racconti, fiabe, romanzi a puntate, pensieri e pezzi di parole
(attenzione: i testi pubblicati in questo blog e le fotografie sono di esclusiva proprietà dell'Autrice)
AAVV: RAC-CORTI - Il chiama angeli Il mio racconto "Il chiama angeli" nell'antologia RAC-CORTI di Giulio Perrone Editore 2008
AAVV: EROS & AMORE - La penombra di un ufficio e un ascensore che sibila Il mio racconto "La penombra di un ufficio e un ascensore che sibila" nella sezione EROS di "Eros & Amore" di ArpaNet, 2008
"I racconti delle bacche rosse": Lampi di Stampa Editore, I Platani Narrativa, 2008 Il secondo libro di fiabe
AAVV: CONCEPTS PROFUMO - La piccola casa di legno, e quel profumo. Fragranza e mistero di notti romane Il mio racconto "La piccola casa di legno, e quel profumo. Fragranza e mistero di notti romane" nella raccolta "CONCEPTS Profumo", Edizioni Arpanet 2007.
"Una storia ai delfini": Edizioni Creativa, 2007 il mio primo romanzo
AAVV: CONCEPTS MODA - La donna vestita di fiori Il mio racconto "La donna vestita di fiori" nella raccolta "CONCEPTS MODA", Edizioni ARPANet 2007
Luciano Comida Ho la fortuna di amare e di essere amato: faccio lo scrittore, il giornalista, l'impiegato statale, leggo, ascolto rock e jazz e classica, guardo cinema e teatro, tifo Toro, sono valdese.
Michele Crismani Ho tredici anni, non mi piace tanto la scuola (anzi proprio per niente). Invece mi piacciono le ragazze, il calcio, il rock (sia ascoltarlo che suonarlo), i film, mangiare patatine fritte di sacchetto, bere coca-cola e tirare dei rutti che scandalizzano mio papà e mia mamma.
Calogero Miceli poeta, presepista, scrittore e sceneggiatore emergente. Prova a fare anche lo studente in scienze della comunicazione. Vivo ogni giorno intensamente perchè considero la vita un grande dono e perchè in essa ho ricevuto il dono della poesia.
Cantastorie errante ...ogni cosa è intorno al nostro essere, sta a noi saperla vedere ed appropriarsene per donarla agli altri
Muove le mani, lo fisso e non si accorge. Ha la testa china, una ciocca di capelli bianchi nasconde in parte lo sguardo che segue i movimenti delle dita. O forse sono le dita a seguire lo sguardo, non saprei. Ha iniziato a lavorare piano, sommesso, come se intorno ci fosse ovatta oppure il niente, come se il lungo filo bianco fosse l'unica cosa importante. L'unica a interessarlo veramente.
Il collo è piegato in due, grosse rughe si intersecano a solchi piccoli orizzontali, irregolari, qua e là si formano croci e stelle di pelle arricciata e vecchia, un po' abbronzata. La bocca è sottile e stretta, con le labbra bianche per lo sforzo e i muscoli tesi, in un sorriso inesistente che allarga le guance ma non le illumina. Fingo di essere distratta, accumulo istanti di divagazioni lievi alla concentrazione sulle sue mani, nascoste in parte da un cappotto grigio e appoggiate alle cosce ai lati, come se manovrasse marionette di legno. Le dita sono veloci, si piegano ritmiche e si raddrizzano secche, annodano fili bianchi e li girano, avvitano, li fermano sull'indice come su un rocchetto poi li lasciano andare, molli ma tesi. Mai fermi. E il centrino ovale a greche piccole nasce e si affloscia nel solco tra le gambe, e non riesco a vederlo tutto.
Il motore dell'autobus riempie di gasolio l'aria, l'uomo alza la testa e sembra accorgersi di me. Sorride, rapido, poi abbassa gli occhi. Di nuovo, le dita danzano. Mi ricorda mani di chirurghi che conosco, abili maestri per cui il corpo è mistero facile, e mani con la punta di forbice che danno forma ai capelli e cambiano l'espressione del mio viso. Ho sempre ammirato, intontita e placida, il lavoro delle mani. Mi rassicura, è lo scrutare intenso di una curiosità che nasce indietro, nell'infanzia prima e piccola di un appartamento che non aveva ombre. Mi piacciono le mani, e le dita che creano il tocco dolce, armonico, di una forma bella. Sono maghi ipnotici che danno senso agli occhi. Mi piace il sesso delle mani, lo preferisco ad altri assalti più carnali, mi piace la carezza dell'amico che non conoscerà domani.
L'autobus si ferma, due passi e scendo. Le mani dell'uomo fanno ciao, con un sorriso morto.
Oh, quanti amici avevo. Che tempi sfavillanti di sorrisi e inviti, quante mani sfiorate o toccate a palmo pieno, quante dita mi hanno accarezzato la guancia e sussurrato: "Come è giovane e intelligente". Giovane e intelligente. Insomma, non sapevano cosa dire. Si prendono sempre le caratteristiche più ovvie, oppure quelle indimostrabili: giovane può essere ancora vero per un capello, intelligente è tanto indefinito e soggettivo da essere facile da spendere. Comunque. Che tempi, amici miei. Ero presidente, viaggiavo su un monopattino di platino e gli uomini mi offrivano il caffé anche quando non avevano un euro in tasca.
Perché ero presidente.
Ricordo la mattina in cui mi fu annunciato. Non solo non l'attendevo, ma non avevo pensato alla parola. Presidente. Il presidente siede alla scrivania con le gambe avanti, i piedi su un piano di cristallo e due o tre telefoni agganciati ai lobi delle orecchie. I miei lobi sono piccoli, e ci sta solo un telefono, come avrei fatto a sopportarne tre? E il corpo, anche quello. Il presidente è alto, magro e bello. E il nome, ricordatevi il nome. Il presidente perde il proprio nome, viene chiamato solo così, presidente, e basta questo. Perché di presidente ce n'è uno, e guai a sbagliare mira. Guai a confondere identità e ruoli. Chi presiede ha tutto, anche l'affetto e la fiducia. Che bella vita! Insomma, ritorniamo ai fatti: quella mattina qualcuno ha rifiutato la carica e proposto me, i miei occhi hanno fatto un giro di tavolo e detto sì. Confusa, ho fatto presente che avrei voluto aiuto, che uno scultore come me non aveva strumenti (se non lo scalpello, l'acqua e le mani) per gestire un'azienda, che di soldi sapevo a malapena il conto della spesa. "Ti aiutiamo noi", hanno detto tutti, e giù a battere le mani. Mi hanno regalato il monopattino di platino, una sedia blu con il posto per appoggiare i piedi (non sono alta, forse avrebbero dovuto notarlo quando mi hanno proposto la carica) e hanno ripetuto l'applauso. Brava, brava, brava, brava.
Perché ero presidente.
"Devi firmare qui". Vedevo fogli e c'era gente che spiegava cose. "Il tuo predecessore ha deciso che", "Non preoccuparti, pensiamo a tutto noi", "Ecco, vedi, adesso qui". Sono uno scultore, lo sapete, niente più di questo: la mia mano, abituata a muoversi e fidarsi della materia docile e neutra, ha tracciato segni e accolto gioia. Le gambe si sono mosse in fretta: abbandonato lo studio piccolo dove la luce serve per immaginare forma che nasce e plasma creta, sono salita su treni veloci e ho dormito in alberghi di cui dimenticavo il numero di stanza. Ho visto città, piazze, vie strette e larghe, mi sono addormentata sul monopattino di platino nelle notti in cui il Tevere straripava e lo sciopero bloccava Roma. Ma ho raggiunto mete, e mete, e mete. Ho asciugato la gola dalla saliva, esaurito muscoli nelle guance piegate in su per i sorrisi, spremuto forza e dimenticato febbre, stanchezza e amori. Ho sciupato relazioni con gli occhi fissi alla causa. La causa. Quella che altri avevano dimenticato.
Perché ero presidente.
Tra le persone che volevano aiutarmi c'erano anche amici. Che meraviglia, gli amici. Si dicevano grati (gratitudine? Dovrò creare qualcosa sulla gratitudine, plasmerò cuori che battono e incatenano l'eternità di un abbraccio che non può sciogliersi) per l'arte che nel passato avevo trasmesso, grati per la gentilezza e la poesia del mio sguardo. Grati, erano proprio tanto grati. Si sono inchinati, quando la gente mi ha chiamata presidente. Hanno riso un po' battendomi la spalla, hanno messo il piede accanto al mio su un cammino di luce e detto: "Ci sono, io ci sono per te". Ci ho creduto. Perché anche io c'ero stata per loro, avevo asciugato le loro lacrime leccando i visi e strappando risate, avevo speso notti in ascolto con il calore nascosto dell'intimità leale. Erano anche fieri di me, sapete. Osservavano il mio passo e le corse sul monopattino di platino con lo sguardo crogiolante lacrime di gioia. Li ho visti, nascosti negli angoli sotto la Torre d'acciaio dove vivevo: dalle sopracciglia cadeva rugiada e imbiancava l'asfalto.
Perché ero presidente.
A questo punto lo scultore (è una donna, si capisce dal testo, ma non ne conosciamo il nome: ho trovato il manoscritto sulla riva dell'Adda, qualcuno l'ha buttato poco lontano dal corpo di una ninfa impiccata; una lunghissima corda la tiene sospesa alle campate del ponte di Paderno, se fate una corsa fate ancora in tempo a vederla) disegna volti, eventi e fiabe. Mi ci vorrà tempo per interpretare, ho deciso che farò con calma ma scriverò, scriverò tutto. Portate pazienza, amici, per ora ho potuto solo capire queste frasi a metà. Ma esiste una storia, e piano piano la dipanerò asciugando i fogli incrostati di lacrime e acqua del fiume. Ho però chiara l'ultima fiaba, quella che chiude il manoscritto dello scultore che, forse, è la donna che penzola dal ponte di Paderno. Ve la trascrivo sotto. Chissà che a qualcuno piaccia.
C'era una volta una regina. Non so cosa facesse: la vedo seduta su un trono con la mano sinistra alzata e lo scettro tra le dita, tanto strette da diventare bianche. Oppure nei giardini reali, mentre cammina da sola circondata da una folla che tenta di adularla. Alt. Come, da sola con una folla? Non si può essere soli con una folla intorno. Invece sì, e all'improvviso capisco il perché di questa regina saltata fuori dalla mia testa finalmente ferma, finalmente concentrata sullo scrivere. La solitudine straziante di una regina, l'isolamento triste di chi non può contare su altri, deve fidarsi solo di se stesso. E se non lo capisce è un guaio, perché si affida alle lusinghe, ai sorrisi, alle carezze di chi vuole, vuole, vuole. Vuole tutto da lei, vuole tutto grazie a lei, vuole tutto ma non lei. La vedo, questa regina, nei vialetti del meraviglioso giardino che non vorrei avere (a me piacciono i boschi e le radure, niente di preordinato e soprattutto niente aiuole per carità!) che annuisce sorridendo ai fiumi di sciocchezze che le vengono soffiati nelle orecchie, mentre il cervello macina richieste d'aiuto che nessuno potrà raccogliere.Se è molto evoluta, la nostra regina (la sentiamo un po' nostra, vero?), finge solo di ascoltare, e con i neuroni ormai esperti nell'astrazione tenta la fuga, e immagina di essere altrove, di cantare o dormire o ballare o fare l'amore, o ancora riempie di insulti la persona "a lei più vicina", cioé chi le parla convinto di essere nelle sue più intime grazie. Insulta odiando, ma tace e sorride. E annuisce come se tutto le fosse gradito. Povera regina. Potremmo dirlo se non fosse regina, proviamo a immaginarla con i suoi adoratori intorno e gli anelli sulle dita. E' difficile dire "povera lei", in fondo è una regina! E' la donna più fortunata del creato, ha avuto il trono e lo scettro e il potere. Ha avuto gli occhi del popolo puntati addosso per adorarla. Non si può davvero compatirla: se ha qualche difficoltà se la risolva da sola, e la sopporti, lei che è regina! Però c'è un problema. Il problema della regina non sono i capelli, non è la corporatura snella o pingue o diafana, non è neanche lo sguardo: il suo problema, vedete, è che è regina. Quando le hanno regalato il trono un imperatore potentissimo le ha sorriso, e ha detto: - Impara a fidarti di nessuno. Più sali in alto, più sei sola. E la regina per un po' si è ubriacata di quello scettro che finalmente poteva tenere in mano, si è seduta comoda sul trono e ha descritto agli amici la sensazione che provava. Ha pianto davanti a loro, ha riso e giocato a golf. Si è confidata regalando pezzi del suo cuore, convinta che nessuno li avrebbe usati per farle male. A volte ha giocato a rubamazzo, che nel segreto delle stanze del castello fa tanto chic, con gruppi di persone che amava con tutto il cuore (ancora questo cuore di mezzo: la regina capisce tardi che non serve più, anzi è d'intralcio). Per mesi e mesi l'imperatore saggio e burbero è rimasto in un'ansa piegata del suo cervello, a parlare da solo. Poi la regina ha capito. Che quando si diventa regine non si cambiano solo il colore dei capelli, degli occhi, e il portamento. Si scopre il sesso, che è una delle migliori invenzioni della natura. Si hanno soldi, spesso, anche se non tutte le regine sono ricche. Si hanno uomini che pregano e seducono, e mandano meravigliose lettere d'amore. Però. Sopra e dietro, e davanti a tutto c'è un solo fatto vero, che qualcuno avrebbe dovuto dirle meglio, uno di quelli che cambiano l'esistenza e fanno girare i tacchi per scappare oppure procedere spediti con maggiore coraggio (e incoscienza). Il fatto è questo, povero imperatore messo in fondo alla memoria: hai ragione tu, quando si è regine si è sole. E la solitudine è quella vera, non puoi neanche goderla perché devi sorridere e parlare e stringere le mani di tutti, devi fare finta di credere agli abbracci e ai consiglieri amici. Devi. Perché è così. Ma sei regina. E sei sola. Sapete una cosa? Forse sì, forse questa è una fiaba. L'ho scritta aprendo e chiudendo troppe parentesi, ma me ne frego.
Ecco, così si conclude il manoscritto. Chissà se la ninfa impiccata ne è autrice, chissà se è lei lo scultore che racconta. Sono proprio curiosa. Ho tante, troppe domande: a chi è venuto in mente di nominare presidente uno scultore? Cosa è accaduto, dopo? Che fine hanno fatto gli amici? Se la ninfa appesa alla campata del ponte è questo scultore-presidente, perché è finita lì? Vado avanti a leggere; ho trovato anche una piccola chiave, forse è quella dello studio dove teneva le sue opere. Vedrò cosa hanno plasmato le sue mani, e allora capirò; sono sicura di capire perché vedete, un artista può anche diventare presidente ma resta ciò che banalmente è, qualcuno che, prima o poi, ritrae la propria anima. Si racconta, deve farlo. Accade inevitabilmente. Per questo concordo con Alda Merini: "Il poeta è solo, è necessario che lo sia". Vi saluto con un inchino, mi fermo solo un istante per raccontarvi a chi sia dedicato il manoscritto della presidente scultore. Ecco le poche parole pasticciate sulla prima pagina: "A Patrizia, l'unica vera. L'unica che abbia cambiato la mia vita e reso la presidenza degna di essere vissuta".
