La strada è decine di metri più sotto. Vede automobili rare, troppo lontane per distinguerle, a meno che non siano limousine bianche o nere che impegnano il crocevia, filano lente e silenziose (tutto è silenzioso, da lassù) e spariscono in fretta.
Il tailleur grigio cade bene. Sente i pantaloni morbidi, sa che coprono parte del tacco alto che ha scelto prima di uscire; la giacca è appesa alla sedia, la camicia bianca è aperta sul petto e lascia vedere la curva piena dei seni. Ha la mano, al collo, la catenina d'argento con la mano di Fatima che dovrebbe indicare "autocontrollo", o qualcosa del genere. La usa perché le piace. Non che l'autocontrollo esista troppo, in lei. C'è quando lavora, quando siede alla scrivania con il computer quieto in attesa e la gente che entra, siede, domanda e risponde, se ne va. Nel resto del tempo, quello speso fuori, non controlla granché, ed è contenta. Il controllo è fatica, l'emotività che reprime deve trovare spazio e istanti e mani che la raccolgano.
Le mani, appunto. Sta pensando a quelle. La accarezzano morbide, quando la stringono emanano calore. Come le labbra. Le sono piaciute, quelle labbra sottili ferme sulle sue, le parole soffiate sul suo viso in un abbraccio che poche volte ha sentito tanto sensuale. Giulio sa abbracciare, sa sfiorarla e baciare lento, leggero, assoluto. Se solo non fosse lontano. E se fosse solo, soprattutto.
Ha ricevuto la telefonata nelle prime ore del mattino: quando ha visto sul display l'identità di chi chiamava ha tirato giù un pezzo di sopracciglia, corrugando il naso, incerta sulla felicità e il dubbio. Succede sempre, vede chi chiama e immagina frammenti di ragioni, traumi di comunicazioni che non vorrebbe, felicità inattese, troppo improvvise. Non sa reggere la sorpresa, per questo dimentica il telefono in borsa o sulla scrivania. Che sia bella o brutta, la sorpresa la spaventa. Insomma, ha visto e sentito lo squillo, controllato il display e concretizzato il dubbio nel cervello. Un grande punto interrogativo.
- Pronto. Ciao, Silvia!
Ha detto così, tanto era chiaro che fosse Silvia dall'altra parte.
Si è appartata in un angolo del corridoio, non è andata nello studio. Gli occhi hanno cercato uno spiraglio di finestra e si sono tuffati in cielo, in strada, sugli alberi di Central Park.
- Ciao, Alessandra. Come stai?
- Molto bene. Tu?
C'è da dire che risponde sempre uguale. Molto bene, sta molto bene. Potrebbe essere sotto le ruote di un autobus giallo, all'ultimo sospiro insanguinato, e dire che sta bene. E' cresciuta così, le hanno sempre detto che si deve rispondere "bene" e lei esegue. Obbedisce, quando non fa quello che le pare.
Si è appoggiata al vetro con una spalla, ha sentito il fresco assente sul braccio.
- Dimmi.
La mente vagava. Ricordava volti della sera prima, la festa per l'inaugurazione e il vino rosso, e il freddo pungente quando ha chiamato il taxi e l'ha atteso in strada, da sola, nonostante tutti le consigliassero di restare dentro. E' fatta così: se decide di andare, va. Altrimenti non si muove. Si era pentita, però, perché a casa ha trovato nessuno, e non aveva voglia di leggere o scrivere o guardare la televisione, e gli amici l'hanno chiamata per dire che la festa era andata avanti. E avevano pensato che avesse fatto male ad andare via. "Hai ragione", ha risposto con un sms a chi le parlava, poi si è asciugata le gocce di doccia dalla pelle e messa a letto. E buonanotte.
- Volevo dirti che sei una persona speciale, mi piaci molto.
Un allarme si è illuminato all'improvviso. Sa di piacere a tanti, e di essere odiata a morte da un numero più o meno pari di persone. Niente indifferenza con lei: odio oppure amore. Però quando qualcuno le dice mi piaci fa scattare il salvavita, un interruttore va giù e le spie rosse impazziscono.
- Perché?
Ha chiesto, sicura di interpretare i motivi nascosti dietro la lusinga. E ha ascoltato. Parole, parole bellissime che forse qualche verità potevano anche averla. Qualcosa, nella testa, immagazzinava dati e ricordi mescolandoli insieme, scartava i complimenti eccessivi e prendeva i toni di voce sinceri per analizzarli con calma, dopo. Poi, all'improvviso, i due caffé e la consapevolezza hanno finalmente dato un effetto. Si è resa conto del rumore dell'automobile, della chiamata al cellulare e non sulla linea interna, di una frase così, apparentemente non registrata.
- Sto andando, ritorno lunedì.
Clic. Contatto, e il circuito neuronale improvvisamente attivo e vigile. Scosse di correnti elettriche bianchissime nelle reti invisibili che attraversavano il cervello, piccole cellule a forma di fuso accese e spente, accese e spente. Il viaggio, gli stessi giorni di Giulio. Il "mi piaci molto", come a scusa e richiesta di qualcosa. Ha parlato, interrompendola.
- Scusa, dove stai andando?
Imbarazzo.
- Sai, abbiamo quel congresso a Londra. Vado in aeroporto.
Abbiamo. Noi abbiamo. Noi.
Londra. Aeroporto. Silvia andava all'aeroporto. E Giulio. Londra. Congresso. Sarebbe andato all'aeroporto. Ha spalancato gli occhi.
