racconti, fiabe, romanzi a puntate, pensieri e pezzi di parole
(i testi pubblicati in questo blog e le fotografie sono di esclusiva proprietà dell'Autrice)
AAVV: RAC-CORTI - Il chiama angeli Il mio racconto "Il chiama angeli" nell'antologia RAC-CORTI di Giulio Perrone Editore 2008
AAVV: EROS & AMORE - La penombra di un ufficio e un ascensore che sibila Il mio racconto "La penombra di un ufficio e un ascensore che sibila" nella sezione EROS di "Eros & Amore" di ArpaNet, 2008
"I racconti delle bacche rosse": Lampi di Stampa Editore, I Platani Narrativa, 2008 Il secondo libro di fiabe
AAVV: CONCEPTS PROFUMO - La piccola casa di legno, e quel profumo. Fragranza e mistero di notti romane Il mio racconto "La piccola casa di legno, e quel profumo. Fragranza e mistero di notti romane" nella raccolta "CONCEPTS Profumo", Edizioni Arpanet 2007.
"Una storia ai delfini": Edizioni Creativa, 2007 il mio primo romanzo
AAVV: CONCEPTS MODA - La donna vestita di fiori Il mio racconto "La donna vestita di fiori" nella raccolta "CONCEPTS MODA", Edizioni ARPANet 2007
Luciano Comida Ho la fortuna di amare e di essere amato: faccio lo scrittore, il giornalista, l'impiegato statale, leggo, ascolto rock e jazz e classica, guardo cinema e teatro, tifo Toro, sono valdese.
Michele Crismani Ho tredici anni, non mi piace tanto la scuola (anzi proprio per niente). Invece mi piacciono le ragazze, il calcio, il rock (sia ascoltarlo che suonarlo), i film, mangiare patatine fritte di sacchetto, bere coca-cola e tirare dei rutti che scandalizzano mio papà e mia mamma.
Calogero Miceli poeta, presepista, scrittore e sceneggiatore emergente. Prova a fare anche lo studente in scienze della comunicazione. Vivo ogni giorno intensamente perchè considero la vita un grande dono e perchè in essa ho ricevuto il dono della poesia.
Cantastorie errante ...ogni cosa è intorno al nostro essere, sta a noi saperla vedere ed appropriarsene per donarla agli altri
Fa un po' impressione. Sto cercando frasi adatte e non le trovo. Questo blog è la storia del mio rapporto con i lettori, è stato l'inizio della parte della mia scrittura condivisa con la gente. Mi ha portato i primi contatti con gli editori e relazioni umane che vanno oltre e al di là dei libri. E' più di uno spazio, più di un giornale online: è luogo di scambio, scoperta e discussione continua. E adesso trasloca. Nella rivoluzione dei quarant'anni e della vita, metto in valigia quattro cose e parto.
Da oggi, niente più post in questo blog: con i miei racconti, con i pezzi di parole e i libri, e le fotografie, vado nel nuovo sito internet. Proseguo il cammino là, questo è l'indirizzo:
Vi aspetto nel sito internet, quindi, basta fare click e memorizzare quell'indirizzo: pubblicherò là, nella sezione blog, tutto ciò che di nuovo mi verrà da scrivere, e potrete lasciare commenti esattamente come avete fatto qui.
Siamo ridicoli, è bene che tu lo sappia. Il peso della consapevolezza non deve ricadere solo sulle mie spalle: se si fa a metà non c'è sollievo, ma almeno non esiste il rischio teorico dell'ingiustizia. Equità, suvvia! Siamo ridicoli, sta tutto lì. Conosco il brivido subdolo del barlume di dubbio, e mi viene da ridere: sto contando a voce bassa i volti e i nomi che in questo momento, leggendo, indicano se stessi con un dito. "Parlerà con me?", anzi, chiedo scusa: "Parlerà di me?". Perché un certo gruppo di affezionati o saltuari lettori di questo blog cerca se stesso (o se stessa) nelle parole che vernicio ogni giorno, e non sempre c'è paura. Il paradosso della scrittura è che, in fondo, si desidera essere presenti. Il fascino irresistibile della menzione pubblica, con la mano di uno scrittore a cesellare identità che tanti scrutano. Perché anche nella critica o nella rabbia si è. Si è qualcosa per chi scrive, capite? Se uno scrittore si affanna a definirmi sbagliata, antipatica, piazzista di libri, becera e bulimica significa che mi pensa! Mi ha in testa! Creo invidia o faccio paura, o suscito rabbia fremente che è parente dell'amore. In un blog può anche essere esercizio da niente (per me non lo è: prendo seriamente il blog almeno quanto i libri che scrivo, ma non per tutti è così), ma se la dotta e malevola citazione si trova in un libro l'orgasmo è immediato. Almeno per me. Certo, la medesima regola si applica al mio scrivere. Oh, quanti mesi ho regalato a pensieri e gente inutili! Quante frasi e righe e paragrafi! Per niente! Dentro di me avevo la percezione esatta della forza storta di cui nutrivo persone che, poi, mi sono apparse nella loro verità. Cioé brutte.
