racconti, fiabe, romanzi a puntate, pensieri e pezzi di parole
(attenzione: i testi pubblicati in questo blog e le fotografie sono di esclusiva proprietà dell'Autrice)
AAVV: RAC-CORTI - Il chiama angeli Il mio racconto "Il chiama angeli" nell'antologia RAC-CORTI di Giulio Perrone Editore 2008
AAVV: EROS & AMORE - La penombra di un ufficio e un ascensore che sibila Il mio racconto "La penombra di un ufficio e un ascensore che sibila" nella sezione EROS di "Eros & Amore" di ArpaNet, 2008
"I racconti delle bacche rosse": Lampi di Stampa Editore, I Platani Narrativa, 2008 Il secondo libro di fiabe
AAVV: CONCEPTS PROFUMO - La piccola casa di legno, e quel profumo. Fragranza e mistero di notti romane Il mio racconto "La piccola casa di legno, e quel profumo. Fragranza e mistero di notti romane" nella raccolta "CONCEPTS Profumo", Edizioni Arpanet 2007.
"Una storia ai delfini": Edizioni Creativa, 2007 il mio primo romanzo
AAVV: CONCEPTS MODA - La donna vestita di fiori Il mio racconto "La donna vestita di fiori" nella raccolta "CONCEPTS MODA", Edizioni ARPANet 2007
Luciano Comida Ho la fortuna di amare e di essere amato: faccio lo scrittore, il giornalista, l'impiegato statale, leggo, ascolto rock e jazz e classica, guardo cinema e teatro, tifo Toro, sono valdese.
Michele Crismani Ho tredici anni, non mi piace tanto la scuola (anzi proprio per niente). Invece mi piacciono le ragazze, il calcio, il rock (sia ascoltarlo che suonarlo), i film, mangiare patatine fritte di sacchetto, bere coca-cola e tirare dei rutti che scandalizzano mio papà e mia mamma.
Calogero Miceli poeta, presepista, scrittore e sceneggiatore emergente. Prova a fare anche lo studente in scienze della comunicazione. Vivo ogni giorno intensamente perchè considero la vita un grande dono e perchè in essa ho ricevuto il dono della poesia.
Cantastorie errante ...ogni cosa è intorno al nostro essere, sta a noi saperla vedere ed appropriarsene per donarla agli altri
Domani avrò l'onore di accompagnare il Professor Umberto Veronesi a Roma, per ritirare la Menzione speciale alla “cultura del fare” al Premio Pimby (Please-In-My-BackYard) 2009.Di seguito potrete leggere la news completa.
Mercoledì 18 novembre 2009, in occasione del Premio Pimby, che sarà consegnato a Roma presso il Palazzo delle Esposizioni, il Professor Umberto Veronesi, in qualità di Direttore Scientifico dell’Istituto Europeo di Oncologia (IEO) di Milano, riceverà la Menzione speciale alla “cultura del fare”.
Il riconoscimento gli sarà conferito per il suo impegno nel perseguire lo sviluppo e l'applicazione di ricerche capaci di migliorare le condizioni di vita attraverso l'utilizzo di tecnologie innovative, nel campo della salute, dell'ambiente, dell'agricoltura e dell'energia, promuovendo la fiducia nella ricerca scientifica e nei suoi risultati, nell'analisi imparziale delle diverse alternative, contro ogni lettura superficiale e demagogica.
Il Premio Pimby, che da sempre ha lo scopo di valorizzare quelle amministrazioni locali che hanno scelto di realizzare opere coniugando il rispetto delle regole con il consenso dei cittadini, riunirà anche quest’anno oltre 200 esponenti delle alte sfere istituzionali, del Governo e delle Autorità indipendenti, personalità provenienti dal mondo della politica e delle associazioni di categoria, il comitato scientifico dell’Associazione Pimby, i media nazionali e i rappresentanti della business community dei settori infrastrutture/energia/ambiente.
Per scaricare il comunicato stampa in formato word clicca qui
"Ed ecco anche qui la Tua misteriosa innocenza e inattaccabilità, Tu inveivi senza farTi alcuno scrupolo, mentre negli altri condannavi le invettive e le proibivi". Kafka, "Lettera al padre".
E' stata una ragazza con i capelli rossi sull'autobus. Il 222, va a Zerbo: passa da via Ripamonti, si ferma davanti a IEO e prosegue fino a Opera. La ragazza ha chiamato qualcuno al cellulare poco prima che arrivassimo alla fermata di Noverasco, dove scendo. "Che delusione. Il funerale, intendo. Se penso che hanno fatto il funerale di Stato a gente che per l'Italia ha fatto niente. Alda Merini, la più grande poetessa del Novecento, ha avuto un funerale così". Non so cosa intendesse, non sono stata al funerale di Alda Merini per più di una ragione: avevo ambulatorio, e ho orrore dei funerali che non celebrano la vita. Comunque. La telefonata della ragazza con i capelli rossi e un paio di jeans, borsa a tracolla, ha dato l'ultima spinta a pensieri che tentavo di lasciare evaporare senza mettere parole su carta. O su computer, se preferite. Quando ho salutato L, la collega con cui divido la studio, ho fatto "bip" con il tesserino magnetico e mi sono incamminata verso la fermata davanti a IEO rimuginavo sull'inconsistenza della gratitudine. Mi chiedevo se la gratitudine in sé esista davvero. Perché da molto tempo ho seri dubbi.
