racconti, fiabe, romanzi a puntate, pensieri e pezzi di parole
(attenzione: i testi pubblicati in questo blog e le fotografie sono di esclusiva proprietà dell'Autrice)
AAVV: RAC-CORTI - Il chiama angeli Il mio racconto "Il chiama angeli" nell'antologia RAC-CORTI di Giulio Perrone Editore 2008
AAVV: EROS & AMORE - La penombra di un ufficio e un ascensore che sibila Il mio racconto "La penombra di un ufficio e un ascensore che sibila" nella sezione EROS di "Eros & Amore" di ArpaNet, 2008
"I racconti delle bacche rosse": Lampi di Stampa Editore, I Platani Narrativa, 2008 Il secondo libro di fiabe
AAVV: CONCEPTS PROFUMO - La piccola casa di legno, e quel profumo. Fragranza e mistero di notti romane Il mio racconto "La piccola casa di legno, e quel profumo. Fragranza e mistero di notti romane" nella raccolta "CONCEPTS Profumo", Edizioni Arpanet 2007.
"Una storia ai delfini": Edizioni Creativa, 2007 il mio primo romanzo
AAVV: CONCEPTS MODA - La donna vestita di fiori Il mio racconto "La donna vestita di fiori" nella raccolta "CONCEPTS MODA", Edizioni ARPANet 2007
Luciano Comida Ho la fortuna di amare e di essere amato: faccio lo scrittore, il giornalista, l'impiegato statale, leggo, ascolto rock e jazz e classica, guardo cinema e teatro, tifo Toro, sono valdese.
Michele Crismani Ho tredici anni, non mi piace tanto la scuola (anzi proprio per niente). Invece mi piacciono le ragazze, il calcio, il rock (sia ascoltarlo che suonarlo), i film, mangiare patatine fritte di sacchetto, bere coca-cola e tirare dei rutti che scandalizzano mio papà e mia mamma.
Calogero Miceli poeta, presepista, scrittore e sceneggiatore emergente. Prova a fare anche lo studente in scienze della comunicazione. Vivo ogni giorno intensamente perchè considero la vita un grande dono e perchè in essa ho ricevuto il dono della poesia.
Cantastorie errante ...ogni cosa è intorno al nostro essere, sta a noi saperla vedere ed appropriarsene per donarla agli altri
C'è musica e musica. Questa è lieve come un sospiro e piena come un morso. L'andare quieto del treno scivola su una pianura ordinata di filari di alberi immersi nella nebbia soffice, delicata. Avrei detto che ci fosse pace, la notte scorsa. E c'era pace. Non l'avrei trovata uguale se questo fosse stato il viaggio erotico e sensuale di due amanti in cerca di poesia, non avrei potuto respirare il caldo perfetto che non soffoca nè appiccica di sudore sotto il pigiama di seta leggera. Forse.
Cambia in fretta lo sguardo sull'amore. Cambia come i campi che vedo fuori dai finestrini, come le stazioni coperte di grigio dove poche mani si alzano per salutare.
Fiocchi di luce e profumo costoso. Ho le pagine aperte sotto la mano chiusa sulla penna, vedo i segni nascere e scavare la carta nell'ovatta molle del rumore delle rotaie. Non lo sento, quel rumore, ma so che esiste: il treno sbanda all'improvviso e ci svegliamo, il corpo va avanti e indietro, poi ritorna a posto, e la musica prosegue. Come se niente accadesse sul serio.
Che pigro ottundimento lucido e quieto. Nel vagone bar coppie si osservano con mezzo sorriso, donne e uomini leggono, il pianista tira fuori meraviglia dai tasti bianchi e neri, i camerieri parlano italiano e azzardano poche chiacchiere discrete. Una ragazza con una grossa macchina fotografica nera fa scattare un flash; ha un vestito di lana grigio chiaro, le calze lunghe viola. L'accento è di Milano. Porta capelli lisci raccolti in una coda strana, mi viene voglia di scioglierla per respirare l'odore pulito di shampoo e la soffice carezza di fili sottili, quasi di seta. E' giovane, molto giovane per questo treno di toni soffusi e amore pudico senza lo spazio per un gemito più forte nelle suite sballottate dalle rotaie. Fotografa ogni dettaglio, vedo con l'angolo di un occhio che punta l'obiettivo su di me, non mi infastidisco e sorrido: avrò rughe, aria distante e doppio mento seduta così, con il taccuino su una coscia, ma non importa. Prenda di me i ricordi che le piacciono, sta costruendo giorni. Che non potrà dimenticare.
