La nave era partita in orario. Navigava da circa due ore, si era lasciata a poppa la Sicilia e fendeva il nero assoluto della notte riempiendo l’aria di luci appena sufficienti per circondarla. La gente camminava, giocava a carte e fumava seduta storta ai tavoli di plastica battuti dal vento, i ristoranti erano semivuoti. Qualche bambino correva qua e là, ancora infervorato dalla curiosità del viaggio e dall’immensità del buio entro cui si tuffavano minuto dopo minuto con la prua acuta e silenziosa.
Luca passeggiava sul ponte che sembrava meno affollato, fumava e fotografava con il cellulare dettagli che avrebbero potuto ricordargli la traversata; aveva cenato da solo prima della partenza, lasciato una mancia che il cameriere aveva infilato in fretta nella tasca della giacca ed era andato a guardare le manovre per l’uscita dal porto. Una donna gli aveva sorriso e aveva tentato di parlargli, le aveva risposto con un cenno educato e aveva scantonato: non poteva permettersi che lo vedessero intrattenersi con lei, con una qualsiasi lei, su quella nave piena di persone estranee con troppo tempo da occupare. Certo, una notte con una donna non gli sarebbe dispiaciuta: in cabina aveva i giornali già letti e i soliti documenti da leggere e firmare, e qualche articolo preparato dai suoi assistenti con il suo nome appena sotto il titolo, quindi il desiderio della compagnia di una sconosciuta disponibile e pronta a dimenticarsi subito di lui l’aveva sfiorato. Però non era luogo, e neanche momento. Non c’erano le condizioni. In Sicilia aveva trovato ciò che cercava, la notte prima aveva compensato abbondantemente le settimane di scarso appagamento che l’avevano preceduta. Doveva dosare i piccoli divertimenti che si concedeva perché non lo possedessero completamente, non facessero di lui uno schiavo e un potenziale perdente. Chi dipende dal desiderio è destinato a cadere, se lo ripeteva ogni giorno per placare la voglia che lo spingeva a cercare strumenti adatti per le sue passioni. C’era la sua immagine da tenere in piedi. E c’era l’assoluta necessità di scegliere bene, come sempre: una donna trovata sulla nave avrebbe potuto essere indiscreta, raccontare cose che non avrebbe dovuto vedere. Era questo il suo vero limite: il segreto che doveva tutelare.
Gettò il mozzicone spento fuori bordo, poi si girò per rientrare.
- Giochi con me?
Il bambino gli si fermò davanti e gli porse un frisbee. Lo fissò, era biondo e snello, gli occhi erano grandi e chiari. I riccioli scomposti gli cadevano ai lati del viso e scendevano lunghi sul collo. Sorrise, dominando la sorpresa e l’istinto che gli aveva aumentato i battiti del cuore.
- Il frisbee qui? Lo perderesti, con la nave che va e questo vento.
Il bambino guardò il frisbee.
- Dici?
- Certo. Scegli un altro gioco, non hai amici qui?
- No. Mi piacerebbe giocare con te.
Lasciò gli occhi nei suoi. “Anche a me piacerebbe tanto giocare con te”. Strinse i pugni, impose ai pensieri di bloccarsi immediatamente.
- Sei simpatico. Ma ho da lavorare.
- C’è tua moglie in giro?
Spalancò gli occhi. Nella domanda aveva colto qualcosa. O forse no, era l’istinto che non riusciva a fermarsi del tutto.
- Come, scusa?
- Chiedevo se non giochi con me perché c’è tua moglie in giro e devi stare con lei.
Il respiro si sciolse.
- Ah, non avevo capito. No, sono da solo ma devo lavorare. Ritorno in cabina.
- Giorgio, stai dando fastidio a quel signore?
Il bambino si voltò per rispondere alla donna che l’aveva chiamato. Luca notò il corpo flessuoso e scattante, e la curva dei glutei appena accennata e messa in risalto dai pantaloni corti; una fitta di desiderio lo colpì allo stomaco.
- Scusami, devo proprio andare.
Mormorò un saluto alla madre del bambino che, avvicinandosi, l’aveva riconosciuto e gli tendeva la mano sorridendo, scese le scale cercando il corridoio delle cabine. Tolse di tasca la chiave e la infilò nella fessura, poi spinse la porta con la spalla ed entrò, chiudendo subito. Sedette sul letto con la testa tra le mani. “No, no, no. Hai avuto quello che volevi in Sicilia. Fermo. Qui no”.
Respirò sempre più lentamente, cancellando dalla testa gli occhi chiari e le gambe lunghe del bambino. Aveva rifiutato l’idea di una donna per evitare pettegolezzi e tutelare il suo segreto, mettersi a pensare al bambino era troppo pericoloso. Perché se avesse permesso all’eccitazione di crescere non sarebbe più riuscito a dominarla. Doveva leggere qualcosa e dormire, e non uscire dalla cabina fino alla mattina successiva: la sua carriera politica veniva prima di tutto, non l’avrebbe rovinata per il culo perfetto di un adolescente o la mano svelta di una donna capace di tradirlo raccontando alle amiche che lui, proprio lui, nascondeva un segreto. No, lasciarsi andare era proprio fuori discussione.