Mi sono seduta alla scrivania, con la luce fioca del mio studio (devo capire perché sia tanto fioca, a proposito) a piovermi addosso, e ho cercato su Wikipedia la parola gratitudine. Ho letto proverbi e citazioni. Ho pensato a volti che hanno tirato fuori questa parola spesso, oppure una volta sola. E non riesco a convincermi. Il massimo che sono in grado di ottenere dalle mie elucubrazioni stanche di un mercoledì intenso è la consapevolezza di istanti, di sentimenti che durano lo spazio di una gola strozzata e mani tese, ma niente che sia durevole. La gratitudine, se esiste, è afflato di anima che si credeva persa e si trova in piedi, ma non ha destino. Finisce, punto e a capo.
Non voglio che si immagini una MG Luini tetra oppure delusa da un fatto specifico, da una persona. Non è così, non ora e non oggi. Ho in mano eventi passati, recenti o remoti, e tanti e tanti nomi. E ho anche la precisa conoscenza dell'obiezione: "Non si fa qualcosa per ricevere gratitudine". Obiezione cretina, mi si perdoni. Per favore, smettiamo i panni dei buoni da cioccolatino. E' ovvio che non si sia generosi per ottenere qualcosa, meno che mai in amore o nella professione, ma si ha la libertà di notare quando il tempo regala evidenze ingrate. Il nulla è diverso dall'ingratitudine: l'ingratitudine è densa, è qualcosa che il dolore può toccare. E' uno schiaffo, e potrebbe invece essere un dignitoso silenzio. In mezzo a tanta, tanta bellezza, in mezzo all'amore e all'amicizia e alle soddisfazioni di cui gioisco, ho uno schedario mentale del 2009 colmo, traboccante di tagli necessari. E di ingratitudini evidenti.
Va bene, se non esiste la gratitudine non dovrebbe esistere il suo contrario. Neanche l'ingratitudine esiste. Mi inchino alla logica. Sto parlando inutilmente, di inutile retorica. In fondo, uno scrittore si lascia spesso andare a momenti come questo. Eppure, nella mia povera testa banale i pensieri raffazzonati si affastellano e non mollano. Ricordo una lettera che ho ricevuto tanto, tanto tempo fa. Di un uomo che ho amato molto, il primo. "...la gratitudine non esiste, ce l'hanno i bambini e gli animali, ma non aspettartela mai dagli adulti...". Peccato, ho distrutto le sue lettere quando abitavo in Belgio, spinta dall'abilità verbale di qualcuno: è stato un errore, non avrei dovuto strapparle e buttarle via, se avessi resistito, proteggendole, avrei ora ricordi da riprendere ogni tanto. E amore storto, complesso (ma vero) da annusare. Il primo uomo che ho amato aveva ragione, sulla gratitudine: era stato ferito dalla vita, aveva avuto il dolore più grande e offensivo che si possa immaginare, parlava con la voce della rabbia, ma diceva la verità. Esiste l'affetto, di questo sono sicura, anche se è caudco e può frantumarsi, ed esiste anche l'amicizia, esistono innamoramenti e attrazioni fisiche bellissimi, ma la gratitudine no, non ce la faccio proprio ad ammetterla.
Eppure l'ho provata. Ho sentito dentro di me di dovere qualcosa, a lungo, e non mi sono mai pentita. Volevo bene, forse? Vestivo di gratitudine un affetto? Ancora oggi, non riesco a fare a meno di dedicare premura e protezione a persone che nel passato mi hanno dato, addirittura impedisco alla rabbia di venire fuori quando sarà rivolta a loro. E ogni mio castello di certezza cade. Non posso avere dentro un sentimento che dichiaro inesistente.
La gratitudine. Se mi siete amici lasciatela perdere. Dite altro, oppure tacete. Perché voglio guardare avanti e non pensarci più.
"Il saggio non fa del male ad alcuno. Costoro sono Maestri del loro corpo e si addentrano nello sconfinato. Vanno al di là del dolore e dell'afflizione". Il Dhammapada di Gautama il Buddha, ca. 500 ac.
Mi chiedo cosa sia una vittima. Cosa significhi essere vittime.