A proposito di bruttezza. Questa sera, nelle vie fredde ma almeno non piovose di Padova, camminavo spavalda e, con il mezzo sorriso stampato sul trucco ibernato dalla passeggiata, pensavo. A cose varie, niente di drammaticamente importante: constatavo di essere serena. Appagata da una scelta leggera di assenza che è arrivata spontanea, come il silenzio che per ore ho desiderato senza ottenerlo e mi è nevicato addosso al termine della conferenza su creatività e dolore. Ho fatto pulizia senza troppo sforzo, mi rendevo conto che i movimenti erano più agili e liberi. "Ho sofferto come un cane per quasi tre quarti d'ora", avrebbe detto il Sassaroli nella gigantesca e tragica opera d'arte di "Amici miei": i tre quarti d'ora sono trascorsi e il respiro è fresco e ampio. Insomma, non divaghiamo. Ero nelle vie di Padova e stavo bene come adesso. Ho incontrato un uomo che non conoscevo: fisicamente, nel buio, assomigliava a un altro che nel passato ho ricoperto di importanza eccessiva. Ho guardato la somiglianza falsata dalle tenebre e mi è venuto da ridere. L'altra faccia, quella del ricordo, mi è apparsa brutta. Ma brutta sul serio, per la prima volta. E mi è venuto da ridere. "Ma quanto eri brutto?", ho chiesto all'ombra spuntata fuori senza pathos né emozione, e ho accettato placidamente che lo stesso si dica di me, se si vuole. Niente di male nell'essere considerati brutti, in fondo. Se fossi amorfa mi seccherebbe, ma brutta può andare bene. A patto che si capisca che bruttezza e bellezza raramente sono universali, ma a rendere relativo l'eventuale concetto di mia bruttezza per fortuna esistono i cosiddetti rinforzi positivi, cioè i messaggi di chi mi ama e ritiene, senza mentire, che per lui/lei io sia bella. Sono certa che anche l'uomo che ho evocato nella notte padovana grazie a un volto visto di sfuggita sia meraviglioso per qualcuno, lo è stato anche per me in un tempo che adesso faccio fatica a mettere insieme in un sospiro.
Sospiri. Ne ho sentiti tanti oggi. L'incontro con l'università popolare su creatività e dolore ha portato emozione. Tanta emozione, anche a me. Ho superato la pigrizia della lettura pubblica e condiviso brani dalle memorie intime di Simenon, da libri di Tiziano Scarpa (ma sì, dai, fate il commentino e tirate avanti: la scrittura di Scarpa mi piace e lo dico fino alla vostra noia; il blog è mio e andrò avanti finché ne avrò voglia), "Diario di melassa", "Una storia ai delfini" (la prefazione di Veronesi) e "Le parole del buio", il diario di Virginia Woolf. E ancora, "Rendez-vous", "Niente di grave", "Ho il cancro e non ho l'abito adatto". Stuzzicando la mia fantasia (forse anche quella di altri presenti in sala, non saprei dirlo) con Hopper, Picasso nel suo periodo blu, Van Gogh e Munch. Abbiamo discusso di dolore e amore, e scrittura, e riflettuto sull'importanza drammatica dei saggi, i libri che possono creare una differenza nella cultura della gente. A proposito di cultura, sapete che cultura è vita? I dati statistici dicono che chi si ammala di tumore ha una probabilità maggiore di guarire se ha un livello culturale alto. Alt, fermi: ho detto livello culturale, NON economico! Significa che chi ha gli strumenti culturali per informarsi e scegliere criticamente le cure fa qualcosa di buono per sé.
