racconti, fiabe, romanzi a puntate, pensieri e pezzi di parole
(attenzione: i testi pubblicati in questo blog e le fotografie sono di esclusiva proprietà dell'Autrice)
AAVV: RAC-CORTI - Il chiama angeli Il mio racconto "Il chiama angeli" nell'antologia RAC-CORTI di Giulio Perrone Editore 2008
AAVV: EROS & AMORE - La penombra di un ufficio e un ascensore che sibila Il mio racconto "La penombra di un ufficio e un ascensore che sibila" nella sezione EROS di "Eros & Amore" di ArpaNet, 2008
"I racconti delle bacche rosse": Lampi di Stampa Editore, I Platani Narrativa, 2008 Il secondo libro di fiabe
AAVV: CONCEPTS PROFUMO - La piccola casa di legno, e quel profumo. Fragranza e mistero di notti romane Il mio racconto "La piccola casa di legno, e quel profumo. Fragranza e mistero di notti romane" nella raccolta "CONCEPTS Profumo", Edizioni Arpanet 2007.
"Una storia ai delfini": Edizioni Creativa, 2007 il mio primo romanzo
AAVV: CONCEPTS MODA - La donna vestita di fiori Il mio racconto "La donna vestita di fiori" nella raccolta "CONCEPTS MODA", Edizioni ARPANet 2007
Luciano Comida Ho la fortuna di amare e di essere amato: faccio lo scrittore, il giornalista, l'impiegato statale, leggo, ascolto rock e jazz e classica, guardo cinema e teatro, tifo Toro, sono valdese.
Michele Crismani Ho tredici anni, non mi piace tanto la scuola (anzi proprio per niente). Invece mi piacciono le ragazze, il calcio, il rock (sia ascoltarlo che suonarlo), i film, mangiare patatine fritte di sacchetto, bere coca-cola e tirare dei rutti che scandalizzano mio papà e mia mamma.
Calogero Miceli poeta, presepista, scrittore e sceneggiatore emergente. Prova a fare anche lo studente in scienze della comunicazione. Vivo ogni giorno intensamente perchè considero la vita un grande dono e perchè in essa ho ricevuto il dono della poesia.
Cantastorie errante ...ogni cosa è intorno al nostro essere, sta a noi saperla vedere ed appropriarsene per donarla agli altri
C'è musica e musica. Questa è lieve come un sospiro e piena come un morso. L'andare quieto del treno scivola su una pianura ordinata di filari di alberi immersi nella nebbia soffice, delicata. Avrei detto che ci fosse pace, la notte scorsa. E c'era pace. Non l'avrei trovata uguale se questo fosse stato il viaggio erotico e sensuale di due amanti in cerca di poesia, non avrei potuto respirare il caldo perfetto che non soffoca nè appiccica di sudore sotto il pigiama di seta leggera. Forse.
Cambia in fretta lo sguardo sull'amore. Cambia come i campi che vedo fuori dai finestrini, come le stazioni coperte di grigio dove poche mani si alzano per salutare.
Fiocchi di luce e profumo costoso. Ho le pagine aperte sotto la mano chiusa sulla penna, vedo i segni nascere e scavare la carta nell'ovatta molle del rumore delle rotaie. Non lo sento, quel rumore, ma so che esiste: il treno sbanda all'improvviso e ci svegliamo, il corpo va avanti e indietro, poi ritorna a posto, e la musica prosegue. Come se niente accadesse sul serio.
Che pigro ottundimento lucido e quieto. Nel vagone bar coppie si osservano con mezzo sorriso, donne e uomini leggono, il pianista tira fuori meraviglia dai tasti bianchi e neri, i camerieri parlano italiano e azzardano poche chiacchiere discrete. Una ragazza con una grossa macchina fotografica nera fa scattare un flash; ha un vestito di lana grigio chiaro, le calze lunghe viola. L'accento è di Milano. Porta capelli lisci raccolti in una coda strana, mi viene voglia di scioglierla per respirare l'odore pulito di shampoo e la soffice carezza di fili sottili, quasi di seta. E' giovane, molto giovane per questo treno di toni soffusi e amore pudico senza lo spazio per un gemito più forte nelle suite sballottate dalle rotaie. Fotografa ogni dettaglio, vedo con l'angolo di un occhio che punta l'obiettivo su di me, non mi infastidisco e sorrido: avrò rughe, aria distante e doppio mento seduta così, con il taccuino su una coscia, ma non importa. Prenda di me i ricordi che le piacciono, sta costruendo giorni. Che non potrà dimenticare.