Venerdì scorso a Rimini, durante l'incontro con i lettori alla libreria IndipendenteMente Interno 4, abbiamo discusso di quanto la pedofilia possa essere oggetto di prevenzione. "Diario di melassa" affronta anche questo, la pedofilia e le conseguenze su chi la subisce: ecco il perché della discussione, nata spontanea e forse ovvia nel contesto dell'alternarsi domande-risposte sul libro. La vittima della pedofilia entra pesantemente nella successiva prevenzione perché può reagire in modo poco prevedibile a ciò che ha vissuto nell'infanzia e adolescenza.Nell'immaginario, la parola "vittima" rimanda a pianto, dolore, sofferenza e compatimento. Fa pensare a qualcuno che abbia ricevuto torti, violenza, offesa, e debba conseguentemente ricevere un po' più di affetto, un po' più di attenzione, forse un po' più di pazienza. Poche volte ci si concentra su quanti danni psicologici la vittima abbia ricevuto e strutturato dentro di sè: soprattutto se bambina (o bambino), la vittima viene plasmata dall'accaduto e se lo porta dietro, lo rende parte del proprio modo di vivere, amare o non amare, reagire e desiderare. Non sempre lo sviluppo della personalità va verso la serena e triste accettazione della violenza ricevuta, con il fermo proposito che il ricordo di eventi traumatici non causi ulteriore violenza. Non sempre, soprattutto, si hanno gli strumenti e i mezzi per chiedere aiuto. Quando impari da bambino a leggere il sesso come gesto di complicità e amore con il pedofilo (cosa sia l'amore ti viene insegnato dalla vita, non certo dalle parole degli educatori), l'atto sessuale assume significati che per la persona fortunatamente libera da ricordi di violenza sarebbero impensabili. Ciò che è torbido, duplice, connivente e sadomasochistico entra a fare parte di un orizzonte misto paura-repulsione-desiderio, si scambia facilmente l'erotismo per l'unica manifestazione possibile dell'amore. E, nei casi peggiori, si assume il medesimo atteggiamento del pedofilo conosciuto nell'infanzia, per un senso di rivincita, di vendetta postuma, ma anche di malsana passione assorbita con i gesti, e con l'impasto putrido di complicità e perversione acquisito nei primi anni di vita.
Il pedofilo (uso il maschile intendendo uomo o donna, indifferentemente) è spesso parte della ristretta cerchia familiare, o di quella degli amici fidati: se coinvolge un bambino o bambina in giochi erotici che millanta con amore o "amicizia segreta e particolare" crea il duplice danno della sofferenza fisica e della maledizione eterna di non conoscere più la differenza tra amore e tortura. Il bambino molestato cresce convinto di avere ricevuto attenzioni particolari e molto preziose in quanto essere speciale, non riesce a vedere che ogni dettaglio, anche il più insignificante, è stato solo il frutto di un'orrenda e brutale violenza fisica e psicologica. Rischia, successivamente, di vivere e desiderare il sesso come una ripetizione di ciò che nell'infanzia ha suscitato brivido, emozione confusa ma fortissima, intimità indicibile con qualcuno che "amava". Rischia di infilarsi in reazioni che ricalcano il rapporto vittima-carnefice, senza esserne consapevole, trasformandosi in vittima (ancora) oppure carnefice, incapace di fermare quella che, secondo me, non è altro che l'eterna ripetizione dell'orrore. Si resta vittime anche da adulti, a meno che non intervengano persone esperte che riescano a fermare un copione che è condanna.
Qualcuno a Rimini ha detto che la pedofilia dovrebbe essere combattuta con la prevenzione. Ho seri dubbi sulla possibilità di prevenire un orrore che troppe volte fa parte della famiglia: è difficile se non impossibile accorgersi della perversione di un fratello, una sorella, padre o madre, nonno o nonna, e ancora più difficile è affrontare il problema quando i segnali vengono percepiti e la verità rischia di rompere equilibri di affetto e immagine costruiti negli anni. La vittima sa che non dovrà parlare, e se lo farà non verrà creduta, e se anche verrò creduta provocherà dolore. Il dolore dei genitori, dei parenti, di chiunque sarà colpito dall'evidenza di un vizio malato difficile da affrontare.
"Se parlo succederanno cose brutte, e sarà tutta colpa mia". "Forse ho sognato e frainteso, forse sono stata io a provocare l'interesse della persona che mi ama tanto e accuserò ingiustamente". Mi sembra di sentire i pensieri di queste vittime silenziose, che strutturano dentro di sè la colpa e la infilano a forza nella propria personalità, tirando fuori la rabbia molto dopo, con manifestazioni che niente hanno a che vedere con il motivo vero. Quello che avrebbe dovuto essere stroncato sul nascere da chi poteva.
Vittima. Povera, triste vittima.
Vittima. Pericolosa, triste vittima.
Mi è stato chiesto cosa mi aspetti da "Diario di melassa", che affronta il disturbo alimentare e la pedofilia. Ho risposto, e rispondo qui ora, che non è altro che un libro. Esistono decine, centinaia di altri libri su questi argomenti: alcuni hanno dentro la verità, cioè l'ambiguità profonda e disperante di chi davvero sa cosa significhi essere vittima, altri sono invenzioni (e si vede). E' vero però che il silenzio totale caduto tra i lettori venerdì sera in alcuni momenti, e le testimonianze successive, a tu per tu, mi hanno regalato la flebile speranza che un libro in più possa servire ad aggiungere voce. E' la stessa flebile speranza che ho sentito a Pontedera, quando ho presentato per la prima volta questo libro. Non ho soluzioni, non ho scritto "Diario di melassa" con l'intento di proporne: avevo in mente di raccontare, l'ho fatto. Non aprirò gruppi anti-pedofilia sui social network, non mi sento in grado e avrei sempre la sensazione di essere fraintesa. Sono uno scrittore (anche qui uso il maschile, mi piace di più: è un termine globale, ha dentro uomini e donne) che ha voluto, e vorrà ancora, parlare di pedofilia e incesto. Posso raccontare cosa accada a una donna che ha sofferto pesantemente di binge eating disorder e, forse, conosce le conseguenze torbide della pedofilia. Posso, probabilmente, dire a chi si sente solo che l'aiuto esiste, e funziona. Posso testimoniare che si incontrano persone meravigliose in grado di capire, e persone aride che chiedono la cortesia di evitare alcuni argomenti. Oltre non voglio andare.
