Questo non è un racconto. Non è il frutto della fantasia o di un sogno. E' la storia vera di Silvia Delaj, una donna coraggiosa. Una mia amica.
La condivido con voi con amore, rispetto, meraviglia e dolore. Ringrazio Silvia per avermi permesso di pubblicare la sua vita.
"Si è mostrato (ma da quando era dentro di me?) un giorno d’estate.
Giugno 2004.
I soliti gesti. Uscire dalla doccia e alzare le braccia per appendere l’accappatoio. Lo specchio.
Sotto il seno sinistro una rientranza. Brutta. Che due giorni prima non c’era.
Forse non tutto si può comunicare. Ci vuole empatia. Sì, qualcuno che pensi: io provo quello che provi tu, io sento come te. E se anche non lo provo e non lo sento, nel momento in cui tu parli io sono te, perché riesco a vivere quello che vivi tu.
Improvvisamente ho voluto dirlo a tutti. Comunicarlo. E gridarlo con tutta la sua orribilità. Come adesso che sto scrivendo. Lo voglio dire io. Che ho avuto il cancro.
“E’ un giovane senza importanza collettiva, è soltanto un individuo.” Sarò stata anche così.
L’ho capito da sola. Che avevo il cancro. Prima ancora di andare dal medico.
Un dolore profondissimo, lancinante. Un pianto. Una disperazione. Un fallimento.
Facevo la mammografia una volta all’anno. Come da canoni della prevenzione. E siccome facevo così, speravo anche di trovarlo più piccolo. Se proprio doveva venirmi.
E poi leggo un giorno che il lobulare non compare dalla mammografia.
Completamente presa per i fondelli. E colpita a tradimento.
“Tu lo sai cos’è il tradimento? Il tradimento ….. è quando senti vergogna, e vorresti essere un altro.” Si sarà sentito così, il tumore?
E io idiota a fare la dieta anticancro. Carote e broccoli. Povera scema.
Mai fumato. Povera scema.
La diagnosi di cancro è destabilizzante. Niente è più come prima. E lo dico e continuerò a dirlo. Al di là di qualunque retorica. Di qualunque pretesa saggezza o ipotetica maturità.
Io non recito. Io non dico quello che gli altri (essendo loro che non ce l’hanno a disagio davanti a me che ce l’ho) vorrebbero che io dicessi. Per levarsi dal disagio che provano.
E cioè che si guarisce, che con la malattia si capiscono le cose importanti e quelle non importanti, che può essere una esperienza di crescita, che il dramma può diventare una nuova rinascita, e bla … bla … bla …
Rispetto chiunque. Ma dico la verità. Io non fingo. Io non penso positivo, io non penso negativo. Io penso.
Sì, perché l’ottimista è ottuso come il pessimista. Entrambi fuori dalla realtà. Entrambi che si costruiscono un loro rifugio. Uno se lo costruisce bello. Uno se lo costruisce brutto.
Il realismo, ecco ciò che conta. E la realtà è che mi è stata fatta una diagnosi di cancro. E che da questa diagnosi io sono stata massacrata. Io non mento a me stessa.
E non intendo trasformare il dramma in nuova rinascita. Perché non è possibile. Non è vero. E se lo dico mento.
La vita è bella? La vita è brutta? La vita è un dono, la vita è un caso? Seghe mentali. Ideologie posticce.
La vita è una realtà. E basta. Una tremenda realtà. E non edulcoriamola questa realtà. E non diciamoci balle.
E non sopporto i consigli. Sì, perché le persone in genere si comportano con me come fanno col depresso. Guarire dipende da te. Se vuoi ce la fai. Se voglio? Ma diamo i numeri?
Il depresso non può compiere l’atto volitivo. Altrimenti che depresso sarebbe? Anche chi ha il cancro non può. Ma cosa c’entra la volontà? Vox populi vox dei?
Si guarisce per un insieme di motivi. Se il tumore è preso in tempo, se i medici sono bravi, se tu reagisci bene ai farmaci, e se hai un po’ di fortuna.
Così pure come ti è venuto per una serie di motivi: cinque o sei mutazioni in una cellula, e poi la cellula che deve riuscire a sopravvivere all’ambiente, i globuli bianchi che non ce la fanno ad aggredirla, e lei che si riproduce ….. e poi gli estrogeni ….. e poi tu che magari in quel momento non potevi (per vari motivi) mettere in moto le difese immunitarie.