Si avvicinano tutti, prima o poi. In due o tre lingue chiedono se sia vero, mi fissano timidi o curiosi e domandano se stia sul serio scrivendo un libro su questo treno. Su di loro che sfilano in smoking e vestito da sera, con storie che buttano lì e dipingono da favola bella. Annuisco, anche se non sono sicura. Ci vorrà tempo, per questo. Ma è inutile dirlo.
Prende il via, la mia mano, dopo un preludio che era musica più che racconto. Musica, ancora. Come il cibo e la vernice blu scuro lucida e fiera, anche le note di questo pianoforte sono perfette. Immagino i musicisti da crociera simili a questo, eppure esiste differenza; un orecchio popolare, profano come il mio capisce che non è lo stesso. Ci sa fare, questo pianista con il cognome italiano e la giacca impeccabile e scura. Snocciola note che cadono senza pieghe su tavoli bassi coperti da tazze e bicchieri e cartoline che partiranno con il timbro dell'Orient Express, sui nostri corpi rilassati ed eleganti e i libri, tanti, aperti nel riempirsi delle ore.
Mi chiedo dove siamo. E dove siano gli sposi di ieri: hanno camminato felici sulla pensilina di Venezia, ansiosi di flash altrui e sguardi di invidia. Lei aveva le scarpe di raso bianco, troppo grandi, e un vestito che non avrei voluto né sognato. Non ho mai sognato un vestito da sposa. Comunque, non li vedo. Forse sono scesi a Vienna, oppure festeggiano intimi in una suite. Esiste ancora qualcuno che impiega il tempo facendo l'amore?
E ora. Ora ora, cioè domenica primo novembre. Ho trascritto dal taccuino, rivisto e cambiato, piegato le parole a ciò che sono oggi. L'ho fatto mentre l'anima di una donna andava altrove. Alda Merini, che ha dato senso alla vita. Che brutale e antiestetica irruzione della morte nella poesia, nell'assoluto. E che triste addio, Alda.
Comodo anche se un po' rigido, il divano mi tiene sospesa tra le ruote di ferro che fanno rumore e corrono. La finestra ampia sfila immobile davanti agli occhi freschi, tuffati nella campagna che si alterna a boschi e riempiti da bolle di piacere e stupefatta solitudine. Sto bene, così. Cammino se ne ho voglia, vado in senso contrario rispetto al treno oppure lo aiuto, graffio piccoli metri nel medesimo verso per arrivare prima.
La coda del treno finisce in niente, come nei film: una porta chiusa, una serratura vecchia perfettamente oliata, potrei aprire con qualche sforzo e saltare, lasciarmi gelare la pelle dal freddo di questo Nord che attraverso con la vista acuta e tagliente. Mi ricorda un altro Nord, il Belgio dove ho vissuto: la sera, il freddo era tanto denso e basso da saldarsi in mano, formava croste sui vetri e dentro l'anima. Hai voglia a grattare via, quando fa così freddo. Uscivo dall'ospedale e mi rifugiavo in macchina, ritornavo a Brussel (è città fiamminga, scrivila bene) oppure seguivo una collega a caso in un bistrot di Leuven, mangiavo cose dal sapore di gesso e una fetta di torta con tanta panna. Poi dormivo nel letto con il piumone, aggrappata a un libro o alla Rai via cavo. E buona notte.
Ho messo in ordine il mio studio, oggi. Mentre pensavo a cose e persone e dolcezze e lenti avvicinamenti che finiranno da qualche parte. Ho sollevato carta e polvere, passato stracci bianchi che diventavano neri, buttato via il passato di lettere e fotografie e diari iniziati e lasciati a mezzo. Non sai quanti diari, quanti. Ho riconosciuto gli anni del buio, della confusione, e mi sono messa a ridere. Indulgente di me, per me. Esisteva, pensa, un quaderno di cartoncino azzurro dove stavo scrivendo una lunga lettera. Per te. Ti dico cose, luoghi, momenti, ti regalo i miei sogni. Nel 2007, ti dico che vorrei andare sull'Orient Express, come ho fatto quel giorno di questo anno, nella casa di Firenze, e tu tenevi gli occhi chiusi e annuivi per finta. Insomma, c'era una lettera-diario e ho riletto parti, ho capito che non li meritavi. Non li meritavi mentre li scrivevo, e questo è squallido. Ho avuto uomini che hanno meritato tutto, anche a distanza di tempo e freddezza e litigi. Tu no. Ho rigirato in mano il quaderno e ho pensato di buttarlo via: il lancio, perfetto, l'ha sbattuto con un rumore che ha spaventato il gatto nel cestino accanto alla scrivania. Poi. Ho creduto che non si butti via niente, non nella scrittura: perché dovrei mandare al macero pezzi di me? Diventeranno altro: storie e romanzi e cose che la gente potrà leggere, se vuole. Mi sono ripresa il quaderno, l'ho accarezzato e impilato insieme ai manoscritti ritrovati o mai perduti.