Vittima. Cosa è una vittima? E' una bomba inesplosa che ha dentro un buco orrendo, ecco cosa penso. Non merita pietà speciale quando provoca a sua volta dolore, va punita se sbaglia, ma avrebbe potuto ricevere aiuto: se non l'ha avuto forse la colpa è anche mia, vostra, nostra. Per ritornare a qualche paragrafo sopra, dicevo che in teoria la vittima dovrebbe ricevere più affetto e pazienza, ma non lo penso sul serio: di recente qualcuno che mi vuole bene ha detto che in una determinata occasione sono stata trattata malissimo proprio da chi sapeva cosa ho vissuto nel passato, e questo è ingiusto. No, non è ingiusto. Succede e basta. In fondo, è segno di normalità. Non esiste ragione per cui la gente debba usare con me tenerezza quando non ha voglia di farlo. La vita è questa.
Certo. Diventare burrasca. Sciogliersi nel vento che piega gli alberi e strappa, striglia, mastica le foglie ancora verdi e sposta le auto al centro della strada. Mi piacciono le burrasche, anche se trovarsi nel mezzo della ribellione assoluta del cielo e del mare, delle rocce di montagne pronte a rotolare a valle, di tronchi d'albero che si inclinano senza certezze scoperchia la patina di controllo che serve a ridurre al silenzio i miei tormenti. La burrasca non ha controllo, recide gli ormeggi e porta via. Mi sono sempre immaginata con le mani strette, i muscoli tesi a disegnare il profilo sulla pelle e le unghie conficcate in una porta di legno, svolazzante nell'uragano, decisa a non lasciarmi trascinare via. Comunque. A Milano sembra che il vento celebri la mia vita nuova con una burrasca imprevista. Mentre scrivo, sollevo una carta buddhista (ne ho un mazzo sulla scrivania), e leggo:
"Tutti gli esseri tremano di fronte alla violenza
Tutti hanno paura della morte
Tutti amano la vita"
Tutti. Dice così. Violenza e burrasca, ancora. E morte e vita.
Una manciata di ore tra domenica e oggi. Sono uscita con due borse nelle mani e il divertimento segreto di quattro parole in croce sputate in messaggi email a muovere il sorriso, ho camminato rifiutando mezzi protettivi e veloci. E, passo dopo passo, ho raggiunto il solito tavolo tra le solite mura nella solita invidia fatta crepuscolo. E scrivo. Ma no, non scrivo. Sono.
Il violino che ho ascoltato sciogliendomi di emozione a Pisa, le parole che erano musica e rabbia e passione, la stanchezza di notti insonni emotive pesanti dense e stridenti hanno ricostruito l'anima sgretolata, ma solo per un po', dalla mancanza d'acqua. Dall'arsura di stanze pettegole e vuote, sostituite da altre dense di scrittura e volti finalmente simili ai miei. E le mani, anche, il sorriso di Marco nelle pieghe dell'incontro con i lettori, i discorsi scambiati nei corridoi stretti tra i libri. E' stata una ricostruzione strana, con sorprese stupende e la constatazione di avere perso una parte di me, la peggiore, la più inutile.
I minuti perfetti tolgono polvere agli angoli che hanno ospitato cadaveri decomposti da tempo.
Non ho obiettivi con questo lento scivolare delle dita sulla tastiera, ho solo sensazioni che vorrei tradurre perché si potessero condividere. Sento le foglie, immagino i rami piegarsi e sfiorare la finestra. Ho una valigia aperta che aspetta che butti dentro qualcosa, il gatto che gioca e copre lo schermo del computer, un colloquio con un editore che mi dondola in testa. Ho ore nuove, che forse mesi fa non avrei voluto, ferma in un'illusione di amore e bellezza che è bastato un attimo a sgretolare: sono ore che adesso diventano tutto, e odorano di libertà. Quella vera. Come abbia potuto rinunciare al vuoto terrificante della libertà, come mi sia incatenata a un dipinto che niente aveva di reale è stupore, quando mi permetto di pensarci.
Insomma. Non posso trascinare oltre cristalli istantanei di emozioni, di evidenza che forse solo una fotografia sfocata e buia potrebbe mostrare. Vento. E burrasca. Uscirò di nuovo, un racconto erotico da scrivere e il manoscritto in tasca per non perdere le gocce della storia che preme.
Esistono giorni di parole sciolte. Considerazioni che uno può leggere, se gli va, oppure tralasciare a pie' pari senza che il corso delle ore cambi di un soffio.
Oggi è uno di quei giorni. Perché sapete, che si leggano oppure no, le parole sciolte escono e hanno bisogno di fissarsi su uno schermo, o sulla carta, o su qualsiasi supporto che poi le faccia leggere.
Insomma. Sono arrivata a Todi ieri sera, dopo un viaggio solitario che ha fracassato la mia schiena (guidare sulla E45 è sempre un'esperienza, schiena a parte: mi sono specializzata in chirurgia generale a Perugia nel 2006, quindi per almeno sei anni ho percorso giù e su la E45; che poesia ritrovarla uguale, senza luci e con i lavori e le deviazioni, e le uscite nelle stradine che cedono sotto il peso degli autoarticolati a cinque all'ora sui tornanti). Quando guido da sola, ascolto musica e penso troppo. Peculiarità della scrivente è, da sempre, l'eccesso di pensieri che diventa avvitamento tortuoso intorno al niente.
