racconti, fiabe, romanzi a puntate, pensieri e pezzi di parole
(attenzione: i testi pubblicati in questo blog e le fotografie sono di esclusiva proprietà dell'Autrice)
AAVV: RAC-CORTI - Il chiama angeli Il mio racconto "Il chiama angeli" nell'antologia RAC-CORTI di Giulio Perrone Editore 2008
AAVV: EROS & AMORE - La penombra di un ufficio e un ascensore che sibila Il mio racconto "La penombra di un ufficio e un ascensore che sibila" nella sezione EROS di "Eros & Amore" di ArpaNet, 2008
"I racconti delle bacche rosse": Lampi di Stampa Editore, I Platani Narrativa, 2008 Il secondo libro di fiabe
AAVV: CONCEPTS PROFUMO - La piccola casa di legno, e quel profumo. Fragranza e mistero di notti romane Il mio racconto "La piccola casa di legno, e quel profumo. Fragranza e mistero di notti romane" nella raccolta "CONCEPTS Profumo", Edizioni Arpanet 2007.
"Una storia ai delfini": Edizioni Creativa, 2007 il mio primo romanzo
AAVV: CONCEPTS MODA - La donna vestita di fiori Il mio racconto "La donna vestita di fiori" nella raccolta "CONCEPTS MODA", Edizioni ARPANet 2007
Luciano Comida Ho la fortuna di amare e di essere amato: faccio lo scrittore, il giornalista, l'impiegato statale, leggo, ascolto rock e jazz e classica, guardo cinema e teatro, tifo Toro, sono valdese.
Michele Crismani Ho tredici anni, non mi piace tanto la scuola (anzi proprio per niente). Invece mi piacciono le ragazze, il calcio, il rock (sia ascoltarlo che suonarlo), i film, mangiare patatine fritte di sacchetto, bere coca-cola e tirare dei rutti che scandalizzano mio papà e mia mamma.
Calogero Miceli poeta, presepista, scrittore e sceneggiatore emergente. Prova a fare anche lo studente in scienze della comunicazione. Vivo ogni giorno intensamente perchè considero la vita un grande dono e perchè in essa ho ricevuto il dono della poesia.
Cantastorie errante ...ogni cosa è intorno al nostro essere, sta a noi saperla vedere ed appropriarsene per donarla agli altri
I social network sono luoghi senza spazio fisico né tempo, dove molto è virtuale. Molto, ma non tutto. Possiamo arricciare il nasino millantando orrore e superiorità, ma internet è uno strumento di comunicazione straordinario, e i social network, se usati con la medesima intelligenza che dovrebbe guidare ogni azione quotidiana, non sono altro che piazze assolate o fresche, piene di neve o pioggia, dove ci si trova, ci si lascia, si ama, si odia, si piange, si canta, si fa l'amore, si discute e si condivide.
I mezzi a disposizione su Facebook, uno dei più noti social network, sono belli e interessanti. Chi scrive ha il desiderio, espresso in modo più o meno palese, che le proprie opere siano lette: internet offre la potenzialità per raggiungere tanta gente e fare conoscere la propria scrittura. Ma non c'è solo questo: c'è la discussione, che, a volte, diventa intrigante, piena, sottile o spessa, lascia tracce di sangue, sudore e fiele, oppure dolcissime riflessioni. Per questo ho aperto, cedendo a qualche pressione dei lettori, un gruppo che si chiama "MariaGiovanna Luini" e che, orrore, avrà un pulsantino con la scritta "diventa fan": ogni volta che noto quel pulsantino virtuale vorrei buttare il computer dalla finestra e chiudere il gruppo, la cosiddetta "pagina ufficiale", perché la parola fan non mi piace. Pazienza, fingerò di non vedere. Ho una certa abilità nel fingere di ignorare ciò che accade, spesso conviene.
Il gruppo su Facebook vuole essere un ritrovo per chi ama la scrittura e i libri. Non parleremo solo dei miei libri, anzi spero che subito ci si immerga in digressioni che riguardano altri scrittori: vorrei che chi avrà voglia di unirsi a noi esca dalle discussioni con la voglia di leggere, leggere, leggere, che abbia la possibilità di sapere dove sono i suoi scrittori preferiti e quando, conosca i festival e gli eventi delle case editrici e i progetti più rilevanti che riguardano la scrittura.
Ai viandanti del web iscritti a Facebook offro l'appuntamento da me, per un aperitivo letterario e uno scambio di parole e vita. Ecco il LINK.
Vediamo cosa viene fuori. Mi sono seduta, ho acceso il computer per rispondere alla posta di oggi (rispondo a tutti, o quasi), poi ho pensato di scrivere altro qui nel blog.
Ho lasciato da poco IEO, salutando un'amica molto bella che, come un fungo raro e prezioso, è saltata fuori da qualche tempo e mi ha arricchito la vita, e ho guidato fino a casa. Pochi chilometri, con la testa a puzzle sul viaggio di domani a Livorno (venerdì sarò a un congresso e parlerò di diritti del malato oncologico), su due o tre persone con problemi particolari visitate questo pomeriggio, sul mio esofago in fiamme da questa mattina e sulle lettere che sto ricevendo negli ultimi giorni. Perché mi scrivete, e mi stupisco. E sono contenta e curiosa.
Sono contenta perché mi piace lo scambio, mi piace chi parla invece di restare in silenzio. Niente a che fare con la caciara, quella va bene per le serate su di giri insieme alle amiche; alludo al dialogo, alle parole messe una dietro l'altra per dire, spiegare, chiedere e capire. Chi mi conosce sa che soffro molto quando qualcuno si sottrae al confronto e al dialogo: tacere quando si può invece parlare (o scrivere) è per me una specie di ferita, a volte anche un'offesa. E' illogico, va contro l'intelligenza, ma accade. Si tace, e si lascia intendere. Accettando il rischio che l'altro capisca il contrario o interpreti male. Insomma, si buttano via occasioni. Comunque, ritorniamo alla posta che ricevo. Una donna che scrive racconti erotici ha detto in una lettera lunga e interessante che le sembro equilibrata e calma, nonostante scriva erotismo e faccia intuire tristezza e una vita sessuale tumultuosa: pacatezza, calma, equilibrio, tutto vero. E' ciò che spesso si percepisce di me. Credo siano tutti aspetti reali della mia personalità, altrimenti non saprei mostrarli sul serio. Mi aiuta la professione medica, credo: è difficile pensare di lasciare andare, di esprimere le insicurezze e il pathos quando si ha a che fare con la malattia seria, pericolosa e traumatica di tante persone. Il medico dovrebbe essere pacato e rassicurante con me, quindi voglio a mia volta rassicurare. Senza fingere, con la genuina serenità che so trovare dentro di me. Perché esiste. Con chi amo, con gli amici penso di essere calma e rassicurante, in molte occasioni. Certo, cara scrittrice erotica che mi ha mandato una lettera bellissima, qualcun altro ti direbbe che è vero il contrario: sono esplosiva e umorale e ho davvero, come dici tu, una vita tumultuosa. Vero, vero anche questo. E' la doppia identità cui alludo, più o meno, nell'intervista rilasciata a Gian Paolo Grattarola e pubblicata su Mangialibri. E, a proposito, ecco un'altra brevissima lettera, di un uomo che conosco e mi piace molto (anche se tace troppo, deludendomi): dice che la fotografia di Mangialibri è sdrucita (l'avevo definita io così), ma esprime dolcezza e insicurezza. Eh, sì. Le fotografie non mentono. Dolcezza (nascosta bene) e insicurezza (nascosta mica tanto). Hai ragione, caro e silenzioso potenziale amico.
Andiamo sull'erotico. Ho ricevuto qualche email particolarmente ispirata in questo senso. Mi sono divertita. L'equivalenza tra scrittura erotica, cioé scrittura di qualche racconto erotico, e disponibilità non vale, sapete? Come spiegavo a un interlocutore galante il cui viso non conosco, i partner non si cercano, si trovano. Scrivere erotismo non implica la ricerca di un uomo, una donna, una coppia, un trans. Insomma, non implica la ricerca del partner sessuale di una notte o una vita. Scrivere è scrivere, e basta. Perché io scriva erotismo è impossibile da dire, la scrittura non va spiegata. E', e basta. La dovizia di particolari con cui un lettore, che si firma con nome e cognome (corrispondono anche nell'indirizzo email quindi li prendo per veri) descrive ciò che vorrebbe farmi mi fa sorridere, ma senza ironia: mi sono veramente divertita, è stato molto simpatico, chissà se la sue proposte mi piacciono oppure no, non è importante. Certo, ricevere una lettera così può lusingare, ma quando è il primo approccio in assoluto, senza un preambolo o un preliminare non erotico, è un po' difficile lasciarsi affascinare. Un uomo che scrive a una donna "ti farei così e cosà", con i termini più espliciti e chiari per posizionare anatomicamente i gesti immaginati, sta senza dubbio scherzando, allora rido insieme a lui. Chapeau, ardito interlocutore con nome e cognome. Altro lettore, altra lettera: che poesia l'uomo che mi manda pezzi musicali perché mi ispiri quando scrivo! Grazie, la musica mi stacca dal contesto e trascina via, riesce a crearmi e farmi creare.