Che bello, sai. Ho messo nella libreria, il cui rinnovato ordine rende nuova, il manoscritto originale di "Una storia ai delfini". Profumava di felicità e di mare. Sorridevano, quelle pagine coperte di blu e nero in un taccuino grande. L'ho toccato molto, prima di metterlo al proprio posto insieme agli altri, alle altre storie pubblicate oppure in attesa. Mi ha fatto stare ancora meglio, serena e libera. Non so perché.
Di notte, i vagoni sferragliano e ondeggiano. Succede che le onde più forti gettino sul pavimento i libri, i giornali, le borse che Steve avrebbe fissato bene, ma ho tirato giù per cercare cose. Cose. Cose. Si dorme bene, però, anche con i colpi regolari delle ante del piccolo vano del lavandino e con il frastuono delle rotaie, e il volo dei telefoni spenti e scarichi e di tutto ciò che stava sui tavolini e nella reticella. Cade tutto all'improvviso, poi il silenzio ritorna uguale. Immagino un'esplosione, non mi alzo. Lascio che sia. Si sta bene qui. Manca il sesso, ci penso ogni tanto mentre alzo la tendina e guardo la notte. Immagino mani che ancora non ho conosciuto, e un respiro accanto all'orecchio, dentro la bocca, e il sesso. Dentro, piano. Oppure in fretta, dipende. Dipende dalla passione. Ogni tanto il treno fischia due volte, e penso alle storie di Pirandello e Simenon. Banale, potrei dire che il fischio mi rimanda indietro o mi schizza avanti, ma l'hanno già scritto in tanti. E pazienza.
La camera, il mio studio, non è ancora a posto. Ma ci arrivo, vedrai, ci arrivo. Ho buttato via chili di ricordi inutili e dimenticati. Ho eliminato, pulito, spolverato, rinfrescato, riscoperto. Che energia, sai, finalmente la sento tutta: mi brucia le arterie, macina il cuore, fa andare le gambe e tiene su la schiena. Cantavo, perfino, e il gatto si è nascosto sopra l'armadio grande. Narciso nel falso d'autore scuoteva la testa. La musica era tutta nella testa, nei volti che finalmente mi fanno ridere e pensare, mi accettano complessa e libera e impegnativa. Nel tocco delicato di una simpatia che non hai mai nemmeno sfiorato.
C'è un maitre pieno di sè, sull'Orient Express che corre via dalla Repubblica Ceca. Non cito il nome, perché è il tuo, e qualcosa vorrà dire. Racconta di arabi e barche di lusso, viaggi da favola e suite. SI piace, lo vedo, sono contenta per lui. Parla e ascolta poco, indica il cibo e fa portare altri dolci. Mangio, lascio perdere e rilasso le cosce sotto il tavolo. Lancio gli occhi fuori, nel buio in cui distinguo pochissimo, poi li riprendo e fisso la gente, anche se non si fa. C'è una donna con l'ossigeno nel naso, due piccole cannule trasparenti escono discrete dal vestito elegante. Ha una malattia che la ucciderà, non ho bisogno del pettegolezzo del maitre per saperlo, mi basta l'odore della morte che le sento addosso. Mi basta guardarla. Eppure è felice. Otto mesi fa, le avevano detto che sarebbe morta subito, entro quattro settimane, così ha deciso di viaggiare. Orient Express, il suo sogno. Da quel momento continua, scende e sale su ogni Orient Express, sulle rotte che trova. E vive, con il suo ossigeno appeso al collo. Vive. E c'è un'altra donna, bionda: continua a parlare, e ride. Viene dall'Australia, prima di salire sul treno è stata in crociera con un marito che non fa altro che tacere. E' bello, sembra più giovane di lei, questo marito taciturno che probabilmente scambia sms con amiche allegre in Australia. E la moglie, lei chiede al personale di bordo di non renderla nervosa con domande che non sa capire.