Si avvicinano tutti, prima o poi. In due o tre lingue chiedono se sia vero, mi fissano timidi o curiosi e domandano se stia sul serio scrivendo un libro su questo treno. Su di loro che sfilano in smoking e vestito da sera, con storie che buttano lì e dipingono da favola bella. Annuisco, anche se non sono sicura. Ci vorrà tempo, per questo. Ma è inutile dirlo.
Prende il via, la mia mano, dopo un preludio che era musica più che racconto. Musica, ancora. Come il cibo e la vernice blu scuro lucida e fiera, anche le note di questo pianoforte sono perfette. Immagino i musicisti da crociera simili a questo, eppure esiste differenza; un orecchio popolare, profano come il mio capisce che non è lo stesso. Ci sa fare, questo pianista con il cognome italiano e la giacca impeccabile e scura. Snocciola note che cadono senza pieghe su tavoli bassi coperti da tazze e bicchieri e cartoline che partiranno con il timbro dell'Orient Express, sui nostri corpi rilassati ed eleganti e i libri, tanti, aperti nel riempirsi delle ore.
Mi chiedo dove siamo. E dove siano gli sposi di ieri: hanno camminato felici sulla pensilina di Venezia, ansiosi di flash altrui e sguardi di invidia. Lei aveva le scarpe di raso bianco, troppo grandi, e un vestito che non avrei voluto né sognato. Non ho mai sognato un vestito da sposa. Comunque, non li vedo. Forse sono scesi a Vienna, oppure festeggiano intimi in una suite. Esiste ancora qualcuno che impiega il tempo facendo l'amore?
E ora. Ora ora, cioè domenica primo novembre. Ho trascritto dal taccuino, rivisto e cambiato, piegato le parole a ciò che sono oggi. L'ho fatto mentre l'anima di una donna andava altrove. Alda Merini, che ha dato senso alla vita. Che brutale e antiestetica irruzione della morte nella poesia, nell'assoluto. E che triste addio, Alda.
Certo. Diventare burrasca. Sciogliersi nel vento che piega gli alberi e strappa, striglia, mastica le foglie ancora verdi e sposta le auto al centro della strada. Mi piacciono le burrasche, anche se trovarsi nel mezzo della ribellione assoluta del cielo e del mare, delle rocce di montagne pronte a rotolare a valle, di tronchi d'albero che si inclinano senza certezze scoperchia la patina di controllo che serve a ridurre al silenzio i miei tormenti. La burrasca non ha controllo, recide gli ormeggi e porta via. Mi sono sempre immaginata con le mani strette, i muscoli tesi a disegnare il profilo sulla pelle e le unghie conficcate in una porta di legno, svolazzante nell'uragano, decisa a non lasciarmi trascinare via. Comunque. A Milano sembra che il vento celebri la mia vita nuova con una burrasca imprevista. Mentre scrivo, sollevo una carta buddhista (ne ho un mazzo sulla scrivania), e leggo:
"Tutti gli esseri tremano di fronte alla violenza
Tutti hanno paura della morte
Tutti amano la vita"
Tutti. Dice così. Violenza e burrasca, ancora. E morte e vita.
Una manciata di ore tra domenica e oggi. Sono uscita con due borse nelle mani e il divertimento segreto di quattro parole in croce sputate in messaggi email a muovere il sorriso, ho camminato rifiutando mezzi protettivi e veloci. E, passo dopo passo, ho raggiunto il solito tavolo tra le solite mura nella solita invidia fatta crepuscolo. E scrivo. Ma no, non scrivo. Sono.
