- Ci vorrebbe un caffé.
Dice, sdraiato sull'amaca che dondola a destra e sinistra, un giornale aperto sul petto con le pagine che cadono molli sull'erba bagnata. Lo guarda, abbozza un sorriso. Ha appena finito il bicchiere di whisky e l'ha lasciato andare nell'erba, aprendo le dita, senza preoccuparsi di romperlo.
- Perché un caffé?
- Non so, mi va di bere qualcosa di forte ma non alcolico. Il caffé è perfetto.
- Va bene.
Si alza e mette la penna sul tavolo basso, la guarda rotolare finchè si ferma senza cadere. Due o tre passi fino alla cucina e il rumore della macchinetta, le mani afferrano le bustine rosse di zucchero e cercano un cucchiaino. Ritorna indietro e osserva l'oscillazione del liquido nella tazzina trasparente. L'aria è quasi ferma, lui lascia andare qualche grazie con accento francese. Le bacia le labbra e pizzica un seno, pigro. Beve succhiando la tazzina, poi la fa cadere nell'erba.
- Non dovrei essere qui.
- Lo so. Ma ci sei.
- Sto bene con te.
- Stai bene nel giardino sull'amaca.
- Spiritosa.
- Quando riparti?
- Non so. Domani, credo. Vorrei restare. Deciderò questa notte, oppure all'alba. Forse rimango due o tre giorni nascosto, con te.
- Va bene.
Afferra di nuovo la penna e traccia qualche segno sul taccuino nero aperto sulle ultime cose che ha scritto. Non ha molta ispirazione, ma i ghirigori sulle pagine sono meglio che restare ferma e pensare a cose inutili. Ha imparato che i pensieri vanno tenuti fermi, il più delle volte, perché non sanno dove andare e infilano anfratti vuoti e si avvitano, si attorcigliano su se stessi e fanno male.
- Cosa scrivi?Le piace sentire la erre francese, le piace quando nel telefono urla per farsi sentire da qualche zona del mondo che lei non ha mai visto.
- Non so, qualcosa.
- Che entusiasmo! Sei piena di iniziativa oggi.
- E' la statua.
Tace. E anche lui. Pensano alla statua nella stanza più alta della casa, quell'insieme di cera bianco crema con un braccio alzato e una gamba flessa, spostata un po' avanti.
- Perché l'hai fatta?
- Ero sola, volevo mettermi da qualche parte.
- E ti sei messa nella statua.
- Sì, ho messo lì le cose che devo buttare via.
- Pensavo il contrario.
- Cioé?
- Hai immobilizzato te stessa in quella statua, hai fermato i tuoi tratti per sempre, o almeno per la durata della cera, hai messo tutto in una stanza e ogni tanto ritorni a vedere. Non lasci andare proprio niente, hai creato un simbolo eterno.
- Questione di punti di vista. Ho tolto da me ciò che non serve, e quando vado a vedere mi ricordo di come non devo essere.
Si aggrappa al margine dell'amaca, butta le gambe a destra e si alza in piedi. L'amaca si attorciglia di lato e si appoggia alla sua coscia, ferma.
- Andiamo a vedere.
Le penna sul tavolo, ancora. Rotola piano e fa grrrr, poi si immobilizza. Il taccuino è inerte e rassegnato.
Lo raggiunge e accetta il bacio sulle labbra, l'alito di whisky nel naso.
- Sei bella cherie, mi piaci.
Il suo braccio le stringe le spalle, entrano in casa e a lei viene in mente l'ultima volta che hanno camminato così: volevano raggiungere la camera da letto ma lui l'ha fermata prima, sulle scale, e l'ha presa lì facendola urlare. Le è piaciuto, le piace quando le idee prendono forma e materia e la inchiodano al corpo di Francois con il sudore che li fa scivolare.
- A cosa pensi?
Le chiede mentre la spinge su dalle scale, apparentemente inconsapevole del loro fare l'amore su quei gradini, un paio di ore prima.
- A te, e a me.
- Mmmmm niente sentimenti!
- Credi che pensi all'amore?
- L'amore, ma per carità. Niente è più volatile e incerto. Sai perché tanti scrivono d'amore?
- Oh, santo cielo. Siamo sulla filosofia?
- No, davvero. Acoltami. Scriviamo d'amore più spesso di quanto ci piaccia fare, e non avrebbe senso. Si scrive d'amore perché lo si vuole fermare, si tenta di prendere un pizzico di sentimento perché resti. Il problema con l'amore è che quando passa non resta niente. E' squallido, secondo me non esiste. Pensaci, la non esistenza dell'amore è l'unica spiegazione plausibile. Non può essere che ci si devasti di amore, di dolore, di rabbia, di gioia e qualche mese dopo non ci sia più l'interesse a rispondere a un banale messaggio, a chiedere come sta la persona che credevamo il centro del mondo.
- Uffa, lascia stare. Retorica, non ci serve.