Fare qualcosa di buono per sè. Non so voi, care amiche lettrici, ma questo compleanno che mi galoppa addosso crea riflessioni da "i miei primi quarant'anni". Non è che mi piaccia troppo, ma serve. Un assioma: le amiche che hanno vissuto i quaranta e oltre dicono che "adesso inizia il bello", e tutto sommato, se considero la luce e non le ombre che popolano la vita di ciascuno indipendentemente dall'età, posso crederci. Il bello dovrebbe essere un amore per sé finalmente scoperto e reso saldo. Anche nel mezzo di difficoltà e, talvolta, vere e proprie tragedie. Oppure in mezzo ai soliti problemucci di sesso e relazioni altalenanti o solo immaginate. L'amore di sè, fare qualcosa di buono per sè. Rinunciare, per esempio. Udite, udite! La Luini finalmente proclama qualche rinuncia! Temo di sì, ma non la rinuncia alla scrittura e neanche a relazioni e affetti che ritengo meravigliosi, e non rinuncio, sappiate, a qualche abitudine privata che mi rende ciò che sono. Rinuncio all'autolesionismo. A quella spinta orribile nata con me, più o meno, che ha fatto di tanti miei anni un cumulo di tortuose, complicatissime salite con poche radure e quasi nessuna tappa di vero e gratuito refrigerio. Ho sempre pagato tutto, chiunque mi conosca bene lo sa. Pago ogni singolo piacere a prezzo tremendamente alto, sono diventata una bestia feroce perché ho dovuto affrontare ogni genere di ostacolo occulto o palese per raggiungere quello che ho. Ma. In parte ho anche camminato a passi più pesanti perché io stessa appoggiavo alle caviglie una zavorra inutile. Ostinata e convinta della mia potenziale onnipotenza, ero la nemica più sottile di me stessa. Bene, questo non cambia con un compleanno, è già cambiato: la data del 21 febbraio sancirà solo il passaggio ufficiale. Come il capodanno appena trascorso: gli amici più intimi sanno che da mesi preparavo, lentamente, alcune espulsioni da celebrare nell'istante di passaggio tra il 31 dicembre e il primo gennaio 2010. Macinavo pensieri e altalenanti serenità, parlavo o tacevo, ma quelle espulsioni avevano un timer che, effettivamente, è scattato inesorabile e ha funzionato. Intorno a Saturno abbiamo qualche anello in più, ho spedito in orbita perenne persone che ormai erano solo dolore e ostacolo, e credetemi se dico che sono davvero uscite dal mio cuore nel rapido cambiare della data. Quindi. Niente svolte epocali, a meno che non siano preparate da un cammino paziente e lucido. Ciò che accade ora. Ho qualcosa da fare, ancora. Avrò sempre qualcosa da fare nella mia eternità. La tappa dei quarant'anni è fare qualcosa per me, abbandonare l'autolesionismo. E smettere di accettare situazioni da fumetto di serie zeta. Amen.
Oh, che peso questa Luini! Ma no dai, la realtà è luminosa e serena. Qualcuno ride leggendo "luminosa e serena", ma sbaglia: se la luce si accende in testa, o in un posto interno del corpo a vostra scelta, già molto è stato ottenuto.
Mi sento un predicatore americano. Alzate le mani e cantate con me. Nel tocco della pelle con la pelle la piccola scarica di adrenalina sarà sensuale, credetemi. Guardate i miei occhi, lo sguardo è per voi. Sensualità e affetto, perché penso a voi che leggete e non sempre mi siete noti. Quando vedo il numero di letture di questo blog mi emoziono, e quando qualcuno si ferma e mi tocca la spalla e sussurra "Lei è la scrittrice del blog, vero?" (come è accaduto martedì scorso) ho la nettissima sicurezza di amare. Amo gli occhi che leggono, le mani che commentano e quelle che invece restano ferme accanto alla tastiera del computer, amo chi fa finta di non leggermi e ritorna a dare un'occhiata simulando disinteresse, amo chi si chiede se la mia vita sia quella che si legge qui oppure sia completamente diversa, amo chi si manifesta e chi no. Amo chi ispira i miei racconti: suscita emozioni fortissime, lo dicevo qualche paragrafo sopra, e non solo la rabbia. C'è chi ispira racconti negativi, chi ispira erotismo, chi ispira o ha ispirato amore. O tutto questo insieme. C'è la mia amica Simona, parte di me, che si è chiesta perché non l'abbia mai nominata nei miei scritti: non capisci che sei in ognuna delle parole? Non capisci perché sono diventata ciò che sono anche in ambito medico? Credi davvero che sia stato solo per quel ricordo drammatico che abbiamo condiviso? Secondo te non ho temuto per altri, non ho pianto, sperato, tremato, pregato? Simona, sei qui adesso ma non serviva che ti menzionassi. La natura di noi è fusa nelle mie parole.