Ho pensato a un panorama bello e brutto di volti e fatti recenti, a quanto abbia perso e quanto guadagnato. E quanto abbia accettato senza che fosse realmente necessario.
Per esempio. Ho incontrato una persona molto bella, alcuni mesi fa: è stato un piccolo miracolo, un gioco di simpatia e affinità che mi ha lasciato un segno luminoso nella testa. Non so se questi incontri debbano restare confinati entro limiti del sogno oppure se possano, con pazienza e casualità, tradursi in amicizia, tuttavia ho provato, e il tentativo mi è sembrato reciproco, a tenere vivo uno scambio epistolare (veramente, uno scambio di SMS e messaggi email: ormai consideriamo anche questo uno scambio epistolare) e di telefonate gradito, mi pare, a entrambi. Solo che. Sono stata in una città del Nord, non importa quale, e ho incontrato la persona-miracolo che passeggiava per strada in compagnia di una donna. Niente di male, visto che con lui (sì, la persona è di sesso maschile) non è mai esistita una relazione, e neanche un'avventura sessuale: di altro si trattava! In ogni modo, l'uomo mi ha vista e ha palesemente evitato di salutarmi. Ho pensato, lì per lì, che fosse distratto, che il mio passaggio a meno di dieci centimetri da lui non fosse stato notato; quando l'incontro si è ripetuto, l'assenza di saluto, di un minuto e mezzo di reciproche presentazioni (quando è assente la colpa nascosta, ritengo scontato che si dia priorità all'educazione), è diventata un ululato. Per rendere tutto più breve, l'uomo che avevo incontrato in più occasioni per un pranzo veloce, una chiacchierata profonda, una passeggiata da niente ha finto di non conoscermi. Prima volta che mi capita, giuro. E successivamente i suoi messaggi sono andati avanti come se niente fosse accaduto. Il non-saluto non è successo, voilà.
Se fossero qui con me alcuni amici che mi conoscono bene, sorriderebbero e commenterebbero:
- Ci vuole altro, con te!
Che vuole dire tutto e niente. Ci vuole altro perché perdono l'imperdonabile, salvo poi infuriarmi nei momenti meno prevedibili della vita, e ci vuole altro perché in questo misterioso 2009 psichico (la mia amica Gemma ha detto che è un anno psichico) mi è capitato di peggio. E di meglio, anche. Sorvolo, qui, sul significato di "di peggio" perché avrò modo di parlarne più in là, altrove. Dico solo che la mia riflessione da viaggio solitario con marea montante di dolore alla schiena ha prodotto anche la consapevolezza che quel "signor di peggio" deve vergognarsi in ogni caso, anche quando provo a dipingerlo di indulgenza e perdono. Ci sarà tempo. Ma una cosa è chiarissima: ci si perde ormai con una facilità deprimente, e non sempre è necessario. Beato chi sa fare a meno degli altri perché è passato oltre; se penso alle persone che sono arrivate nella mia vita in questi ultimi mesi mi sento grata e felice, e incredula: perché dovrei rinunciare a qualcuno? Non capisco. Requiem, su questo argomento.
La stanza dell'albergo di Todi è piccolissima, ma sto bene nelle pareti oblique che danno su un balconcino dove ho accatastato giornali. L'edicolante mi ha fissata con pupille frementi quando ho chiesto tutti i quotidiani che ho trovato in vendita (tranne uno, non dirò quale), poi ha dato uno sguardo alle mie spalle e ha commentato:
- Ah, lei è con il gruppo di Todinsieme.
Ha indovinato, l'uomo giovane e bello con l'accento milanese che vende giornali a Todi. Ha giudicato dal fascio di quotidiani e pensato che facessi parte di un gruppo di... Non so cosa. Un gruppo, comunque, estraneo alla città e giunto qui per discutere e approfondire. Approfondiamo, dunque. Un amico, Emanuele Caroppo, ha lanciato su FB una piccola discussione che secondo me ha avuto meno seguito di ciò che meritasse: su FB non si discute, si accenna e i messaggi vanno tanto in fretta che si fa appena in tempo ad accorgersi dell'esistenza altrui. Peccato, ogni volta che si creano i presupposti per stabilire relazioni si accelera e banalizza tutto, e si passa oltre. Insomma, Emanuele ha parlato di chiacchiere e discussione. Ormai si chiacchiera, non si discute più. Sacrosanto. Vi viene in mente un'occasione in cui abbiate discusso, discusso sul serio e non chiacchierato? A me viene in mente VeDrò, spero che in futuro mi verrà in mente questo TODINSIEME, e penso anche agli incontri che Mariangela Guandalini organizza a Parma. E, per essere sincera fino in fondo, includo nelle discussioni rare e preziose gli scambi con l'uomo che non mi ha salutato di recente: quando si accorge che esisto, sa essere superiore a tanti altri. Oltre non riesco ad andare. Un'associazione di idee spontanea, mentre rileggo le ultime frasi, va ai commenti in questo blog: quando pubblico pensieri sciolti, riassunti di eventi, ho pochissimi commenti. Meglio scrivere l'erotismo (attenzione, chi mi conosce sa che l'erotismo per me NON è una sottocategoria sensuale della vita e della scrittura, ma è fondamentale) oppure gli amori mozzati che sono tipici del mio stile. Così va l'esistenza.