- Sarà anche retorica, ma la penso così. Perfino la rabbia è meglio dell'indifferenza, quando scopro che una donna che ho amato a stento ricorda il mio nome mi si apre davanti un buco nero. E' incredibile! Sai che a Washington ho incontrato una svedese per cui pensavo di suicidarmi, anni fa? Quando è andata via ho fatto di tutto per fermarla, ero pazzo. Ho distrutto il mio amico Claude, piangevo, dormivo da lui, gli ripetevo sempre le stesse cose, mi incazzavo e gridavo perché quella mi aveva lasciato. Credevo che non avrei più amato, che fosse finita la vita. L'ho vista tre settimane fa e ho dovuto bere una bottiglia di whisky, dopo. Ero disperato. Non è più niente, ma niente sul serio. Capisci il dramma? Non sono riuscito ad aprire bocca con lei, non mi interessava sapere cosa facesse, non trovavo neanche gli argomenti. Era un'estranea senza attrattiva, che tentava di parlarmi di sè mentre non vedevo l'ora di andare a dormire. Dentro, avevo niente. Vuoto. Che squallore, cherie.
Qualche passo, ancora. Le viene in mente che il discorso non è finito, almeno non lo sente finito.
- Mi hai chiesto a cosa stessi pensando. A me e a te, ma non all'amore.
Lo sente ridere.
- Lo so. Secondo me stavi pensando al sesso. Siamo passati da quel punto sulle scale e ti è venuto in mente.
- Vero.
- E' stato molto bello.
Lo dice bene, e sono pochi gli uomini capaci di farlo. Pochi sanno evitare la banalità o la fuga oppure la tracotanza quando parlano di sesso, o di qualsiasi altra cosa che li abbia riguardati per più di qualche istante.
- Anche per me.
Ecco, lei è stata banale. Lo sa. Ma va bene così, Francois è un volo effimero che arriva e parte e deve nascondersi e non può portarsi dietro i segni di ore che restano leggere. E non hanno altro significato se non l'assenza di pensiero.
- Ecco.
Hanno raggiunto la stanza dove dorme la statua di cera, l'altra lei che ha creato in qualche ora di strana concentrazione. La mano di Francois la supera e abbassa la maniglia della porta. Lo spiraglio di luce frontale arriva dalla finestra: il sole è diritto davanti, rimbalza sulla stoffa bianca che ricopre la statua. E' una specie di specchio, quella stoffa che ha trovato in un armadio che non apriva da mesi: delinea curve esatte e brilla di luce, ma non è reale. Perché la realtà sta sotto, e Francois la scopre senza esitare.
- E' strana, la terrai?
A lei sembra strana la domanda, non la statua. Annuisce.
- Credo di sì.
Il viso è il suo, si capisce dall'ovale pieno con l'abbozzo carnoso di capelli corti e disordinati. Il corpo immobile ha una cicatrice sulla coscia destra, con un buco che altera il profilo; i polpacci sono forti e sopra le ginocchia la pelle si piega un po' avanti.
- E' la testa, sono le mani.
Francois parla a se stesso, sembra spiegare cosa lo colpisca dell'ammasso di cera che sta fissando. Gira intorno e guarda, senza più dedicare attenzione a lei.
- Le mani.
Aperte, il palmo in avanti.
- Perché le hai fatte così?
- Sono mani che danno ma non riescono a prendere, vedi le dita? Non stringono niente, lasciano cadere le cose come se fossero acqua. Danno senza risparmiarsi, ma non tengono niente per loro.
- Ci sono gocce, le hai volute tu o sono residui di cera?
Si avvicina.
- Le gocce di acqua che cadono dalle dita, sì. L'acqua che cade. L'amore.
Gira la testa verso di lei, attento. Sembra che la stia notando per la prima volta.
- L'amore cade e non resta?
- Niente resta.
- E' vero, ma non immaginavo che avessi una visione così triste dell'amore. Allora sei d'accordo con me. L'amore è illusione oppure niente. L'affetto e l'amicizia riescono a scavare segni indelebili oppure duraturi, l'amore invece no. La pensi come me. E' una visione triste, vedi.
- Non è una visione triste, è realtà.
- No. E' una statua di cera.
- Una parte di me che butto via.
- Ma la tieni in una stanza. E la testa, perché hai fatto quella testa?
Si sporge e si chiede cosa lo colpisca. Forse le orecchie troppo grandi, oppure gli occhi aperti senza le ciglia.
- Ha orecchie grandi perché ha sempre ascoltato troppo. Indicazioni, consigli, pareri, maldicenze, complimenti, cattiverie, sfoghi, tristezza, bugie.
- Ascolta molto perché ha l'anima grande.
- Balle! Ascolta molto perché è stupida.
- E togliendoti le orecchie grandi non ascolti più?
Alza le spalle.
- Fai troppa filosofia, togliendo le orecchie non sono più tanto stupida. Penso a me, finalmente.
Ride.
- Bene, abbiamo capito che per pensare a te devi smettere di sentire gli altri. E gli occhi spalancati? I tuoi non sono così.