Uh, quanta roba. Raffiche di follie e aliti di niente. Cielo! E tutto è partito da cosa? Ah, certo. Dal fatto che siamo ridicoli. Parlo di te, vedi? So che hai letto fino in fondo, adesso sei fermo su queste sillabe che si rincorrono una a una. Nella tua testa hai costruito spiegazioni plausibili per la nostra ridicolaggine, e sono costretta a deluderti: non è così complicato. Siamo ridicoli come tanti altri: sono stata ridicola così con altre persone che, come te, mi sono piaciute molto. Abbiamo messo in atto l'unica forma di stupidità possibile per gente come noi. Non abbiamo avuto la lealtà e il coraggio di parlarci. Sottovalutando la reciproca intelligenza e, anche, sminuendoci un po'. Che peccato. E' come morire senza avere visto il mare.
C'è musica e musica. Questa è lieve come un sospiro e piena come un morso. L'andare quieto del treno scivola su una pianura ordinata di filari di alberi immersi nella nebbia soffice, delicata. Avrei detto che ci fosse pace, la notte scorsa. E c'era pace. Non l'avrei trovata uguale se questo fosse stato il viaggio erotico e sensuale di due amanti in cerca di poesia, non avrei potuto respirare il caldo perfetto che non soffoca nè appiccica di sudore sotto il pigiama di seta leggera. Forse.
Cambia in fretta lo sguardo sull'amore. Cambia come i campi che vedo fuori dai finestrini, come le stazioni coperte di grigio dove poche mani si alzano per salutare.
Fiocchi di luce e profumo costoso. Ho le pagine aperte sotto la mano chiusa sulla penna, vedo i segni nascere e scavare la carta nell'ovatta molle del rumore delle rotaie. Non lo sento, quel rumore, ma so che esiste: il treno sbanda all'improvviso e ci svegliamo, il corpo va avanti e indietro, poi ritorna a posto, e la musica prosegue. Come se niente accadesse sul serio.
Che pigro ottundimento lucido e quieto. Nel vagone bar coppie si osservano con mezzo sorriso, donne e uomini leggono, il pianista tira fuori meraviglia dai tasti bianchi e neri, i camerieri parlano italiano e azzardano poche chiacchiere discrete. Una ragazza con una grossa macchina fotografica nera fa scattare un flash; ha un vestito di lana grigio chiaro, le calze lunghe viola. L'accento è di Milano. Porta capelli lisci raccolti in una coda strana, mi viene voglia di scioglierla per respirare l'odore pulito di shampoo e la soffice carezza di fili sottili, quasi di seta. E' giovane, molto giovane per questo treno di toni soffusi e amore pudico senza lo spazio per un gemito più forte nelle suite sballottate dalle rotaie. Fotografa ogni dettaglio, vedo con l'angolo di un occhio che punta l'obiettivo su di me, non mi infastidisco e sorrido: avrò rughe, aria distante e doppio mento seduta così, con il taccuino su una coscia, ma non importa. Prenda di me i ricordi che le piacciono, sta costruendo giorni. Che non potrà dimenticare.
Si avvicinano tutti, prima o poi. In due o tre lingue chiedono se sia vero, mi fissano timidi o curiosi e domandano se stia sul serio scrivendo un libro su questo treno. Su di loro che sfilano in smoking e vestito da sera, con storie che buttano lì e dipingono da favola bella. Annuisco, anche se non sono sicura. Ci vorrà tempo, per questo. Ma è inutile dirlo.
Prende il via, la mia mano, dopo un preludio che era musica più che racconto. Musica, ancora. Come il cibo e la vernice blu scuro lucida e fiera, anche le note di questo pianoforte sono perfette. Immagino i musicisti da crociera simili a questo, eppure esiste differenza; un orecchio popolare, profano come il mio capisce che non è lo stesso. Ci sa fare, questo pianista con il cognome italiano e la giacca impeccabile e scura. Snocciola note che cadono senza pieghe su tavoli bassi coperti da tazze e bicchieri e cartoline che partiranno con il timbro dell'Orient Express, sui nostri corpi rilassati ed eleganti e i libri, tanti, aperti nel riempirsi delle ore.
Mi chiedo dove siamo. E dove siano gli sposi di ieri: hanno camminato felici sulla pensilina di Venezia, ansiosi di flash altrui e sguardi di invidia. Lei aveva le scarpe di raso bianco, troppo grandi, e un vestito che non avrei voluto né sognato. Non ho mai sognato un vestito da sposa. Comunque, non li vedo. Forse sono scesi a Vienna, oppure festeggiano intimi in una suite. Esiste ancora qualcuno che impiega il tempo facendo l'amore?
E ora. Ora ora, cioè domenica primo novembre. Ho trascritto dal taccuino, rivisto e cambiato, piegato le parole a ciò che sono oggi. L'ho fatto mentre l'anima di una donna andava altrove. Alda Merini, che ha dato senso alla vita. Che brutale e antiestetica irruzione della morte nella poesia, nell'assoluto. E che triste addio, Alda.