Domani pomeriggio si va verso Pontedera. Incontrerò nella mia casa di Firenze Lorenza Caravelli, mio fratello Filippo Gatti ed Elisabetta Mandelli e andremo a Pontedera. L'Era dei Libri è il primo festival di letteratura indipendente che mi abbia ospitata quando uscì "Una storia ai delfini". Posso dire di avere avuto il mio primo incontro con i lettori, là. Anche a questo pensavo ieri in automobile, mentre qualche neuroni sciolto riordinava i personaggi del romanzo che ho appena finito di scrivere e riprenderò stasera: Pontedera, l'Era dei Libri, Valentina Filidei e Marina Sarchi. Quanto voglio bene a Marina Sarchi di Librialsole! Comunque. E' capitato tutto ciò che poteva capitare in questi anni, più o meno (faccio volentieri a meno di scoprire eventuali, ulteriori sviluppi negativi, mentre resto apertissima al bello e buono e piacevole), e domani ritornerò in una cittadina che mi conosce e mi ha sempre accolto con affetto. Alla presentazione, insieme a Eliana Liotta (direttore di OK Salute, RCS), vedrò volti noti, ma mi accorgerò anche di assenze che hanno detto più di qualsiasi stupido, vuoto, sterile discorso su amicizia e gratitudine. Porterò il mio corpo di oggi, le testa di domani, le emozioni fortissime e ormai libere che provo. E vedremo, con buona pace di chi vorrà evitare di esserci e ringraziamento da parte mia a chi verrà.
Chiudo, ora. Lo faccio con un pensiero slegato ma profondo. Oggi viene consegnato, in IEO a Milano, il premio di studio "Floriana Andolfi Diomelli": un senologo e un oncologo medico dediti all'attività clinica e di ricerca sul tumore al seno (due uomini, non protestate: per curriculum hanno vinto loro, e in IEO i medici sono donne in maggioranza; questo anno va così) riceveranno un importante riconoscimento in memoria di una donna cui ho voluto molto bene. Bravi. Sono fiera di voi, lo sarebbe anche Floriana.
A Mantova ho partecipato, rapita, all'incontro con Patrizia Valduga. E ho capito che qualche volta, nel mezzo di una vita, l'amore esiste. Forse si tratta di scoprirlo in una somiglianza di interessi e sensibilità. E in un miracolo di alchimia.
Capisco ora, da qualche mese, che per amarsi bisogna anche condividere un po'. Cultura, idee, profondità.
Insomma, questo è un ricordo di Giovanni Raboni nel giorno dell'anniversario della morte, con la voce meravigliosa di Patrizia Valduga. Ma Raboni può dirsi morto?
Ho promesso testimonianza da VeDrò 2009, approfitto di una pausa tra il lavoro del gruppo di cui faccio parte ("tutta salute") e la registrazione di una puntata di Omnibus su Walter Tobagi (si prospetta interessantissima, come fu interessante la puntata che girammo lo scorso anno su Enzo Tortora) per scrivere in libertà.
La prima giornata di VeDrò (lunedì 31 agosto) ha avuto sessioni plenarie bellissime: dopo l'apertura da parte di Benedetta Rizzo, quale migliore esordio che una lezione di Gian Arturo Ferrari sui libri? Spero di avere capacità descrittiva e tempo sufficienti per pubblicare presto una sintesi vera, comunque è stato interessante imparare che esistano due categorie di libri: quelli dell'editoria di progetto e quelli dell'editoria d'autore. Per intenderci, nell'editoria di progetto la "fabbricazione" del libro parte dall'editore che decide di produrre un libro (o una serie di libri) su scala industriale su un determinato argomento, propone l'idea all'autore e successivamente pubblica ciò che l'autore ha scritto. Un esempio di editoria di progetto che rappresenta attualmente il più grosso business editoriale del mondo è il cosiddetto ELT, cioé English Language Teaching: il numero di persone che desiderano o devono imparare l'inglese è altissimo, e questo si riflette sulla domanda e sulla produzione di libri. Nell'editoria d'autore invece i libri non si "fabbricano": l'autore scrive la propria opera, la propone all'editore che successivamente la pubblica. L'autore quindi è l'unico responsabile della scelta dell'argomento, dell'impostazione del manoscritto, senza che vi sia una decisione basata sul bisogno del pubblico.
E' chiaro che la lettura dell'editoria di progetto sia diversa da quella dell'editoria d'autore: l'editoria di progetto è guidata dalla domanda, dalle richieste e dal bisogno del pubblico quindi la lettura è finalizzata, l'editoria d'autore nasce dalla creatività dello scrittore quindi la lettura non è funzionale, è libera e "inutile". Da autore e lettore, ho un tremore incontrollabile alla mano quando scrivo la parola "inutile", per me l'inutilità della lettura è il bisogno maggiore da sempre. Comunque. Anche il mercato si differenzia molto: il mercato dell'editoria di progetto è in larga misura prevedibile, quello dell'editoria d'autore non lo è affatto. A proposito di mercati del libro, quelli più grandi al mondo sono otto e includono l'Italia al settimo posto.