Il violino che ho ascoltato sciogliendomi di emozione a Pisa, le parole che erano musica e rabbia e passione, la stanchezza di notti insonni emotive pesanti dense e stridenti hanno ricostruito l'anima sgretolata, ma solo per un po', dalla mancanza d'acqua. Dall'arsura di stanze pettegole e vuote, sostituite da altre dense di scrittura e volti finalmente simili ai miei. E le mani, anche, il sorriso di Marco nelle pieghe dell'incontro con i lettori, i discorsi scambiati nei corridoi stretti tra i libri. E' stata una ricostruzione strana, con sorprese stupende e la constatazione di avere perso una parte di me, la peggiore, la più inutile.
I minuti perfetti tolgono polvere agli angoli che hanno ospitato cadaveri decomposti da tempo.
Non ho obiettivi con questo lento scivolare delle dita sulla tastiera, ho solo sensazioni che vorrei tradurre perché si potessero condividere. Sento le foglie, immagino i rami piegarsi e sfiorare la finestra. Ho una valigia aperta che aspetta che butti dentro qualcosa, il gatto che gioca e copre lo schermo del computer, un colloquio con un editore che mi dondola in testa. Ho ore nuove, che forse mesi fa non avrei voluto, ferma in un'illusione di amore e bellezza che è bastato un attimo a sgretolare: sono ore che adesso diventano tutto, e odorano di libertà. Quella vera. Come abbia potuto rinunciare al vuoto terrificante della libertà, come mi sia incatenata a un dipinto che niente aveva di reale è stupore, quando mi permetto di pensarci.
Insomma. Non posso trascinare oltre cristalli istantanei di emozioni, di evidenza che forse solo una fotografia sfocata e buia potrebbe mostrare. Vento. E burrasca. Uscirò di nuovo, un racconto erotico da scrivere e il manoscritto in tasca per non perdere le gocce della storia che preme.
Esistono giorni di parole sciolte. Considerazioni che uno può leggere, se gli va, oppure tralasciare a pie' pari senza che il corso delle ore cambi di un soffio.
Oggi è uno di quei giorni. Perché sapete, che si leggano oppure no, le parole sciolte escono e hanno bisogno di fissarsi su uno schermo, o sulla carta, o su qualsiasi supporto che poi le faccia leggere.
Insomma. Sono arrivata a Todi ieri sera, dopo un viaggio solitario che ha fracassato la mia schiena (guidare sulla E45 è sempre un'esperienza, schiena a parte: mi sono specializzata in chirurgia generale a Perugia nel 2006, quindi per almeno sei anni ho percorso giù e su la E45; che poesia ritrovarla uguale, senza luci e con i lavori e le deviazioni, e le uscite nelle stradine che cedono sotto il peso degli autoarticolati a cinque all'ora sui tornanti). Quando guido da sola, ascolto musica e penso troppo. Peculiarità della scrivente è, da sempre, l'eccesso di pensieri che diventa avvitamento tortuoso intorno al niente.
Ho pensato a un panorama bello e brutto di volti e fatti recenti, a quanto abbia perso e quanto guadagnato. E quanto abbia accettato senza che fosse realmente necessario.
Per esempio. Ho incontrato una persona molto bella, alcuni mesi fa: è stato un piccolo miracolo, un gioco di simpatia e affinità che mi ha lasciato un segno luminoso nella testa. Non so se questi incontri debbano restare confinati entro limiti del sogno oppure se possano, con pazienza e casualità, tradursi in amicizia, tuttavia ho provato, e il tentativo mi è sembrato reciproco, a tenere vivo uno scambio epistolare (veramente, uno scambio di SMS e messaggi email: ormai consideriamo anche questo uno scambio epistolare) e di telefonate gradito, mi pare, a entrambi. Solo che. Sono stata in una città del Nord, non importa quale, e ho incontrato la persona-miracolo che passeggiava per strada in compagnia di una donna. Niente di male, visto che con lui (sì, la persona è di sesso maschile) non è mai esistita una relazione, e neanche un'avventura sessuale: di altro si trattava! In ogni modo, l'uomo mi ha vista e ha palesemente evitato di salutarmi. Ho pensato, lì per lì, che fosse distratto, che il mio passaggio a meno di dieci centimetri da lui non fosse stato notato; quando l'incontro si è ripetuto, l'assenza di saluto, di un minuto e mezzo di reciproche presentazioni (quando è assente la colpa nascosta, ritengo scontato che si dia priorità all'educazione), è diventata un ululato. Per rendere tutto più breve, l'uomo che avevo incontrato in più occasioni per un pranzo veloce, una chiacchierata profonda, una passeggiata da niente ha finto di non conoscermi. Prima volta che mi capita, giuro. E successivamente i suoi messaggi sono andati avanti come se niente fosse accaduto. Il non-saluto non è successo, voilà.