Creare. Tre lettori chiedono come abbia scoperto la scrittura, come sia arrivata a pubblicare. Non voglio evitare l'argomento, ma credo che l'intervista pubblicata su Mangialibri sia molto chiara. Gian Paolo Grattarola ha posto domande interessanti e puntuali. Aggiungo solo che scrivere, scrivere, scrivere è un segreto di Pulcinella che vale in ogni caso: la scrittura pretende e ruba, ma regala anche tanto. Va esercitata e limata, piegata, ristretta oppure sviluppata. E la lettura, anche, è un altro segreto che credevo scontato, invece va ripetuto, ribadito ogni volta che si può: leggere arricchisce lo stile e l'anima, non potrei concepire una vita senza lettura. Una gentile lettrice insinua che il mio stile sia imitato da altri scrittori: può darsi, anzi sì, è vero, ed è vero anche, come tu dici, che qualcuno imita le fotografie (posa, luce, dettagli), il modo di parlare, perfino il mio feticismo del piede ormai arcinoto, con la passione assoluta per manicure e pedicure perfette. Vedo tutto, le vibrazioni del mio corpo ormai sono chiare, le so leggere e interpretare. So moltissimo, anche quando fingo di no. So l'invidia, la fuga di chi ha paura del mio carattere mutevole (sono una donna "impegnativa", pare), so il pettegolezzo, l'amore e il disamore. So chi mi ha usata, purtroppo. E so l'imitazione. Non ha importanza, chissà quante volte sono stata io a imitare qualcuno senza rendermi conto! Cara amica, da anni lavoro con uno scienziato che è genio assoluto: lo imitano in tanti, ma l'originale è irripetibile. Io genio non sono, ma alcuni tratti della mia follia possono essere scimmiottati o resi migliori da altri, chissà, ma mai riprodotti uguali. Inoltre, l'imitazione si percepisce. Come l'hai percepita tu.
Mi scrivono molte donne che mi conoscono in IEO. A loro devo gratitudine perché mi insegnano a vivere. Detesto la retorica: alcune di loro sono simpatiche, altre irascibili, rissose, fredde oppure scostanti, ma tutte sanno che esistono segreti nel fondo dell'esistenza. Li hanno toccati quando hanno conosciuto la malattia, e sanno che riesco a vederli, quei segreti. Grazie anche all'uomo molto "importante" che mi ha lasciato una lettera sulla scrivania in IEO: ha parlato di "Diario di melassa" e mi ha commossa. Ogni tanto prendo penna e carta da lettere, inizio e lascio lì. Vorrei rispondere a quella bellissima lettera, dire che ci sono sorprese, parole scritte inattese che danno senso a tutto. Ma sono sicura che lo sappia.
Andiamo alle critiche. Sono istrionica, ho un ego enorme, dice un anonimo. E' vero, sono scrittore quindi devo essere così. Non credere mai, amico anonimo, alla mite ritrosia dell'autore: scrivere e pubblicare è esporsi, si accetta di farlo senza una pistola puntata alla tempia quindi qualcosa nella psiche lo rende possibile. E desiderabile. Non credere all'umiltà, è l'atteggiamento più millantato in assoluto. Tra gli scrittori, poi... Devo ancora incontrare una persona realmente capace di umiltà. Anzi, non è vero: una la conosco, è il medico più colto che conosca, ed è donna. Lavora all'Istituto dei Tumori di Milano. Non vado oltre perché non gradirebbe: è, appunto, realmente umile d'animo nonostante la genialità.
Bene, mi sono sciolta in frasi e parole. E' stato bello. Non ho esaurito la corrispondenza, chissà che non ritorni a parlare con i miei amici di penna qui nel blog. Vi saluto e passo ad altro, e preparo una piccola valigia per la partenza, domani.
"Ed ecco anche qui la Tua misteriosa innocenza e inattaccabilità, Tu inveivi senza farTi alcuno scrupolo, mentre negli altri condannavi le invettive e le proibivi". Kafka, "Lettera al padre".
E' stata una ragazza con i capelli rossi sull'autobus. Il 222, va a Zerbo: passa da via Ripamonti, si ferma davanti a IEO e prosegue fino a Opera. La ragazza ha chiamato qualcuno al cellulare poco prima che arrivassimo alla fermata di Noverasco, dove scendo. "Che delusione. Il funerale, intendo. Se penso che hanno fatto il funerale di Stato a gente che per l'Italia ha fatto niente. Alda Merini, la più grande poetessa del Novecento, ha avuto un funerale così". Non so cosa intendesse, non sono stata al funerale di Alda Merini per più di una ragione: avevo ambulatorio, e ho orrore dei funerali che non celebrano la vita. Comunque. La telefonata della ragazza con i capelli rossi e un paio di jeans, borsa a tracolla, ha dato l'ultima spinta a pensieri che tentavo di lasciare evaporare senza mettere parole su carta. O su computer, se preferite. Quando ho salutato L, la collega con cui divido la studio, ho fatto "bip" con il tesserino magnetico e mi sono incamminata verso la fermata davanti a IEO rimuginavo sull'inconsistenza della gratitudine. Mi chiedevo se la gratitudine in sé esista davvero. Perché da molto tempo ho seri dubbi.
Mi sono seduta alla scrivania, con la luce fioca del mio studio (devo capire perché sia tanto fioca, a proposito) a piovermi addosso, e ho cercato su Wikipedia la parola gratitudine. Ho letto proverbi e citazioni. Ho pensato a volti che hanno tirato fuori questa parola spesso, oppure una volta sola. E non riesco a convincermi. Il massimo che sono in grado di ottenere dalle mie elucubrazioni stanche di un mercoledì intenso è la consapevolezza di istanti, di sentimenti che durano lo spazio di una gola strozzata e mani tese, ma niente che sia durevole. La gratitudine, se esiste, è afflato di anima che si credeva persa e si trova in piedi, ma non ha destino. Finisce, punto e a capo.
Non voglio che si immagini una MG Luini tetra oppure delusa da un fatto specifico, da una persona. Non è così, non ora e non oggi. Ho in mano eventi passati, recenti o remoti, e tanti e tanti nomi. E ho anche la precisa conoscenza dell'obiezione: "Non si fa qualcosa per ricevere gratitudine". Obiezione cretina, mi si perdoni. Per favore, smettiamo i panni dei buoni da cioccolatino. E' ovvio che non si sia generosi per ottenere qualcosa, meno che mai in amore o nella professione, ma si ha la libertà di notare quando il tempo regala evidenze ingrate. Il nulla è diverso dall'ingratitudine: l'ingratitudine è densa, è qualcosa che il dolore può toccare. E' uno schiaffo, e potrebbe invece essere un dignitoso silenzio. In mezzo a tanta, tanta bellezza, in mezzo all'amore e all'amicizia e alle soddisfazioni di cui gioisco, ho uno schedario mentale del 2009 colmo, traboccante di tagli necessari. E di ingratitudini evidenti.
Va bene, se non esiste la gratitudine non dovrebbe esistere il suo contrario. Neanche l'ingratitudine esiste. Mi inchino alla logica. Sto parlando inutilmente, di inutile retorica. In fondo, uno scrittore si lascia spesso andare a momenti come questo. Eppure, nella mia povera testa banale i pensieri raffazzonati si affastellano e non mollano. Ricordo una lettera che ho ricevuto tanto, tanto tempo fa. Di un uomo che ho amato molto, il primo. "...la gratitudine non esiste, ce l'hanno i bambini e gli animali, ma non aspettartela mai dagli adulti...". Peccato, ho distrutto le sue lettere quando abitavo in Belgio, spinta dall'abilità verbale di qualcuno: è stato un errore, non avrei dovuto strapparle e buttarle via, se avessi resistito, proteggendole, avrei ora ricordi da riprendere ogni tanto. E amore storto, complesso (ma vero) da annusare. Il primo uomo che ho amato aveva ragione, sulla gratitudine: era stato ferito dalla vita, aveva avuto il dolore più grande e offensivo che si possa immaginare, parlava con la voce della rabbia, ma diceva la verità. Esiste l'affetto, di questo sono sicura, anche se è caudco e può frantumarsi, ed esiste anche l'amicizia, esistono innamoramenti e attrazioni fisiche bellissimi, ma la gratitudine no, non ce la faccio proprio ad ammetterla.
Eppure l'ho provata. Ho sentito dentro di me di dovere qualcosa, a lungo, e non mi sono mai pentita. Volevo bene, forse? Vestivo di gratitudine un affetto? Ancora oggi, non riesco a fare a meno di dedicare premura e protezione a persone che nel passato mi hanno dato, addirittura impedisco alla rabbia di venire fuori quando sarà rivolta a loro. E ogni mio castello di certezza cade. Non posso avere dentro un sentimento che dichiaro inesistente.
La gratitudine. Se mi siete amici lasciatela perdere. Dite altro, oppure tacete. Perché voglio guardare avanti e non pensarci più.
"Il saggio non fa del male ad alcuno. Costoro sono Maestri del loro corpo e si addentrano nello sconfinato. Vanno al di là del dolore e dell'afflizione". Il Dhammapada di Gautama il Buddha, ca. 500 ac.
Comodo anche se un po' rigido, il divano mi tiene sospesa tra le ruote di ferro che fanno rumore e corrono. La finestra ampia sfila immobile davanti agli occhi freschi, tuffati nella campagna che si alterna a boschi e riempiti da bolle di piacere e stupefatta solitudine. Sto bene, così. Cammino se ne ho voglia, vado in senso contrario rispetto al treno oppure lo aiuto, graffio piccoli metri nel medesimo verso per arrivare prima.
