Oh, quanti amici avevo. Che tempi sfavillanti di sorrisi e inviti, quante mani sfiorate o toccate a palmo pieno, quante dita mi hanno accarezzato la guancia e sussurrato: "Come è giovane e intelligente". Giovane e intelligente. Insomma, non sapevano cosa dire. Si prendono sempre le caratteristiche più ovvie, oppure quelle indimostrabili: giovane può essere ancora vero per un capello, intelligente è tanto indefinito e soggettivo da essere facile da spendere. Comunque. Che tempi, amici miei. Ero presidente, viaggiavo su un monopattino di platino e gli uomini mi offrivano il caffé anche quando non avevano un euro in tasca.
Perché ero presidente.
Ricordo la mattina in cui mi fu annunciato. Non solo non l'attendevo, ma non avevo pensato alla parola. Presidente. Il presidente siede alla scrivania con le gambe avanti, i piedi su un piano di cristallo e due o tre telefoni agganciati ai lobi delle orecchie. I miei lobi sono piccoli, e ci sta solo un telefono, come avrei fatto a sopportarne tre? E il corpo, anche quello. Il presidente è alto, magro e bello. E il nome, ricordatevi il nome. Il presidente perde il proprio nome, viene chiamato solo così, presidente, e basta questo. Perché di presidente ce n'è uno, e guai a sbagliare mira. Guai a confondere identità e ruoli. Chi presiede ha tutto, anche l'affetto e la fiducia. Che bella vita! Insomma, ritorniamo ai fatti: quella mattina qualcuno ha rifiutato la carica e proposto me, i miei occhi hanno fatto un giro di tavolo e detto sì. Confusa, ho fatto presente che avrei voluto aiuto, che uno scultore come me non aveva strumenti (se non lo scalpello, l'acqua e le mani) per gestire un'azienda, che di soldi sapevo a malapena il conto della spesa. "Ti aiutiamo noi", hanno detto tutti, e giù a battere le mani. Mi hanno regalato il monopattino di platino, una sedia blu con il posto per appoggiare i piedi (non sono alta, forse avrebbero dovuto notarlo quando mi hanno proposto la carica) e hanno ripetuto l'applauso. Brava, brava, brava, brava.
Perché ero presidente.
"Devi firmare qui". Vedevo fogli e c'era gente che spiegava cose. "Il tuo predecessore ha deciso che", "Non preoccuparti, pensiamo a tutto noi", "Ecco, vedi, adesso qui". Sono uno scultore, lo sapete, niente più di questo: la mia mano, abituata a muoversi e fidarsi della materia docile e neutra, ha tracciato segni e accolto gioia. Le gambe si sono mosse in fretta: abbandonato lo studio piccolo dove la luce serve per immaginare forma che nasce e plasma creta, sono salita su treni veloci e ho dormito in alberghi di cui dimenticavo il numero di stanza. Ho visto città, piazze, vie strette e larghe, mi sono addormentata sul monopattino di platino nelle notti in cui il Tevere straripava e lo sciopero bloccava Roma. Ma ho raggiunto mete, e mete, e mete. Ho asciugato la gola dalla saliva, esaurito muscoli nelle guance piegate in su per i sorrisi, spremuto forza e dimenticato febbre, stanchezza e amori. Ho sciupato relazioni con gli occhi fissi alla causa. La causa. Quella che altri avevano dimenticato.
Perché ero presidente.
Tra le persone che volevano aiutarmi c'erano anche amici. Che meraviglia, gli amici. Si dicevano grati (gratitudine? Dovrò creare qualcosa sulla gratitudine, plasmerò cuori che battono e incatenano l'eternità di un abbraccio che non può sciogliersi) per l'arte che nel passato avevo trasmesso, grati per la gentilezza e la poesia del mio sguardo. Grati, erano proprio tanto grati. Si sono inchinati, quando la gente mi ha chiamata presidente. Hanno riso un po' battendomi la spalla, hanno messo il piede accanto al mio su un cammino di luce e detto: "Ci sono, io ci sono per te". Ci ho creduto. Perché anche io c'ero stata per loro, avevo asciugato le loro lacrime leccando i visi e strappando risate, avevo speso notti in ascolto con il calore nascosto dell'intimità leale. Erano anche fieri di me, sapete. Osservavano il mio passo e le corse sul monopattino di platino con lo sguardo crogiolante lacrime di gioia. Li ho visti, nascosti negli angoli sotto la Torre d'acciaio dove vivevo: dalle sopracciglia cadeva rugiada e imbiancava l'asfalto.
Perché ero presidente.