Se fossero qui con me alcuni amici che mi conoscono bene, sorriderebbero e commenterebbero:
- Ci vuole altro, con te!
Che vuole dire tutto e niente. Ci vuole altro perché perdono l'imperdonabile, salvo poi infuriarmi nei momenti meno prevedibili della vita, e ci vuole altro perché in questo misterioso 2009 psichico (la mia amica Gemma ha detto che è un anno psichico) mi è capitato di peggio. E di meglio, anche. Sorvolo, qui, sul significato di "di peggio" perché avrò modo di parlarne più in là, altrove. Dico solo che la mia riflessione da viaggio solitario con marea montante di dolore alla schiena ha prodotto anche la consapevolezza che quel "signor di peggio" deve vergognarsi in ogni caso, anche quando provo a dipingerlo di indulgenza e perdono. Ci sarà tempo. Ma una cosa è chiarissima: ci si perde ormai con una facilità deprimente, e non sempre è necessario. Beato chi sa fare a meno degli altri perché è passato oltre; se penso alle persone che sono arrivate nella mia vita in questi ultimi mesi mi sento grata e felice, e incredula: perché dovrei rinunciare a qualcuno? Non capisco. Requiem, su questo argomento.
La stanza dell'albergo di Todi è piccolissima, ma sto bene nelle pareti oblique che danno su un balconcino dove ho accatastato giornali. L'edicolante mi ha fissata con pupille frementi quando ho chiesto tutti i quotidiani che ho trovato in vendita (tranne uno, non dirò quale), poi ha dato uno sguardo alle mie spalle e ha commentato:
- Ah, lei è con il gruppo di Todinsieme.
Ha indovinato, l'uomo giovane e bello con l'accento milanese che vende giornali a Todi. Ha giudicato dal fascio di quotidiani e pensato che facessi parte di un gruppo di... Non so cosa. Un gruppo, comunque, estraneo alla città e giunto qui per discutere e approfondire. Approfondiamo, dunque. Un amico, Emanuele Caroppo, ha lanciato su FB una piccola discussione che secondo me ha avuto meno seguito di ciò che meritasse: su FB non si discute, si accenna e i messaggi vanno tanto in fretta che si fa appena in tempo ad accorgersi dell'esistenza altrui. Peccato, ogni volta che si creano i presupposti per stabilire relazioni si accelera e banalizza tutto, e si passa oltre. Insomma, Emanuele ha parlato di chiacchiere e discussione. Ormai si chiacchiera, non si discute più. Sacrosanto. Vi viene in mente un'occasione in cui abbiate discusso, discusso sul serio e non chiacchierato? A me viene in mente VeDrò, spero che in futuro mi verrà in mente questo TODINSIEME, e penso anche agli incontri che Mariangela Guandalini organizza a Parma. E, per essere sincera fino in fondo, includo nelle discussioni rare e preziose gli scambi con l'uomo che non mi ha salutato di recente: quando si accorge che esisto, sa essere superiore a tanti altri. Oltre non riesco ad andare. Un'associazione di idee spontanea, mentre rileggo le ultime frasi, va ai commenti in questo blog: quando pubblico pensieri sciolti, riassunti di eventi, ho pochissimi commenti. Meglio scrivere l'erotismo (attenzione, chi mi conosce sa che l'erotismo per me NON è una sottocategoria sensuale della vita e della scrittura, ma è fondamentale) oppure gli amori mozzati che sono tipici del mio stile. Così va l'esistenza.