Comodo anche se un po' rigido, il divano mi tiene sospesa tra le ruote di ferro che fanno rumore e corrono. La finestra ampia sfila immobile davanti agli occhi freschi, tuffati nella campagna che si alterna a boschi e riempiti da bolle di piacere e stupefatta solitudine. Sto bene, così. Cammino se ne ho voglia, vado in senso contrario rispetto al treno oppure lo aiuto, graffio piccoli metri nel medesimo verso per arrivare prima.
La coda del treno finisce in niente, come nei film: una porta chiusa, una serratura vecchia perfettamente oliata, potrei aprire con qualche sforzo e saltare, lasciarmi gelare la pelle dal freddo di questo Nord che attraverso con la vista acuta e tagliente. Mi ricorda un altro Nord, il Belgio dove ho vissuto: la sera, il freddo era tanto denso e basso da saldarsi in mano, formava croste sui vetri e dentro l'anima. Hai voglia a grattare via, quando fa così freddo. Uscivo dall'ospedale e mi rifugiavo in macchina, ritornavo a Brussel (è città fiamminga, scrivila bene) oppure seguivo una collega a caso in un bistrot di Leuven, mangiavo cose dal sapore di gesso e una fetta di torta con tanta panna. Poi dormivo nel letto con il piumone, aggrappata a un libro o alla Rai via cavo. E buona notte.
Ho messo in ordine il mio studio, oggi. Mentre pensavo a cose e persone e dolcezze e lenti avvicinamenti che finiranno da qualche parte. Ho sollevato carta e polvere, passato stracci bianchi che diventavano neri, buttato via il passato di lettere e fotografie e diari iniziati e lasciati a mezzo. Non sai quanti diari, quanti. Ho riconosciuto gli anni del buio, della confusione, e mi sono messa a ridere. Indulgente di me, per me. Esisteva, pensa, un quaderno di cartoncino azzurro dove stavo scrivendo una lunga lettera. Per te. Ti dico cose, luoghi, momenti, ti regalo i miei sogni. Nel 2007, ti dico che vorrei andare sull'Orient Express, come ho fatto quel giorno di questo anno, nella casa di Firenze, e tu tenevi gli occhi chiusi e annuivi per finta. Insomma, c'era una lettera-diario e ho riletto parti, ho capito che non li meritavi. Non li meritavi mentre li scrivevo, e questo è squallido. Ho avuto uomini che hanno meritato tutto, anche a distanza di tempo e freddezza e litigi. Tu no. Ho rigirato in mano il quaderno e ho pensato di buttarlo via: il lancio, perfetto, l'ha sbattuto con un rumore che ha spaventato il gatto nel cestino accanto alla scrivania. Poi. Ho creduto che non si butti via niente, non nella scrittura: perché dovrei mandare al macero pezzi di me? Diventeranno altro: storie e romanzi e cose che la gente potrà leggere, se vuole. Mi sono ripresa il quaderno, l'ho accarezzato e impilato insieme ai manoscritti ritrovati o mai perduti.
Che bello, sai. Ho messo nella libreria, il cui rinnovato ordine rende nuova, il manoscritto originale di "Una storia ai delfini". Profumava di felicità e di mare. Sorridevano, quelle pagine coperte di blu e nero in un taccuino grande. L'ho toccato molto, prima di metterlo al proprio posto insieme agli altri, alle altre storie pubblicate oppure in attesa. Mi ha fatto stare ancora meglio, serena e libera. Non so perché.
Di notte, i vagoni sferragliano e ondeggiano. Succede che le onde più forti gettino sul pavimento i libri, i giornali, le borse che Steve avrebbe fissato bene, ma ho tirato giù per cercare cose. Cose. Cose. Si dorme bene, però, anche con i colpi regolari delle ante del piccolo vano del lavandino e con il frastuono delle rotaie, e il volo dei telefoni spenti e scarichi e di tutto ciò che stava sui tavolini e nella reticella. Cade tutto all'improvviso, poi il silenzio ritorna uguale. Immagino un'esplosione, non mi alzo. Lascio che sia. Si sta bene qui. Manca il sesso, ci penso ogni tanto mentre alzo la tendina e guardo la notte. Immagino mani che ancora non ho conosciuto, e un respiro accanto all'orecchio, dentro la bocca, e il sesso. Dentro, piano. Oppure in fretta, dipende. Dipende dalla passione. Ogni tanto il treno fischia due volte, e penso alle storie di Pirandello e Simenon. Banale, potrei dire che il fischio mi rimanda indietro o mi schizza avanti, ma l'hanno già scritto in tanti. E pazienza.
La camera, il mio studio, non è ancora a posto. Ma ci arrivo, vedrai, ci arrivo. Ho buttato via chili di ricordi inutili e dimenticati. Ho eliminato, pulito, spolverato, rinfrescato, riscoperto. Che energia, sai, finalmente la sento tutta: mi brucia le arterie, macina il cuore, fa andare le gambe e tiene su la schiena. Cantavo, perfino, e il gatto si è nascosto sopra l'armadio grande. Narciso nel falso d'autore scuoteva la testa. La musica era tutta nella testa, nei volti che finalmente mi fanno ridere e pensare, mi accettano complessa e libera e impegnativa. Nel tocco delicato di una simpatia che non hai mai nemmeno sfiorato.
C'è un maitre pieno di sè, sull'Orient Express che corre via dalla Repubblica Ceca. Non cito il nome, perché è il tuo, e qualcosa vorrà dire. Racconta di arabi e barche di lusso, viaggi da favola e suite. SI piace, lo vedo, sono contenta per lui. Parla e ascolta poco, indica il cibo e fa portare altri dolci. Mangio, lascio perdere e rilasso le cosce sotto il tavolo. Lancio gli occhi fuori, nel buio in cui distinguo pochissimo, poi li riprendo e fisso la gente, anche se non si fa. C'è una donna con l'ossigeno nel naso, due piccole cannule trasparenti escono discrete dal vestito elegante. Ha una malattia che la ucciderà, non ho bisogno del pettegolezzo del maitre per saperlo, mi basta l'odore della morte che le sento addosso. Mi basta guardarla. Eppure è felice. Otto mesi fa, le avevano detto che sarebbe morta subito, entro quattro settimane, così ha deciso di viaggiare. Orient Express, il suo sogno. Da quel momento continua, scende e sale su ogni Orient Express, sulle rotte che trova. E vive, con il suo ossigeno appeso al collo. Vive. E c'è un'altra donna, bionda: continua a parlare, e ride. Viene dall'Australia, prima di salire sul treno è stata in crociera con un marito che non fa altro che tacere. E' bello, sembra più giovane di lei, questo marito taciturno che probabilmente scambia sms con amiche allegre in Australia. E la moglie, lei chiede al personale di bordo di non renderla nervosa con domande che non sa capire.
Ho accumulato quaderni vuoti e quaderni pieni, nel mio studio spolverato a nuovo. Ho aperto pacchi di fotografie dove mi sono vista grassa, l'estate del 2008 all'isola d'Elba. E non ho visto solo me, lo sai. Mi sono appoggiata al muro per respirare e fumare una sigaretta e ho lasciato gli occhi nei tuoi, così, per gioco. Non ho trovato la luce, ho trovato niente. Evaporata la magia, resta solo uno strato di noia sbigottita. La mano, presa la traiettoria verso il cestino, ha avuto la tentazione di lanciare anche quella, anche la tua fotografia, poi il gomito si è piegato e il cervello ha detto qualcosa. "E' il passato, perché buttarlo?". L'ho infilata in una busta a caso e messa via, non so più dove. Adesso l'ho dimenticato. Ho trovato doppi o tripli libri, copie di copie che ho anche a Firenze. Insomma, forse capisco che è troppo. Ma regalarli è difficile, sai che pochi leggono. Scrivono, ma non leggono, peccato. Magari citano la Woolf o Quasimodo o Manzoni, dopo, oppure raccontano di avere letto Proust, però non sanno più di un Bignami. E scrivono. Beati loro.
A Parigi il treno ha caricato aragoste. Ho camminato con la mia valigia pesante e fuori misura e salutato i camerieri, deviato lo sguardo dalle casse bagnate brulicanti di chele incerottate; le aragoste non mi piacciono: quando le vedo nuotare nella vasca del ristorante vorrei prendere a mani nude e buttarle in mare, e lo farò, sono certa che prima o poi farò anche questo.
Che polvere. Sollevata e tolta. Libri toccati, aperti e annusati, hanno fatto l'amore con me.
Ho ancora mani morbide sulla schiena, sulla lana del poncho e la seta della camicia sulla pelle nuda. E uno smalto viola, sai.
Dormo. E scrivo, domattina, prima di partire. Di nuovo.
Sente una voce e la ascolta, anche se le gambe vorrebbero fermarsi e godere del contatto delle dita sulla schiena.
Giulio la sta salutando, delicatamente preme sulle scapole e muove il palmo, in una carezza lunga che segue le parole molli e spigolose scambiate sulle sedie da parti opposte di una scrivania. La multinazionale si trasforma in una casa di uffici vuoti, la luce non esiste più; esistono solo lampioni gialli in una strada di quasi periferia, con i taxi che corrono e il tram che arriva, si ferma pochi istanti e tira avanti. L'ha ascoltato e guardato negli occhi, si è rilassata subito, quando l'ha salutata sfiorandole una spalla. Le succede, con lui, è successo subito: le braccia che tiene tese avanti con una risata si sciolgono e danzano, non devono tenere distanze che non servono. Si diverte, e quando l'ha sentito parlare ha capito che la sua testa sapeva tirarle fuori pensieri liberi. LIBERI LIBERI LIBERI, LA LIBERTA' E' L'UNICA COSA CHE ESISTE E POCHI LA CONOSCONO SUL SERIO, sai cosa dici quando parli di libertà? Le è piaciuto, anche quando è sembrato naturale dirgli qualcosa di personale e non ha capito perché. E le mani, le mani che accarezzano la schiena su fino alle spalle, poi scendono alla vita.
"Scappa".
Nasce da profondità irrimediabili, quella voce, da vibrazioni istintive che niente hanno di vero. Emerge dalla paura, da ricordi che non riesce a fermare: la conosce, oh certo, la conosce, e vorrebbe spegnerla.
"Scappa".
Sussurra e sorride, accelera il battito del cuore e rende frenetico il respiro. Ma è solo un istante. Il calore sulla schiena è morbido, lento, e sensuale. Poche volte ha sentito mani così. Le piace il contatto con la lana del poncho, sulla seta della camicia e sulla pelle nuda, sotto. Una lama di pensiero le spacca la mente, se fosse tutto più avanti, diverso, solleverebbe un braccio e sfiorerebbe il dorso di quelle dita, ricambierebbe la carezza con i polpastrelli e potrebbe trattenere per qualche istante, solo per qualche istante, la mano nella sua. Un istinto flebile le dice di farlo, la fulmina di benessere pigro ed egoista prima che la gamba faccia un altro passo. Avanti. Per uscire.
"Scappa".
Ancora qualche minuto e uscirà nella sera, camminerà fregandosene del pericolo (le dicono tutti che c'è pericolo a fare come lei, che non si protegge abbastanza ed è sola, troppo sola: nessuno capisce che ne ha bisogno, che deve essere così, per respirare e non schiacciarsi i polmoni di oppressione involontaria e appiccicosa come melassa) e deciderà se salire sul tram per andare alla stazione dei treni oppure usare le gambe, sentirle tremare di tono e stanchezza e andare avanti, avanti, avanti. Nel freddo dei piedi con le unghie viola in un paio di sandali aperti, nel peso di una borsa che "ha dentro la colpa", dicono. Perché pesa troppo.
"Scappa".
No, ributta indietro la voce. Non sta scappando. Non è da Giulio che avrebbe dovuto scappare, tempo fa. Giulio è arrivato dopo, e l'ha fatta ridere. Sorridere. Pensare. Le ha detto che sa che è abituata ad avere, ed è capricciosa, narcisista e capricciosa. E' sorriso, Giulio, è la libertà di un respiro pieno di aria fresca. Ed è desiderio, erotismo inesploso che non tenta di nascondergli. EROTISMO E MISTERO, GIOCHI DI SILENZIO E CERTEZZA, vuoi che il mio corpo cerchi il tuo e lo esplori con tenerezza e unghie pronte a ferire? Vuoi non conoscere altro che il dubbio, non sapere se dirò sì oppure no? Vuoi il desiderio di un'anima in fuga, che ritorna se sai incuriosirla e le lasci catena lunga, ma ama fortissimo e se ne frega di legarti le mani perché ti vuole vedere libero? Vuoi, insomma?
"Scappa".
- No.
Risponde alla voce, e va lenta verso l'ascensore. Ci sarà tempo, per quelle mani. Forse. Intanto le ricorda calde e delicate sulla schiena. E porta via la voglia di ricambiare la carezza lunga da cui non è scappata.
Ma senti. Ho provato ad ascoltare le registrazioni che hai mandato, le voci sono confuse e il brusio di fondo rende la mia angoscia una mano intollerabile e crudele intorno alla gola. Hai tentato di registrare in una stanza piena di gente, eri stretto a corpi e respiri caldi che forse servivano per farti sentire meno solo. Li avevo addosso, quei corpi vestiti di lana con un velo di sudore pulito e l'odore del legno; si strusciavano sulla mia pelle quasi nuda nel sole opaco davanti al mare, rabbrividivo perché non erano il tuo corpo, non gli assomigliavano, anche se lo ricordo ogni giorno un po' meno. Sei in una stanza foderata di legno: me lo immagino così, il vostro capanno isolato sulla cima della montagna, tutto di legno e con l'odore dei tronchi tagliati e verniciati per renderli simili a una casa.
Ascolto, ancora. Sento che provi a dire qualcosa, posso intuire la tua voce in mezzo a tante altre che si intrecciano e graffiano, disturbano la lettera che hai voluto mandarmi usando ciò che di te mi manca di più. La voce. Quando sei partito mi hai tenuta stretta, hai baciato il mio collo bianco e scoperto una spalla per morderla piano; la tua mano si è infilata sotto la maglia, per ricordarsi i capezzoli che solo poco prima avevi preso tra le labbra, gridando l'ultimo orgasmo che ho tenuto dentro finché ho potuto, finché è stato possibile allontanare la nostalgia sdraiata su un divano che aveva ancora la tua impronta. Mi dici che ti manco, qualcuno ride: è un uomo, vicinissimo a te, sta ridendo e urla, penso stia bevendo da un bicchiere alto e spesso, il suo alito sa di alcool. Le mie orecchie, il cervello vogliono isolarti da tutto, sfilarti dalla folla che non voglio per respirarti cellula dopo cellula, istante su istante, e fare finta che tu non sia mai partito. Non riesco, la mia scarsa capacità di tenerti accanto con le migliaia di chilometri tra noi rende la piccola cassetta che ho tolto dalla busta come un mastino vorace un giocattolo beffardo e inutile. Perché non sei tu, sono solo pezzi di te spruzzati sui miei occhi per farli bruciare ancora. Di più.