- E' l'ossessione di sapere, di avere la realtà. La verità, anzi. E' il mio sport preferito, il modo migliore per farmi male. Guardo fisso il mondo e mi lascio uccidere senza proteggermi mai. Sai quante volte ho creduto che bastasse chiedere di parlare, di discutere per avere dagli altri un pezzo di verità? Macché, di solito c'è il silenzio. Ipocrisia o cattiveria, scegli tu. Detesto chi tace e lascia che debba capire tutto da sola, detesto la vigliaccheria.
- Vuoi la verità, sì. A volte troppo. Dovresti capire che la verità può diventare veleno, va dosata. Sono d'accordo con te sul silenzio, sottrarsi al dialogo è da vigliacchi, ma ricorda che troppa verità diventa falsa e forzata. Diventa bugia e fa male per niente.
- Come la tua presenza qui.- Cosa c'entra?
- Scherzavo.
- Non è vero che scherzi, ogni volta che apri bocca tiri fuori un pensiero e lo trucchi da barzelletta. Sono qui perché stiamo bene insieme, abbiamo un segreto meraviglioso cui non intendo rinunciare. Io ti ho sempre dato verità, e quando taccio è perché capisco che alcuni dettagli sono inutili e dannosi. Quanto conta sapere se in una delle mie serate a Londra o Parigi o Roma incontro donne che mi piacciono e vengono a letto con me? Sono donne che rispetto e ricordo con gioia, ma non ti tolgono niente. E' da te che ritorno, sempre. Ti voglio bene, moltissimo. E non accetterò mai di raccontarti cose sciocche, eventi piccoli che potrebbero farti male e per me invece sono ormai sepolti nel passato. Io sono realtà, esisto per te e non mi sottraggo. Sono verissimo e concreto. Non sono vero, io?
- Lo sei, sei verissimo. Come me.
- Dopo questa statua non so quanto tu sia la stessa.
Sorride dei discorsi, delle frasi costruite perfettamente, mesi fa non sarebbe riuscito a dire cose simili senza sbagliare almeno un verbo.
- Bravo! Ormai sei quasi italiano.
- Grazie, cherie. Ma voglio restare francese, un uomo francese è molto più sexy.
La erre francese. Il suo sguardo che le piove addosso dall'alto, i capelli lunghi sulle spalle e la camicia aperta sull'abbronzatura.
- Dobbiamo proprio parlare di questo?
Gli vede il sorriso, la curva dei lati delle labbra cambia.
- Ti stai eccitando?
- Sì.
Inspira, le va vicino.
- La sensualità non l'hai lasciata nella statua.
- No, volevo liberarla. Per questo ho fatto questo orrore di cera.
Si sposta da lei, improvvisamente serio.
- Cioé?
- Dai, smettiamola di parlare della statua.
Guarda il collo regolare, le sopracciglia che sembrano fili di bava ad arco perfetto: le ha disegnate con piccolo rotoli di cera a tubo appiccicati sulla fronte. Riconosce il proprio sorriso, ha la sensazione di affrontare un discorso vecchio e rimosso con una se stessa che la scruta e le domanda come abbia fatto ad allontanarsi tanto dalla verità.
- Dimmi della sensualità.
Insiste Francois, e la voce arriva lontana.
- Capisci, la cera, la sovrastruttura, il grasso del corpo che deve andare via perché altro non è che catena che mi àncora a terra. E mi impedisce di volare. Libera.
- Volare con il corpo? Per questo parli di sensualità?
- Non so, forse. Volare, e fregarmene.
- La statua è rotonda, pesante.
- Sono io. Grassa.
- No, non sei grassa.
- Ma la testa, il cervello lo sono stati.
- Ah, il cervello.
Guardano le circonvoluzioni del cervello di cera che ha messo su una spalla della statua: è grande, più di quanto dovrebbe, fa paura con quelle dimensioni che non stanno in una scatola cranica e che probabilmente ucciderebbero, comprimendo e facendo male, se fossero vere. Un cervello ipertrofico e crudele messo sulla spalla, dove rischia di cadere ma non ce la fa a staccarsi.
- Inutile commentare il cervello che hai messo lì.
- E' colpa sua.
- Cosa?
- Tutto.
Non le chiede "tutto cosa", probabilmente sa di cosa parla oppure non gli interessa approfondire.
- Forse è colpa del cervello, ma l'hai messo nella statua quindi non è più tuo.
- Vuoi dire che non ho più cervello?
- Difficile che a te manchi il cervello, cherie. Ma buttarlo via era quello che volevi?
- Non so, volevo allontanarlo.
- Per essere sensuale.
- Libera.
- Cioé sensuale, di nuovo.
- Sì.
Si muove all'improvviso, come un gatto. Le afferra il polso e tira, le toglie la tunica rossa e la fa cadere sul pavimento.
- Sensuale, cherie. E libera. Sono stanco di parlare. Fammi vedere.
Quando scivolano sul pavimento, sudati, la statua chiude gli occhi.
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