Domani pomeriggio si va verso Pontedera. Incontrerò nella mia casa di Firenze Lorenza Caravelli, mio fratello Filippo Gatti ed Elisabetta Mandelli e andremo a Pontedera. L'Era dei Libri è il primo festival di letteratura indipendente che mi abbia ospitata quando uscì "Una storia ai delfini". Posso dire di avere avuto il mio primo incontro con i lettori, là. Anche a questo pensavo ieri in automobile, mentre qualche neuroni sciolto riordinava i personaggi del romanzo che ho appena finito di scrivere e riprenderò stasera: Pontedera, l'Era dei Libri, Valentina Filidei e Marina Sarchi. Quanto voglio bene a Marina Sarchi di Librialsole! Comunque. E' capitato tutto ciò che poteva capitare in questi anni, più o meno (faccio volentieri a meno di scoprire eventuali, ulteriori sviluppi negativi, mentre resto apertissima al bello e buono e piacevole), e domani ritornerò in una cittadina che mi conosce e mi ha sempre accolto con affetto. Alla presentazione, insieme a Eliana Liotta (direttore di OK Salute, RCS), vedrò volti noti, ma mi accorgerò anche di assenze che hanno detto più di qualsiasi stupido, vuoto, sterile discorso su amicizia e gratitudine. Porterò il mio corpo di oggi, le testa di domani, le emozioni fortissime e ormai libere che provo. E vedremo, con buona pace di chi vorrà evitare di esserci e ringraziamento da parte mia a chi verrà.
Chiudo, ora. Lo faccio con un pensiero slegato ma profondo. Oggi viene consegnato, in IEO a Milano, il premio di studio "Floriana Andolfi Diomelli": un senologo e un oncologo medico dediti all'attività clinica e di ricerca sul tumore al seno (due uomini, non protestate: per curriculum hanno vinto loro, e in IEO i medici sono donne in maggioranza; questo anno va così) riceveranno un importante riconoscimento in memoria di una donna cui ho voluto molto bene. Bravi. Sono fiera di voi, lo sarebbe anche Floriana.
C'è voluto un po' per prendere questa fotografia, e nonostante tutto qualcuno è riuscito a infilarci una spalla. Poco male. La mia lunga visita alla Biennale e a Punta della Dogana ha fatto nascere la voglia di inserire figure umane nelle installazioni. Veramente, l'idea sarebbe di mettere in un angolo, in una stanza buia e nera con un'installazione al centro, una coppia che fa l'amore in piedi. E' il perpetuo rinnovare un rito bestialmente sacro e pagano insieme, la copula dell'arte nell'arte. Ho immaginato uomo e donna con le spalle al pubblico (l'uomo dà le spalle al pubblico, la donna è nascosta dal corpo di lui) e le onde lunghe dei movimenti sincroni del bacino. I gemiti sarebbero corona perfetta per i passi attutiti dei visitatori nella stanza. Con l'amore che si consuma e ripete, in eterno. Il pubblico paga il biglietto, legge o ascolta la guida, cammina, visita e assiste al sesso sudato e indifferente della coppia nell'angolo della stanza nera. Vivo, erotico, per niente pornografico se ci pensate.
Insomma, in questa domenica mattina di pioggia ho la valigia messa sul pavimento, piena. Accanto c'è il solito zaino nero ricolmo di libri e cavi di telefoni, ebook e aggeggi vari. Il computer non è ancora pronto, sta sulle mie gambe e i tasti picchiettano per tirare fuori qualche idea. Ripenso a ieri sera, quando ho abbandonato le riflessioni sulla Biennale e sono scesa a terra, in un centro commerciale stracolmo di gente che spingeva carrelli e si affannava a riempirsi la casa di roba. Il centro commerciale è un narcotico potentissimo: l'ottundimento che raggiungo in pochi secondi sarebbe difficile da ottenere in altra maniera. Entro, respiro la folla, mi confondo per i troppi prodotti esposti e disponibili per le mie mani, mi perdo. Ho la sensazione che cumuli di oggetti inutili ma intriganti mi sovrastino, rischino di cadermi addosso soffocandomi con un odore di plastica a poco prezzo. Vedo volti che sfrecciano lungo i corridoi con l'accordo implicito di rispettare un ordine: si entra e si svolta a destra, e dove ci sono i salumi il flusso dei carrelli va verso il pesce, mai viceversa. Io vado viceversa: non lo faccio di proposito, mi capita così. Non seguo l'ordine dei corridoi tanto per lasciare passare il tempo, penso a cosa mi serve nel rallentamento felpato del cervello e imbocco gli ingressi a caso, come mi viene. Non è così che si fa. Ma non mi importa, mi importa sempre meno di ciò che si fa ormai.