I discorsi dei benpensanti. Si sgravano forse così dei loro sensi di colpa? Anche se posso capire che una di ottant’anni che non ce l’ha provi disagio davanti a una di cinquanta che ce l’ha.
Hai mangiato? Eh, devi mangiare, devi tenerti su. Sì, certo: già il TAM dà ritenzione idrica, già non pratico nessuno sport ….. mangiamo anche un quintale, così divento una botte.
Dai, vieni in montagna due giorni ….. così ti distrai! Sì, mi distraggo!!!
Non sanno ….. e parlano, parlano, parlano.
Non si accorgono nemmeno che colpevolizzano chi muore. Non ha lottato, forse? Non ha messo grinta?
Io la grinta non la metto e non lotto. “In altri tempi ho invidiato gli sciocchi e gli stolti, e quelli che hanno un gran concetto di sé medesimi …..” E rifiuto qualunque filosofia consolatoria. E respingo qualunque suggestione fideistica. E odio frasi tipo ‘vincere la propria battaglia contro il cancro’. Io non battaglio. Se battagli lo rinforzi. Chiunque si sente attaccato ti aggredisce.
“Così colui, del colpo non accorto,
Andava combattendo, ed era morto”.
Io so che il mio corpo farà quel che vuole. Che non è in mano mia. Che non posso dominarlo. Che mi è già sfuggito una volta. Io patetica che lo curavo così tanto.
Questo non significa affatto che io non speri. Ma sperare non significa poter gestire la situazione.
E non significa che io non possa dichiarare l’odio che ho in corpo. Io lo odio. E’ in questo senso che non lo posso dimenticare. Che è vivo e presente nella mia mente.
E se lo combatto è negandogli la soddisfazione di avermi fatto capire qualcosa, di avermi fatto crescere, o peggio rinascere.
Ne sarebbe troppo lusingato.
Se sono cambiata? Sì, so meno cose di prima. Ora so “che il moto/ non è diverso dalla stasi,/ che il vuoto è il pieno e il sereno/ è la più diffusa delle nubi”…..
Ho passato la notte a pensare alle staminali. A singhiozzare.
Carcinoma infiltrante. Quindi dà metastasi. Quello in situ non le può dare per sua natura fisiologica. E siccome se A è uguale a B e B è uguale a C, allora A è uguale a C ….. se le metastasi sono date dalle staminali e se l’infiltrante dà metastasi e quello in situ non le dà, ergo l’infiltrante le contiene e quello in situ non le contiene.
Poi si spalancano dei flash. Non faccio bilanci. Solo immagini ….. e canzoni ….. e nevicate ….. campanili ….. un glicine ….. il grembiule bianco …..
La madeleine di Proust?
Io da piccola. E sola. Solissima. Io impaurita. Io che volevo scappare da quella casa.
Mi alzo e vado a rivedere la rientranza. Intanto noto nello specchio due centimetri di crescita bianca di capelli. Quando ho la crescita bianca mi vedo la faccia di mia madre. Non amavo mia madre. Né ho mai notato che mi amasse lei.
Io al liceo. E sempre quel groppo in gola.
Io che curo la mia casa. Io che metto i fiori dappertutto. Io che non desideravo niente. Sì, io campo con niente.
C’è un varco? Quanto vivo?
La mia giovinezza. (“Luci a San Siro di quella sera che c’è di strano eravamo tutti là, ricordi il gioco dentro la nebbia? Tu ti nascondi e se ti trovo ti amo là ….. ma dammi indietro la mia seicento, i miei vent’anni e una ragazza che tu sai ….”)
Mi volto e stai dormendo. Tu che mi accompagni alle visite e ai controlli. Ma silenzioso. Perché sono io che gestisco la visita medica, il rapporto col medico. Tu che non mi rubi spazi. Tu che vigili. Tu che ci sei. Tu che sai. Che vedi. Che capisci.
Poi mi accorgo che il cancro ha ingigantito cose che avevo già. La paura. Sempre avuta. Dei cani, dell’aereo, di me stessa. Di essere felice. Di morire. Di godere. Degli incidenti d’auto. Della vita. Di essere abbandonata.
E l’orrore. Di tutto. Della menzogna. Della malattia. Della violenza. Della deformità. Del dolore.