La coda del treno finisce in niente, come nei film: una porta chiusa, una serratura vecchia perfettamente oliata, potrei aprire con qualche sforzo e saltare, lasciarmi gelare la pelle dal freddo di questo Nord che attraverso con la vista acuta e tagliente. Mi ricorda un altro Nord, il Belgio dove ho vissuto: la sera, il freddo era tanto denso e basso da saldarsi in mano, formava croste sui vetri e dentro l'anima. Hai voglia a grattare via, quando fa così freddo. Uscivo dall'ospedale e mi rifugiavo in macchina, ritornavo a Brussel (è città fiamminga, scrivila bene) oppure seguivo una collega a caso in un bistrot di Leuven, mangiavo cose dal sapore di gesso e una fetta di torta con tanta panna. Poi dormivo nel letto con il piumone, aggrappata a un libro o alla Rai via cavo. E buona notte.
Ho messo in ordine il mio studio, oggi. Mentre pensavo a cose e persone e dolcezze e lenti avvicinamenti che finiranno da qualche parte. Ho sollevato carta e polvere, passato stracci bianchi che diventavano neri, buttato via il passato di lettere e fotografie e diari iniziati e lasciati a mezzo. Non sai quanti diari, quanti. Ho riconosciuto gli anni del buio, della confusione, e mi sono messa a ridere. Indulgente di me, per me. Esisteva, pensa, un quaderno di cartoncino azzurro dove stavo scrivendo una lunga lettera. Per te. Ti dico cose, luoghi, momenti, ti regalo i miei sogni. Nel 2007, ti dico che vorrei andare sull'Orient Express, come ho fatto quel giorno di questo anno, nella casa di Firenze, e tu tenevi gli occhi chiusi e annuivi per finta. Insomma, c'era una lettera-diario e ho riletto parti, ho capito che non li meritavi. Non li meritavi mentre li scrivevo, e questo è squallido. Ho avuto uomini che hanno meritato tutto, anche a distanza di tempo e freddezza e litigi. Tu no. Ho rigirato in mano il quaderno e ho pensato di buttarlo via: il lancio, perfetto, l'ha sbattuto con un rumore che ha spaventato il gatto nel cestino accanto alla scrivania. Poi. Ho creduto che non si butti via niente, non nella scrittura: perché dovrei mandare al macero pezzi di me? Diventeranno altro: storie e romanzi e cose che la gente potrà leggere, se vuole. Mi sono ripresa il quaderno, l'ho accarezzato e impilato insieme ai manoscritti ritrovati o mai perduti.
Che bello, sai. Ho messo nella libreria, il cui rinnovato ordine rende nuova, il manoscritto originale di "Una storia ai delfini". Profumava di felicità e di mare. Sorridevano, quelle pagine coperte di blu e nero in un taccuino grande. L'ho toccato molto, prima di metterlo al proprio posto insieme agli altri, alle altre storie pubblicate oppure in attesa. Mi ha fatto stare ancora meglio, serena e libera. Non so perché.
Di notte, i vagoni sferragliano e ondeggiano. Succede che le onde più forti gettino sul pavimento i libri, i giornali, le borse che Steve avrebbe fissato bene, ma ho tirato giù per cercare cose. Cose. Cose. Si dorme bene, però, anche con i colpi regolari delle ante del piccolo vano del lavandino e con il frastuono delle rotaie, e il volo dei telefoni spenti e scarichi e di tutto ciò che stava sui tavolini e nella reticella. Cade tutto all'improvviso, poi il silenzio ritorna uguale. Immagino un'esplosione, non mi alzo. Lascio che sia. Si sta bene qui. Manca il sesso, ci penso ogni tanto mentre alzo la tendina e guardo la notte. Immagino mani che ancora non ho conosciuto, e un respiro accanto all'orecchio, dentro la bocca, e il sesso. Dentro, piano. Oppure in fretta, dipende. Dipende dalla passione. Ogni tanto il treno fischia due volte, e penso alle storie di Pirandello e Simenon. Banale, potrei dire che il fischio mi rimanda indietro o mi schizza avanti, ma l'hanno già scritto in tanti. E pazienza.
La camera, il mio studio, non è ancora a posto. Ma ci arrivo, vedrai, ci arrivo. Ho buttato via chili di ricordi inutili e dimenticati. Ho eliminato, pulito, spolverato, rinfrescato, riscoperto. Che energia, sai, finalmente la sento tutta: mi brucia le arterie, macina il cuore, fa andare le gambe e tiene su la schiena. Cantavo, perfino, e il gatto si è nascosto sopra l'armadio grande. Narciso nel falso d'autore scuoteva la testa. La musica era tutta nella testa, nei volti che finalmente mi fanno ridere e pensare, mi accettano complessa e libera e impegnativa. Nel tocco delicato di una simpatia che non hai mai nemmeno sfiorato.
C'è un maitre pieno di sè, sull'Orient Express che corre via dalla Repubblica Ceca. Non cito il nome, perché è il tuo, e qualcosa vorrà dire. Racconta di arabi e barche di lusso, viaggi da favola e suite. SI piace, lo vedo, sono contenta per lui. Parla e ascolta poco, indica il cibo e fa portare altri dolci. Mangio, lascio perdere e rilasso le cosce sotto il tavolo. Lancio gli occhi fuori, nel buio in cui distinguo pochissimo, poi li riprendo e fisso la gente, anche se non si fa. C'è una donna con l'ossigeno nel naso, due piccole cannule trasparenti escono discrete dal vestito elegante. Ha una malattia che la ucciderà, non ho bisogno del pettegolezzo del maitre per saperlo, mi basta l'odore della morte che le sento addosso. Mi basta guardarla. Eppure è felice. Otto mesi fa, le avevano detto che sarebbe morta subito, entro quattro settimane, così ha deciso di viaggiare. Orient Express, il suo sogno. Da quel momento continua, scende e sale su ogni Orient Express, sulle rotte che trova. E vive, con il suo ossigeno appeso al collo. Vive. E c'è un'altra donna, bionda: continua a parlare, e ride. Viene dall'Australia, prima di salire sul treno è stata in crociera con un marito che non fa altro che tacere. E' bello, sembra più giovane di lei, questo marito taciturno che probabilmente scambia sms con amiche allegre in Australia. E la moglie, lei chiede al personale di bordo di non renderla nervosa con domande che non sa capire.
Ho accumulato quaderni vuoti e quaderni pieni, nel mio studio spolverato a nuovo. Ho aperto pacchi di fotografie dove mi sono vista grassa, l'estate del 2008 all'isola d'Elba. E non ho visto solo me, lo sai. Mi sono appoggiata al muro per respirare e fumare una sigaretta e ho lasciato gli occhi nei tuoi, così, per gioco. Non ho trovato la luce, ho trovato niente. Evaporata la magia, resta solo uno strato di noia sbigottita. La mano, presa la traiettoria verso il cestino, ha avuto la tentazione di lanciare anche quella, anche la tua fotografia, poi il gomito si è piegato e il cervello ha detto qualcosa. "E' il passato, perché buttarlo?". L'ho infilata in una busta a caso e messa via, non so più dove. Adesso l'ho dimenticato. Ho trovato doppi o tripli libri, copie di copie che ho anche a Firenze. Insomma, forse capisco che è troppo. Ma regalarli è difficile, sai che pochi leggono. Scrivono, ma non leggono, peccato. Magari citano la Woolf o Quasimodo o Manzoni, dopo, oppure raccontano di avere letto Proust, però non sanno più di un Bignami. E scrivono. Beati loro.
A Parigi il treno ha caricato aragoste. Ho camminato con la mia valigia pesante e fuori misura e salutato i camerieri, deviato lo sguardo dalle casse bagnate brulicanti di chele incerottate; le aragoste non mi piacciono: quando le vedo nuotare nella vasca del ristorante vorrei prendere a mani nude e buttarle in mare, e lo farò, sono certa che prima o poi farò anche questo.
Che polvere. Sollevata e tolta. Libri toccati, aperti e annusati, hanno fatto l'amore con me.
Ho ancora mani morbide sulla schiena, sulla lana del poncho e la seta della camicia sulla pelle nuda. E uno smalto viola, sai.
Dormo. E scrivo, domattina, prima di partire. Di nuovo.
Vorrei fotografie in bianco e nero, adesso. Non so perché. Non c'è tristezza, non trovo dentro o fuori motivi per togliere il colore a ciò che vedo, eppure ho aperto lo spazio bianco del "componi post" desiderando una fotografia qualsiasi, di un paesaggio qualsiasi, in bianco e nero.
Il bianco e nero, il grigio mi regalano serenità. Solo nelle fotografe e nei film, perché la vita, quella che prendo forte in mano e mordo con passione eccessiva, deve avere sempre dentro il rosso, e l'azzurro, e il blu, e il viola. E tutti i colori che vengono in mente, anche se non esistono. Insomma, le fotografie in bianco e nero e i vecchi film francesi mi fanno stare bene. L'altra notte, a Praga, ho visto un film francese e capito niente: mi addormentavo, mi risvegliavo, provavo a seguire ma, lunghi minuti dopo, scoprivo di essermi persa. E' stato bello ugualmente. Forse perché sapevo di essere felice, mangiavo la notte insonne senza più dolore o rimpianto (compagni della prima parte del 2009), senza il senso di sconfitta che, per tante ragioni (non solo una), mi si era aggranchiato addosso. Stavo bene, davvero bene. Avevo camminato su Ponte Carlo, scambiato messaggi con qualcuno che ultimamente mi fa stare allegra in un gioco sciocco e simpatico insieme, chiacchierato e taciuto, fissato pupille nere nella tenebra illuminata dai lampioni, osservato l'acqua e il castello e la macchina fotografica rotta. Poi, in camera, avevo scritto, riscritto, un paio di capitoli del romanzo cui sto lavorando, e, dopo la doccia solita che mi fa sentire pulita e fresca sotto le lenzuola, mi ero messa a letto con "La metamorfosi" di Kafka. Il sonno era arrivato e svanito, mi succede spesso, ma non provo più rabbia: mi alzo prestissimo per scrivere, oppure, se l'ora è molto molto profonda nella notte, accendo la televisione e non capisco cosa vedo.