Quando hai aperto la busta con la convocazione, quella mattina, eri fresco di sapone e acqua, e sorridevi.
- Devo partire.
Hai detto, la tua carezza sulla mia guancia non ha mitigato la sorpresa che aspettavo. E temevo.
- Ancora?
Ho sussurrato, cercando di sembrare pronta. Ma la lacrima trattenuta dalla tua partenza precedente, dalle tue mille e mille partenze è scivolata giù, e ti ha bagnato la camicia.
- Cosa fai, adesso, piangi?
Fai sempre così. Ridi, canti, prepari la valigia e mi chiedi cosa dovrai portare perché non sai che tempo troverai, poi infili negli angoli smussati i libri, le mie lettere, i piccoli ricordi di noi.
- Questo dormirà con me.
Dici, e afferri qualcosa a caso che abbia un senso, un significato segreto per la relazione che teniamo in piedi da mesi nonostante i treni, gli aerei, le buste da aprire la mattina con le convocazioni urgenti senza un no possibile.
Ti ho guardato, lenta, seduta nella poltrona marrone chiaro con la lampada accanto. Ho seguito ogni gesto e contato i vestiti che hai tirato fuori dall'armadio, ho visto come li piegavi stendendo il tessuto con il palmo delle mani. Ho pensato a quando li avresti tolti, dopo un volo eterno e qualche spostamento scomodo in macchina, insieme a colleghi e colleghe con la stessa malinconia tracciata nelle rughe e la stessa volontà ferrea di nascondere l'emozione.
Perché so che mi ami. Lo so dalle pupille strette quando mi saluti, dalle braccia che non aspettano che la porta sia chiusa per spogliarmi, dalla gelosia fumosa e rimossa che vomiti fuori in cento occasioni senza mai ammettere il motivo vero della rabbia. Lo so dal figlio che desideri, improvvisamente, nel mezzo di un'esistenza nomade che ti piace. Insomma. Mi ami, come ti amo io, anche se non l'ho mai detto.
La cassetta piccola sputa fuori voci, e voci, e voci. La tua è un gorgoglio allegro e sommesso che dovrebbe accarezzarmi, la ascolto senza capire le parole e me la faccio bastare, anche se è più cattiva di una lama perché non dice ciò che voglio. Cioè che ritornerai.
- Non chiedermelo.
Hai detto, prima di salire sulla macchina dell'azienda con un autista muto voltato dall'altra parte. Non hai voluto che chiedessi quando saresti ritornato, non posso farlo perché ti ho conosciuto libero e selvaggio e così devi restare. Anche se hai messo i vestiti negli armadi e cambiato la residenza, anche se ogni volta che scopro di non aspettare tuo figlio storci il naso con una smorfia e alzi le spalle, sussurri: "La prossima volta".
La prossima volta. Il mare ha onde nere che scuotono la sabbia bagnata, oggi. Un uomo si è fermato e ha chiesto se sono la scrittrice della collina, ho detto sì solo con il viso. Si è fermato un po', ha fissato le mie mani ferme su un quaderno grande e bianco poi è andato via. Non mi andava di conoscerlo, non volevo che domandasse il mio nome o se ero sola per cena. Fanno tutti così, e non ha significato. Non hanno letto i miei libri, e se l'hanno fatto ricordano solo le parti erotiche buone per eccitarli, oppure quattro o cinque frasi in cui si sono identificati per quella fetta di ognuno che si trova dappertutto. Non ho alzato la testa quando si è allontanato, non mi curavo di lui. Ero concentrata sul dolore che bruciava dentro, quello della tua assenza. Ci sono giorni difficili, sai, e non so se per te sia la stessa cosa. E' difficile sapere che vai e ridi e parli e racconti, lavori sudando con le sopracciglia contratte. E non ti vengo in mente.
Che voce, la tua voce. Mi ha schiacciata e fatta volare, la prima volta che ti ho incontrato. La cerco nei video che esistono di te, la ripeto nella memoria perché la casa affacciata sulla baia non sia fredda. E l'ho sognata, la notte scorsa, quasi immaginassi l'arrivo del plico giallo toccato da tante mani che nascondeva la cassetta, e il foglio grande con la grafia appuntita, piena di spigoli.
"Amore mio,
perché la tua solitudine sia meno gelida. Perché tu sappia che non manco, è solo un periodo strano in un'esistenza strana. Perché il tuo sonno abbia la mia voce, ancora.
Ti amo".
Hai scritto così, hai riempito il foglio con poche sillabe che ho letto decine di volte prima di infilare la cassetta nel registratore sulla tua scrivania. Mi tremavano le mani, quando ho premuto il tasto seduta sulla poltrona dove mi racconti le storie che mi incantano.
- Ciao, amore.
Ho sentito questo, poi la confusione e le altre voci e i corpi, stretti intorno a te per soffocarti. Soffocarmi.
Amore. Vorrei che ritornassi. Le onde nere sbattono colpi sulla spiaggia, non riescono a calmarmi. Osservo l'acqua torbida, provo e riempirmi della pace che dicevi avrei trovato qui, ogni sera, pensando a te. I sassi piccoli pungono le caviglie e le gambe stese avanti, uno scialle di lana che non hai mai visto copre quasi tutto il mio corpo grosso.
Grosso di te, e saturo del sale di questi spruzzi di prima sera. Non lo vedi, il mio corpo. Ed è un peccato. Perché vorrei che sapessi, ora. Che il figlio che volevi è qui, e ti aspetta.
Se qualcuno ci insegnasse da piccoli a scampare un pericolo senza doverci passare attraverso guadagneremmo vita, salute, serenità. Eviteremmo senz'altro le nevrosi tipiche degli adulti, quelle che ci fanno essere magri o grassi o molli e chiazzati di rosso sul viso. Insomma, ci vorrebbero gli strumenti. Il cervello nasce già con tutti i neuroni a posto, le connessioni esistono e si possono sfruttare: perché non immagazzinarci dentro la verità, invece delle favole della buona notte e del delirio su Babbo Natale che scende dal camino?
Mi illudevo che l'esistenza fosse una quieta passeggiata su un lago dorato, quando ero bambina. Nel grande giardino dei nonni, con la mia sorellina più grande e il cane giallo che mi seguiva ovunque, correvo e saltavo giù dall'altalena senza badare alle ginocchia sbucciate e ai capelli che dopo pochi minuti perdevano la forma dei codini ai lati della testa. Mi divertivo, cantavo carole natalizie anche a maggio e aspettavo la sera per coprirmi di lenzuola pulite imbevute del profumo buono del detersivo con i granuli azzurri da infilare nella vaschetta della lavatrice.
Giocavo, moltissimo. Avevo due bambole di pezza che truccavo e la nonna lavava, un peluche informe che avevo chiamato Miele (era stato un orso, in origine, ma qualche volta mi svegliavo con il desiderio di stringere tra le braccia un ramarro, un elefante, una cimice, un porcospino, allora immaginavo che Miele fosse tutti quegli animali insieme, tagliavo il suo pelo raso e tentavo di plasmarlo perché non assomigliasse a un orso ma a un'entità senza forma definitiva, capace di deliziarmi con identità differenti), e una corda per saltare: ero scattante e magra, saltavo per ore da sola oppure con le amiche che venivano a trovarmi, o con mia sorella che amava, come me, stare fuori al sole e cantare le carole di Natale. Ci mettevamo a un capo e all'altro della corda, la facevamo girare e "saltavamo dentro" torcendo il braccio, riuscivamo ad andare avanti duecento, trecento, quattrocento salti senza sbagliare, poi crollavamo sul dondolo del nonno in attesa del pane con il burro e lo zucchero. E con la marmellata di castagne, che a me piaceva moltissimo per il sapore di vaniglia che si scioglieva sulla lingua. Non ho più mangiato la marmellata di castagne dal maggio 1986, il dieci di maggio, quando morì mio nonno, ma questa è un'altra storia e non mi va di raccontarla. Il tradimento maggiore della mia vita fu la morte di mio nonno, che non avrebbe dovuto arrendersi alla malattia: avevo deciso che fosse eterno, non ascoltarmi fu il suo unico e irrimediabile errore.
Comunque. Anche all'asilo ero capace di trascorrere ore nel divertimento più spensierato senza pormi il problema di crescere. C'erano gli amici che ritrovavo la mattina e portavo dietro nella testa per qualche ora quando uscivo, poi sparivano nel sonno della notte, popolato di cartoni animati che vedevo fino a metà (mi stanco sempre davanti alla televisione, mi viene sonno, mi lascio andare e dormo oppure mi alzo e faccio dieci, cento altre cose) e completavo con la fantasia, c'erano le suore simpatiche che probabilmente avevano noi come unica ragione di vita. Infatti una di loro si suicidò, qualche anno dopo, ma anche questa è un'altra storia, e anche questa non voglio raccontare: l'idea di una suora placida e amorevole che vola giù da un palazzo troppo alto per la resistenza del suo fragile corpo mi fa orrore, ho deciso che non esiste. All'asilo osservavo le bambine più grandi di me e vedevo i loro vestiti, ne invidiavo gli stivali a metà gamba oppure le gonne scozzesi rosse con le pieghe. Mi sentivo diversa da loro, non sapevo perché. Erano pettinate con i capelli lisci sulle spalle e sapevano cose che ero certa di ignorare: non capivo cosa sapessero, ma ero sicura che fosse così. Erano arrivate più avanti, la sapevano lunga e io no. E il motivo mi sfuggiva. Parlavano fluide e raccontavano delle domeniche con altri amici lontani dall'asilo, dei genitori e di case che non avrei mai visto. Mostravano piccole fotografie in bianco e nero di cani e gatti e spiagge e nonni giovani con i costumi ampi e un pallone a spicchi in mano. Mi lanciavano occhiate sopra le spalle, oblique, quando mi avvicinavo per parlare, poi sussuravano che ero quella che giocava sempre con i maschi e si allontanavano di un passo, lasciandomi lì a rimuginare. Per pochi minuti. Finché ritornavo a correre e a rubare loro l'altalena con la complicità di Dante, Giorgio, Paolo, Giuliano. Oppure di mia sorella che, nonostante fosse più grande di me, era all'ultimo anno dell'asilo e poteva dirsi mia alleata.
L'asilo mi piaceva, mi ci divertivo sul serio, ma era nel grande giardino dei nonni che trovavo la mia casa. C'era una tartaruga immersa nell'arba verde e piccola, fresca di goccioline di rugiada, e un cespuglio di bottoni d'oro che pioveva sul sentiero e mi permetteva di nascondermi con un libro illustrato nella tasca del grembiule: il nonno mi cercava là quando trascorrevano le ore e non si aveva notizia di me, spostava con le mani le fronde verdi e gialle, si chinava e sorridendo arrivava nel mio nascondiglio fresco con la luce del sole che entrava a spicchi, si sedeva accanto a me e mi faceva leggere ad alta voce. Incrociava le gambe con un po' di fatica e mi accarezzava il viso, poi ascoltava e ascoltava e ascoltava. E io credevo che non sarebbe mai andato via. Credevo anche che il cespuglio fosse pronto ad accogliermi per tutta la vita, lo immaginavo uguale e grande e accogliente, con quella luce dorata così speciale che non ho mai ritrovato. Sognavo che, sotto le frasche verdi con i pon pon gialli e il sole a spicchi e lame, avrei riscoperto, fermo ad attendermi, il sorriso di mio nonno, la mano morbida e salda sul mio viso e l'ascolto paziente, con le poche parole tenere e rassicuranti a riempirmi le orecchie. Di ritorno da un viaggio, qualche tempo fa, ho camminato sul sentiero e chinato la schiena, ho tentato di infilarmi nel cespuglio: sono scappata dopo qualche istante da un pertugio piccolo, freddo e vuoto di poesia.
Insomma, sto divagando e non va bene. Parlavo, all'inizio, di strumenti che dovremmo avere nell'infanzia. Per capire e proteggerci, per giudicare prima di essere giudicati. Per evitare gli errori che, nell'adolescenza e in quella che chiamano età adulta, risultano fatali. Fatali perché dolorosi, fatali perché spaccano l'anima, fatali perché una parte di te cade e non si rialza più. Pensavo questa mattina, mentre facevo la spesa per la settimana e mi trascinavo in ufficio, che ho evitato per un pelo la storia più noiosa e sbagliata della mia vita, e lo capisco soltanto adesso. In realtà, se sono onesta del tutto, ammetto che non l'ho proprio evitata: ci sono entrata dentro con la testa, le mani, i piedi e e scarpe, l'ho mangiata e bevuta e ci ho perso il cervello, mi sono raccontata bugie che agli amici apparivano invenzioni deliranti, però il destino benigno mi ha fatto il regalo di farla finire. E il dolore feroce mi ha riportato alla vita, ha messo la penna tra le mie dita finalmente libere e, da qualche tempo, è evaporato nel mio stesso stupore. Ho dovuto abituarmi all'idea di non amare più, di non trovare dentro di me la nostalgia, l'amore, la gelosia. Non ci sono, ed è inutile cercarli. Prendo aria pulita e finalmente fresca nei polmoni, tocco mani che mi desiderano e regalano piacere al mio corpo, condivido pensieri e passione con chi finalmente sta nel mondo che volevo. E ho dovuto accettare che ho costruito una montagna colta, profonda e capace di stare dietro alla mia testa dove esisteva solo una collina di normalissima mediocrità. Bella, tranquilla, perbene forse, ma non per me. Come vorrei scoprire un nucleo di rabbia, ancora una polvere di furore: significherebbe che non ho frainteso proprio tutto. Lo prenderei come il segno che la circonvoluzioni complesse del mio cervello hanno trattenuto uno stimolo piccolo, una scintilla di emozione. Invece no, ed è questo che colpisce. Niente è rimasto, ed è la prima volta che succede. Ho vomitato fuori in quattro o cinque sms la frustrazione per comportamenti al di sotto della soglia minima dell'educazione, mi sono guardata le mani e ho sentito il vuoto. Vuoto. Ancora vuoto.
Che peccato, dovremmo imparare da bambini a evitare le illusioni. Perché se dal dolore si può uscire più forti e liberi e sereni, dalla scoperta che niente è rimasto è difficile rialzarsi in due passi. E' come fissare una cornice vuota dove per anni si è immaginato il quadro più prezioso del mondo. Non c'è, semplicemente. Ma quel non esserci indica l'errore, costringe a dire: "Mi sono sbagliata".
Mi sono sbagliata. Ho vinto oggi e credevo di avere perso, da giorni rifletto su questa rinascita dalle ceneri di una delusione. DE-LU-SIO-NE. Dovremmo avere gli strumenti, dovrebbero darceli quando siamo bambini. Perché di amore si può vivere e morire, ma di delusione no, proprio no.