Restò fermo a lungo, finché fu sicuro che alzarsi non significasse afferrare la maniglia della porta, tirarla e correre fuori in cerca del bambino o di una donna qualsiasi da mettersi nel letto; poi, lento e cauto nei movimenti e nei pensieri, si cambiò per dormire e si infilò sotto le lenzuola.
Luca passeggiava sul ponte che sembrava meno affollato, fumava e fotografava con il cellulare dettagli che avrebbero potuto ricordargli la traversata; aveva cenato da solo prima della partenza, lasciato una mancia che il cameriere aveva infilato in fretta nella tasca della giacca ed era andato a guardare le manovre per l’uscita dal porto. Una donna gli aveva sorriso e aveva tentato di parlargli, le aveva risposto con un cenno educato e aveva scantonato: non poteva permettersi che lo vedessero intrattenersi con lei, con una qualsiasi lei, su quella nave piena di persone estranee con troppo tempo da occupare. Certo, una notte con una donna non gli sarebbe dispiaciuta: in cabina aveva i giornali già letti e i soliti documenti da leggere e firmare, e qualche articolo preparato dai suoi assistenti con il suo nome appena sotto il titolo, quindi il desiderio della compagnia di una sconosciuta disponibile e pronta a dimenticarsi subito di lui l’aveva sfiorato. Però non era luogo, e neanche momento. Non c’erano le condizioni. In Sicilia aveva trovato ciò che cercava, la notte prima aveva compensato abbondantemente le settimane di scarso appagamento che l’avevano preceduta. Doveva dosare i piccoli divertimenti che si concedeva perché non lo possedessero completamente, non facessero di lui uno schiavo e un potenziale perdente. Chi dipende dal desiderio è destinato a cadere, se lo ripeteva ogni giorno per placare la voglia che lo spingeva a cercare strumenti adatti per le sue passioni. C’era la sua immagine da tenere in piedi. E c’era l’assoluta necessità di scegliere bene, come sempre: una donna trovata sulla nave avrebbe potuto essere indiscreta, raccontare cose che non avrebbe dovuto vedere. Era questo il suo vero limite: il segreto che doveva tutelare.
Gettò il mozzicone spento fuori bordo, poi si girò per rientrare.
- Giochi con me?
Il bambino gli si fermò davanti e gli porse un frisbee. Lo fissò, era biondo e snello, gli occhi erano grandi e chiari. I riccioli scomposti gli cadevano ai lati del viso e scendevano lunghi sul collo. Sorrise, dominando la sorpresa e l’istinto che gli aveva aumentato i battiti del cuore.
- Il frisbee qui? Lo perderesti, con la nave che va e questo vento.
Il bambino guardò il frisbee.
- Dici?
- Certo. Scegli un altro gioco, non hai amici qui?
- No. Mi piacerebbe giocare con te.
Lasciò gli occhi nei suoi. “Anche a me piacerebbe tanto giocare con te”. Strinse i pugni, impose ai pensieri di bloccarsi immediatamente.
- Sei simpatico. Ma ho da lavorare.
- C’è tua moglie in giro?
Spalancò gli occhi. Nella domanda aveva colto qualcosa. O forse no, era l’istinto che non riusciva a fermarsi del tutto.
- Come, scusa?
- Chiedevo se non giochi con me perché c’è tua moglie in giro e devi stare con lei.
Il respiro si sciolse.
- Ah, non avevo capito. No, sono da solo ma devo lavorare. Ritorno in cabina.
- Giorgio, stai dando fastidio a quel signore?
Il bambino si voltò per rispondere alla donna che l’aveva chiamato. Luca notò il corpo flessuoso e scattante, e la curva dei glutei appena accennata e messa in risalto dai pantaloni corti; una fitta di desiderio lo colpì allo stomaco.
- Scusami, devo proprio andare.
Mormorò un saluto alla madre del bambino che, avvicinandosi, l’aveva riconosciuto e gli tendeva la mano sorridendo, scese le scale cercando il corridoio delle cabine. Tolse di tasca la chiave e la infilò nella fessura, poi spinse la porta con la spalla ed entrò, chiudendo subito. Sedette sul letto con la testa tra le mani. “No, no, no. Hai avuto quello che volevi in Sicilia. Fermo. Qui no”.
Respirò sempre più lentamente, cancellando dalla testa gli occhi chiari e le gambe lunghe del bambino. Aveva rifiutato l’idea di una donna per evitare pettegolezzi e tutelare il suo segreto, mettersi a pensare al bambino era troppo pericoloso. Perché se avesse permesso all’eccitazione di crescere non sarebbe più riuscito a dominarla. Doveva leggere qualcosa e dormire, e non uscire dalla cabina fino alla mattina successiva: la sua carriera politica veniva prima di tutto, non l’avrebbe rovinata per il culo perfetto di un adolescente o la mano svelta di una donna capace di tradirlo raccontando alle amiche che lui, proprio lui, nascondeva un segreto. No, lasciarsi andare era proprio fuori discussione.
Restò fermo a lungo, finché fu sicuro che alzarsi non significasse afferrare la maniglia della porta, tirarla e correre fuori in cerca del bambino o di una donna qualsiasi da mettersi nel letto; poi, lento e cauto nei movimenti e nei pensieri, si cambiò per dormire e si infilò sotto le lenzuola.
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