Ho guardato le immagini del film francese, ho seguito le parole, ho dormito mentre accadevano cose importanti o da niente, ho provato a interpretare il senso con i titoli di coda. E' stato bello. La pace di Praga mi avvolgeva, il tempo un po' bello e un po' brutto non feriva. Era come una fotografia in bianco e nero, tiepida e con i contorni che nessuno tenta di vedere, con quelle pose un po' rigide e la nebbia che rassicura e non annoia. Avete guardato i fiumi, nelle fotografie in bianco e nero? E i boschi? Non so come e perché (questa sera non so la ragione delle cose, siate pazienti), mi viene in mente un'altra fotografia, questa volta a colori, che qualcuno mi ha fatto poco tempo fa. E' in questo blog, qualche post più in là (anzi, la riporto anche qui, perché no?): fisso l'obiettivo senza sapere di essere l'oggetto dell'inquadratura e non sorrido, sembro perplessa. Quella fotografia ha colto il senso di me, molto, e chi ha scattato nemmeno lo sa. Ero a Venezia, in un settembre bello.
Fotografie. Nel mio viaggio meraviglioso la macchina fotografica si è guastata, ho potuto cogliere solo pochi dettagli prima di rinunciare. Forse il motivo esiste. Era il mio viaggio, pochi dovevano essere i residui fissati nelle immagini. Chissà.
Fotografie in bianco e nero. Piacciono anche a voi?
Mi chiedo cosa sia una vittima. Cosa significhi essere vittime.
Venerdì scorso a Rimini, durante l'incontro con i lettori alla libreria IndipendenteMente Interno 4, abbiamo discusso di quanto la pedofilia possa essere oggetto di prevenzione. "Diario di melassa" affronta anche questo, la pedofilia e le conseguenze su chi la subisce: ecco il perché della discussione, nata spontanea e forse ovvia nel contesto dell'alternarsi domande-risposte sul libro. La vittima della pedofilia entra pesantemente nella successiva prevenzione perché può reagire in modo poco prevedibile a ciò che ha vissuto nell'infanzia e adolescenza.Nell'immaginario, la parola "vittima" rimanda a pianto, dolore, sofferenza e compatimento. Fa pensare a qualcuno che abbia ricevuto torti, violenza, offesa, e debba conseguentemente ricevere un po' più di affetto, un po' più di attenzione, forse un po' più di pazienza. Poche volte ci si concentra su quanti danni psicologici la vittima abbia ricevuto e strutturato dentro di sè: soprattutto se bambina (o bambino), la vittima viene plasmata dall'accaduto e se lo porta dietro, lo rende parte del proprio modo di vivere, amare o non amare, reagire e desiderare. Non sempre lo sviluppo della personalità va verso la serena e triste accettazione della violenza ricevuta, con il fermo proposito che il ricordo di eventi traumatici non causi ulteriore violenza. Non sempre, soprattutto, si hanno gli strumenti e i mezzi per chiedere aiuto. Quando impari da bambino a leggere il sesso come gesto di complicità e amore con il pedofilo (cosa sia l'amore ti viene insegnato dalla vita, non certo dalle parole degli educatori), l'atto sessuale assume significati che per la persona fortunatamente libera da ricordi di violenza sarebbero impensabili. Ciò che è torbido, duplice, connivente e sadomasochistico entra a fare parte di un orizzonte misto paura-repulsione-desiderio, si scambia facilmente l'erotismo per l'unica manifestazione possibile dell'amore. E, nei casi peggiori, si assume il medesimo atteggiamento del pedofilo conosciuto nell'infanzia, per un senso di rivincita, di vendetta postuma, ma anche di malsana passione assorbita con i gesti, e con l'impasto putrido di complicità e perversione acquisito nei primi anni di vita.
Il pedofilo (uso il maschile intendendo uomo o donna, indifferentemente) è spesso parte della ristretta cerchia familiare, o di quella degli amici fidati: se coinvolge un bambino o bambina in giochi erotici che millanta con amore o "amicizia segreta e particolare" crea il duplice danno della sofferenza fisica e della maledizione eterna di non conoscere più la differenza tra amore e tortura. Il bambino molestato cresce convinto di avere ricevuto attenzioni particolari e molto preziose in quanto essere speciale, non riesce a vedere che ogni dettaglio, anche il più insignificante, è stato solo il frutto di un'orrenda e brutale violenza fisica e psicologica. Rischia, successivamente, di vivere e desiderare il sesso come una ripetizione di ciò che nell'infanzia ha suscitato brivido, emozione confusa ma fortissima, intimità indicibile con qualcuno che "amava". Rischia di infilarsi in reazioni che ricalcano il rapporto vittima-carnefice, senza esserne consapevole, trasformandosi in vittima (ancora) oppure carnefice, incapace di fermare quella che, secondo me, non è altro che l'eterna ripetizione dell'orrore. Si resta vittime anche da adulti, a meno che non intervengano persone esperte che riescano a fermare un copione che è condanna.
Qualcuno a Rimini ha detto che la pedofilia dovrebbe essere combattuta con la prevenzione. Ho seri dubbi sulla possibilità di prevenire un orrore che troppe volte fa parte della famiglia: è difficile se non impossibile accorgersi della perversione di un fratello, una sorella, padre o madre, nonno o nonna, e ancora più difficile è affrontare il problema quando i segnali vengono percepiti e la verità rischia di rompere equilibri di affetto e immagine costruiti negli anni. La vittima sa che non dovrà parlare, e se lo farà non verrà creduta, e se anche verrò creduta provocherà dolore. Il dolore dei genitori, dei parenti, di chiunque sarà colpito dall'evidenza di un vizio malato difficile da affrontare.
"Se parlo succederanno cose brutte, e sarà tutta colpa mia". "Forse ho sognato e frainteso, forse sono stata io a provocare l'interesse della persona che mi ama tanto e accuserò ingiustamente". Mi sembra di sentire i pensieri di queste vittime silenziose, che strutturano dentro di sè la colpa e la infilano a forza nella propria personalità, tirando fuori la rabbia molto dopo, con manifestazioni che niente hanno a che vedere con il motivo vero. Quello che avrebbe dovuto essere stroncato sul nascere da chi poteva.
Vittima. Povera, triste vittima.
Vittima. Pericolosa, triste vittima.
Mi è stato chiesto cosa mi aspetti da "Diario di melassa", che affronta il disturbo alimentare e la pedofilia. Ho risposto, e rispondo qui ora, che non è altro che un libro. Esistono decine, centinaia di altri libri su questi argomenti: alcuni hanno dentro la verità, cioè l'ambiguità profonda e disperante di chi davvero sa cosa significhi essere vittima, altri sono invenzioni (e si vede). E' vero però che il silenzio totale caduto tra i lettori venerdì sera in alcuni momenti, e le testimonianze successive, a tu per tu, mi hanno regalato la flebile speranza che un libro in più possa servire ad aggiungere voce. E' la stessa flebile speranza che ho sentito a Pontedera, quando ho presentato per la prima volta questo libro. Non ho soluzioni, non ho scritto "Diario di melassa" con l'intento di proporne: avevo in mente di raccontare, l'ho fatto. Non aprirò gruppi anti-pedofilia sui social network, non mi sento in grado e avrei sempre la sensazione di essere fraintesa. Sono uno scrittore (anche qui uso il maschile, mi piace di più: è un termine globale, ha dentro uomini e donne) che ha voluto, e vorrà ancora, parlare di pedofilia e incesto. Posso raccontare cosa accada a una donna che ha sofferto pesantemente di binge eating disorder e, forse, conosce le conseguenze torbide della pedofilia. Posso, probabilmente, dire a chi si sente solo che l'aiuto esiste, e funziona. Posso testimoniare che si incontrano persone meravigliose in grado di capire, e persone aride che chiedono la cortesia di evitare alcuni argomenti. Oltre non voglio andare.
Vittima. Cosa è una vittima? E' una bomba inesplosa che ha dentro un buco orrendo, ecco cosa penso. Non merita pietà speciale quando provoca a sua volta dolore, va punita se sbaglia, ma avrebbe potuto ricevere aiuto: se non l'ha avuto forse la colpa è anche mia, vostra, nostra. Per ritornare a qualche paragrafo sopra, dicevo che in teoria la vittima dovrebbe ricevere più affetto e pazienza, ma non lo penso sul serio: di recente qualcuno che mi vuole bene ha detto che in una determinata occasione sono stata trattata malissimo proprio da chi sapeva cosa ho vissuto nel passato, e questo è ingiusto. No, non è ingiusto. Succede e basta. In fondo, è segno di normalità. Non esiste ragione per cui la gente debba usare con me tenerezza quando non ha voglia di farlo. La vita è questa.