Certo. Diventare burrasca. Sciogliersi nel vento che piega gli alberi e strappa, striglia, mastica le foglie ancora verdi e sposta le auto al centro della strada. Mi piacciono le burrasche, anche se trovarsi nel mezzo della ribellione assoluta del cielo e del mare, delle rocce di montagne pronte a rotolare a valle, di tronchi d'albero che si inclinano senza certezze scoperchia la patina di controllo che serve a ridurre al silenzio i miei tormenti. La burrasca non ha controllo, recide gli ormeggi e porta via. Mi sono sempre immaginata con le mani strette, i muscoli tesi a disegnare il profilo sulla pelle e le unghie conficcate in una porta di legno, svolazzante nell'uragano, decisa a non lasciarmi trascinare via. Comunque. A Milano sembra che il vento celebri la mia vita nuova con una burrasca imprevista. Mentre scrivo, sollevo una carta buddhista (ne ho un mazzo sulla scrivania), e leggo:
"Tutti gli esseri tremano di fronte alla violenza
Tutti hanno paura della morte
Tutti amano la vita"
Tutti. Dice così. Violenza e burrasca, ancora. E morte e vita.
Una manciata di ore tra domenica e oggi. Sono uscita con due borse nelle mani e il divertimento segreto di quattro parole in croce sputate in messaggi email a muovere il sorriso, ho camminato rifiutando mezzi protettivi e veloci. E, passo dopo passo, ho raggiunto il solito tavolo tra le solite mura nella solita invidia fatta crepuscolo. E scrivo. Ma no, non scrivo. Sono.
Il violino che ho ascoltato sciogliendomi di emozione a Pisa, le parole che erano musica e rabbia e passione, la stanchezza di notti insonni emotive pesanti dense e stridenti hanno ricostruito l'anima sgretolata, ma solo per un po', dalla mancanza d'acqua. Dall'arsura di stanze pettegole e vuote, sostituite da altre dense di scrittura e volti finalmente simili ai miei. E le mani, anche, il sorriso di Marco nelle pieghe dell'incontro con i lettori, i discorsi scambiati nei corridoi stretti tra i libri. E' stata una ricostruzione strana, con sorprese stupende e la constatazione di avere perso una parte di me, la peggiore, la più inutile.
I minuti perfetti tolgono polvere agli angoli che hanno ospitato cadaveri decomposti da tempo.
Non ho obiettivi con questo lento scivolare delle dita sulla tastiera, ho solo sensazioni che vorrei tradurre perché si potessero condividere. Sento le foglie, immagino i rami piegarsi e sfiorare la finestra. Ho una valigia aperta che aspetta che butti dentro qualcosa, il gatto che gioca e copre lo schermo del computer, un colloquio con un editore che mi dondola in testa. Ho ore nuove, che forse mesi fa non avrei voluto, ferma in un'illusione di amore e bellezza che è bastato un attimo a sgretolare: sono ore che adesso diventano tutto, e odorano di libertà. Quella vera. Come abbia potuto rinunciare al vuoto terrificante della libertà, come mi sia incatenata a un dipinto che niente aveva di reale è stupore, quando mi permetto di pensarci.
Insomma. Non posso trascinare oltre cristalli istantanei di emozioni, di evidenza che forse solo una fotografia sfocata e buia potrebbe mostrare. Vento. E burrasca. Uscirò di nuovo, un racconto erotico da scrivere e il manoscritto in tasca per non perdere le gocce della storia che preme.
Sono stanco,
molto stanco. Ho camminato nelle strade deserte in pieno vento, sfiorato gli
alberi con la punta delle dita per accorgermi di essere vivo, mi sono spostato
al passaggio di due o tre automobili lanciate al massimo nella notte che sa di
sabato, di vino e birra e droga. Poi mi sono fermato.
Il filo d’acqua
che immagino in fondo al letto del piccolo fiume che sfiora le terme fa poco
rumore, lo sento appena. Sento alla mie spalle, senza vederlo, l’albergo massiccio, asburgico,
lussuoso dove tempo fa mi nascondevo con lei. Ora dormo solo, ho preso una
suite diversa dalla solita e me la faccio andare bene; supero il corridoio
lungo con le tende bianche tirate in alto e le orchidee carnee rosa scuro,
entro e infilo la tessera bianca nella fessura per la luce, mi trascino al
letto e faccio finta di non ricordare. Perché, in effetti, non c’è molto da
ricordare: la felicità ha il potere evanescente dell’illusione, sparisce in
fretta e si trasforma in malinconia. O dolore, se le cose sono andate proprio
male. E a noi sono andate male.
Insomma. Cammino
in questo borgo schiacciato nella campagna poco distante dalla città, osservo
nell’oscurità il profilo delle colonne delle terme e friggo i miei neuroni in
un’impassibile abulia. Non ho più voglia, non ho più mente. Parcheggiavo sulla
via, quando arrivavo per cenare e dormire con lei: dalla finestra della suite
potevo vedere la mia macchina, e sapevo che lei buttava il suo sguardo
innamorato su di me quando ripartivo. Oppure mi aspettava ansiosa e felice,
profumata di creme e di essenze, e già eccitata. Aveva la faccia nei vetri, lo
sapevo, e fingevo di non notarla. Arrivavo con un battito del cuore in più,
ostentavo indifferenza e mi lasciavo andare. Le sue mani mi davano piacere, le
parole e i baci una fastidiosa tenerezza. Dormivo, dopo l’amore. Dormivo e mi
risvegliavo con lei avvinghiata, il volto disteso in un sorriso.
Ma niente, è
inutile pensarci. C’è vento, un temporale in lontananza forse arriverà anche
qui. Non so perché perdo ancora tempo con la melanconia dei ricordi, è un
esercizio sterile che non ho mai voluto. Ci siamo allontanati, non siamo più
lei e io uno per l’altra o uno contro l’altra. Non siamo più, e basta. E l’ho
voluto io. Sono stato io a interrompere e stracciare, e l’ho fatto con la
convinzione che fosse la cosa giusta. Silvia è troppo vivace, giovane,
aggressiva. Non avrei mai avuto pace, con lei. E ciò che voglio adesso è la
pace, solo quella.
Non so perché ho
deciso di ritornare qui, avevo saputo (sentito, immaginato) che non sarei più
ritornato in quell’albergo grande pieno di noi, con le cene all’ultimo piano e
i camerieri lenti e il tiramisù alla menta che scombinava l’equilibrio
alimentare. Poi la coincidenza, il caso, la sfortuna, e ho dovuto ripiegare
nello sfarzo di queste terme nascoste al margine della città in mancanza di un’altra
sistemazione possibile. Mi sono trovato nell’aria immobile, silenziosa, nel
vento che soffia più qui che altrove perché siamo in una valle, nei corridoi
che risuonano di passi fino alle porte bianche, solide, lavorate con stile, che
immergono nelle suite enormi con il soffitto verde chiaro. Mi hanno chiesto,
come sempre, la taglia per l’accappatoio e le pantofole, l’ho ripetuta
meccanicamente e ho pensato alle pantofole che aveva portato a casa
sua, per me. Le ho usate spesso, insieme all’accappatoio bianco a nido d’ape e
al phon che aveva comprato solo perché lo usassi io. E la televisione piccola
nella camera da letto, la collezione dei film che mi ha mostrato orgogliosa
perché potessi sentirmi a casa. I miei film. Li ho lasciati là, insieme ai
regali che le ho promesso e dimenticato e all’orzo per la colazione che aveva
imparato a prepararmi.
Che stronzo.
Cammino al freddo e penso a niente. Perché è niente, questo. Quando decidi e
passi oltre devi staccare la spina e rifiutare ogni riflessione superflua. Non
so perché mi sia scattato il vezzo debole del pensiero, questa notte. E non
provo emozione, nonostante tutto. Sono vuoto, lontano, non ritornerei da lei e
neanche andrei avanti. Non farei altro che camminare nel vento silenzioso e
sibilante, in questo paese piccolo che non ha altro che strade e un mercatino,
un fiume e viali di alberi dove pochi passeggiano. Quanti sogni ha messo lei,
in questi viali. Quanto mi ha amato. Ecco, cedo al sentimentalismo e il cuore
non salta. Dico l’ovvio, che mi ha amato. E ora non so dove sia, non so
nemmeno con chi, perché così deve essere. Le orchidee rosa scuro non hanno
odore, ho notato. E la suite è quieta e stilla silenzio.
Starò bene qui,
per una sola notte. Senza il fastidio del ricordo. Non ne ho bisogno. Perché
sono stanco, molto stanco. E non serve raccontarlo al vento.
Ma cosa vuoi che sia. Un giro di tango o valzer non fa differenza, è quello che significa il vero problema. Hai ballato e ti ho visto, la stringevi e non la lasciavi fiatare, gli occhi piantati nelle sue pupille e il respiro, giurerei, strozzato dalla voglia di spingerla nell'angolo per sentire se portava le mutandine.
Perché ti guardo, sai, anche se non lo noti. Credi di essere l'unico depositario dello "sguardo", la capacità di penetrare l'aria, bucarla per raggiungermi oltre la cortina dell'immaginazione, della distanza, della diffidenza che mettiamo (tutti) nelle relazioni d'amore. Amore. Sesso, vorrai dire. No, l'ho detto io. Amore e sesso, tra noi sono la stessa cosa. Insomma, ti vedo. Non costringermi a divagare. La notte scorsa siamo usciti dal ristorante e hai detto: "Ti porto a ballare", hai guardato le mie scarpe con i tacchi un po' dubbioso e ti ho rassicurato.
- Ce la farò.
Ho detto, e hai riso. Perché sapevi che avrei resistito un paio di danze, poi le avrei buttate di lato, incurante della forma e dell'eleganza, continuando a stringerti a piedi nudi.
Perché mi piace stringerti, sento i muscoli giovani e tesi, ricordo il tuo corpo nudo nel letto che va avanti ore dentro di me inventando posizioni che non sospettavo, i tuoi gemiti che mi perdono e mi incollano a te anche quando vorrei scappare o ritornare indietro. Ti stringo e sudi, ma sudi leggero. Mi piace. Hai la stessa patina molle e friabile che lecco sulla tua pelle fuori dalla vasca da bagno, il preludio dei nostri amplessi più riusciti. La vasca da bagno, il sapone, la spugna e tutto il resto. Quando mi prendi e mi guidi nel tango (guidi? Non so, lo fai?) la tua camicia pulitissima, i pantaloni perfetti, il triangolo del petto che riesco a intravedere rinascono di luce e di quel sudore sottile. E non riesco a fermarmi, la mente ti ricorda dentro di me ancora, ancora, ancora. Te lo chiedo, poi, di andare a casa e fare l'amore. E ridi.
- Possibile che tu abbia sempre voglia?
Ma lo fai, mi prendi la mano e cerchi la chiave di casa mia o casa tua, attraversiamo Ponte Vecchio oppure un altro ponte che sai (li confondo spesso) e non arriviamo alla porta d'ingresso. Ci dobbiamo fermare, perché anche a te viene voglia di baciarmi e non ti fermi, non ti fermi più. Ma ieri notte la stringevi. Non credere che il delirio di passione che mi prende quando penso al tuo corpo mi distragga da ieri notte. L'hai presa, hai tirato il suo corpo verso il tuo e l'hai guardata. Come guardi le altre credendo che a me sfugga, quelle stronze che ti lanciano addosso manoscritti e numeri di telefono e si fanno trovare sotto le tue finestre e quando mi vedono dicono: "Opssss", con aria fintamente colpevole. Come quella là, la rossa, che ti ha messo il reggiseno nel taschino, oppure la nordica che ha scoperto il tuo indirizzo e ti spedisce i romanzi che dovresti valutare. Il tuo computer è finito nel canale per colpa sua. E ieri notte, insomma, stringevi la donna esile e giovanissima che avevi invitato a ballare e la spogliavi con i denti. Sono sicura che l'hai desiderata, potevo indovinare la tensione del tuo sesso senza guardare la cerniera dei tuoi pantaloni incollata al suo bacino. L'hai mangiata, divorata, dilaniata, le hai vomitato dentro la tua voglia e il tuo sperma nel tempo mellifluo e complice di un tango sensuale. E prendeva tutto, strofinava i capezzoli e ogni tanto controllava il mi sguardo, si compiaceva della rabbia dissimulata e della voglia di strapparvi gli occhi per calpestarli sotto i tacchi neri delle scarpe nere di una città nera.
Hai fatto l'amore con me, dopo. Mi hai tenuta sveglia fino alle cinque sul divano davanti alle finestre, le dita nei capelli a tirarmeli e i colpi estenuanti intrisi di voce e denti e labbra e pelle. La tua. E pensavo, ogni tanto, quando riuscivo a respirare nell'apnea dello stupore che ogni volta mi prende. Pensavo che immaginassi lei, il corpo giovane che avevi tenuto stretto nel tango, lei che forse ti ha infilato in mano il numero di telefono e la rivedrai, credo. Infedele come me, saggio perché bugiardo.
La incontrerai e le dirai:
- Per favore, taci. Non a lei. E' la mia compagna.
So che lo fai. Me l'ha detto qualcuno.
Mi chiami, adesso. Leggero e roco dal letto che finalmente è diventato nostro.
Vengo da te. Ma la stringevi, stanotte. La stringevi, ti ho visto.
Lo dice e guarda fuori dalla finestra, nudo. E' in piedi, le sue spalle lisce e abbronzate hanno ancora i segni delle dita e delle unghie che lei gli ha conficcato addosso mentre gemeva e gli chiedeva di continuare, di spingere più in fondo per ricordarle di esistere.
- Solo? Quando?
- Quando ti telefonavo e capivo che pensavi ad altro.
- Non pensavo ad altro. Pensavo a te, che eri lontano. Ti raccontavo di me, ma avrei voluto che fossimo insieme, con la laguna sotto la finestra e la porta chiusa. Come adesso.
- Non ho sentito così. Mi sembrava che il dolore per quell'uomo ti avesse ripresa, ti allontanavi e parlavi, parlavi. Non vi capisco, vi scagliate l'una contro l'altro poi scoprite di volervi bene, ma non potete fare a meno di ferirvi. Che cazzo significa l'attacco di questa mattina? Perché? Ti lascio sola per un po' e perdi il controllo, diventi una tigre. Ma lascialo perdere! Non riesco ad afferrare, mi sembrate due animali selvatici. E quando prendi il via non ti fermi più, che cosa ti importa di lui ormai? Ti ha fatto tutto il male possibile.
- Siamo sempre stati così. Nessuno dei due sa tenere la bocca chiusa quando vogliamo ferirci, nessuno cede. Ma hai ragione, mi ha fatto tutto il male possibile.
- E facendone a lui, adesso, cosa risolvi?
La sente respirare, tace. La nebbia piccola della prima sera cade sull'acqua, una gondola attraversa il canale e fa il rumore solito del calare della notte.
- Ti sono mancato?
- Molto. Te l'ho detto.
- Anche tu. Non ho capito perché non sei venuta con me.
- Sai perché non sono venuta. Non potevo.
- Non volevi. Questione di scelte.
Il suo respiro, ancora. Arranca e si arrocchisce quando la imbarazza.
- Fumi troppo, lo sai?
- Lo dici sempre.
- Perché è vero.
- Colpa sua.