Ho accumulato quaderni vuoti e quaderni pieni, nel mio studio spolverato a nuovo. Ho aperto pacchi di fotografie dove mi sono vista grassa, l'estate del 2008 all'isola d'Elba. E non ho visto solo me, lo sai. Mi sono appoggiata al muro per respirare e fumare una sigaretta e ho lasciato gli occhi nei tuoi, così, per gioco. Non ho trovato la luce, ho trovato niente. Evaporata la magia, resta solo uno strato di noia sbigottita. La mano, presa la traiettoria verso il cestino, ha avuto la tentazione di lanciare anche quella, anche la tua fotografia, poi il gomito si è piegato e il cervello ha detto qualcosa. "E' il passato, perché buttarlo?". L'ho infilata in una busta a caso e messa via, non so più dove. Adesso l'ho dimenticato. Ho trovato doppi o tripli libri, copie di copie che ho anche a Firenze. Insomma, forse capisco che è troppo. Ma regalarli è difficile, sai che pochi leggono. Scrivono, ma non leggono, peccato. Magari citano la Woolf o Quasimodo o Manzoni, dopo, oppure raccontano di avere letto Proust, però non sanno più di un Bignami. E scrivono. Beati loro.
A Parigi il treno ha caricato aragoste. Ho camminato con la mia valigia pesante e fuori misura e salutato i camerieri, deviato lo sguardo dalle casse bagnate brulicanti di chele incerottate; le aragoste non mi piacciono: quando le vedo nuotare nella vasca del ristorante vorrei prendere a mani nude e buttarle in mare, e lo farò, sono certa che prima o poi farò anche questo.
Che polvere. Sollevata e tolta. Libri toccati, aperti e annusati, hanno fatto l'amore con me.
Ho ancora mani morbide sulla schiena, sulla lana del poncho e la seta della camicia sulla pelle nuda. E uno smalto viola, sai.
Dormo. E scrivo, domattina, prima di partire. Di nuovo.
Vorrei fotografie in bianco e nero, adesso. Non so perché. Non c'è tristezza, non trovo dentro o fuori motivi per togliere il colore a ciò che vedo, eppure ho aperto lo spazio bianco del "componi post" desiderando una fotografia qualsiasi, di un paesaggio qualsiasi, in bianco e nero.
Il bianco e nero, il grigio mi regalano serenità. Solo nelle fotografe e nei film, perché la vita, quella che prendo forte in mano e mordo con passione eccessiva, deve avere sempre dentro il rosso, e l'azzurro, e il blu, e il viola. E tutti i colori che vengono in mente, anche se non esistono. Insomma, le fotografie in bianco e nero e i vecchi film francesi mi fanno stare bene. L'altra notte, a Praga, ho visto un film francese e capito niente: mi addormentavo, mi risvegliavo, provavo a seguire ma, lunghi minuti dopo, scoprivo di essermi persa. E' stato bello ugualmente. Forse perché sapevo di essere felice, mangiavo la notte insonne senza più dolore o rimpianto (compagni della prima parte del 2009), senza il senso di sconfitta che, per tante ragioni (non solo una), mi si era aggranchiato addosso. Stavo bene, davvero bene. Avevo camminato su Ponte Carlo, scambiato messaggi con qualcuno che ultimamente mi fa stare allegra in un gioco sciocco e simpatico insieme, chiacchierato e taciuto, fissato pupille nere nella tenebra illuminata dai lampioni, osservato l'acqua e il castello e la macchina fotografica rotta. Poi, in camera, avevo scritto, riscritto, un paio di capitoli del romanzo cui sto lavorando, e, dopo la doccia solita che mi fa sentire pulita e fresca sotto le lenzuola, mi ero messa a letto con "La metamorfosi" di Kafka. Il sonno era arrivato e svanito, mi succede spesso, ma non provo più rabbia: mi alzo prestissimo per scrivere, oppure, se l'ora è molto molto profonda nella notte, accendo la televisione e non capisco cosa vedo.
Ho guardato le immagini del film francese, ho seguito le parole, ho dormito mentre accadevano cose importanti o da niente, ho provato a interpretare il senso con i titoli di coda. E' stato bello. La pace di Praga mi avvolgeva, il tempo un po' bello e un po' brutto non feriva. Era come una fotografia in bianco e nero, tiepida e con i contorni che nessuno tenta di vedere, con quelle pose un po' rigide e la nebbia che rassicura e non annoia. Avete guardato i fiumi, nelle fotografie in bianco e nero? E i boschi? Non so come e perché (questa sera non so la ragione delle cose, siate pazienti), mi viene in mente un'altra fotografia, questa volta a colori, che qualcuno mi ha fatto poco tempo fa. E' in questo blog, qualche post più in là (anzi, la riporto anche qui, perché no?): fisso l'obiettivo senza sapere di essere l'oggetto dell'inquadratura e non sorrido, sembro perplessa. Quella fotografia ha colto il senso di me, molto, e chi ha scattato nemmeno lo sa. Ero a Venezia, in un settembre bello.