Certo. Diventare burrasca. Sciogliersi nel vento che piega gli alberi e strappa, striglia, mastica le foglie ancora verdi e sposta le auto al centro della strada. Mi piacciono le burrasche, anche se trovarsi nel mezzo della ribellione assoluta del cielo e del mare, delle rocce di montagne pronte a rotolare a valle, di tronchi d'albero che si inclinano senza certezze scoperchia la patina di controllo che serve a ridurre al silenzio i miei tormenti. La burrasca non ha controllo, recide gli ormeggi e porta via. Mi sono sempre immaginata con le mani strette, i muscoli tesi a disegnare il profilo sulla pelle e le unghie conficcate in una porta di legno, svolazzante nell'uragano, decisa a non lasciarmi trascinare via. Comunque. A Milano sembra che il vento celebri la mia vita nuova con una burrasca imprevista. Mentre scrivo, sollevo una carta buddhista (ne ho un mazzo sulla scrivania), e leggo:
"Tutti gli esseri tremano di fronte alla violenza
Tutti hanno paura della morte
Tutti amano la vita"
Tutti. Dice così. Violenza e burrasca, ancora. E morte e vita.
Una manciata di ore tra domenica e oggi. Sono uscita con due borse nelle mani e il divertimento segreto di quattro parole in croce sputate in messaggi email a muovere il sorriso, ho camminato rifiutando mezzi protettivi e veloci. E, passo dopo passo, ho raggiunto il solito tavolo tra le solite mura nella solita invidia fatta crepuscolo. E scrivo. Ma no, non scrivo. Sono.
Il violino che ho ascoltato sciogliendomi di emozione a Pisa, le parole che erano musica e rabbia e passione, la stanchezza di notti insonni emotive pesanti dense e stridenti hanno ricostruito l'anima sgretolata, ma solo per un po', dalla mancanza d'acqua. Dall'arsura di stanze pettegole e vuote, sostituite da altre dense di scrittura e volti finalmente simili ai miei. E le mani, anche, il sorriso di Marco nelle pieghe dell'incontro con i lettori, i discorsi scambiati nei corridoi stretti tra i libri. E' stata una ricostruzione strana, con sorprese stupende e la constatazione di avere perso una parte di me, la peggiore, la più inutile.
I minuti perfetti tolgono polvere agli angoli che hanno ospitato cadaveri decomposti da tempo.
Non ho obiettivi con questo lento scivolare delle dita sulla tastiera, ho solo sensazioni che vorrei tradurre perché si potessero condividere. Sento le foglie, immagino i rami piegarsi e sfiorare la finestra. Ho una valigia aperta che aspetta che butti dentro qualcosa, il gatto che gioca e copre lo schermo del computer, un colloquio con un editore che mi dondola in testa. Ho ore nuove, che forse mesi fa non avrei voluto, ferma in un'illusione di amore e bellezza che è bastato un attimo a sgretolare: sono ore che adesso diventano tutto, e odorano di libertà. Quella vera. Come abbia potuto rinunciare al vuoto terrificante della libertà, come mi sia incatenata a un dipinto che niente aveva di reale è stupore, quando mi permetto di pensarci.
Insomma. Non posso trascinare oltre cristalli istantanei di emozioni, di evidenza che forse solo una fotografia sfocata e buia potrebbe mostrare. Vento. E burrasca. Uscirò di nuovo, un racconto erotico da scrivere e il manoscritto in tasca per non perdere le gocce della storia che preme.
Esistono giorni di parole sciolte. Considerazioni che uno può leggere, se gli va, oppure tralasciare a pie' pari senza che il corso delle ore cambi di un soffio.
Oggi è uno di quei giorni. Perché sapete, che si leggano oppure no, le parole sciolte escono e hanno bisogno di fissarsi su uno schermo, o sulla carta, o su qualsiasi supporto che poi le faccia leggere.
Insomma. Sono arrivata a Todi ieri sera, dopo un viaggio solitario che ha fracassato la mia schiena (guidare sulla E45 è sempre un'esperienza, schiena a parte: mi sono specializzata in chirurgia generale a Perugia nel 2006, quindi per almeno sei anni ho percorso giù e su la E45; che poesia ritrovarla uguale, senza luci e con i lavori e le deviazioni, e le uscite nelle stradine che cedono sotto il peso degli autoarticolati a cinque all'ora sui tornanti). Quando guido da sola, ascolto musica e penso troppo. Peculiarità della scrivente è, da sempre, l'eccesso di pensieri che diventa avvitamento tortuoso intorno al niente.
Ho pensato a un panorama bello e brutto di volti e fatti recenti, a quanto abbia perso e quanto guadagnato. E quanto abbia accettato senza che fosse realmente necessario.
Per esempio. Ho incontrato una persona molto bella, alcuni mesi fa: è stato un piccolo miracolo, un gioco di simpatia e affinità che mi ha lasciato un segno luminoso nella testa. Non so se questi incontri debbano restare confinati entro limiti del sogno oppure se possano, con pazienza e casualità, tradursi in amicizia, tuttavia ho provato, e il tentativo mi è sembrato reciproco, a tenere vivo uno scambio epistolare (veramente, uno scambio di SMS e messaggi email: ormai consideriamo anche questo uno scambio epistolare) e di telefonate gradito, mi pare, a entrambi. Solo che. Sono stata in una città del Nord, non importa quale, e ho incontrato la persona-miracolo che passeggiava per strada in compagnia di una donna. Niente di male, visto che con lui (sì, la persona è di sesso maschile) non è mai esistita una relazione, e neanche un'avventura sessuale: di altro si trattava! In ogni modo, l'uomo mi ha vista e ha palesemente evitato di salutarmi. Ho pensato, lì per lì, che fosse distratto, che il mio passaggio a meno di dieci centimetri da lui non fosse stato notato; quando l'incontro si è ripetuto, l'assenza di saluto, di un minuto e mezzo di reciproche presentazioni (quando è assente la colpa nascosta, ritengo scontato che si dia priorità all'educazione), è diventata un ululato. Per rendere tutto più breve, l'uomo che avevo incontrato in più occasioni per un pranzo veloce, una chiacchierata profonda, una passeggiata da niente ha finto di non conoscermi. Prima volta che mi capita, giuro. E successivamente i suoi messaggi sono andati avanti come se niente fosse accaduto. Il non-saluto non è successo, voilà.
Se fossero qui con me alcuni amici che mi conoscono bene, sorriderebbero e commenterebbero:
- Ci vuole altro, con te!
Che vuole dire tutto e niente. Ci vuole altro perché perdono l'imperdonabile, salvo poi infuriarmi nei momenti meno prevedibili della vita, e ci vuole altro perché in questo misterioso 2009 psichico (la mia amica Gemma ha detto che è un anno psichico) mi è capitato di peggio. E di meglio, anche. Sorvolo, qui, sul significato di "di peggio" perché avrò modo di parlarne più in là, altrove. Dico solo che la mia riflessione da viaggio solitario con marea montante di dolore alla schiena ha prodotto anche la consapevolezza che quel "signor di peggio" deve vergognarsi in ogni caso, anche quando provo a dipingerlo di indulgenza e perdono. Ci sarà tempo. Ma una cosa è chiarissima: ci si perde ormai con una facilità deprimente, e non sempre è necessario. Beato chi sa fare a meno degli altri perché è passato oltre; se penso alle persone che sono arrivate nella mia vita in questi ultimi mesi mi sento grata e felice, e incredula: perché dovrei rinunciare a qualcuno? Non capisco. Requiem, su questo argomento.
La stanza dell'albergo di Todi è piccolissima, ma sto bene nelle pareti oblique che danno su un balconcino dove ho accatastato giornali. L'edicolante mi ha fissata con pupille frementi quando ho chiesto tutti i quotidiani che ho trovato in vendita (tranne uno, non dirò quale), poi ha dato uno sguardo alle mie spalle e ha commentato:
- Ah, lei è con il gruppo di Todinsieme.
Ha indovinato, l'uomo giovane e bello con l'accento milanese che vende giornali a Todi. Ha giudicato dal fascio di quotidiani e pensato che facessi parte di un gruppo di... Non so cosa. Un gruppo, comunque, estraneo alla città e giunto qui per discutere e approfondire. Approfondiamo, dunque. Un amico, Emanuele Caroppo, ha lanciato su FB una piccola discussione che secondo me ha avuto meno seguito di ciò che meritasse: su FB non si discute, si accenna e i messaggi vanno tanto in fretta che si fa appena in tempo ad accorgersi dell'esistenza altrui. Peccato, ogni volta che si creano i presupposti per stabilire relazioni si accelera e banalizza tutto, e si passa oltre. Insomma, Emanuele ha parlato di chiacchiere e discussione. Ormai si chiacchiera, non si discute più. Sacrosanto. Vi viene in mente un'occasione in cui abbiate discusso, discusso sul serio e non chiacchierato? A me viene in mente VeDrò, spero che in futuro mi verrà in mente questo TODINSIEME, e penso anche agli incontri che Mariangela Guandalini organizza a Parma. E, per essere sincera fino in fondo, includo nelle discussioni rare e preziose gli scambi con l'uomo che non mi ha salutato di recente: quando si accorge che esisto, sa essere superiore a tanti altri. Oltre non riesco ad andare. Un'associazione di idee spontanea, mentre rileggo le ultime frasi, va ai commenti in questo blog: quando pubblico pensieri sciolti, riassunti di eventi, ho pochissimi commenti. Meglio scrivere l'erotismo (attenzione, chi mi conosce sa che l'erotismo per me NON è una sottocategoria sensuale della vita e della scrittura, ma è fondamentale) oppure gli amori mozzati che sono tipici del mio stile. Così va l'esistenza.
