specifico, da una persona. Non è così, non ora e non oggi. Ho in mano eventi passati, recenti o remoti, e tanti e tanti nomi. E ho anche la precisa conoscenza dell'obiezione: "Non si fa qualcosa per ricevere gratitudine". Obiezione cretina, mi si perdoni. Per favore, smettiamo i panni dei buoni da cioccolatino. E' ovvio che non si sia generosi per ottenere qualcosa, meno che mai in amore o nella professione, ma si ha la libertà di notare quando il tempo regala evidenze ingrate. Il nulla è diverso dall'ingratitudine: l'ingratitudine è densa, è qualcosa che il dolore può toccare. E' uno schiaffo, e potrebbe invece essere un dignitoso silenzio. In mezzo a tanta, tanta bellezza, in mezzo all'amore e all'amicizia e alle soddisfazioni di cui gioisco, ho uno schedario mentale del 2009 colmo, traboccante di tagli necessari. E di ingratitudini evidenti.
Va bene, se non esiste la gratitudine non dovrebbe esistere il suo contrario. Neanche l'ingratitudine esiste. Mi inchino alla logica. Sto parlando inutilmente, di inutile retorica. In fondo, uno scrittore si lascia spesso andare a momenti come questo. Eppure, nella mia povera testa banale i pensieri raffazzonati si affastellano e non mollano. Ricordo una lettera che ho ricevuto tanto, tanto tempo fa. Di un uomo che ho amato molto, il primo. "...la gratitudine non esiste, ce l'hanno i bambini e gli animali, ma non aspettartela mai dagli adulti...". Peccato, ho distrutto le sue lettere quando abitavo in Belgio, spinta dall'abilità verbale di qualcuno: è stato un errore, non avrei dovuto strapparle e buttarle via, se avessi resistito, proteggendole, avrei ora ricordi da riprendere ogni tanto. E amore storto, complesso (ma vero) da annusare. Il primo uomo che ho amato aveva ragione, sulla gratitudine: era stato ferito dalla vita, aveva avuto il dolore più grande e offensivo che si possa immaginare, parlava con la voce della rabbia, ma diceva la verità. Esiste l'affetto, di questo sono sicura, anche se è caudco e può frantumarsi, ed esiste anche l'amicizia, esistono innamoramenti e attrazioni fisiche bellissimi, ma la gratitudine no, non ce la faccio proprio ad ammetterla.
Eppure l'ho provata. Ho sentito dentro di me di dovere qualcosa, a lungo, e non mi sono mai pentita. Volevo bene, forse? Vestivo di gratitudine un affetto? Ancora oggi, non riesco a fare a meno di dedicare premura e protezione a persone che nel passato mi hanno dato, addirittura impedisco alla rabbia di venire fuori quando sarà rivolta a loro. E ogni mio castello di certezza cade. Non posso avere dentro un sentimento che dichiaro inesistente.
La gratitudine. Se mi siete amici lasciatela perdere. Dite altro, oppure tacete. Perché voglio guardare avanti e non pensarci più.
"Il saggio non fa del male ad alcuno. Costoro sono Maestri del loro corpo e si addentrano nello sconfinato. Vanno al di là del dolore e dell'afflizione". Il Dhammapada di Gautama il Buddha, ca. 500 ac.
C'è musica e musica. Questa è lieve come un sospiro e piena come un morso. L'andare quieto del treno scivola su una pianura ordinata di filari di alberi immersi nella nebbia soffice, delicata. Avrei detto che ci fosse pace, la notte scorsa. E c'era pace. Non l'avrei trovata uguale se questo fosse stato il viaggio erotico e sensuale di due amanti in cerca di poesia, non avrei potuto respirare il caldo perfetto che non soffoca nè appiccica di sudore sotto il pigiama di seta leggera. Forse.
Cambia in fretta lo sguardo sull'amore. Cambia come i campi che vedo fuori dai finestrini, come le stazioni coperte di grigio dove poche mani si alzano per salutare.
Fiocchi di luce e profumo costoso. Ho le pagine aperte sotto la mano chiusa sulla penna, vedo i segni nascere e scavare la carta nell'ovatta molle del rumore delle rotaie. Non lo sento, quel rumore, ma so che esiste: il treno sbanda all'improvviso e ci svegliamo, il corpo va avanti e indietro, poi ritorna a posto, e la musica prosegue. Come se niente accadesse sul serio.
Che pigro ottundimento lucido e quieto. Nel vagone bar coppie si osservano con mezzo sorriso, donne e uomini leggono, il pianista tira fuori meraviglia dai tasti bianchi e neri, i camerieri parlano italiano e azzardano poche chiacchiere discrete. Una ragazza con una grossa macchina fotografica nera fa scattare un flash; ha un vestito di lana grigio chiaro, le calze lunghe viola. L'accento è di Milano. Porta capelli lisci raccolti in una coda strana, mi viene voglia di scioglierla per respirare l'odore pulito di shampoo e la soffice carezza di fili sottili, quasi di seta. E' giovane, molto giovane per questo treno di toni soffusi e amore pudico senza lo spazio per un gemito più forte nelle suite sballottate dalle rotaie. Fotografa ogni dettaglio, vedo con l'angolo di un occhio che punta l'obiettivo su di me, non mi infastidisco e sorrido: avrò rughe, aria distante e doppio mento seduta così, con il taccuino su una coscia, ma non importa. Prenda di me i ricordi che le piacciono, sta costruendo giorni. Che non potrà dimenticare.
Si avvicinano tutti, prima o poi. In due o tre lingue chiedono se sia vero, mi fissano timidi o curiosi e domandano se stia sul serio scrivendo un libro su questo treno. Su di loro che sfilano in smoking e vestito da sera, con storie che buttano lì e dipingono da favola bella. Annuisco, anche se non sono sicura. Ci vorrà tempo, per questo. Ma è inutile dirlo.
Prende il via, la mia mano, dopo un preludio che era musica più che racconto. Musica, ancora. Come il cibo e la vernice blu scuro lucida e fiera, anche le note di questo pianoforte sono perfette. Immagino i musicisti da crociera simili a questo, eppure esiste differenza; un orecchio popolare, profano come il mio capisce che non è lo stesso. Ci sa fare, questo pianista con il cognome italiano e la giacca impeccabile e scura. Snocciola note che cadono senza pieghe su tavoli bassi coperti da tazze e bicchieri e cartoline che partiranno con il timbro dell'Orient Express, sui nostri corpi rilassati ed eleganti e i libri, tanti, aperti nel riempirsi delle ore.
Mi chiedo dove siamo. E dove siano gli sposi di ieri: hanno camminato felici sulla pensilina di Venezia, ansiosi di flash altrui e sguardi di invidia. Lei aveva le scarpe di raso bianco, troppo grandi, e un vestito che non avrei voluto né sognato. Non ho mai sognato un vestito da sposa. Comunque, non li vedo. Forse sono scesi a Vienna, oppure festeggiano intimi in una suite. Esiste ancora qualcuno che impiega il tempo facendo l'amore?
E ora. Ora ora, cioè domenica primo novembre. Ho trascritto dal taccuino, rivisto e cambiato, piegato le parole a ciò che sono oggi. L'ho fatto mentre l'anima di una donna andava altrove. Alda Merini, che ha dato senso alla vita. Che brutale e antiestetica irruzione della morte nella poesia, nell'assoluto. E che triste addio, Alda.
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