Fotografie. Nel mio viaggio meraviglioso la macchina fotografica si è guastata, ho potuto cogliere solo pochi dettagli prima di rinunciare. Forse il motivo esiste. Era il mio viaggio, pochi dovevano essere i residui fissati nelle immagini. Chissà.
Fotografie in bianco e nero. Piacciono anche a voi?
Insomma, si va. Irreale come un sogno in cui tendi la mano e provi a toccare, poi la ritiri con la paura che la meraviglia svanisca, assurdo come un viaggio fuori dal tempo e dall'anno corrente, bello, lucido e lussuoso come un'offesa lungamente studiata, l'Orient Express è esattamente come lo immaginavo. La riproduzione della riproduzione, cioé l'esatta copia dell'originale che per me è sempre esistito: il treno immerso nella neve di "Assassinio sull'Orient Express", film calmanervi che amo e conosco a memoria, che questa sera echeggiava nei corridoi, nelle cabine, nel vagone ristorante. Ho incontrato la giovane nobildonna con la vestaglia di seta bianca e un drago disegnato sulla schiena, ho percepito il sussurro vecchio della principessa Dragomiroff che chiede una sogliola per cena, ho visto il cadavere pugnalato nel letto della suite con gli stessi colori, i medesimi spazi. Ho ricordato la riunione nel vagone bar, con la rivelazione dell'assassino. E tutto, tutto era uguale. Ero nella copia dell'unico originale che finora mi fosse dato di conoscere, e lo sono tuttora. Adesso, mentre scrivo. L'Orient Express è fermo da qualche parte dopo Udine, approfitto della notte per un pezzo di diario che proseguirò domani. O il giorno dopo domani.
Dell'Orient Express puoi godere ogni dettaglio: il check in al binario uno della stazione di Venezia, con i banchi accettazione messi apposta e le signorine vestite di blu costrette a essere gentili con stuoli (piccoli, piccoli stuoli) di donne con il cappello a tesa larga, la sposa che, convinta di essere bellissima e invidiata, caracolla con le scarpe di raso panna fino alle carrozze blu scuro e si fa fotografare, il personale impettito che ti accoglie quando ti imbarchi al vagone giusto, in cerca della cabina giusta. E i fiori, le praline, la musica del pianista, la cena eccellente, lo stewart giovane e bello che ti spiega ogni cosa in un inglese impeccabile. Godi, guardi e godi. Ho bevuto le immagini con la sorpresa della neofita: un uomo elegante, solo e bello, con due stampelle discretamente appoggiate a un fianco e un vestito di altissima sartoria, ha aspettato insieme a me che il cordone bordeaux fosse spostato per la chiamata all'imbarco, al vagone il biondo e gentile Steve mi ha fatto credere di essere là in piedi per me, solo per me, ha raccontato del suo italiano approssimativo e dello shopping a Venezia recriminando con un grande sorriso per il peso della mia valigia ("Oh, wonderful", ha detto quando ho spiegato che porto con me libri, e quaderni, e gli aggeggi per il computer), un cameriere a cena mi ha deliziata di racconti e e assaggi di formaggio ("Questo, vede, è un mondo a parte, lo assaggi, ne prenda un pò"). La musica nel bar, quando la cena ha placato la mia fame, mi ha incantata e assorbita in una danza di sguardi curiosi di gente in abito da sera che tentava di annusarsi, di conoscersi con un'occhiata e con qualche piccola frase in inglese.
La cabina, calda e antica (su una targa ho visto la data 1929), è la perfezione in una miniatura in cui tutto trova collocazione, perfino le montagne di libri che mi sono trascinata dietro e le scarpe, sempre troppe, emerse dalla valigia. Un piccolo angolo si apre su una presepe di bagno con il lavandino, una vestaglia blu scuro è appesa al soffitto e aspetta solo che mi ci rifugi.
Sola, nel buio, ascolto il rumore del treno che riparte. Vi saluto con un sorriso. Destinazione Praga, tra molte ore, poi Parigi, domenica. Questo era un sogno, un giorno lontano avevo chiesto a qualcuno di aiutarmi a realizzarlo, ma sapete una cosa? Realizzato da sola, con la testardaggine della mia incoscienza, vale molto di più.
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