Domani pomeriggio si va verso Pontedera. Incontrerò nella mia casa di Firenze Lorenza Caravelli, mio fratello Filippo Gatti ed Elisabetta Mandelli e andremo a Pontedera. L'Era dei Libri è il primo festival di letteratura indipendente che mi abbia ospitata quando uscì "Una storia ai delfini". Posso dire di avere avuto il mio primo incontro con i lettori, là. Anche a questo pensavo ieri in automobile, mentre qualche neuroni sciolto riordinava i personaggi del romanzo che ho appena finito di scrivere e riprenderò stasera: Pontedera, l'Era dei Libri, Valentina Filidei e Marina Sarchi. Quanto voglio bene a Marina Sarchi di Librialsole! Comunque. E' capitato tutto ciò che poteva capitare in questi anni, più o meno (faccio volentieri a meno di scoprire eventuali, ulteriori sviluppi negativi, mentre resto apertissima al bello e buono e piacevole), e domani ritornerò in una cittadina che mi conosce e mi ha sempre accolto con affetto. Alla presentazione, insieme a Eliana Liotta (direttore di OK Salute, RCS), vedrò volti noti, ma mi accorgerò anche di assenze che hanno detto più di qualsiasi stupido, vuoto, sterile discorso su amicizia e gratitudine. Porterò il mio corpo di oggi, le testa di domani, le emozioni fortissime e ormai libere che provo. E vedremo, con buona pace di chi vorrà evitare di esserci e ringraziamento da parte mia a chi verrà.
Chiudo, ora. Lo faccio con un pensiero slegato ma profondo. Oggi viene consegnato, in IEO a Milano, il premio di studio "Floriana Andolfi Diomelli": un senologo e un oncologo medico dediti all'attività clinica e di ricerca sul tumore al seno (due uomini, non protestate: per curriculum hanno vinto loro, e in IEO i medici sono donne in maggioranza; questo anno va così) riceveranno un importante riconoscimento in memoria di una donna cui ho voluto molto bene. Bravi. Sono fiera di voi, lo sarebbe anche Floriana.
Siede a un tavolo piccolo d'angolo, è vestita di rosso; i tacchi altissimi poggiano obliqui sul pavimento di marmo dell'albergo di lusso. E piange.
Scendo le scale che dal ristorante portano al bar, ho in mano il telefono e un libro blu con i racconti di Hemingway: il fruscio dei miei pantaloni neri, la giacca crema che mi ha tenuta fresca al congresso e ora toglierò salendo in camera scivolano sul mio corpo e allentano i pensieri. Perché ne ho bisogno, di allentarli, nelle ore che seguono riflessioni che non avrei voluto. Sui ricordi, sulla fine ingloriosa della stima per un uomo che ho amato, su come cambino gli scenari quando il sipario cala troppo in fretta. Sulla delusione, che è la nemesi delle donne come me: se qualcuno mi delude è come se il mondo si fermasse e crollasse a pezzi in un buco oscuro da cui non c'è ritorno. Insomma, scendo e la vedo. E mi accorgo che piange.
Esiste un pianto particolare che solo le donne conoscono: è piccolo e profondo, leggero come una foglia che si è staccata dal ramo ma non riesce a toccare terra. Un pianto che ha dentro stupidità e delusione, e fa male oltre la logica. E' un pianto che qualunque donna sa riconoscere a istinto, e non c'è bisogno di chiedere, non sono necessarie domande retoriche che provocherebbero altro dolore. Butto uno sguardo rapido al suo vestito costoso, alla linea perfetta della gambe e del seno e al trucco che non si scioglie nonostante le lacrime; osservo le mani curate e la pedicure fatta al massimo ieri. E so che aspettava un uomo. E so che l'uomo non è arrivato.
E' un film già visto. L'appuntamento proposto a mezza voce, l'albergo di lusso con un indirizzo discreto, una telefonata tardiva oppure, quando va bene e male insieme, un regalo piazzato davanti al letto e mimetizzato da un mazzo di rose. E il bigliettino: "Perdonami, ma proprio non posso".
Cammino lenta fino al bancone del bar, per un caffé. La sento singhiozzare dignitosa e discreta, credo di toccare i suoi pensieri. Perché sono stata anche io così, ho mandato in gola gli stessi sussulti increduli. Ho scacciato, come sta facendo lei nel silenzio di un bar ricco dove siamo le uniche clienti, l'idea che no, non si può piangere per un uomo. Mi appoggio con le braccia e chiedo il caffé al barista che finge di niente; mi sorride e me lo porta, poi sparisce dietro una parete. Afferro la tazzina, la porto al viso e respiro l'odore caldissimo che sto per buttare in bocca. Vorrei girarmi, raggiungere la donna che piange da sola e dirle qualcosa. Vorrei dirle le stesse cose che altre hanno detto a me, facendomi arrabbiare ma avendo ragione quando l'amore è andato via. "Tra un po' di tempo ricorderai a stento". "In realtà hai vinto un terno al lotto, lascialo andare. C'è di meglio". "Se un uomo ti tratta così non vale la pena". Sarebbe tutto vero, adesso lo so. Invece resto ferma. Mi viene in mente il mio sentiero tortuoso e fresco nel bosco, e il respiro nuovo che da un po' riempie i polmoni. E so che non potrei aiutarla. Il suo dolore, che condivido forte e denso e urticante come se fosse mio, deve spaccarle il cuore e sputare sangue finché non capirà da sola. Deve arrivare, lei che sa vestirsi e truccarsi e mettersi bella per l'amante che non merita, ad ascoltare la sua voce e provare noia. Perché accadrà, potrei scriverlo su uno dei fogli piccoli del barista su questo bancone: accadrà che dimentichi e passi oltre, e si stupisca di sè per il desiderio lacerante della passione con l'uomo che l'ha lasciata.
Il libro blu con i racconti di Hemingway urta la mia mano. Lo guardo e vorrei portarlo a lei. Forse, se leggesse un passo a caso perderebbe la coscienza del momento, come succede a me; riuscirei a darle una mano senza abusare di frasi ovvie. Ma sto ferma, ancora, perché la mia medicina può non essere la sua. La ascolto piangere sicura che non riuscirà a indovinare ciò che sto pensando.
Mi dite che scrivo cattiverie sull'amore. Quando l'ho vista alzarsi, pagare e uscire dall'albergo con uno sguardo al lungomare che, sono certa, odierà per tanto tempo, ho saputo che sarei salita in camera per parlare di lei. E del dolore inutile e volgare di un abbandono che non ha avuto dignità.
C'è voluto un po' per prendere questa fotografia, e nonostante tutto qualcuno è riuscito a infilarci una spalla. Poco male. La mia lunga visita alla Biennale e a Punta della Dogana ha fatto nascere la voglia di inserire figure umane nelle installazioni. Veramente, l'idea sarebbe di mettere in un angolo, in una stanza buia e nera con un'installazione al centro, una coppia che fa l'amore in piedi. E' il perpetuo rinnovare un rito bestialmente sacro e pagano insieme, la copula dell'arte nell'arte. Ho immaginato uomo e donna con le spalle al pubblico (l'uomo dà le spalle al pubblico, la donna è nascosta dal corpo di lui) e le onde lunghe dei movimenti sincroni del bacino. I gemiti sarebbero corona perfetta per i passi attutiti dei visitatori nella stanza. Con l'amore che si consuma e ripete, in eterno. Il pubblico paga il biglietto, legge o ascolta la guida, cammina, visita e assiste al sesso sudato e indifferente della coppia nell'angolo della stanza nera. Vivo, erotico, per niente pornografico se ci pensate.
Insomma, in questa domenica mattina di pioggia ho la valigia messa sul pavimento, piena. Accanto c'è il solito zaino nero ricolmo di libri e cavi di telefoni, ebook e aggeggi vari. Il computer non è ancora pronto, sta sulle mie gambe e i tasti picchiettano per tirare fuori qualche idea. Ripenso a ieri sera, quando ho abbandonato le riflessioni sulla Biennale e sono scesa a terra, in un centro commerciale stracolmo di gente che spingeva carrelli e si affannava a riempirsi la casa di roba. Il centro commerciale è un narcotico potentissimo: l'ottundimento che raggiungo in pochi secondi sarebbe difficile da ottenere in altra maniera. Entro, respiro la folla, mi confondo per i troppi prodotti esposti e disponibili per le mie mani, mi perdo. Ho la sensazione che cumuli di oggetti inutili ma intriganti mi sovrastino, rischino di cadermi addosso soffocandomi con un odore di plastica a poco prezzo. Vedo volti che sfrecciano lungo i corridoi con l'accordo implicito di rispettare un ordine: si entra e si svolta a destra, e dove ci sono i salumi il flusso dei carrelli va verso il pesce, mai viceversa. Io vado viceversa: non lo faccio di proposito, mi capita così. Non seguo l'ordine dei corridoi tanto per lasciare passare il tempo, penso a cosa mi serve nel rallentamento felpato del cervello e imbocco gli ingressi a caso, come mi viene. Non è così che si fa. Ma non mi importa, mi importa sempre meno di ciò che si fa ormai.