- No, colpa tua. Non è lui a fornirti le sigarette, casomai è il tuo amico di Roma.
- Ma va. Fumo quando scrivo, e quando mi innervosisco.
- Cioé sempre. Sei sempre nervosa, fumi sempre. Tranne quando facciamo l'amore e dormi con me, allora il nervosismo ti passa. Potresti vivere respirando l'odore della laguna dimenticando le sigarette, quando ti accarezzo. Dovresti restare qui e scrivere, hai tutto quello che vuoi. Hai me.
- Lo so. Ci sto pensando.
- Pensa più in fretta. E smetti di fumare.
- Che stress, smetto quando voglio.
- Mi sei mancata, amore.
Ha nel naso l'odore della sua carne. Hanno aperto la porta a fatica, già stretti e semisvestiti, la donna del secondo piano li ha sicuramente sentiti passare ansimanti e ha spiato dall'uscio, gelosa e arrabbiata: lo vorrebbe per sé, non è mai riuscita a convincerlo a infilarsi nel suo letto e da quando Clara è comparsa in casa sua le attenzioni sono diventate competizione palese. "Questo è per stasera, immagino che lei non sappia cucinare"; gli piazza in mano pentole calde e insinua che non sia felice con Clara, finge di non sapere che anche la sua compagna precedente, quella andata via da poco, fosse un'inetta totale in cucina, e a lui non importava.
- Mi hai tradita?
- No, mai. Non ho bisogno di tradirti, non mi viene in mente. Tu?
Non aspetta la risposta. Non arriverà. Dovrebbe già sapere. Clara ha una paura fottuta di abbandonarsi, il dolore feroce che Silvio le ha provocato le ha aperto ferite che difficilmente rimargineranno del tutto. Ha altri due uomini, anche se con loro si limita a lunghe scopate che conclude buttandoli fuori di casa. E telefonando a lui. Ha bisogno di lavarsi l'anima e raccontare; la ascolta e reprime il desiderio di urlare, capisce il dolore oltre l'affronto, oltre il bisogno disperato di fare male a un uomo, qualsiasi uomo. Lui. Non li ama, ne è sicuro, come è sicuro che invece si sia innamorata di lui, ma non abbia voglia di ammetterlo.Il suo cervello è bloccato, irrigidito indietro, sull'orrore di un abbandono effettivamente crudele e sui brividi freddi della fiducia tradita. Per questo la perdona, anche se non crede che riuscità a farlo ancora a lungo: dovranno discutere, e lei dovrà decidere, prima o poi. Non può più sopportare il sospetto dello sperma dei due vecchi dentro di lei, l'odore delle loro carezze lascive.
- Cosa vuoi dire, vuoi sapere se sono state con gli altri?
- Sì.
Stupido. Non sa perché ha detto sì, in realtà vorrebbe vivere nell'assenza di consapevolezza. Non vuole sapere che esistano "gli altri", i due uomini vecchi che se la portano in giro (o è lei a portarsi in giro loro?) ed entrano dove anche lui entra, dove ama entrare più di quanto abbia mai amato fare qualsiasi cosa.
- Sono stata con Tommaso.
- E certo.
- Certo cosa?
- Niente.
- Dai, dillo.
- Lo sai. E' impazzito per te. Lo detesto, bavoso porco bastardo.
- Non è come dici. E' un uomo simpatico e allegro, si diverte. Niente altro.
- Mi fa schifo pensare che faccia le nostre cose, le stesse cose, insieme a te.
- Non potrebbero mai essere le stesse cose.
- Figurati. E' pronto a infilarsi nel tuo letto ogni volta che me ne vado, scommetto che ha anche la chiave di casa tua.
- Nessuno ha le mie chiavi di casa. Solo tu.
- Non sei soddisfatta con me?
La sente ridere. Una barca con il motore al minimo passa sotto le finestre, la segue finché sparisce nella deviazione a gomito del canale.
- Il sesso con te è assoluto, indimenticabile.
- Allora?
Si muove. Il fruscio delle coperte, poi i passi dei piedi nudi sul pavimento. Le mani gli circondano il petto, il volto si appoggia alla schiena; sa di fresco e di sesso, come sempre. E sa anche di sapone: ha voluto che la lavasse nella vasca da bagno prima di entrare in lei, si è fatta strofinare con la spugna e massaggiare la schiena. Il pensiero lo eccita, il sesso si inturgidisce di nuovo.
- Sai che in questo periodo va così. Non posso pensare a un legame, non ce la faccio. E' andata troppo male, prima.
- Doveva andare male per forza, con quel coglione. Ti sei fatta un film sulla sua correttezza e sulla solidità del suo carattere, hai visto cosa è successo. Impazzito, addirittura la tinta castana sui capelli. Ti ha fatto vedere solo una parte di se stesso, quella che gli conveniva mostrare mentre aveva bisogno di te, poi ha rivelato l'altra. Hai amato uno che si fa dominare da una donna e dimentica affetto e gratitudine, secondo me.
- Taci, non voglio ricordare.
- Sei tu a pensarci troppo spesso. E non merita.
- Ma non hai detto che lo incontrerai?
- Certo, perché l'hai amato così tanto, quindi qualcosa di vero nella tua fantasia sull'uomo geniale e seducente deve esistere. Non riesco a credere che una donna come te abbia preso un abbaglio assoluto, forse l'hai valutato bene quando lo amavi e allora vale la pena di conoscerlo. Anche se di recente qualche dubbio mi è venuto, si comporta da ricco spocchioso e ignorante. Sono un uomo normalissimo, non ho i suoi soldi, ma non vorrei mai diventare come lui. Hai detto che dentro ha tanta bellezza, bene. Lo vedrò solo se si comporterà da uomo con te, se contribuirà a farti sentire meglio. Ha sbagliato, non c'è nuovo amore che tenga. Deve essere uomo.
- Non lo sarà. Non è più la persona che ho conosciuto, non è più un uomo.
- Vedremo. Aspetto e giudicherò tra un po' di tempo.
Spinge indietro le mani, sente i suoi fianchi pieni.
- Perché sei tanto gelosa di quella scrittrice che mi manda i manoscritti?
- Perché è una troia.
- No, perché mi ami. Solo che non ti va di ammetterlo. Vuoi essere la mia compagna, ma sei testarda e orgogliosa. Ti ho vista in questi mesi. Ti fa comodo restare attaccata a un ricordo, per orgoglio, per paura oppure perché non hai voglia di impegnarti.
- Impegnarmi? In cosa?
Ride.
- Appunto. Ecco la dimostrazione.
La sua mano piccola scende sull'addome, poi all'inguine.
- Mmmm, cosa succede qui?
- Mi eccita ripensare a prima, alla vasca da bagno.
- Possiamo ritornarci.
- No. Adesso voglio la finestra.
- Qui?
- Sì. Mettiti davanti a me.
L'ha detto senza crederci, preso dall'istinto del momento e dalle sue dita che giocano con il sesso, togliendo i pensieri. Clara obbedisce, cammina, scivola davanti a lui, si china e si appoggia al davanzale.
- Così?
Vorrebbe ridere e piangere insieme. E' una bambina, per compiacerlo farebbe qualsiasi cosa. Tranne essere fedele. Probabilmente era così anche con l'altro, con l'uomo che non l'ha meritata: la immagina piegarsi, ridere e piangere a comando, presa da artigli con le unghie mezze mangiate e i peli grigi sui polsi. Ed era fedele, a lui, credeva che meritasse la fedeltà. Per questo sanguina ancora così tanto, per questo non riesce ad afferrarla senza provocarle una crisi di panico che deve sfogare in viaggio, da sola.
- Dai, lo voglio.
La sua voce bassa e sottile lo distrae. Si avvicina, il sesso la cerca.
- Dovremo parlare degli altri uomini, a me non sta bene che...
La sua mano lo prende, lo tira. Sente l'ingresso, l'apertura calda di lei troppo vicina, non può continuare.
A volte il dolore deve tacere. Me lo dice un amico il cui nome non importa, adesso. Importa a me e non a voi, intendo. Dice, questo amico dalla voce che sussurra pacata e rende le ore brillanti di serenità, che il grumo denso del dolore può scavare buchi nell'anima oppure costruire rifugi: i buchi non sempre si riparano, ma possono essere meno oscuri se si apre la bocca e si fa uscire la voce, oppure si stringono le dita a pugno per colpire qualsiasi volto, oggetto, vetro arrivi davanti agli occhi. Non è così con i rifugi, costruzioni di legno grezzo solide e protettive che non lasciano filtrare aria, nascoste nei boschi e circondate da animali mansueti e sorridenti: se il dolore li costruisce è meglio lasciare che accada, e mettersi a dormire nel soppalco caldo con le finestre appena socchiuse aspettando che faccia meno male. Tacendo a tutti il male che si sente, non cercando aiuto o spiegazioni.
Mi succede spesso di ascoltare quell'amico, nei giorni intrisi di luce e gioia, e dolore segreto. Mi succede quando non voglio accettare ciò che sta capitando. Mi siedo, rilasso i muscoli contratti, abbandono in un angolo i pensieri e lascio che parli. Lo fa con un sorriso e molti baci leggeri sul mio viso immobile: racconta di sè e del passato, prevede il futuro come una fattucchiera calva, si agita al margine del divano per suscitare qualche risata non prevista. E dice. Dice che quando si ama è sempre possibile recuperare un senso, basta che si voglia davvero. Dice che il passato è nella mente di amante e amato, e se le fondamenta sono buone non saranno i temporali a tirare giù il castello. Dice, soprattutto, che le grida sguaiate di rabbia, i pugni lanciati a fendere l'assenza non sono altro che dolore. E dolore. E dolore.
- Piano, fai piano. Una parola per volta, te la racconto io la verità che vuoi. La accetterai insieme a me, sarà facile. Ma non fermarti, non chiederti perché. E' successo e basta, e per la tua vita è molto meglio così. Piano, fai piano. Non ti ho mai vista soffrire così: è la tua bellezza che ti si rivolta contro, la passionalità che resiste a ciò che invece va guardato fisso e archiviato in un cassetto. Sfogala qui, ci sono io, e lasciala indietro.
Sussurra mentre mi prende tra le braccia e mi fa dimenticare chi sono. Con la punta della lingua beve le poche lacrime che il muro di cemento in fondo alla mia gola lascia passare, con le mani cerca il mio piacere e il suo, piano oppure con forza, in silenzio oppure con mille gemiti che mi perdono. E parla, dopo. Ancora.
- Ciò che non capisco è il motivo, sai, il motivo che ha spinto i suoi gesti. E' il modo, che ferisce me perché ha distrutto te. Ma deve esserci, quel motivo che non vediamo, e se diamo per scontato che esista possiamo accettarlo. Il resto, tutto il resto, sai, si accetta di conseguenza. Basta capire che l'amore sa trasformarsi, e il dolore evapora come un profumo leggero che dopo un attimo sai di avere sentito ma non hai più nel naso.
Forse è vero. Le sue mani hanno raccolto i pezzi del mio corpo, della mia anima, quando nemmeno io sapevo più metterli insieme: li ha riuniti nel palmo, guardati con amore, e ha provato a costruire una persona diversa. Ha riso, con quella voce pacata che sembra arrivare da un giardino di ortensie fiorite, ha scherzato sulla mia forza e sulla caparbietà che manda avanti i miei passi. Ha visto la follia, il nucleo imponderabile ed eterno di me, la noia che soffoca i respiri nei giorni in cui vorrei scappare, e la paura, anche, quella paura che abita l'infanzia e credevo di avere sciolto tra le braccia solide di chi mi ha abbandonato.
- Non ti rendi conto, non lo vedi. Sei fuoco e acqua insieme, una valanga che si stacca e trascina a valle, poi schizza di nuovo sulla sommità del monte, pronta a ricominciare. Sei veramente un animale, lo sai. Faccio fatica io, come avrebbe potuto reggerti lui?
Ha detto con i denti che battevano un tic tac ironico e mordevano le labbra, togliendomi i vestiti. Ha sussurrato parole d'amore eterne e volatili al mio orecchio così vicino alla sua bellissima bocca sottile, al corpo ferito e irrequieto preso dal suo.
- Passa e se ne va. Lo sai, anche il dolore se ne va. Lo vedi? Si allontana.
L'ha ripetuto nelle notti di sciabordio dell'acqua sotto le finestre, nel telefono gracchiante dei suoi viaggi in mille angoli di mondo, nelle lettere con la grafia minuta che lascia nella mia borsa quando me ne vado.
- Chissà se ritornerai.
E non ci crede, lo capisco dallo sguardo. Sa che mi vedrà ritornare. Deve solo aprire la mano e darmi l'illusione della fuga, lasciare che i piedi camminino ore e ore nelle città diverse che scelgo per il mio non esserci. Prepara la mia valigia e la riempie di fogli, penne blu accatastate in astucci di gomma, libri comprati a mercatini che solo lui conosce; mi accompagna alla stazione e, qualche volta, sale sullo stesso treno per scendere alla stazione successiva. Perché il distacco non faccia male. Ride con me, spesso.
- Come si fa a lasciarti? I tuoi umori durano un'ora al massimo, poi sei il sole di cui ho bisogno. Che stupido l'uomo che ti ha fatto male, che sciocco e miope groviglio di dolore.
Dolore. Lo chiama così. Chiama dolore l'uomo che non ha mai visto. Scuote la testa quando ci sono novità, quando lo cerco per dirgli che qualcosa (non) è accaduto.
- Stupido, stupido uomo. E anche tu, che te la prendi per il niente e strappi la serenità in nome di una rabbia che non esiste. Sciocchi, tutti e due.
Sussurra, oppure mi difende, lascia andare discorsi di lealtà e rispetto, sputa su gesti da ricco che non condivide e su assenze ignobili che non ho meritato. Ma ride ancora, dopo. E cerca il mio corpo e lo riempie di sè, lavando la mia memoria e restituendo la vita a un presente che non saprei (vorrei) cambiare.
- Perché mi ami, sai, come ti amo io. Devi solo abbandonare l'abitudine a un'idea. Devi lasciare che l'ultimo pezzo piccolo del dolore che senti sfoghi la sua rabbia nel silenzio, lontano dai suggerimenti delle amiche e dalla voce inutile di chi ha scelto un'altra strada. Non ti serve più, l'uomo-dolore è superfluo e dannoso, e non saprebbe stare dietro alla donna feroce, mutevole, profonda e intrigante che ha contribuito a risvegliare. E' scappato perché sapeva, ha visto la creatura che lui stesso ha creato e l'ha temuta, ha cercato una donna che gli fosse ombra e non luce perché è di questo che ha sempre vissuto. Ma perdonalo, ora, perché l'amore che vedo nei suoi occhi dipinti da te non può morire per i latrati da cani randagi che vi buttate addosso agli angoli di strada. Perdona chi hai amato, perdona chi ami ancora di un amore diverso. E taci.
Taci, dolore. E' questo che vuole il mio amico. E' questo che l'anima dilaniata ma sana urla alle pareti spoglie della stanza dove scrivo. Taci. E la marea sciolta e vecchia di un pensiero che non serve si esaurisce in qualche altra onda, perché così è scritto. Perché l'abitudine è più lunga di un amore già morto.