Comunque. Ero in un centro commerciale verso le sei, ho avuto la prima illuminazione davanti al bancone dei formaggi. Ho visto mio marito afferrare il pecorino e chiedermi: "E' questo che mangio?". Ho annuito, sì era quello. Mangia quello, di solito. Ho preso il prezzo con il bip della macchinetta del prontospesa e capito che lì sta il segreto dei matrimoni, delle coppie che restano insieme per anni: "E' questo che mangio?". La donna deve avere un gene speciale nel suo DNA, che è la memorizzazione dei bisogni dell'uomo: quella microscopica, infinitesimale frazione di codice genetico rende ragione della durata della coppia. Perché il sesso, l'amore, la complicità sono destinati a finire, ma la consapevolezza delle abitudini, l'applicazione dei codici di queste abitudini nel quotidiano è il segreto che rende difficile l'idea della separazione. Se so che l'uomo che da anni sta con me la mattina beve l'orzoro (amiche, piano con le battute sull'orzoro: il tizio dell'orzoro si alzava la mattina e mi spiegava addirittura come scioglierlo bene in poche dita di latte, ne ho avanzato un quantitativo che causerebbe problemi di reimmissione sul mercato, sto ancora cercando qualcuno che accetti in regalo la mia fornitura fiorentina ma è più difficile del previsto: non ho incontrato altri esseri umani apparentemente adulti propensi a nutrirsi di orzoro, credo che scriverò un saggio su questo, insieme a uno psichiatra), questa mia conoscenza rappresenta un vantaggio sulla giovane e rampante nuova pulzella che tenterà di sottrarmi le attenzioni di colui che fa coppia con me. Perché ho visto uomini, e tanti, ma credetemi: non ne esiste uno realmente libero. Soprattutto se si tratta di rinunciare ad abitudini noiose ma tanto rassicuranti. Si scatenano in dichiarazioni di indipendenza folle, ballano sudati fino alle quattro del mattino rischiando l'occlusione coronarica o il TIA, fanno spallucce e ostentano una smorfia quando alludono alla moglie da cui "tanto sono separati di fatto", ma nel segreto della loro casa infilano le pantofole e tengono il telecomando tra pollice e indice chiedendo a gran voce un brodo leggero. La donna realmente motivata (tale non sono, ahimè), spinta da atavica necessità di badare a se stessa, capta in breve tempo i punti deboli dell'uomo, cioé le sue abitudini quotidiane, e si rende indispensabile in quanto vestale di tali abitudini, guardiano del solito e ovvio scorrere della routine. Per l'uomo non vale lo stesso: ammetto che di recente ci sia stato un uomo capace di ricordarsi che non mi piacciono i finocchi e neanche la rucola, e sapeva perfino che nel caffé non metto zucchero, ma a mia memoria queste informazioni gli sono servite solo per fare capire all'uditorio che aveva una relazione con me quando ciò era bello e comodo e favorevole per l'immagine: "Ragazzi, so che non le piacciono i finocchi, capito? Significa che me la scopo". Pezzo di DNA simile, uso completamente diverso delle informazioni.
