"Ed ecco anche qui la Tua misteriosa innocenza e inattaccabilità, Tu inveivi senza farTi alcuno scrupolo, mentre negli altri condannavi le invettive e le proibivi". Kafka, "Lettera al padre".
E' stata una ragazza con i capelli rossi sull'autobus. Il 222, va a Zerbo: passa da via Ripamonti, si ferma davanti a IEO e prosegue fino a Opera. La ragazza ha chiamato qualcuno al cellulare poco prima che arrivassimo alla fermata di Noverasco, dove scendo. "Che delusione. Il funerale, intendo. Se penso che hanno fatto il funerale di Stato a gente che per l'Italia ha fatto niente. Alda Merini, la più grande poetessa del Novecento, ha avuto un funerale così". Non so cosa intendesse, non sono stata al funerale di Alda Merini per più di una ragione: avevo ambulatorio, e ho orrore dei funerali che non celebrano la vita. Comunque. La telefonata della ragazza con i capelli rossi e un paio di jeans, borsa a tracolla, ha dato l'ultima spinta a pensieri che tentavo di lasciare evaporare senza mettere parole su carta. O su computer, se preferite. Quando ho salutato L, la collega con cui divido la studio, ho fatto "bip" con il tesserino magnetico e mi sono incamminata verso la fermata davanti a IEO rimuginavo sull'inconsistenza della gratitudine. Mi chiedevo se la gratitudine in sé esista davvero. Perché da molto tempo ho seri dubbi.
Mi sono seduta alla scrivania, con la luce fioca del mio studio (devo capire perché sia tanto fioca, a proposito) a piovermi addosso, e ho cercato su Wikipedia la parola gratitudine. Ho letto proverbi e citazioni. Ho pensato a volti che hanno tirato fuori questa parola spesso, oppure una volta sola. E non riesco a convincermi. Il massimo che sono in grado di ottenere dalle mie elucubrazioni stanche di un mercoledì intenso è la consapevolezza di istanti, di sentimenti che durano lo spazio di una gola strozzata e mani tese, ma niente che sia durevole. La gratitudine, se esiste, è afflato di anima che si credeva persa e si trova in piedi, ma non ha destino. Finisce, punto e a capo.
Non voglio che si immagini una MG Luini tetra oppure delusa da un fatto specifico, da una persona. Non è così, non ora e non oggi. Ho in mano eventi passati, recenti o remoti, e tanti e tanti nomi. E ho anche la precisa conoscenza dell'obiezione: "Non si fa qualcosa per ricevere gratitudine". Obiezione cretina, mi si perdoni. Per favore, smettiamo i panni dei buoni da cioccolatino. E' ovvio che non si sia generosi per ottenere qualcosa, meno che mai in amore o nella professione, ma si ha la libertà di notare quando il tempo regala evidenze ingrate. Il nulla è diverso dall'ingratitudine: l'ingratitudine è densa, è qualcosa che il dolore può toccare. E' uno schiaffo, e potrebbe invece essere un dignitoso silenzio. In mezzo a tanta, tanta bellezza, in mezzo all'amore e all'amicizia e alle soddisfazioni di cui gioisco, ho uno schedario mentale del 2009 colmo, traboccante di tagli necessari. E di ingratitudini evidenti.
Va bene, se non esiste la gratitudine non dovrebbe esistere il suo contrario. Neanche l'ingratitudine esiste. Mi inchino alla logica. Sto parlando inutilmente, di inutile retorica. In fondo, uno scrittore si lascia spesso andare a momenti come questo. Eppure, nella mia povera testa banale i pensieri raffazzonati si affastellano e non mollano. Ricordo una lettera che ho ricevuto tanto, tanto tempo fa. Di un uomo che ho amato molto, il primo. "...la gratitudine non esiste, ce l'hanno i bambini e gli animali, ma non aspettartela mai dagli adulti...". Peccato, ho distrutto le sue lettere quando abitavo in Belgio, spinta dall'abilità verbale di qualcuno: è stato un errore, non avrei dovuto strapparle e buttarle via, se avessi resistito, proteggendole, avrei ora ricordi da riprendere ogni tanto. E amore storto, complesso (ma vero) da annusare. Il primo uomo che ho amato aveva ragione, sulla gratitudine: era stato ferito dalla vita, aveva avuto il dolore più grande e offensivo che si possa immaginare, parlava con la voce della rabbia, ma diceva la verità. Esiste l'affetto, di questo sono sicura, anche se è caudco e può frantumarsi, ed esiste anche l'amicizia, esistono innamoramenti e attrazioni fisiche bellissimi, ma la gratitudine no, non ce la faccio proprio ad ammetterla.
Eppure l'ho provata. Ho sentito dentro di me di dovere qualcosa, a lungo, e non mi sono mai pentita. Volevo bene, forse? Vestivo di gratitudine un affetto? Ancora oggi, non riesco a fare a meno di dedicare premura e protezione a persone che nel passato mi hanno dato, addirittura impedisco alla rabbia di venire fuori quando sarà rivolta a loro. E ogni mio castello di certezza cade. Non posso avere dentro un sentimento che dichiaro inesistente.
La gratitudine. Se mi siete amici lasciatela perdere. Dite altro, oppure tacete. Perché voglio guardare avanti e non pensarci più.
"Il saggio non fa del male ad alcuno. Costoro sono Maestri del loro corpo e si addentrano nello sconfinato. Vanno al di là del dolore e dell'afflizione". Il Dhammapada di Gautama il Buddha, ca. 500 ac.

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