Il dolore deve tacere. Lo dice il mio amico. Lo dice l'amore nuovo di un corpo che è l'unico che voglio conoscere.
Rallento. Ho visto nascere il sole dietro la collina in fondo, al di là del lago. Lo scriverò sul mio diario, un insieme slegato e vario di fogli con gli appunti che mi vengono e non so come sistemare: ci sono frasi, mezzi discorsi che inizio e lascio sospesi, disegni che solo io potrei capire. Lo scriverò, credo, perché questa luce merita. Di solito non mi fa impressione vedere l'alba, stanca come sono. Ma la notte scorsa ho dormito bene, mi sono finalmente riposata dopo i turni massacranti della settimana scorsa, e per uno strano miracolo che accade raramente ho gli occhi aperti e collegati con il cervello. Quindi ho visto l'uscita lenta della luce ghiacciata, rossa, a spaccare il nero della notte, e il chiarore tenue poi sfacciato poi scialbo del giorno mi ha aggredita. Dovreste guardare anche voi, se non foste ibernati nella consuetudine nel sonno o, i più fortunati, nel risveglio eccitante di un po' di sesso mattutino. Dovreste bere estasiati, in silenzio, le gocce di giorno che compaiono, irradiate intorno da un grumo di fuoco violento e offensivo messo proprio davanti a me, oltre il lago. Per avere la sensazione di vivere, una volta tanto.
Non ricordo bene cosa mi disse Valerio quell'altra mattina di alba, quella in cui mi teneva abbracciata e sfiorava l'acqua del lago con il piede nudo striato di freddo. Ma qualcosa deve avere detto, qualcosa di speciale intendo, perché nella mia mente le ore con lui sono rimaste impresse e non se ne vanno più. Strano, dimentico facilmente i contenuti e trattengo le impressioni, modifico gli eventi perché mi facciano bene oppure male e li ricreo, li torturo finché diventano altro. Insomma. Valerio e l'alba, un binomio che salta fuori adesso mentre guido lenta sulla litoranea e non ho voci intorno.
Ho i piedi gonfi. La doccia fredda non ha migliorato la situazione. Ieri sono rimasta in piedi a lungo, con l'americano che chiacchierava e chiacchierava e tentava di convincermi che il mio lago sia il più bello di tutti. Annuivo, avevo male alla schiena, la sua voce mi intontiva come una musica da meditazione, la musica che mi entra nelle orecchie quando massaggio le ospiti dell'albergo, talmente noiosa da non amarla più. La noia ammazza l'amore anche quando si tratta di musica, vero? L'americano parlava e parlava, avrei voluto nascondermi nel ripostiglio dove teniamo le creme e l'olio da massaggio, ma temevo che arrivasse il medico e cercasse di toccarmi i seni. Ci prova, e ci riesce, ogni volta che mi vede sola. Noia anche quella, perché non ha senso. Gli uomini fanno spesso cose senza senso, chissà se lo sanno, chissà se si rendono conto che per semplificare complicano tutto. Come l'uomo in viaggio, l'amante della cliente rotondetta di Milano. Pare sia partito per l'Australia insieme ai figli e non si faccia sentire da venti o trenta giorni: dico io, che significato ha tacere quando basterebbe dirle "Non mi vai più a genio?". Almeno così credo io, perché è ovvio che a quell'uomo la mia cliente simpatica non va più a genio, ed è un peccato perché la trovo intrigante e più colta di tutte le altre, dovrebbe essere contento di tenersela vicina.
Che alba, è perfetta. Se non avessi perso tempo a infilarmi la divisa pulita, rigida perché l'ho stirata con mezzo occhio mentre guardavo la televisione, avrei potuto sedermi sulla riva del lago e aspettare. Mi piace aspettare. Avrei visto il buio, poi, una luce quasi immaginaria, un sogno di luce nascere dietro la collina. Avrei sorriso dentro (inutile sorridere anche fuori), e arricciato le palpebre per distinguere la realtà dal sogno, e seguito i movimenti impercettibili delle particelle d'aria sempre più rosse, più rosa, poi gialle e bianche. Avrei visto la forma tremula del sole allargarsi da un punto piccolo fino a una pancia schiacciata, rivolta in su, e un mezzo disco un po' più netto, poi, poi, poi. Il sole. Ecco, il sole. Come è banale, il sole, è sempre uguale eppure lo cerchiamo sempre. Lo usiamo nelle parole, nelle metafore d'amore: "Lui è il mio sole". Come se qualcuno potesse davvero diventare il sole o la luna di qualcun altro, come se l'amore desse garanzie e luce e calore oltre il limite minimo dell'euforia.
- Come sei cinica.
Ho immaginato la voce di Valerio. Dice che sono cinica perché penso che l'amore sia un vapore poco più costante di quello di una pentola di acqua con il fuoco sotto. Invece sa che ho ragione, ma non gli va di ammetterlo. L'amore è parola, l'amore è sesso, l'amore è una cosa bella da immaginare quando si sentono i nervi tesi e fibrillanti nell'attesa di qualcuno, ma non è molto più di questo. Un'emozione, forse. Tutto lì. Se mi lasciassi rapire dall'alba che vedo nascere oltre il lago, sopra la collina, potrei perdere la fantasia dentro il fascino di istanti che non sono altro che dettagli di vita, frammenti minimi piccoli come spilli che bucano la pelle e lasciano un vuoto difficile da riempire. Ma va. Ho dormito grosso, la notte scorsa, finalmente il letto era largo e vuoto. Ero sola. E mi veniva da ridere. Perché Valerio al telefono ha detto, qualche giorno fa:
- Se mi chiedi di fare sesso con te devo dirti no.
Che presunzione. Che ridicola, eterna e triste presunzione. Il sesso è tanto facile da trovare, è lo scambio più intimo e disponibile tra due persone: se lo volessi adesso, su questa strada deserta e addormentata che scivola rotonda e dritta verso l'albergo dove lavoro, potrei telefonare a Dario, oppure a Luciano, o anche a Giuseppe. Si precipiterebbero qui, abbandonerebbero il letto caldo con le mogli o le compagne intabarrate nella camicia da notte con le pieghe, e arriverebbero al loro meglio. Cioé eccitati e duri. E mi divertirei, sicura che ognuno avrebbe pronto un repertorio di mani e lingua e altro per strapparmi gemiti sudati. No, non dovrei aspettare Valerio per il sesso che rende i miei occhi brillanti e il corpo tonico. Ma è inutile dirglielo, lo lascio navigare nell'illusione di avermi scavato un buco nel cuore: gli piace tanto pensarlo. Gli piace dire a se stesso che è andato via e se volesse ritornare potrebbe farlo, e sarei sulla soglia a lanciargli fiori e ghirlande sulla testa, unta di unguenti profumati, e trepida.
Ma dai. Come se non sapessi, se non avessi visto. Gli uomini come Valerio vanno a mode: ieri c'ero io, oggi c'è un'altra che non faccio la fatica di immaginare, domani ci sarà una donna ancora diversa. Amesso che prima o poi non cada anche lui, come tutti, nell'uragano dell'illusione, si sposi e si penta pochi giorni dopo. E non sappia più come cavarsela.
L'amore non esiste, vorrei dirlo alla luce che ormai riflette sul parabrezza e tra pochi minuti mi scalderà le spalle quando lascerò l'automobile nel parcheggio ed entrerò in albergo, pronta a massaggiare corpi ricchi e sfaccendati. Non esiste, ed è meglio così. Sai che noia se il gioco di prendere e lasciare, partire e ritornare fosse vero, se ci fosse un granello di polpa nella vasta distesa di aria vuota che ci raccontiamo per rendere la vita più colorata.
L'amore. Che bugia stupenda. La lascio ad altri. Adesso ho da lavorare.
Il portale "Rosso Scarlatto" ha pubblicato il mio racconto erotico "Cosa fanno le tue mani".
"- Ma cosa fanno le tue mani? E' la domanda che ho in testa, mentre ti fisso immobile e annuisco educata alle tue parole. Da qualche minuto parli e sorridi, racconti viaggi e aneddoti curiosi e ogni tanto lanci sguardi al parco, metri più sotto. Ci siamo incontrati eleganti, in un luogo pieno di gente, ci siamo stretti la mano e ci siamo dati del lei.
- Pensi che l'ultima volta che sono stato a Napoli..."
Ha teso la mano per riprendermi, il sudore sulla pelle mi ha aiutata a scivolare via e avvicinarmi alla finestra. Ho spostato le tende con la mano mentre lui sbuffava e si tirava addosso le lenzuola.
- Che lunatica. Non ti piace restare ferma, dopo l'amore?
L'amore. Sorrido, ma non mi vede. Mi piace che abbia usato la parola amore, suona meglio del sesso che abbiamo preparato con le parole per settimane, in un gioco sottile di allusioni a fiori e viaggi esotici con ninfe e fiori di loto. Mi piace che sappia cosa fare e quando e non mostri esitazioni, sono pochi gli uomini così. Sono pochi con me, almeno. Perché quello che lui non sa, una delle tante, tantissime cose che non gli ho detto, è che gioco spesso ma concretizzo poco: mi annoiano le sensualità forzate, quelle a mezzo, quelle che capisci subito che andranno verso un divertimento con la testa da un'altra parte. E lui la mia testa ce l'ha tutta, chissà perché. Non l'ho capito mai, ma dal principio la sua voce, poi il volto e il sorriso, poi ancora i modi estroversi e languidi di chi sa come trattare le donne, hanno scavato un posto speciale nella mia attenzione. E l'hanno messo là, come un animale esotico da osservare prima di distendere le dita per toccarlo.
Non parlo di amore, e se lo faccio il senso è lo stesso che ha appena dato lui. Il gioco delle menti che prelude alla lotta furiosa e lieve dei corpi sudati, un massaggio lento con unguenti dal profumo delicato. Tendo alla noia, faccio cadere miti da piedistalli apparentemente indistruttibili. E non arrivo a lasciarmi sfiorare. La forza debole e indistruttibile, la firma che straborda quando lascio andare la mano sui fogli bianchi con l'inchiostro blu chiedono un polso saldo per incuriosirmi. Anche questo lui non sa, e lascio che sia così. Lascio che pensi a incontri soliti e facili amplessi, perché non mi interessa rettificare. Capirà se deve, altrimenti porterà nei sogni un'amicizia erotica con qualche simpatia.
- Bella, questa casa.
Ha detto così. E l'ha guardata, come se fosse sua. Non ha chiesto permesso, non ha fatto i passi piccoli e timidi che detesto. Ha fatto domande e ascoltato le risposte, ha riso molto, come piace a me. Poi si è tolto la giacca, e il resto sta nelle lenzuola fresche che adesso odorano di noi.
- Si sente rumore, di notte?
Sì, si sente rumore. A volte. Ho solo annuito, accarezzata dal suo restare fermo nel letto senza scappare, presente anche se affacciata a guardare una via che conosco e però appare con una luce nuova. Come tutta la casa, del resto, questa casa che temevo di abbandonare perché densa di ricordi che non volevo più.
- Ho letto le tue cose.
La voce libera un gorgoglio gutturale di soddisfazione. Sono se scrivo, sono se mi leggi. Non lo dico, ma penso a quanta passione metta nelle parole infilate una dietro l'altra, quante bugie e quanta verità, quanto desiderio e quante negazioni. E rido. Da tempo ho perso la voglia di dire che questo è vero e questo invece no, lascio che sia. E liberi tutti.
Un alito di vento arriva chissà da dove, sbatte sulla mia schiena e raffredda il sudore. Ho un brivido, e lui lo vede.
- Perché non vieni qui. Starai più calda.
La voce, ancora. Diversa da prima. Ha abbassato il tono e infilato senso nelle sillabe tirate fuori per eccitarmi.
- E' troppo breve.
- Cosa, è troppo breve?
- Questa pausa. E' troppo breve per un racconto.
Ride.
- Te l'ho già detto. Lascia che alcuni aspetti della storia escano dal racconto e si facciano realtà.
Siede a un tavolo piccolo d'angolo, è vestita di rosso; i tacchi altissimi poggiano obliqui sul pavimento di marmo dell'albergo di lusso. E piange.
Scendo le scale che dal ristorante portano al bar, ho in mano il telefono e un libro blu con i racconti di Hemingway: il fruscio dei miei pantaloni neri, la giacca crema che mi ha tenuta fresca al congresso e ora toglierò salendo in camera scivolano sul mio corpo e allentano i pensieri. Perché ne ho bisogno, di allentarli, nelle ore che seguono riflessioni che non avrei voluto. Sui ricordi, sulla fine ingloriosa della stima per un uomo che ho amato, su come cambino gli scenari quando il sipario cala troppo in fretta. Sulla delusione, che è la nemesi delle donne come me: se qualcuno mi delude è come se il mondo si fermasse e crollasse a pezzi in un buco oscuro da cui non c'è ritorno. Insomma, scendo e la vedo. E mi accorgo che piange.
Esiste un pianto particolare che solo le donne conoscono: è piccolo e profondo, leggero come una foglia che si è staccata dal ramo ma non riesce a toccare terra. Un pianto che ha dentro stupidità e delusione, e fa male oltre la logica. E' un pianto che qualunque donna sa riconoscere a istinto, e non c'è bisogno di chiedere, non sono necessarie domande retoriche che provocherebbero altro dolore. Butto uno sguardo rapido al suo vestito costoso, alla linea perfetta della gambe e del seno e al trucco che non si scioglie nonostante le lacrime; osservo le mani curate e la pedicure fatta al massimo ieri. E so che aspettava un uomo. E so che l'uomo non è arrivato.
E' un film già visto. L'appuntamento proposto a mezza voce, l'albergo di lusso con un indirizzo discreto, una telefonata tardiva oppure, quando va bene e male insieme, un regalo piazzato davanti al letto e mimetizzato da un mazzo di rose. E il bigliettino: "Perdonami, ma proprio non posso".
Cammino lenta fino al bancone del bar, per un caffé. La sento singhiozzare dignitosa e discreta, credo di toccare i suoi pensieri. Perché sono stata anche io così, ho mandato in gola gli stessi sussulti increduli. Ho scacciato, come sta facendo lei nel silenzio di un bar ricco dove siamo le uniche clienti, l'idea che no, non si può piangere per un uomo. Mi appoggio con le braccia e chiedo il caffé al barista che finge di niente; mi sorride e me lo porta, poi sparisce dietro una parete. Afferro la tazzina, la porto al viso e respiro l'odore caldissimo che sto per buttare in bocca. Vorrei girarmi, raggiungere la donna che piange da sola e dirle qualcosa. Vorrei dirle le stesse cose che altre hanno detto a me, facendomi arrabbiare ma avendo ragione quando l'amore è andato via. "Tra un po' di tempo ricorderai a stento". "In realtà hai vinto un terno al lotto, lascialo andare. C'è di meglio". "Se un uomo ti tratta così non vale la pena". Sarebbe tutto vero, adesso lo so. Invece resto ferma. Mi viene in mente il mio sentiero tortuoso e fresco nel bosco, e il respiro nuovo che da un po' riempie i polmoni. E so che non potrei aiutarla. Il suo dolore, che condivido forte e denso e urticante come se fosse mio, deve spaccarle il cuore e sputare sangue finché non capirà da sola. Deve arrivare, lei che sa vestirsi e truccarsi e mettersi bella per l'amante che non merita, ad ascoltare la sua voce e provare noia. Perché accadrà, potrei scriverlo su uno dei fogli piccoli del barista su questo bancone: accadrà che dimentichi e passi oltre, e si stupisca di sè per il desiderio lacerante della passione con l'uomo che l'ha lasciata.