Il centro commerciale mi ha travolta, come sempre. A un certo punto, immersa nella riflessione sulle coppie che restano insieme perché la donna conosce la marca giusta di pecorino, ho visto un fantastico cubo elettronico che prometteva la prenotazione dei libri. Annoiata oltre il lecito mi sono avvicinata, e come nei peggiori copioni di quarta categoria ho cercato il mio nome. Ero pronta allo sberleffo, a una pernacchia che avrebbe raggiunto anche le cassiere del lato opposto del gigantesco megastore. Invece no. Eccola lì, MariaGiovanna Luini, con le sue fiabe, e avrei anche potuto ordinarle. Tranquilli, mi sono trattenuta. Ma per un istante mi sono risollevata dalla preoccupazione dell'orzoro da regalare a qualcuno per liberare la casa di Firenze e dell'idea opprimente della valigia da riempire con tacchi e merletti qualche ora dopo, e non ho nemmeno sentito mio marito che diceva: "Senti ma come facciamo per mangiare questa sera?". Perché non so cucinare, la tradizione dice così. Ho sorriso, l'ho preso per mano e accompagnato ai surgelati che ormai contemplano ogni genere di luculliano pasto compresso, vaporizzato, piegato dentro buste di plastica riempite di quadretti gelidi e promettenti.
Gli ho mostrato i primi, i secondi già pronti, i gelati, la verdura con colori che neanche nell'orto sono tanto vivaci. "Ecco, ti basta scegliere". Non ha potuto obiettare: cibo è cibo, inutile stare a discutere. E con una bottiglia di vino di lusso potremo anche pensare che la leggenda sbagli: sono una cuoca provetta.
E' ora di andare. Ho una pentola con dentro qualcosa, un pezzo di carne trovato nel freezer galleggia immerso in un misto di acqua, dado e spezie. E' il mio tributo al ruolo prima di scendere, accendere il motore e partire per Riva del Garda. Vi lancerò segnali da VeDrò, intanto vi lascio con un consiglio di lettura per menti non annacquate. Ho letto due volte questo libro, è straordinario. Qui nel blog trovate anche qualche video con Tiziano Scarpa fantastico performer.
"Kamikaze d'Occidente", di Tiziano Scarpa. Rizzoli
Un ritorno stantìo. Non saprei definire altrimenti quel mio viaggio a Bethesda sotto una pioggia presuntuosa e inspiegabile.
Ritornavo a casa - la mia nuova casa - dal mondo che mi aveva accolto neonato e portato per mano verso la gloria. E la solitudine. Perché non c'è gloria senza il vuoto abissale e attonito della solitudine.
E' inevitabile, sapete: ogni pacca sulla spalla, ogni parola di congratulazione, ogni plauso a mezza voce o anche a voce tutta intera sono presagio di sere fredde e lente in una casa sempre più grande. E vuota. Vuota come il significato della gloria. Come il compenso del successo per le ore spese a testa china su pagine e pagine bianche, la mano a scrivere e il cuore non so dove.
Il ritorno a Bethesda sotto la pioggia mi ricordò un giorno grigio della mia infanzia a Vervello: mio nonno era morto da poche ore e qualcuno mi accompagnava a vederlo in carrozza, sotto un'acqua noiosa e molle che non era temporale e neppure pioggia vera. Era acqua e basta.
L'albero di fronte a casa mi salutò: si chinò svogliato a un soffio di vento, e Bethesda visse per un attimo. Poi richiuse gli occhi. Come me.
Mia moglie viveva con quel John - o Tom, o Frank - a Miami, i miei figli chissà dove trascorrevano una vita ricevuta senza gratitudine e io... io ritornavo a casa salutando l'eco dei muri spogli e accendendo un sigaro davanti al camino. Nella pioggia molle. Con un premio in più per il mio curriculum, per la biografia che i libri raccontavano sotto una foto con qualche ruga.
A Bethesda solo. Con la pioggia molle. Ecco la mia gloria.
"Ricordati chi sei", dici e non parli. Sono gli occhi i gesti l'amore non mio a ricordare. La magia vuota di parole a ore mi incanta nel vacuo fuggire del vento.
Indugiare sul fremito lieve dell'anima, perché sia l'eterno fluire delle parole che fondono vero e falso, poesia e orrore, gioia e solitudine.
Pioggia sul mio corpo nudo nella calura dei giorni del disincanto: sono errori e giudizi e luci ghiacciate e feriscono la mia pelle che rimargina al caldo del tuo bacio.