A questo punto lo scultore (è una donna, si capisce dal testo, ma non ne conosciamo il nome: ho trovato il manoscritto sulla riva dell'Adda, qualcuno l'ha buttato poco lontano dal corpo di una ninfa impiccata; una lunghissima corda la tiene sospesa alle campate del ponte di Paderno, se fate una corsa fate ancora in tempo a vederla) disegna volti, eventi e fiabe. Mi ci vorrà tempo per interpretare, ho deciso che farò con calma ma scriverò, scriverò tutto. Portate pazienza, amici, per ora ho potuto solo capire queste frasi a metà. Ma esiste una storia, e piano piano la dipanerò asciugando i fogli incrostati di lacrime e acqua del fiume. Ho però chiara l'ultima fiaba, quella che chiude il manoscritto dello scultore che, forse, è la donna che penzola dal ponte di Paderno. Ve la trascrivo sotto. Chissà che a qualcuno piaccia.
C'era una volta una regina. Non so cosa facesse: la vedo seduta su un trono con la mano sinistra alzata e lo scettro tra le dita, tanto strette da diventare bianche. Oppure nei giardini reali, mentre cammina da sola circondata da una folla che tenta di adularla.
Alt. Come, da sola con una folla? Non si può essere soli con una folla intorno. Invece sì, e all'improvviso capisco il perché di questa regina saltata fuori dalla mia testa finalmente ferma, finalmente concentrata sullo scrivere. La solitudine straziante di una regina, l'isolamento triste di chi non può contare su altri, deve fidarsi solo di se stesso. E se non lo capisce è un guaio, perché si affida alle lusinghe, ai sorrisi, alle carezze di chi vuole, vuole, vuole. Vuole tutto da lei, vuole tutto grazie a lei, vuole tutto ma non lei.
La vedo, questa regina, nei vialetti del meraviglioso giardino che non vorrei avere (a me piacciono i boschi e le radure, niente di preordinato e soprattutto niente aiuole per carità!) che annuisce sorridendo ai fiumi di sciocchezze che le vengono soffiati nelle orecchie, mentre il cervello macina richieste d'aiuto che nessuno potrà raccogliere. Se è molto evoluta, la nostra regina (la sentiamo un po' nostra, vero?), finge solo di ascoltare, e con i neuroni ormai esperti nell'astrazione tenta la fuga, e immagina di essere altrove, di cantare o dormire o ballare o fare l'amore, o ancora riempie di insulti la persona "a lei più vicina", cioé chi le parla convinto di essere nelle sue più intime grazie. Insulta odiando, ma tace e sorride. E annuisce come se tutto le fosse gradito.
Povera regina. Potremmo dirlo se non fosse regina, proviamo a immaginarla con i suoi adoratori intorno e gli anelli sulle dita. E' difficile dire "povera lei", in fondo è una regina! E' la donna più fortunata del creato, ha avuto il trono e lo scettro e il potere. Ha avuto gli occhi del popolo puntati addosso per adorarla. Non si può davvero compatirla: se ha qualche difficoltà se la risolva da sola, e la sopporti, lei che è regina!
Però c'è un problema.
Il problema della regina non sono i capelli, non è la corporatura snella o pingue o diafana, non è neanche lo sguardo: il suo problema, vedete, è che è regina. Quando le hanno regalato il trono un imperatore potentissimo le ha sorriso, e ha detto:
- Impara a fidarti di nessuno. Più sali in alto, più sei sola.
E la regina per un po' si è ubriacata di quello scettro che finalmente poteva tenere in mano, si è seduta comoda sul trono e ha descritto agli amici la sensazione che provava. Ha pianto davanti a loro, ha riso e giocato a golf. Si è confidata regalando pezzi del suo cuore, convinta che nessuno li avrebbe usati per farle male. A volte ha giocato a rubamazzo, che nel segreto delle stanze del castello fa tanto chic, con gruppi di persone che amava con tutto il cuore (ancora questo cuore di mezzo: la regina capisce tardi che non serve più, anzi è d'intralcio). Per mesi e mesi l'imperatore saggio e burbero è rimasto in un'ansa piegata del suo cervello, a parlare da solo.
Poi la regina ha capito. Che quando si diventa regine non si cambiano solo il colore dei capelli, degli occhi, e il portamento. Si scopre il sesso, che è una delle migliori invenzioni della natura. Si hanno soldi, spesso, anche se non tutte le regine sono ricche. Si hanno uomini che pregano e seducono, e mandano meravigliose lettere d'amore. Però. Sopra e dietro, e davanti a tutto c'è un solo fatto vero, che qualcuno avrebbe dovuto dirle meglio, uno di quelli che cambiano l'esistenza e fanno girare i tacchi per scappare oppure procedere spediti con maggiore coraggio (e incoscienza). Il fatto è questo, povero imperatore messo in fondo alla memoria: hai ragione tu, quando si è regine si è sole. E la solitudine è quella vera, non puoi neanche goderla perché devi sorridere e parlare e stringere le mani di tutti, devi fare finta di credere agli abbracci e ai consiglieri amici. Devi. Perché è così.