Il libro blu con i racconti di Hemingway urta la mia mano. Lo guardo e vorrei portarlo a lei. Forse, se leggesse un passo a caso perderebbe la coscienza del momento, come succede a me; riuscirei a darle una mano senza abusare di frasi ovvie. Ma sto ferma, ancora, perché la mia medicina può non essere la sua. La ascolto piangere sicura che non riuscirà a indovinare ciò che sto pensando.
Mi dite che scrivo cattiverie sull'amore. Quando l'ho vista alzarsi, pagare e uscire dall'albergo con uno sguardo al lungomare che, sono certa, odierà per tanto tempo, ho saputo che sarei salita in camera per parlare di lei. E del dolore inutile e volgare di un abbandono che non ha avuto dignità.
Ma sai che non capisco? Hai lasciato le chiavi nella porta e sei uscita senza dirmi dove andavi, le scale le hai fatte di corsa e probabilmente ti hanno sentita. Tutti. Anche quella del secondo piano, che mi scrive lettere lunghissime quando non ci sei perchè dice di amarmi. Mi ama per i libri che scrivo, mi ama perché sono un uomo buono: come abbia deciso che sia buono non si sa, forse per gli occhi oppure perché accarezzo sempre il suo cane isterico e riesco a calmarlo. Comunque. Sei volata giù di corsa, evaporata in un istante, come quella volta che hai preso tutto ciò che capitava nella mia (nostra?) camera da letto e hai aperto la finestra.
- Datti una mossa e raccatta.
Il tuo accento nordico, non milanese e neanche brianzolo, è riuscito a divertirmi anche mentre gettavi giù tutto, sfiorando per un pelo il lago con l'unica giacca che riesca ancora a portare e il manoscritto di quella scrittrice che si è presentata al mio ultimo spettacolo. E' stato quello, il manoscritto. Ti ha fatta arrabbiare, anche se non ti va di ammetterlo. Perché tu puoi avere tre o quattro o dieci amici (li chiami così, non approfondisco la terminologia), io invece posso solo lasciarti intuire ma mai entrare nel dettaglio. Le donne mi si buttano addosso, dici. E' vero, ma dopo un po' annoiano. L'unica che non l'abbia fatto sei stata tu, per questo mi hai colpito. Pensavi ad altro, l'ho capito dopo. Sono riuscito a venire in camera tua quado ormai avevo perso la speranza, pensavo che non ti fossi accorta dei tentativi di catturare la tua attenzione. Invece è andata bene, e qualche volta ancora mi chiedo perché. Sei come il mercurio che cade e si sfilaccia in migliaia di piccole biglie che rotolano impazzite, hai travolto la mia vita e me la stai restituendo a morsi.
Insomma, per ritornare indietro, al lancio dalla finestra delle mie povere cose, il tuo umore imprevedibile ha afferrato fogli e vestiti, il computer vecchio che non funzionava bene e lanciato. Non hai guardato se ci fossero persone perse di passione (questo angolo buio sotto la mia casa è adatto agli incontri notturni, ci divertiamo ad ascoltare i sospiri dei più disinibiti), ti sei messa un po' oltre la finestra e hai buttato di sotto. L'ultima cosa che hai preso è stata il manoscritto.
- E questa merda giù, nell'acqua.
Il mio cervello ha registrato la frase e ha capito che la scrittrice che mi aveva lasciato il suo romanzo chiedendomi di leggerlo e scrivendo l'indirizzo email con il rossetto era la causa di tutto.
- Detesto chi usa il rossetto rosso!
Hai detto, come se fosse una spiegazione sensata.
Mi importava poco, di quel manoscritto, e ancora meno del rossetto, potrei dire che li detestavo: erano la causa di tutto. Non ho fatto in tempo a vederli volare, ero già sulle scale per recuperare le mie cose, furibondo e divertito e con mille dubbi in testa. Sui gradini ho schivato la donna che mi ama e il suo piccolo cane rompiscatole, ho sentito il loro sguardo sulla nuca e il pensiero: "Questo si è rovinato, con una pazza così", ho accelerato al massimo per raccogliere la casa a pezzi che pioveva dal terzo piano e rischiava di galleggiare nell'odore di putrefazione. Mi sono chiesto chi mi abbia spinto a conquistare il tuo amore, cosa mi sia venuto in mente quella sera d'estate. Forse la passione durata una notte intera e ripetuta subito, qualche giorno dopo, forse la tua testa intrigante che mette insieme lucidità e follia. Non so. Mentre correvo e sentivo che ancora buttavi roba mia dalla finestra ti ho odiata. E amata come mai.
Come adesso. E non so dove sei. Hai sussurrato:
- Adesso che ci penso.
E te ne sei andata, lasciandomi fermo sul letto mezzo nudo con il ricordo delle tue mani ancora addosso.
- Adesso che pensi cosa?
Avrei potuto chiedertelo, se non ti fossi dileguata in un istante, con passi rapidi e forsennati sulle scale e l'eco della fuga nella strada stretta che porta alla piazza dei barcaioli.
Mi sono vestito e ho pensato di cercarti, ho fatto un passo fuori dalla porta e l'ho visto. Era sul pavimento, dimenticato da ieri sera quando siamo ritornati e ti ho spogliata e accompagnata nella vasca da bagno dove mi piace riempirti di schiuma e massaggiarti prima dell'amore. Era sul pavimento, il reggiseno di quella donna giovane e bionda che mi ha fermato dopo lo spettacolo e ha baciato il mio orecchio, strofinando i seni sul mio torace.
- Sei fantastico, ti lascio qualcosa perché pensi a me.
Si è sfilata il reggiseno e me l'ha dato, e l'ha fatto sotto i tuoi occhi gelidi e immobili. Hai seguito ogni gesto, hai visto il mio imbarazzo e ti sei girata dall'altra parte quando ho infilato in tasca il reggiseno e l'ho ringraziata. Durante il viaggio di ritorno non hai detto una parola, hai risposto a qualche sms con aria di sfida e finto di non sentire la mia mano che ti accarezzava. Poi a casa niente, ti ho baciata e ho detto che ti amo, ho tolto il tuo vestito e soffiato nei tuoi occhi. Poi siamo andati in bagno, per la schiuma e la vasca e tutto il resto. Credevo che, come me, ti fossi dimenticata della bionda e del suo reggiseno; l'ho buttato sul pavimento e pensato che avrei potuto regalarlo a qualcuno, non ci ho pensato più.
Invece l'hai visto, il reggiseno. Ti sei alzata questa mattina con lo sguardo felice e stanco che imparo a conoscere, hai fatto finta di preparare il caffé (fingi sempre di preparare qualcosa, in cucina, ma non ci riesci mai) e buttato lo sguardo sul pavimento. Ti sei fermata, con la mia camicia addosso e i pantaloni del pigiama presi dalla sedia.
- Adesso che ci penso.
Hai detto piano, e sei andata via.
Mi siedo alla scrivania e aspetto, ho deciso di non cercarti. Camminerai scalza vicina all'acqua per un po', poi ti verrà in mente che hai fame. Oppure che mi hai lasciato solo con la vicina del secondo piano, che mi ama e aspetta solo che tu te ne vada per chiedermi una tazza di zucchero e la lettura di due o tre righe del mio romanzo. Un romanzo a caso, basta che abbia la mia voce. Ritornerai con un sorriso, spettinata e sporca, mi chiederai di farti il bagno. E quando sarò dentro di te aprirai gli occhi e mi graffierai la schiena.
- Dillo, che sono unica. Lo voglio sentire.
Mi piace quando fai così. Mi è piaciuto sempre. Anche quando ho dovuto comprare un nuovo computer perché il vecchio era caduto dal terzo piano, e hai voluto che fosse di una certa marca perché la tastiera assomigliava alle mie dita.
Entro nel tuo corpo e non sfioro la tua anima, come nel manoscritto che abbiamo messo a posto insieme. Guardo i tuoi occhi e vedo tanti, e nessuno.
Sei uscita e hai lasciato le chiavi. Non lo capisco, ma so che ritornerai.
Cambiò canale, si alzò dal letto buttando di lato il lenzuolo bianco e caldo di lei. "Quanto mi fanno incazzare". Entrò in bagno con le lacrime televisive dello spot di una trasmissione che detestava.
- Sono tua madre.
Aveva detto commossa una donna, due lacrime forse sì e forse no sulle palpebre di cinquantenne. Una ragazza (sua figlia, se la definizione di figlia avesse avuto un senso) l'aveva guardata e aveva lasciato uscire la domanda:
- Perché adesso, dopo vent'anni?
Era lì che aveva cambiato canale. Perché la melodia melensa e falsa del video le aveva dato un pugno in mezzo agli occhi, e quella figlia seduta su un divano da ribalta le era entrata nel cervello.
Sedette sul bordo della vasca da bagno e aprì l'acqua: la guardò scendere e riempire timida il bianco del fondo della vasca, trasparente e senza consistenza nel primo velo che si sarebbe trasformato in un piccolo mare capace di accogliere il suo corpo appena uscito dal sonno breve e senza compagnia. Le parole, erano state quelle, oppure lo spettacolo di un dolore che avrebbe dovuto restare nascosto. Toccò la ferita nel profondo dei ricordi, non sapeva se fosse quella della ragazza nel video (chissà se la pagavano per essere là a piangere e mandare giù la rabbia estrema di un incontro che era stata capace di smettere di desiderare) o la propria, la ferita che aveva imparato a riconoscere e mascherare con altro. Con gli uomini cui chiedeva troppo respingendoli e attirandoli a fasi incomprensibili, con le amiche sempre un po' più vecchie di lei, con le compagne di viaggio che non sapeva trattenere se non con il fascino e l'amore del corpo e l'ansia di non restare intrappolata in catene che non sapeva gestire. Avrebbe voluto lavarla, quella ferita, e scoprire che si era chiusa.
L'acqua saliva e le prometteva il ristoro di un bagno pulito, sapone con il profumo leggero, freschezza prima di indossare un vestito serio per il viaggio piccolo verso un congresso che l'aspettava. Il suo umore era quello della mattina: qualcuno l'avrebbe definito "pessimo", sbagliando poco, altri avrebbero alzato le spalle con un sorriso, aspettando che mutasse verso il sole abbagliante che infondeva allegria. Era solare, la sua voce regalava serenità: aveva imparato queste cose nel tempo, ascoltando i commenti di chi l'aveva amata o anche solo di chi da lei aveva preso e a lei aveva dato, condividendo un pezzo di strada. Era il sole, quando voleva. Dietro il sole, però, c'era l'ombra freddissima che non sempre sapeva nascondere. E aveva a che fare con lo spot della televisione che non aveva fatto in tempo a zittire quella mattina.
Perché se il mondo fosse giusto bisognerebbe essere orfani oppure no: bianco-nero, un sistema binario comodo e semplice da capire e accettare, una classificazione tranquilla e a volte crudele che offra schemi di accettazione precostituiti. Si accetta la solitudine dell'essere orfani come si accetta la presenza temporanea (breve o lunga) dei genitori come un rifugio indicibile che costruisce certezza. Ma niente deve stare in mezzo, niente sfumature di grigio. Come quella della ragazza sul divano della televisione, le telecamere addosso e la decisione di un abbraccio o un rifiuto da prendere in cinque minuti. La ragazza mezza orfana che si era inventata la vita elemosinando attenzione e legandosi a sguardi che la catturavano.
"La sindrome dell'orfana", la definivano così. La conosceva bene, avrebbe potuto tenere seminari commoventi e retorici di fronte a un pubblico annoiato ma deciso a mostrarsi benevolo: poteva dire cosa fosse e come evolvesse, quali buchi scavasse nell'anima e quali altri riempisse con surrogati di amore. Certo sarebbe stata capace di strappare una lacrima, muovendo l'identificazione di tanti orfani veri convinti di condividere con lei la stessa tragedia. Invece. L'orfana, lei, avrebbe dovuto spiegare che una madre l'aveva. E nonostante anni di analisi non era ancora riuscita a pronunciare il suo nome. Non ci sarebbero state trasmissioni televisive sguaiate a stuprarla, per fortuna, e neanche corse affrante e salvifiche l'una nelle braccia dell'altra. Il tempo passava, piccole rughe diventavano evidenti ai lati degli occhi e gli uomini erano eventi totali nello scorrere dei giorni, destinati a perdersi nella sua fame di amore o nell'incapacità di ricevere: nessuno di loro sapeva, nessuno aveva saputo. Solo uno, che l'aveva cresciuta e la seguiva muto nella sequenza inevitabile di rincorse e cadute. Ma quell'uomo non le aveva chiesto parole: aveva indagato da solo, raccolto informazioni dove poteva e ricostruito la storia, mettendola in tasca perché lo aiutasse a non sbagliare oltre il limite di un DNA umano. Era meglio così. Perché offrire un racconto e mettersi nuda implicava ritornare a un passato sepolto, murato sotto cumuli fragili e eterni di cemento a presa lentissima e rapida che aveva usato per costruire se stessa.
Un'orfana a mezzo non è figlia. Lo è per il Municipio e gli occhi degli altri, lo è per i sensi di colpa quando di scopre di non perdonare. Lo è per la voce che non chiede come stai e non consiglia la via migliore da prendere. Lo è per i "non", qualche volta per i "devi". Ma l'amore, quello proprio non c'entra. L'orfana a mezzo annaspa a mani aperte e cerca l'amore che non ha avuto, sputa la rabbia all'improvviso contro le persone sbagliate; fa errori che prima o poi deve ammettere, guardandosi con indulgenza quando la maturità la raggiunge. E no no no no, non sa perdonare. Lo sapeva, ne aveva coscienza dagli anni della chiarezza e se la portava dietro negli alberghi dove dormiva, entrando e uscendo senza lasciare ricordi. Rise da sola, controllando con una mano la temperatura dell'acqua del bagno. Stava molto bene, era felice; gli alberghi e le case che abitava per tempi troppo brevi non la illudevano, le davano la solidità arida di pareti promiscue e pulite senza intrappolarle il respiro. Aveva lasciato indietro relazioni sbagliate (e anche qualche relazione giusta che aveva esaurito il proprio senso) e prendeva la gioia di doni improvvisi che forse erano il vero segreto. Aveva amici, interessi, passioni che la divoravano e riempivano vuoti. Aveva il sesso raro e perfetto di un uomo che sapeva sorridere. Aveva se stessa.
Però. La frase della ragazza in televisione era la goccia che non avrebbe dovuto lasciare cadere nella vasca da bagno quasi piena.
- Perché adesso, dopo vent'anni?