Comunque. Ero in un centro commerciale verso le sei, ho avuto la prima illuminazione davanti al bancone dei formaggi. Ho visto mio marito afferrare il pecorino e chiedermi: "E' questo che mangio?". Ho annuito, sì era quello. Mangia quello, di solito. Ho preso il prezzo con il bip della macchinetta del prontospesa e capito che lì sta il segreto dei matrimoni, delle coppie che restano insieme per anni: "E' questo che mangio?". La donna deve avere un gene speciale nel suo DNA, che è la memorizzazione dei bisogni dell'uomo: quella microscopica, infinitesimale frazione di codice genetico rende ragione della durata della coppia. Perché il sesso, l'amore, la complicità sono destinati a finire, ma la consapevolezza delle abitudini, l'applicazione dei codici di queste abitudini nel quotidiano è il segreto che rende difficile l'idea della separazione. Se so che l'uomo che da anni sta con me la mattina beve l'orzoro (amiche, piano con le battute sull'orzoro: il tizio dell'orzoro si alzava la mattina e mi spiegava addirittura come scioglierlo bene in poche dita di latte, ne ho avanzato un quantitativo che causerebbe problemi di reimmissione sul mercato, sto ancora cercando qualcuno che accetti in regalo la mia fornitura fiorentina ma è più difficile del previsto: non ho incontrato altri esseri umani apparentemente adulti propensi a nutrirsi di orzoro, credo che scriverò un saggio su questo, insieme a uno psichiatra), questa mia conoscenza rappresenta un vantaggio sulla giovane e rampante nuova pulzella che tenterà di sottrarmi le attenzioni di colui che fa coppia con me. Perché ho visto uomini, e tanti, ma credetemi: non ne esiste uno realmente libero. Soprattutto se si tratta di rinunciare ad abitudini noiose ma tanto rassicuranti. Si scatenano in dichiarazioni di indipendenza folle, ballano sudati fino alle quattro del mattino rischiando l'occlusione coronarica o il TIA, fanno spallucce e ostentano una smorfia quando alludono alla moglie da cui "tanto sono separati di fatto", ma nel segreto della loro casa infilano le pantofole e tengono il telecomando tra pollice e indice chiedendo a gran voce un brodo leggero. La donna realmente motivata (tale non sono, ahimè), spinta da atavica necessità di badare a se stessa, capta in breve tempo i punti deboli dell'uomo, cioé le sue abitudini quotidiane, e si rende indispensabile in quanto vestale di tali abitudini, guardiano del solito e ovvio scorrere della routine. Per l'uomo non vale lo stesso: ammetto che di recente ci sia stato un uomo capace di ricordarsi che non mi piacciono i finocchi e neanche la rucola, e sapeva perfino che nel caffé non metto zucchero, ma a mia memoria queste informazioni gli sono servite solo per fare capire all'uditorio che aveva una relazione con me quando ciò era bello e comodo e favorevole per l'immagine: "Ragazzi, so che non le piacciono i finocchi, capito? Significa che me la scopo". Pezzo di DNA simile, uso completamente diverso delle informazioni.
Il centro commerciale mi ha travolta, come sempre. A un certo punto, immersa nella riflessione sulle coppie che restano insieme perché la donna conosce la marca giusta di pecorino, ho visto un fantastico cubo elettronico che prometteva la prenotazione dei libri. Annoiata oltre il lecito mi sono avvicinata, e come nei peggiori copioni di quarta categoria ho cercato il mio nome. Ero pronta allo sberleffo, a una pernacchia che avrebbe raggiunto anche le cassiere del lato opposto del gigantesco megastore. Invece no. Eccola lì, MariaGiovanna Luini, con le sue fiabe, e avrei anche potuto ordinarle. Tranquilli, mi sono trattenuta. Ma per un istante mi sono risollevata dalla preoccupazione dell'orzoro da regalare a qualcuno per liberare la casa di Firenze e dell'idea opprimente della valigia da riempire con tacchi e merletti qualche ora dopo, e non ho nemmeno sentito mio marito che diceva: "Senti ma come facciamo per mangiare questa sera?". Perché non so cucinare, la tradizione dice così. Ho sorriso, l'ho preso per mano e accompagnato ai surgelati che ormai contemplano ogni genere di luculliano pasto compresso, vaporizzato, piegato dentro buste di plastica riempite di quadretti gelidi e promettenti.
Gli ho mostrato i primi, i secondi già pronti, i gelati, la verdura con colori che neanche nell'orto sono tanto vivaci. "Ecco, ti basta scegliere". Non ha potuto obiettare: cibo è cibo, inutile stare a discutere. E con una bottiglia di vino di lusso potremo anche pensare che la leggenda sbagli: sono una cuoca provetta.
E' ora di andare. Ho una pentola con dentro qualcosa, un pezzo di carne trovato nel freezer galleggia immerso in un misto di acqua, dado e spezie. E' il mio tributo al ruolo prima di scendere, accendere il motore e partire per Riva del Garda. Vi lancerò segnali da VeDrò, intanto vi lascio con un consiglio di lettura per menti non annacquate. Ho letto due volte questo libro, è straordinario. Qui nel blog trovate anche qualche video con Tiziano Scarpa fantastico performer.
"Kamikaze d'Occidente", di Tiziano Scarpa. Rizzoli
Entri nella stanza e sei circondato da volti e corpi a metà, mani alzate oppure giunte sul ventre, occhi scuri nel blu del buio, della pittura a tocchi e sfumature; un applauso esplode all'improvviso con gli ululati da stadio che dalle parete ti cadono addosso, rimbombano in un vuoto che scopri dentro, al centro del petto, poi vomitano fuori, esaltandoti anche se ti vergogni, schiacciandoti al sogno che prima o poi vorresti che capitasse. Sì che lo vorresti, un applauso così solo per te. E tace, in un istante. Ti trovi nel mezzo del delirio di un'illusione di trionfo, il blu ti penetra insieme all'entusiasmo di una folla che vorresti solo tua, poi le voci all'improvviso si zittiscono, la luce si accende mentre le immagini sulle pareti svaniscono e ti fanno sentire stupido. Un povero mentecatto che ha proiettato sui volti blu e le mani alzate un applauso che non ha avuto.Ridono, quei muri che ritornano bianchi e spogli, hanno capito che anche tu come tanti ti sei fermato al centro e hai chiuso gli occhi solo un po', hai lasciato filtrare attraverso le ciglia il tanto che bastava per sentire che intorno le figure diverse ma uguali, livellate dal colore e da dettagli appena percettibili, stessero acclamando te. Il caldo sudore sbavato sulla pelle è evaporato nell'esaltazione di un momento, la cappa opprimente di laguna appiccicosa solo in parte alleviata dalle foglie degli alberi lungo i viali è caduta sul pavimento per metterti nudo, e perfetto, al cospetto di un pubblico che mai avresti pensato di avere. Non hai avuto caldo, non eri stanco, non sentivi più la fame che hai premuto indietro nello stomaco per cogliere il tempo e vedere. Vedere di più. Blu, e applausi. E luce bianca che ha spazzato via l'estasi, quando il sogno è arrivato e stava per sollevarti dalla normalità di una vita come le altre.La Biennale è l'assaggio per eccellenza, non puoi dire di averla vista ma neanche l'hai ignorata. Porti a casa il catalogo completo con l'illusione che ciò che ti è scivolato sugli occhi per stanchezza, per il limite fisiologico di attenzione del cervello umano, ritornerà quando sul divano sfoglierai le pagine con l'aria condizionata accesa. Resti fermo in alcune stanze, in qualche padiglione, quando il brivido dei sensi ti impedisce di proseguire, altre volte corri con la sensazione di perdere e non poterci fare niente. Il catalogo affascina e stimola i ricordi, ma non aiuta: puoi avere il divano e forse l'aria condizionata, ma capisci che devi ritornare. Il taccuino nero su cui scrivi dove, quando, perché, non serve: vuoi masticare la sabbia aspra delle emozioni, e vuoi farlo subito. Come succede nelle installazioni sparse qua e là, che ti acchiappano a tradimento e sono sorprese che si lasciano strappare, ti seguono incollate alla memoria, come il rombo inquietante nel buio quasi totale del Lussemburgo, con le immagini proiettate a scuoterti l'anima su uno squallore da scarafaggio che emerge dalla desolazione della guerra. Oppure la fotografia scattata alla tua ombra, in un altro punto di Venezia che raggiungi se sai seguire le indicazioni sul pavimento: ho visto il mio corpo eretto, con lo zaino floscio sulle spalle e la testa avanti, inconsapevole del flash che pochi secondi dopo l'avrebbe fatto sussultare. Ho guardato la mia ombra e sono rimasta ferma, scoprendomi nuova e diversa da come immaginavo.Alla Biennale, che regalo. Ho pensato di scrivere qualcosa dei miei giorni, poi ho capito che ci vorranno tempo e ordine. E ritornerò, per assaggiare di nuovo e meglio. E perdermi come poche altre volte nella mia vita.Ci sono stati momenti di sorriso, come nel padiglione belga dove ho ricordato i miei tre anni di vita a Bruxelles davanti alla scritta "Etterbeek" su alcune fotografie, e ho considerato che sì, il padiglione rispecchia il popolo. Mai visto padiglione più belga di quello: chi ha vissuto in Belgio può capire il senso quieto di un'apatia non reale, quella specie di sonno che nasconde guizzi vivaci che bisogna essere capaci di cogliere e seguire per non scivolare nella narcolessia. Il Belgio della cortesia, della cena alle cinque e mezza del pomeriggio e dei club privèè indicati con luci al neon: quando ritorni hai nella testa le luci al neon che i belgi usano solo per ciò che è sessuale, e per un po' di tempo guardi con sospetto i locali che a casa tua ostentano le stesse luci e sono semplici ristoranti, o bar, o negozi con la voglia di apparire. E il padiglione del Brasile, con i colori vivaci spinti a ristorarmi che hanno sbloccato finalmente la ritrosia alle fotografie. O l'Egitto, le gigantesche figure con l'odore della paglia inchinate ad accogliere i visitatori: mi sono fermata e ho apprezzato l'amore, in un tempo di scetticismo evidente, osservando due giganti immortali che si baciano teneramente circondati da gatti con le code ritte e le zampe snelle. E ancora, ancora.Scriverò, con più calma. Perché niente può bastare: non bastano giorni di visite, non bastano ore di ricordo silenzioso. Intanto qualche fotografia.