Un giorno scriverò una storia. Quando tutto sarà passato, quando le lacrime saranno solo un raro corollario al pensiero, le parole usciranno da sole e capirò quale giudizio il tempo abbia dato di me e del mondo che oggi è mio.
A volte penso che basterebbe prendere carta e penna e dimenticare il pudore. La storia in fondo è già qui: basta allungare una mano e toccarla, afferrarne un piccolo lembo per poi imprigionarla nel racconto. Gli interpreti, o meglio i protagonisti, ci sono tutti.
Che si parli di amore è scontato: i drammi che tanto spesso rappresento con le parole hanno sempre un intricato groviglio di sentimento e passione. Però... però oggi non si può, perché ho posto una condizione precisa alla mia divorante necessità di scrivere: non fare male a chi amo. Ho capito che alcuni occhi, quelli che mi conoscono o almeno si illudono che sia così, cercano nei miei scritti la conferma di alcuni pensieri sottili e un po' malevoli. Ho visto che le creazioni della mia fantasia, che spesso partono dalla realtà ma immediatamente la trasformano in altro, inquietano spaventano irritano o illudono chi leggendo prova a trovare me. La vera me. Che non si può trovare.
E' la mia anima che si prepara a scrivere. So che prima o poi lo farà, perché non si attraversa indenne, cioé senza il bisogno di scriverne, un bosco incantato e maledetto come quello che sta ospitando me in questi mesi.
La neve che ancora copre le montagne mentre butto giù in fretta queste righe, attenta ai rumori della casa che si sveglia, sembra messa lì apposta per ricordarmi che la solitudine a volte è pace; gli alberi del giardino che digrada ripido a valle sono immobili, senza alcun fruscìo, e forse aspettano che io alzi la testa per promettere loro che un giorno finalmente scriverò questa storia. Cambiando nomi, sesso, città, colore dei capelli e occhi più e più volte, che poi è il solito vecchio espediente dello scrittore per rubare dalla vita e poi millantare l'invenzione.
Spero di scrivere per amore, quel giorno. Amore di me e del pubblico che ci sarà. Perché frustrazione e rabbia vanno descritte quando i mesi, gli anni o forse i decenni hanno sparso miele sull'amarezza.
Vedete, il punto non sarà descrivere una storia come mille altre: per quello basterebbero i minuti che adesso sto strappando alla mia solitudine di inizio giornata. Sono i dettagli a creare il racconto, a lasciare i pochi che sanno a guardarmi perplessi, con gli occhi un po' fissi per il dubbio che io abbia perso il controllo delle emozioni. Sono le notti come l'ultima che ho trascorso a meritare che io ricordi nel tempo il dolore e la consapevolezza dell'assurda malattia dell'anima che mi ha colpita, per condividere con voi lo squallore l'umiliaizone il massacro dell'amor proprio, ma anche l'emozione che rende incapaci di muovere un passo fuori da qui.
Sono convinta che la fine di tutto cambierà la mia vita. Da quel momento forse imminente forse lontano potrò permettere alla mia mente e all'istinto di creare una storia, sperando che il dolore non acuisca il desiderio di vendetta che ogni episodio come la notte scorsa instilla nei miei bisogni primari, sperando soprattutto che la mia anima di artista non perseveri nel cercare il tormento e la meraviglia del dramma per alimentare se stessa.
Il taccuino nero che mi segue, le note che scappano dalla testa dalla mano dal cuore in momenti che solo io conosco. Rileggo la grafia aggressiva a volte confusa: qualcosa esce e vuole prendere vita.
Alto Adige, 25 aprile 2006
Abbiamo le nuvole sopra la testa, sopra il tetto di legno che qualcuno ha offerto per ripararci. Una grappa al lampone, un mazzo di carte e risate vecchie e nuove. Pensieri antichi o forse solo inutili in una vita che ho in mano ma stento a usare.
Fuggire o andare avanti? Se fossi io e non il tetto di legno, io e non tu l'argomento, questa pioggia non bagnerebbe le mie ossa e la mia anima facendo così male.
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