Ne capiva il senso, condivideva il tono disperato. Non aveva pietà per la donna di cinquant'anni seduta oltre il muro fittizio dello studio televisivo, la donna che non avrebbe dovuto ritornare.
Perché adesso? Perché ora, oppure mai?
Chiuse l'acqua e abbandonò sul pavimento la camicia da notte di seta. Alzò un piede per entrare nel mare piccolo e trasparente che l'avrebbe lavata. Meno male che puoi cambiare canale, meno male che non sempre devi spiegare. All'orfana a metà sia regalata la voglia di non dire.
Si va per tentativi. Come quando si incontra un uomo e scatta la scintilla (banalissima immagine che non so cambiare, chiedo venia ma salire quassù ha esaurito l'originalità): il fascino dell'incontro ti travolge, pensi e ripensi a ciò che è accaduto e aspetti di capire se esisterà un seguito. E vai per tentativi. Qualcosa lo farà arrabbiare, altro lo incuriosirà, altro ancora apparirà evanescente nella ragnatela di sorrisi ed errori che tutti fatalmente commettono. Nello specchio coagulato di una relazione che ancora non esiste e forse non esisterà mai, valuti cosa ti faccia sentire bene e cosa invece sia un elemento a sfavore, in un elenco con i "pro" e i "contro" allineati in ordine a destra e a sinistra, e una bella riga sotto per calcolare la somma algebrica. L'ho fatto molte volte, questo gioco dei pro e contro su un foglio bianco di taccuino, quasi mai ho dato retta al risultato: solo a quarant'anni ho imparato a diffidare dell'istinto e ripassato la matematica, con una dose di razionalità ripescata nelle tasche di un cappotto vecchio.
Ma non è di uomini che voglio parlare. I tentativi sono legati ad altro. Ho trovato questa casa nuda e bianca per caso, in una passeggiata pomeridiana senza pensieri di rilievo: esistono ore apparentemente vuote, sono quelle in cui pensi che niente sia destinato a cambiare e ti rassegni a mandare un piede dietro l'altro con una quiete un po' irreale che domina la testa. Camminavo a guardavo in giro, per togliermi dagli occhi le parole nere su fondo bianco del computer. E ho visto questa casa. Per la verità, ho visto per prima la salita impossibile coperta di arbusti selvaggi cui nessuno mette mano da tempo: non vedevo il sentiero, e da qualche parte in fondo alla gola saliva la voglia di trovare un varco per avvicinarmi sfidando il caldo impossibile di un luglio atipico.
Ho visto il verde appallottolato, avvinghiato dei cespugli e ho immaginato un bambino nascosto tra i rovi, incurante delle punture piccole sulle gambe e pronto a gettarsi fuori urlando per spaventare la donna in tuta da ginnastica con i capelli corti e spettinati. Ho fatto girare gli occhi tra il verde e il nero, e i piccoli spazi bianchi dell'intreccio che ostruiva il passaggio: me lo sono proprio costruito, il bambino nascosto e pronto a saltare fuori, volevo che ci fosse e non capivo perché. Forse perché mi sono sempre stati simpatici i bambini discoli e irriverenti, come sono stati i miei fratelli quando correvano in giardino e rubavano i fiori dei vicini per dimostrare di essere coraggiosi. Sono andata un po' avanti nel silenzio dell'aria mossa appena da una brezza insoddisfacente, tanto convinta di vederlo schizzare in alto con una smorfia che la pelle si è increspata e, lo potrei giurare, le pupille si sono ridotte e due puntini neri. Ero pronta alla fuga, e al successivo ghigno ironico del bambino alle mie spalle. Speravo che si divertisse e raccontasse agli amici di avermi messa in fuga, fiero di sè.
Ma niente, non ho visto anima viva. Nè bambini nè grandi, e neanche animali. Peccato, ho pensato mentre infilavo il piede nella sterpaglia e decidevo di provare a raggiungere la cima. Il sentiero era invisibile, ho tracciato una strada plausibie verso la porta della casa bianca e deserta e l'avventura ha preso forma senza più pensieri. Su e su e su, ho mangiato sudore e caldo e mi sono maledetta più volte sentendo la maglia appiccicata alla schiena e i pantaloni stretti sulle gambe, impacciate di caldo e assenza di allenamento. Non ho mollato fino alla casa, il respiro affannoso a farmi vergognare per il suono animale nelle orecchie: sono arrivata in alto, ho toccato il muro (era fresco, come lo aspettavo: niente come queste vecchie case regge bene il sole a picco) e cercato di aprire la porta.
Il peso del mio corpo buttato sul legno scuro della porta è stato un contraccolpo violento che mi ha spostata di almeno un metro: non ha ceduto, mi ha rimbalzata brutalmente come un'amante non più desiderata oppure un ladro che non avesse calcolato la stazza dell'avversario. Indietro, e l'equilibrio quasi perso. Cadevo, ho capito, perché quella porta non mi voleva lasciare entrare. E' solida e chiusa, serrata senza remissione.
La scintilla (come con l'uomo ipotetico dell'inizio del mio breve racconto) è scattata lì, quando la porta non ha ceduto. Non ha neanche immaginato di cedere. Dimenticando gli insegnamenti di anni di analisi e decine di errori, ho sentito nascere la sfida e in un tempo infinitesimale ho saputo che avrei vinto. E' la mia nemesi, sapete: meno è facile il confronto più energia metto nel duello. E un duello con una porta centenaria chiusa come si deve è tosto, non c'è bisogno che ve lo dica. Tutto ciò che è tosto mi irretisce, riempie il mio cervello e intontisce la ragione.
Sono scesa di corsa, saltando i rovi e ritrovando la forza di quando avevo sedici anni e gareggiavo sulle piste senza provare stanchezza: il sentiero che non c'era si è aperto sotto i miei piedi, non più attenti a schivare le spine e incuranti dell'atavico timore dei serpenti. Giù, a capofitto, quasi fosse questione di minuti. Sono andata di corsa nell'appartamento da cui ho avuto lo sfratto esecutivo (a quanto pare si vende tutto e si trasforma in una residenza ricca, mi hanno detto) e chiamato persone che non c'entravano niente, persone che potevano sapere, persone abituate a me. E alla fine ho vinto, almeno un po': ho saputo di chi fosse la casa e perché fosse vuota, e una voce di uomo scaltro mi ha perfino detto che avrei potuto visitarla se fossi stata interessata all'acquisto.
Eccomi qui, adesso. Si va per tentativi, come vi ho detto prima. Ho la chiave in mano e tento di aprire la porta. La serratura deve essere arrugginita e forse, a pensarci bene, se comprassi questa casa avrei molte difficoltà a trasportare quassù qualsiasi cosa o invitare amici. Avrei pensieri orrendi per me stessa, costretta sulla cima di una collina di rovi senza bambini che si nascondono per farmi scherzi da accapponare la pelle e senza il sollievo di vicini anonimi sui quali proiettare le fantasie della noia. Eppure la mano trema, e l'unica cosa che conta è che la porta si apra. Voglio sentire l'odore della muffa e il corri corri dei topi, voglio avere la certezza che nessuno entra qui da mesi, anni, perché nessuno è riuscito prima di me ad andare oltre. Sono ostinata, dice qualcuno; stupida, dico io. Ma non importa. E' una sfida, amici, e potrò metterci ore ma farò girare questa chiave.
Le mani spingono e tirano, il sudore mi scivola addosso insieme a un caldo liquefatto che stento a riconoscere; davanti agli occhi ho la nebbia leggera e opaca della disidratazione, della corsa forsennata per arrivare a questo legno scuro e saldo che non vuole farmi entrare. Ricordi di altre sfide, altri colpi duri sul torace per incassare e reagire, incassare e reagire. Perché ho sempre dovuto lottare per ottenere qualcosa, niente è stato gratis. Come questa porta.
La porta ottusa e serrata si aprirà. E avrò vinto. Questo solo conta.
Gli occhi, ha notato quelli. Deviano rapidi a destra, verso i suoi seni, poi ritornano in fretta sui fogli bianchi coperti di grafici che tiene in mano, picchiettandoli ogni tanto sul bordo del tavolino beige della prima classe. E’ salito con lei, si è seduto e ha visto tutto: libro, computer, taccuino, giornali. E scollatura: ha affondato gli occhi nella piega morbida e alta dei seni senza nascondere l’interesse, poi ha alzato lo sguardo e le ha sorriso. - Buongiorno.
Gli ha risposto con un sorriso, e per fare posto al suo caricabatteria ha inclinato il computer. In modo che vedesse cosa c’era sullo schermo. E l’uomo alto sui sessanta, con la barba sale e pepe e la giacca di un vestito grigio su una camicia azzurra, non ha mancato di rispettare le attese: fingendo di badare ad altro ha puntato le iridi nere e fosche sullo schermo, e le ha lasciate scorrere su immagini e parole...
Qualcuno lo chiama colpo d'ala, è un modo di dire che mi piace ma raramente uso. Forse per l'abitudine a creare le parole da sola stracciando la retorica, forse perché l'ala deve ancora crescere del tutto. Comunque, il colpo d'ala è ciò che manca a questo pomeriggio infermo di afa e tempo che sgocciola dall'orologio.
Abito in una campagna che non vi susciterà espressioni di giubilo: pochi la conoscono e non rappresenta il miraggio degli intellettuali che si concentrano su un libro da scrivere oppure dei divi del cinema stranieri nel delicato passaggio dell'età in cui il mento diventa doppio e l'occhio spermatico si trasforma in colla. La mia campagna è povera e puzza di vacca, di sterco lasciato cadere da animali distratti che ancora riescono ad andare al pascolo e fieno tirato su con il rastrello da contadini ingobbiti con la camicia di flanella a scacchi rossi e neri. Il sole batte obliquo sull'erba secca e bruciata di un'estate che non ci appartiene: siamo al Nord, troppo per il caldo di questa stagione, anche se qualcuno ha detto che ci dovremo abituare. Questa mattina sono uscita presto per andare al paese e cercare i giornali: come al solito ho incontrato Pio con il suo cane. Ha tirato su le falde del cappello per controllare che fossi proprio io e mormorato un saluto senza grazia, tre dita agitate vicino alla fronte per essere amichevole; ha detto che non è più tempo per il lavoro che ha ereditato da suo nonno, ha fatto bene a mandare il figlio a studiare nella città dove non gli sembra più lo stesso ("me l'hanno cambiato e non mi sono accorto, meglio per lui perché qui altrimenti moriva di fame e fatica") ma almeno glielo tirano su come si deve. "Cosa se ne fa di un padre contadino? Mi viene a trovare ogni tanto ma si vede che non gli piace". Gli ho chiesto se smetterà di fare così caldo, non ne posso più di stare seduta a scrivere con il sudore che mi cola addosso e rovina le magliette con gli aloni sotto le ascelle che puzzano dopo neanche mezza giornata. Ha allargato le braccia e detto: "Chissà", poi ha tirato avanti e fischiato al cane. Perché le chiacchiere sono uno spreco di tempo, e non c'è tempo che si possa perdere su questi pascoli lisci appena inclinati in su fino alle colline dell'ombrellino.
L'ombrellino. Voi non sapete, è giusto spiegare. L'ombrellino è un gruppo di alberi che sta accanto a una cascina, poco lontano dalla casa dove vivo. Un produttore ci viveva, in quella cascina, l'aveva trasformata in una villa con la faccia di pietra e gli spazi tra i sassi scavati con lo scalpellino a mano, e aveva deciso che la nostra terra sarebbe diventata come l'Umbria, come la Toscana: ricchi vestiti da poveri ma con tante firme sui cartellini nascosti dentro gli abiti avrebbero popolato le cascine rimesse a posto e disinfettate a dovere, senza più l'odore delle galline e del minestrone che sta su tutto il giorno. Ma non ce l'ha fatta, poveraccio: sarà stato il cambiamento d'aria, sarà stata la noia ma è ripartito dopo tre mesi scarsi, ha convinto i figli a fare qualche festa il sabato sera nella cascina tanto per non pensare di avere buttato via i soldi poi ha venduto a un farmacista del paese. Sottocosto, roba da fame, dicono, anche se secondo me è il farmacista a mettere in giro la voce perché non gli va di ammettere di essersi fatto ricco con le nostre medicine da ordinare in città.
"Ah, che meraviglia. Bere le uova fresche e il latte appena munto, beata te". Il mio editore ripete sempre le stesse cose. Arriva con la macchina nera station wagon, lascia andare il labrador per fargli fare una corsa e si siede sotto il pergolato: non si capisce come mai, quando arriva ha sempre un paio di pantaloni di velluto a coste e una camicia bianca aperta sul petto, come se fosse in gita con i figli in una baita di montagna; comunque mi ripete questa cosa delle uova fresche e del latte appena munto, e non pensa che qui i contadini certe cose te le vendono, mica sono lì pronti a regalartele. Non mi è mai venuto in mente di entrare in cascina e chiedere un uovo, oppure un mestolo di latte appena munto: mi fanno schifo freschi, se ho fame apro il frigorifero oppure prendo la bicicletta e vado al mercato del giovedì dove al bancone della frutta mi chiamano "la scrittora" e mi offrono sempre una mela rossa. Ma devo stare lì almeno venti minuti e inventare storie, altrimenti niente mela e qualche parola storta detta dietro. Sono suscettibili, qui, appena mostri che hai fretta credono che ti stia dando arie e non ti sorridono più. Per quanto sia possibile sorridere in questa campagna del Nord dove tutti hanno altro da fare. "Allora, cosa scrive la scrittora?", dicono così e aspettano che racconti. Sono rimasti impressionati da un servizio della televisione: sono arrivati camioncini bianchi pieni di gente e macchine e telecamere, mi hanno ripresa in casa, hanno voluto che passeggiassi con una gonna verde e una maglia che non era mia raccontando che l'atmosfera della campagna è il segreto dei miei libri. Contenti loro, a me sembrava più interessante parlare d'altro ma le logiche televisive le conoscono loro; il mio editore con i pantaloni di velluto a coste era contento quindi non c'era niente da dire.
Che caldo. Un bambino piange da qualche parte, deve essere il nipote della Maria che non sta mai zitto quando ha fame e li fa stare in piedi tutti a turno per farsi coccolare. Ha una voce da neonato, credo che non la cambierà mai: sono mesi che va avanti, il tic tac dei tasti del mio computer va al ritmo del suo pianto eterno, non so cosa farei se un giorno lo vedessi uscire con i pantaloni lunghi per andare a scuola. Ormai mi sono abituata.
Ma manca il colpo d'ala. Non so perché, oggi il romanzo non funziona. I due parlano e parlano e si sono perdonati: niente rabbia niente stimolo per il paragrafo, e per il sesso ci vorrebbe che Sergio fosse venuto a trovarmi questa settimana. E' proprio bravo a farmi venire in mente il sesso. Invece niente. Ha da fare, dice, e la fantasia dopo un po' mi passa. Insomma, credo sia meglio alzarsi e accendere la radio. Il bambino continuerà a piangere e io preparerò la cena. L'ala deve ancora crescere, e per il colpo aspetterò domani.
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