Impantanata nel dolore da sempre.
Ma l’ho sempre avuto io il cancro dentro di me? Una cosa che mi cresceva dentro e si gonfiava sempre in un’onda di pianto. Che mi rodeva e mi consumava.
Il dolore fa capire qui, il dolore fa capire là. Il dolore fa capire niente.
E sono pericolose queste teorie. Perché diventano poi autosuggestioni. E uno si autoconvince di avere capito qui e là tramite il dolore.
Pericolose e criminogene. Perché producono crimini contro se stessi. Sensi di colpa. Calo di autostima. Mancanza di rispetto.
L’IEO è un ospedale nei prati. Basso. Di mattoni rossi. Ma non per questo non sembra un ospedale.
L’impatto è tremendo. Sala d’attesa. Visi preoccupati. Tesi. Io disperata. Io distrutta. Perduta. Divisa dal resto del mondo. Dai sani.
E adesso il copione vorrebbe che io mi dilungassi con ringraziamenti ai medici, alla loro professionalità e umanità, e competenza e bla ….. bla ….. bla …..
Brandelli di vita. Incontri.
Stesa sul tavolo operatorio. Crocifissa. Sì, crocifissa. Perché il tavolo è come un asse da stiro. E poi devi mettere il braccio da operare ad angolo retto su uno ‘stiramaniche’.
Il viso della dottoressa. Pallido. ‘Ci sono qua io con lei ….. Io con lei’. Non l’ho dimenticata. E’ viva e presente dentro di me. Ancora adesso. E per sempre.
Ricordo che forse ho piantato qualche grana. Continuavo a dire che avevo paura che non arrivasse il chirurgo. Insomma che mi dessero l’anestesia prima di vederlo. Non so che cosa gli abbiano riferito, ma a un certo punto l’ho visto davanti a me. ‘Eccomi qua, ha visto che sono arrivato’. Poi più nulla. Questo è il ricordo che ho di lui. Con quelle parole. Per farmi sentire sicura. Lui l’ha certamente dimenticato. Io no.
Sono passati più di due anni.
La dottoressa che mi fa l’ecografia ogni sei mesi. Io vado lì e singhiozzo. Sì, piango ancora ad andare ai controlli. Lei un po’ forse è a disagio. Io: mi scusi. Lei: non deve scusarsi. E poi dice: ‘Va tutto bene’.
La ginecologa. Si piega e gira lo schermo dell’ecografo verso di me. Dice: ‘Adesso le faccio vedere tutto. Guardi .….’ E mi spiega le cose. Lo fa perché sa che ho paura.
Se ho conosciuto anche atteggiamenti un po’ burberi e sbrigativi? Sì, li ho conosciuti. Ma li ho rimossi.
Io bado a quello che ricevo.
Poco più di un mese dopo l’operazione vado da un’oncologa per discutere la terapia. Settembre 2004.
Tremavo. Ho armato i miei eserciti. Non ce n’era bisogno.
Lei serena. Vera.
Aveva qualcosa addosso. E io mi misi in testa che conoscesse la sofferenza personalmente. La conosce. Non ne ha paura. La gestisce. E gestisce anche la mia.
Una volta è stata al telefono con me venticinque minuti.
Lei parla quando si deve parlare. Lei tace quando si deve tacere.
Non ha paura di me. Io piango e mi tremano le mani. Lei niente.
Mai uscita una banalità dalla sua bocca. Mai. Mai sentita inadeguata io.
Dottoressa, quante volte nel tornare a casa l’ho ringraziata per i suoi silenzi!
Sono passati due anni e mezzo dalla diagnosi. Sembrerebbe non sia tornato. E io non ho battagliato.
Ho mandato tutti a quel paese. Sì, perché non è vero che io non lotto. Io lotto a modo mio. Io non devo combattere con il cancro, ma con me stessa. Perché ho passato la vita a torturarmi.
Io voglio vivere. Anzi ancora peggio. Voglio esistere. Voglio esserci. Di tutto il resto non so niente. E allora “Esiste codesto Aleph ….? L’ho visto quando vidi tutte le cose, e l’ho dimenticato? ….. io stesso sto deformando e perdendo…..”.
Io stessa mi sto perdonando.
E quindi dimenticando".
Silvia Delaj
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