Parliamo di lettori. Esiste un paradosso tutto italiano. Il mercato italiano è, come dicevo qui sopra, enorme: siamo i settimi nel mondo, e il consumo culturale è conseguentemente elevatissimo. Però i lettori rappresentano solo il 38% della popolazione adulta, con lo 0.4% di lettori fortissimi (oltre 20 libri all'anno), l'1.1% di lettori forti (11-20 libri all'anno), il 6.5% di lettori medi (6-10 libri), il 15.2% di lettori deboli (3-5 libri) e il 14.8% di borderline (1-2 libri). Queste percentuali sono calcolate sulla popolazione generale, se vediamo le percentuali stabilite all'interno del gruppo "lettori" vediamo che i lettori fortissimi rappresentano l'1%, i lettori forti il 3%, i medi il 17% e i deboli il 40%. Tutto ciò che per dire che poche persone leggono, il consumo culturale è di una piccolissima minoranza che, a quanto pare, legge tutto ciò che viene venduto.
La parte conclusiva dell'intervento di Ferrari ha riguardato gli ebook. Credo avremo modo di discuterne qui nel blog. Il feticismo del libro, della carta da annusare e portarsi dietro per leggere e rileggere mi riguarda senz'altro, tuttavia aspetto con ansia che i dispositivi per la lettura degli ebook raggiungano livelli tecnologici e di accessibilità ai testi degni dell'attuale standard degli USA; sono assolutamente favorevole alla lettura sui supporti ebook. Possiedo un paio di dispositivi che mi seguono in borsa, anche se il miraggio (che diverrà oggetto concreto nelle mie mani quanto prima: ad aprile avevo chiesto a una persona di acquistare per me un ebook in Oriente ma ho certezza che vivrò aspettando, quindi la mia ferma risoluzione è agire in proprio) è il Kindle 2. Oh, quanto mi lascio affascinare dalla tecnologia quando si parla di scrittura! La magia dell'acquisto d'impulso (la mia vita è impulso continuo) è uno degli aspetti più belli dell'ebook, anche se dovremo aspettare un po' per eguagliare la meraviglia americana del "sono connesso ovunque, mi viene in mente un libro e click, lo compro".
A conclusione di questo breve e impreciso report (stanno accendendo i riflettori per Omnibus), una considerazione a margine sul numero esiguo dei lettori: Ferrari ha concentrato l'attenzione sull'estrema difficoltà di estendere alle classi socio-culturali meno sviluppate del nostro Paese la lettura e, conseguentemente, la cultura, attribuendo a retaggi atavici di arroccamento dei "colti" sul proprio stato elitario la causa delle percentuali deludenti di lettura nella popolazione generale. Condivido quasi interamente: siamo nel 2009 e ancora vediamo scrittori che storcono il nasino quando si tratta di coinvolgere la gente nella cultura, tentare di offrire a tutti strumenti per appassionarsi e migliorare se stessi. Detesto lo snobismo, e quando si tratta di lettura e cultura lo trovo segno di profonda povertà morale (ignoranza, anche in chi esibisce preparazione enorme). Tuttavia, esiste anche il tratto genetico che rende alcuni lettori forti e fortissimi e altri medi o deboli: si nasce forti lettori, difficilmente si diventa. E' importante capire quanto sia possibile incrementare l'interesse per la lettura nelle persone non geneticamente predisposte a essa.
Da domani a VeDrò. Proverò a raccontare, e se le mie (scarse) abilità tecnologiche lo permetteranno pubblicherò immagini e brevi video. Ecco di seguito il comunicato stampa.Potete trovare il programma di VeDrò qui: http://www.vedro.it/
"Tornano a Dro, in Trentino, dal 30 agosto al 2 settembre 2009, i protagonisti più giovani della vita del Paese sollecitati dal pensatoio VeDrò di Enrico Letta, Annamaria Artoni, Giulia Bongiorno e Luisa Todini. Circa 450 persone, tutte nate negli anni '60 e '70, tra cui professori universitari, imprenditori, scienziati, liberi professionisti, giovani impegnati a vario titolo nella politica, artisti, giornalisti, scrittori, registi ed esponenti dell’associazionismo. Il meeting è stato pensato per discutere dell’Italia del futuro. I temi caldi di questa edizione sono una ricerca sui nuovi lavori, le anomalie del sistema finanziario, l'etica degli affari e l'Italia di oggi vista dal cinema.
Dal mondo dell'impresa arriveranno i leader di Google Italia, Trenitalia, Autostrade. Saranno presenti inoltre l'economista Oscar Giannino, gli scrittori Folco Terzani, Antonio Scurati e Giampaolo Pansa e il giornalista Filippo Facci. Un appuntamento esclusivo, per il taglio generazionale e per l'assoluta trasversalità (politica, culturale, professionale, religiosa), che riunisce giovani di belle speranze e la futura classe dirigente del nostro Paese".
“VeDro' e' un'occasione straordinaria di riflessione e lavoro concreto. Ciò che faremo del nostro futuro dipende dal nostro impegno di oggi, soprattutto dai contenuti culturali che vorremo approfondire, discutere, estendere alla società.” Afferma Maria Giovanna Luini, scrittrice e senologa all’Istituto Europeo di Oncologia di Milano. “Scienza e letteratura, i due mondi solo apparentemente distanti che sono la mia vita, trovano nel lavoro a VeDrò opportunità di studio critico ed effetto reale sulla politica e sulla società.”