La grandine è arrivata dopo la pioggia, e la pioggia insieme al vento. Difficile dire quale acqua fosse su, prima, e quale aspettasse in laguna, increspata di onde e vaporetti: c'è stato un attimo di minuti densi in cui ogni acqua è stata sopra, sotto e dentro, e il vento ha buttato pallottole di odori fuori dalle finestre. Catapultata dal cielo, la massa di ghiaccio vomitata a pezzi simili a falangi di dita grosse ha travolto gioielli e vestiti da sera e arricciato la tenda rossa che avrebbe dovuto coprire e proteggere (e dondola carica d'acqua, adesso, con fili piccoli che cadono come bava di vecchio sulla terrazza deserta).
Il pontile di legno vuole spezzarsi, cavalca onde alte imbrigliato dalle catene e tira, tira, tira. Ho visto galleggiare oggetti rubati dalla tempesta, li ho seguiti con lo sguardo pensando che qualcuno li avrebbe cercati, prima o poi. Perché, prima o poi, si cerca tutto, almeno per essere sicuri di avere perso il superfluo.
Qualche gondola naviga piano. I taxi più audaci accelerano con il tassametro spento e oltrepassano barche con i tendalini pesanti di acqua raccolta nel temporale che ancora gorgoglia.
Una mano mette un piatto sul mio tavolo rotondo e pieno solo di me; non riconosco il cibo, non è qualcosa che ho chiesto. Il cameriere non spiega. Mangio e non capisco, ma il sapore molle di medusa piccante mi piace, vivrò ignorando cosa mi abbia dato piacere. E dimenticherò presto.
E' bella questa sera ferma di piogga e parole a Venezia. Un flash oppure un lampo di temporale non pago, un taxi bianco che arremba il pontile indemoniato di onde. Si scivola, credo, le donne in vestito da sera e tacco undici o dodici dovranno tenersi a mani più salde.
Acqua. Nel mio bicchiere di Murano marrone, nella laguna indaco che non sembra più sporca, nella tenda rossa ingobbita della terrazza dove la gente beveva prosecco. Acqua. Venuta a lavare con una tortura improvvisa l'eccesso palese dei ricchi.
C'è un cameriere giovane che per farmi sedere ha spostato questo tavolo rotondo e l'ha coperto in un istante con la tovaglia grigia, e le posate, e il pane di lusso. Mi guarda e sorride, mi chiama "la signora da sola" e passa spesso da qui, sbircia il taccuino e mi chiede se tutto va bene. Va bene, sì, tutto va bene. Quando alzo la testa vedo il vaso dei fiori rossi che non conoscevo, li ho bevuti di sguardi prima di appoggiare la penna sul foglio. Sono fiori carnali, bellezza perfetta di quasi pornografia. Mi hanno ricordato, per un tango sensuale di allusioni giocose, una notte a sorpresa che mi ha salvato la vita. Ci fu preveggenza, in quella notte. Ci fu l'erotismo di anime libere incontrate sui libri. Rosso, come quei fiori. Rosso come sei stato tu, bell'incontro di una provvidenza laica cui forse da allora riesco a credere.
Ci sono cose che restano e altre che arrivano e partono. Anche qui. Grazie per il numero incredibilmente alto di letture al post "di una cognata", ho ricevuto tanti messaggi personali e capito che alcuni argomenti suscitano molto interesse (purtroppo?): il post non sparisce, resta nascosto per un po' perché ha fatto nascere l'idea per qualcosa di più lungo. Ritornerà presto.
I rumori che arrivano dalla strada diventano riconoscibili, dopo un po'. La notte scorsa qualcuno cantava madrigali a più voci, mi ha ricordato un film che ho rivisto spesso: aveva lo stesso madrigale e voci di bambini. Queste voci, nella notte tranquilla che ho appena finito di vivere dormendo (finalmente) senza pensieri, non erano bambini, erano donne e forse uomini. Tutti giovani. La prima notte, invece, all'inizio di maggio, un ubriaco urlava e diceva cose a voce troppo alta. Alle cinque del mattino, credo. Ascoltavo con gli occhi chiusi e aspettavo di dormire di nuovo. Un'altra voce gli ha detto "ssshhttt", e non so se sia andato via subito o mezz'ora dopo. Non conosco il tempo, soprattutto se è buio. Lo conosco a malapena quando ho il suo corpo accanto, altrove o qui non ha importanza (ce l'ha per me ma non per chi legge, inutile interpretare gli impasti di emozione e verità e menzogna della scrittura, la sola che conta al di là e al di sopra di chi scrive; eppure inarrestabile, eterno come il vento il sussurro dell'immaginare che ogni goccia di parola sia riferimento a sé, o ad altri vicini o lontani, nullità quotidiane intrise di boria), e vorrei che non andasse via presto la mattina. Dalla finestra dello studio, cioé di una camera da letto che ho trasformato in studio spostando i letti e infilando prese elettriche e computer e stampanti, perfino un aggeggio che distrugge i documenti, si sente troppo bene il rumore delle automobili che passano in via De' Bardi, proprio alla curva di Ponte Vecchio. Non so perché, dallo studio i motori sono nitidi e fastidiosi, dalla camera da letto no. Eppure sono distanti pochi metri, il lato della casa è lo stesso. Meglio così. Quando scrivo dimentico subito il tic tic del computer, che da quando l'ho acceso fa un verso e non riesco a capire il motivo, e il rumore delle macchine. Quando scrivo non sento più, divento cieca e sorda e riesco perfino a fregarmene di tutto. Quasi. Certo me ne frego dei rumori, a meno che il rumore sia una telefonata: guardo il display e gioisco oppure odio, rispondo per forza o per amore. Il telefono, quello lo sento. Ma le automobili sotto, sulla curva di Ponte Vecchio in via De' Bardi, non hanno importanza. Tante cose non hanno più importanza. Tante altre dovrebbero perderla. La finestra sull'Arno si affaccia sulle rondini che giocano e fanno grandi giri sotto, sopra, intorno a Ponte Vecchio. Ieri sera il vento ha sbattuto i vetri che avevo aperto e strappato i gerani, sono andata di corsa a chiudere e ho notato le nuvole dense e bluastre che avevano coperto il cielo. Ho pensato alle assenze e ho capito che è inutile aggrapparsi quando l'appiglio non esiste. Strano scoprire in me la rassegnazione, forse è prodromo di distacco. Che brutto rassegnarsi, prendere coscienza di un nulla negato per troppo tempo e dire "Dai pazienza, merito altro". O forse non è così. Insomma, sento i rumori. C'è un motorino, adesso. Perché sono nello studio e scrivo al computer che ogni tanto fa tic tic, e non so perché. Un MMS che ho tentato di mandare non è partito. Riprovo. E scrivo. Adieu.
Cancellerei metà delle cose. Tre quarti, forse. Succede quando ho male ai denti, o quando rileggo e scopro che non era importante scrivere questa cosa o un'altra, avrei dovuto mettere più fantasia e trama e stile. E non fermarmi a guardare un gigantesco ombelico tondo. Insomma, ti prende la fregola di tirare fuori grumi voluttuosi e sconnessi di parole, diversi dall'uno e uno e uno delle professoresse impettite che si inventano scrittrici e diversi anche da ciò che il mondo si aspetta da te. Diversi dal caos voluto di chi non sa mettere quattro frasi in fila e dimentica l'ordine solo perché fa moda. Ricordare. Pensare e sapere. Che chi legge sospira e si aspetta. Perché tutti si aspettano qualcosa, e lo sai. E non sempre lasci andre il freno e ti butti. Sbagliato. Non buttarsi. Perché tanto si muore ugualmente; se succede dopo che ti sei buttata almeno hai la soddisfazione di averci provato. Di essere morta con coraggio. E per un istante ti è andata bene, quando correvi a mille e sentivi il vento in faccia e il fiato fermo in un'inspirazione mozzata dalla gioia. Dal tuo essere tu finalmente, tu e solo tu. Ci sono pensieri che ho imparato a non dire perché perdono poesia. Non dico la vita e non dico il mio amore, non dico il sesso con l'uomo perfetto (esiste? Non dico anche questo). Rido, da sola. O piango, o leggo un libro. O guardo un film che nessuno crederebbe alla mia bassa altezza di profonda leggera intellettuale girovaga. Scientifica, finché si può. Sento voci e vedo libri appesi alle mensole beige, e un quadretto con un faro azzurro; inviti a presentazioni con nomi di città toscane. Sulla scrivania i miei mantra: le carte con le frasi che scelgo a occhi chiusi con le dita che frugano, una fotografia grande in bianco e nero e una statua a metà. Da sfiorare in silenzio. Una rana di plastica verde con una lampadina piccola in testa mi ricorda l'isola d'Elba e una sera non tanto lontana. Ma impossibile da ripetere. Mi ricorda che ho amato. Momenti così, ecco. Momenti di parole uscite fluide e senza veli bianchi opachi e gessati, quelli dei confetti che stuccano eppure li mangi tutti. Veli da sposa che fanno tristezza. Penso sempre a quanto si spenda per un vestito da sposa; io che non bado e butto i soldi per regali e libri e viaggi e scarpe detesto i vestiti delle spose emozionate e rosse in volto. Odio che si vada in atelier e ci si mascheri da vergine per un giorno solo. E si conosce già tutto, e forse si sposa per abitudine o bisogno. Mai per emozione vera. Chissà. Chiudo. Vorrei che non ci fosse una partenza, vorrei essere altrove. Dove non lo dico. Ma non è scontato come crede chi è convinto di conoscermi.
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