Ma sei regina. E sei sola.
Sapete una cosa? Forse sì, forse questa è una fiaba. L'ho scritta aprendo e chiudendo troppe parentesi, ma me ne frego.
Ecco, così si conclude il manoscritto. Chissà se la ninfa impiccata ne è autrice, chissà se è lei lo scultore che racconta. Sono proprio curiosa. Ho tante, troppe domande: a chi è venuto in mente di nominare presidente uno scultore? Cosa è accaduto, dopo? Che fine hanno fatto gli amici? Se la ninfa appesa alla campata del ponte è questo scultore-presidente, perché è finita lì? Vado avanti a leggere; ho trovato anche una piccola chiave, forse è quella dello studio dove teneva le sue opere. Vedrò cosa hanno plasmato le sue mani, e allora capirò; sono sicura di capire perché vedete, un artista può anche diventare presidente ma resta ciò che banalmente è, qualcuno che, prima o poi, ritrae la propria anima. Si racconta, deve farlo. Accade inevitabilmente. Per questo concordo con Alda Merini: "Il poeta è solo, è necessario che lo sia". Vi saluto con un inchino, mi fermo solo un istante per raccontarvi a chi sia dedicato il manoscritto della presidente scultore. Ecco le poche parole pasticciate sulla prima pagina: "A Patrizia, l'unica vera. L'unica che abbia cambiato la mia vita e reso la presidenza degna di essere vissuta".
Adieu.
Questo è un vaffanculo, o un prologo di vaffanculo. Bellissimo; avevo letto la fiaba e trovata intelligente e molto rappresentativa di te, adesso l'inserimento in questo pezzo rende l'atmosfera evocativa, una canzone del tuo Guccini tuonata da un palco che sovrasta migliaia di persone. Non fermarti.
Scritto da: Luca | 11/05/2009 a 11:18
A ME QUELLA FIABA
è piaciuta da subito.Me la sono gustata lenta anche indugiando più del dovuto per togliere una ciglia che non voleva uscire proprio sul bordo degli occhi infastidendomi e provocandomi rabbia perchè invece d'uscire s'infilava sempre più dentro all'occhio e non c'era verso di.La lessi e la feci leggere e come RICORDERAI la lessi anche senza microfono (quella sera)con la ribellione della gente che voleva udire udire mentre io volevo sussurrarla solo all'anima che parla a sè.Perchè le regine come i Poeti sono soli,debbono essere uditi solo da chi ha l'anima aperta al volo e a ogni dolore del mondo.Ed è per questo che non debbono nè urlare nè parlare.Solo gemere quando troppo forte è il vento.
UNO SCULTORE VERO NON SI CURERA' MAI DELL'ASPETTO DELL'OGGETTO (SE CE N'E' UNO) CHE HA ISPIRATO LA SUA OPERA D'ARTE MA DEL MATERIALE CHE SI E' TROVATO DAVANTI.SE E'DUREZZA DI PIETRA SAPRA' IL MODO CON CUI REAGIRA' AL SUO SCALPELLO PERCHE' SA COME LA PIETRA HA REAGITO A OGNI FORZA NATURALE QUALI IL VENTO E QUALE L'ACQUA RIVELANDO NEL TEMPO LE SUE INTIME QUALITA',LE DARA' FORMA,"VUOLE DARLE FORMA" FACENDO SCATURIRE TUTTA LA FORZA DELL'ANIMA CHE LA PIETRA CONTIENE,IMMAGINA QUELLO CHE SARA' A OPERA COMPIUTA ANCHE SE IL PROGETTO PARTIVA SOLO DA QUEL BLOCCO INFORME INTUENDONE LA GRANDEZZA DI TRASFORMAZIONE DA UN MATERIALE ALL'ALTRO PUR RISPETTANDONE L'ORIGINALE CHE FARA' VIVERE D'ANIMA PROPRIA LAVORATA CON FATICA DALLE SUE ABILI MANI, MEZZO PER INCIDERE SU UN'ISTANTE DI ETERNITA'!.
E' bello questo tuo nuovo modo di scrivere intrecciando filamenti manoscritti anime incontrate poco lontano da una ninfa impiccata.Bianca 2007
Scritto da: BIANCA 2007 | 11/05/2009 a 17:41
Vale più l'anima profondissima della ninfa scultore di quella lucida e vuota di un presidente.
Il presidente.
Scritto da: GF | 11/05/2009 a 21:32
GF.
Un bacio.Bianca 2007
Scritto da: BIANCA 2007 | 11/05/2009 a 22:00