Entri nella stanza e sei circondato da volti e corpi a metà, mani alzate oppure giunte sul ventre, occhi scuri nel blu del buio, della pittura a tocchi e sfumature; un applauso esplode all'improvviso con gli ululati da stadio che dalle parete ti cadono addosso, rimbombano in un vuoto che scopri dentro, al centro del petto, poi vomitano fuori, esaltandoti anche se ti vergogni, schiacciandoti al sogno che prima o poi vorresti che capitasse. Sì che lo vorresti, un applauso così solo per te. E tace, in un istante. Ti trovi nel mezzo del delirio di un'illusione di trionfo, il blu ti penetra insieme all'entusiasmo di una folla che vorresti solo tua, poi le voci all'improvviso si zittiscono, la luce si accende mentre le immagini sulle pareti svaniscono e ti fanno sentire stupido. Un povero mentecatto che ha proiettato sui volti blu e le mani alzate un applauso che non ha avuto.Ridono, quei muri che ritornano bianchi e spogli, hanno capito che anche tu come tanti ti sei fermato al centro e hai chiuso gli occhi solo un po', hai lasciato filtrare attraverso le ciglia il tanto che bastava per sentire che intorno le figure diverse ma uguali, livellate dal colore e da dettagli appena percettibili, stessero acclamando te. Il caldo sudore sbavato sulla pelle è evaporato nell'esaltazione di un momento, la cappa opprimente di laguna appiccicosa solo in parte alleviata dalle foglie degli alberi lungo i viali è caduta sul pavimento per metterti nudo, e perfetto, al cospetto di un pubblico che mai avresti pensato di avere. Non hai avuto caldo, non eri stanco, non sentivi più la fame che hai premuto indietro nello stomaco per cogliere il tempo e vedere. Vedere di più. Blu, e applausi. E luce bianca che ha spazzato via l'estasi, quando il sogno è arrivato e stava per sollevarti dalla normalità di una vita come le altre.La Biennale è l'assaggio per eccellenza, non puoi dire di averla vista ma neanche l'hai ignorata. Porti a casa il catalogo completo con l'illusione che ciò che ti è scivolato sugli occhi per stanchezza, per il limite fisiologico di attenzione del cervello umano, ritornerà quando sul divano sfoglierai le pagine con l'aria condizionata accesa. Resti fermo in alcune stanze, in qualche padiglione, quando il brivido dei sensi ti impedisce di proseguire, altre volte corri con la sensazione di perdere e non poterci fare niente. Il catalogo affascina e stimola i ricordi, ma non aiuta: puoi avere il divano e forse l'aria condizionata, ma capisci che devi ritornare. Il taccuino nero su cui scrivi dove, quando, perché, non serve: vuoi masticare la sabbia aspra delle emozioni, e vuoi farlo subito. Come succede nelle installazioni sparse qua e là, che ti acchiappano a tradimento e sono sorprese che si lasciano strappare, ti seguono incollate alla memoria, come il rombo inquietante nel buio quasi totale del Lussemburgo, con le immagini proiettate a scuoterti l'anima su uno squallore da scarafaggio che emerge dalla desolazione della guerra. Oppure la fotografia scattata alla tua ombra, in un altro punto di Venezia che raggiungi se sai seguire le indicazioni sul pavimento: ho visto il mio corpo eretto, con lo zaino floscio sulle spalle e la testa avanti, inconsapevole del flash che pochi secondi dopo l'avrebbe fatto sussultare. Ho guardato la mia ombra e sono rimasta ferma, scoprendomi nuova e diversa da come immaginavo.Alla Biennale, che regalo. Ho pensato di scrivere qualcosa dei miei giorni, poi ho capito che ci vorranno tempo e ordine. E ritornerò, per assaggiare di nuovo e meglio. E perdermi come poche altre volte nella mia vita.Ci sono stati momenti di sorriso, come nel padiglione belga dove ho ricordato i miei tre anni di vita a Bruxelles davanti alla scritta "Etterbeek" su alcune fotografie, e ho considerato che sì, il padiglione rispecchia il popolo. Mai visto padiglione più belga di quello: chi ha vissuto in Belgio può capire il senso quieto di un'apatia non reale, quella specie di sonno che nasconde guizzi vivaci che bisogna essere capaci di cogliere e seguire per non scivolare nella narcolessia. Il Belgio della cortesia, della cena alle cinque e mezza del pomeriggio e dei club privèè indicati con luci al neon: quando ritorni hai nella testa le luci al neon che i belgi usano solo per ciò che è sessuale, e per un po' di tempo guardi con sospetto i locali che a casa tua ostentano le stesse luci e sono semplici ristoranti, o bar, o negozi con la voglia di apparire. E il padiglione del Brasile, con i colori vivaci spinti a ristorarmi che hanno sbloccato finalmente la ritrosia alle fotografie. O l'Egitto, le gigantesche figure con l'odore della paglia inchinate ad accogliere i visitatori: mi sono fermata e ho apprezzato l'amore, in un tempo di scetticismo evidente, osservando due giganti immortali che si baciano teneramente circondati da gatti con le code ritte e le zampe snelle. E ancora, ancora.Scriverò, con più calma. Perché niente può bastare: non bastano giorni di visite, non bastano ore di ricordo silenzioso. Intanto qualche fotografia.
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