- Ah, non sapevo che.
Che. Si è fermata lì. In fondo, esistevano ragioni. Silvia e Giulio sono colleghi, lavorano insieme; il congresso forse li riguarda entrambi. Ma Silvia è intervenuta, ha colto l'opportunità al volo.
- Sì, Alessandra. So che non sapevi che. E mi dispiace.
Il freddo sul braccio è morto, diventato intollerabile. Si è spostata e ha mosso dieci o dodici passi fino all'ufficio. Senza parlare. Con il respiro pesante.
- Alessandra, ci sei?
- Sì.
Scrivania. Si è seduta, gambe sul ripiano e schiena buttata indietro.
- Scusa, non sapevo come dirtelo. Giulio nasconde le cose, le dà per scontate. E' tanto tempo che lui e io... Anni, insomma. So di voi, e credo che si arrabbierà, ma stiamo a Londra fino a lunedì e prima o poi qualcuno... Guarda, mi piaci davvero, avrei tanto voluto che fosse chiaro subito tutto. E' fatto così, lo accetto. Ma tu, sai, tu forse meriti meglio.
Avrebbe voluto scappare, alzarsi e correre fuori, perdersi nell'unico orizzonte sconfinato chiuso nel cuore di New York. Central Park, con l'idea di libertà che riesce a dare nonostante tutto. Le gambe avevano improvvisamente fretta, e voglia di portarla via.
Non è stata la storia di Silvia e Giulio in sè, ma la scoperta a colpirla. Non si era accorta, eppure l'evidenza era lì. Avrebbe potuto immaginarlo al primo istante. Non lo ama, forse era stato quello. Chi non ama è meno attento. Si lascia sfilare le cose sotto il naso perché non tiene a loro. Oppure decide di chiudere gli occhi e dormire, che è tanto meglio.
Non ha mai capito che Silvia fosse la sua amante, nemmeno quando la salutava attraversando il lungo corridoio che, in fondo, apriva la porta sull'ufficio di Giulio. Non ha visto, non ha sentito. Nelle lenzuola bianche di casa sua ha respirato i suoi orgasmi senza sapere che avevano dentro anche lei.
"Le mani", ha pensato alle sue mani. Sono morbide e belle, la accarezzano e la fanno (facevano) perdere. Le stesse mani che da tempo accarezzano SIlvia. Chissà come le conosce bene lei, quelle mani. Le bacia sul polpastrello, le succhia e le chiede. Da mesi, anni. Da un buco di tempo che lei non ha avuto.
- Senti, dimmi qualcosa. Mi dispiace.
"Cosa vuoi che ti dica?", ha pensato. Ha alzato le spalle, riso un po'.
- Beh, non è il modo migliore per iniziare una giornata ma sei stata in gamba, apprezzo questa telefonata. Temo che non ci sia molto margine. Scusami, Silvia, non l'avrei fatto se avessi saputo.
- Lo so. Ti conosco. Non siamo amiche ma ti vedo, e sento. Sei una donna eccezionale. Non l'avresti fatto se avessi saputo che Giulio sta con me. Ma cosa vuoi, gli uomini come lui non si possono cambiare.
Eh, no, non si possono cambiare. Le automobili al crocevia rallentano, piegano a destra o sinistra, si piazzano in mezzo poi accelerano di nuovo. Qualcuno cammina, puntini neri e bianchi frettolosi a testa china.
- Non si possono cambiare. Hai ragione. Dai, lasciamo stare. Ti chiedo scusa. Lascio perdere, avrei dovuto saperlo.
- Non potevi.
- Sono solidale con te.
- Lo so, Alessandra.
Ha chiuso. La telefonata e la relazione assente e abbozzata con Giulio.
Il cielo azzurro a fiocchi bianchi le sta davanti, i piani altissimi degli altri palazzi la guardano. Ha voglia di scoppiare in una risata liberatoria, sente la gola grattare dell'ironia che non può evitare. Ironizza sempre, dentro, non può proprio farne a meno. Sarebbe stato tutto tanto semplice. Voleva divertirsi, ridere come solo con Giulio è riuscita a fare. E ricevere altre carezze lievi, parole e pensieri che le piacevano. Era molto bravo, Giulio, avrebbe potuto essere un amico. Avrebbe potuto.
- Hai una vita troppo affollata.
Lo dice al vetro, non a Giulio che va a Londra. Con Silvia. Ci ha pensato, anche se non voleva. Giulio e SiIvia insieme, nella stessa camera d'albergo. Nello stesso letto. In teoria, niente importa veramente: non voleva un amore e neanche una complicazione eccessiva, ma saperlo, sapere di loro, rende tutto difficile. Come fai a vivere una relazione leggera quando sai che esiste un'altra donna, un'amante, e ne conosci il volto? E sai anche dove sono, e quando. Ma no. Devi solo immaginare per stare bene, non devi sapere. Se sai, la magia si perde e la testa si affolla di sciocchezze senza scopo.
Fa un passo indietro, con un braccio cerca la tazza grande del caffé sulla scrivania. Beve.
- Basta.
Dice, la voce rimbalza sui muri.
Ci sono persone e incontri e parole. E altri uomini, appesi a messaggi o teorie di sensualità che solo lei potrà concretizzare. Se ne ha voglia. Deve solo passare avanti e voltare la testa. Il tempo farà il resto.
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