Vorrei fotografie in bianco e nero, adesso. Non so perché. Non c'è tristezza, non trovo dentro o fuori motivi per togliere il colore a ciò che vedo, eppure ho aperto lo spazio bianco del "componi post" desiderando una fotografia qualsiasi, di un paesaggio qualsiasi, in bianco e nero.
Il bianco e nero, il grigio mi regalano serenità. Solo nelle fotografe e nei film, perché la vita, quella che prendo forte in mano e mordo con passione eccessiva, deve avere sempre dentro il rosso, e l'azzurro, e il blu, e il viola. E tutti i colori che vengono in mente, anche se non esistono. Insomma, le fotografie in bianco e nero e i vecchi film francesi mi fanno stare bene. L'altra notte, a Praga, ho visto un film francese e capito niente: mi addormentavo, mi risvegliavo, provavo a seguire ma, lunghi minuti dopo, scoprivo di essermi persa. E' stato bello ugualmente. Forse perché sapevo di essere felice, mangiavo la notte insonne senza più dolore o rimpianto (compagni della prima parte del 2009), senza il senso di sconfitta che, per tante ragioni (non solo una), mi si era aggranchiato addosso. Stavo bene, davvero bene. Avevo camminato su Ponte Carlo, scambiato messaggi con qualcuno che ultimamente mi fa stare allegra in un gioco sciocco e simpatico insieme, chiacchierato e taciuto, fissato pupille nere nella tenebra illuminata dai lampioni, osservato l'acqua e il castello e la macchina fotografica rotta. Poi, in camera, avevo scritto, riscritto, un paio di capitoli del romanzo cui sto lavorando, e, dopo la doccia solita che mi fa sentire pulita e fresca sotto le lenzuola, mi ero messa a letto con "La metamorfosi" di Kafka. Il sonno era arrivato e svanito, mi succede spesso, ma non provo più rabbia: mi alzo prestissimo per scrivere, oppure, se l'ora è molto molto profonda nella notte, accendo la televisione e non capisco cosa vedo.
Ho guardato le immagini del film francese, ho seguito le parole, ho dormito mentre accadevano cose importanti o da niente, ho provato a interpretare il senso con i titoli di coda. E' stato bello. La pace di Praga mi avvolgeva, il tempo un po' bello e un po' brutto non feriva. Era come una fotografia in bianco e nero, tiepida e con i contorni che nessuno tenta di vedere, con quelle pose un po' rigide e la nebbia che rassicura e non annoia. Avete guardato i fiumi, nelle fotografie in bianco e nero? E i boschi? Non so come e perché (questa sera non so la ragione delle cose, siate pazienti), mi viene in mente un'altra fotografia, questa volta a colori, che qualcuno mi ha fatto poco tempo fa. E' in questo blog, qualche post più in là (anzi, la riporto anche qui, perché no?): fisso l'obiettivo senza sapere di essere l'oggetto dell'inquadratura e non sorrido, sembro perplessa. Quella fotografia ha colto il senso di me, molto, e chi ha scattato nemmeno lo sa. Ero a Venezia, in un settembre bello.
Fotografie. Nel mio viaggio meraviglioso la macchina fotografica si è guastata, ho potuto cogliere solo pochi dettagli prima di rinunciare. Forse il motivo esiste. Era il mio viaggio, pochi dovevano essere i residui fissati nelle immagini. Chissà.
Fotografie in bianco e nero. Piacciono anche a voi?
Esistono giorni di parole sciolte. Considerazioni che uno può leggere, se gli va, oppure tralasciare a pie' pari senza che il corso delle ore cambi di un soffio.
Oggi è uno di quei giorni. Perché sapete, che si leggano oppure no, le parole sciolte escono e hanno bisogno di fissarsi su uno schermo, o sulla carta, o su qualsiasi supporto che poi le faccia leggere.
Insomma. Sono arrivata a Todi ieri sera, dopo un viaggio solitario che ha fracassato la mia schiena (guidare sulla E45 è sempre un'esperienza, schiena a parte: mi sono specializzata in chirurgia generale a Perugia nel 2006, quindi per almeno sei anni ho percorso giù e su la E45; che poesia ritrovarla uguale, senza luci e con i lavori e le deviazioni, e le uscite nelle stradine che cedono sotto il peso degli autoarticolati a cinque all'ora sui tornanti). Quando guido da sola, ascolto musica e penso troppo. Peculiarità della scrivente è, da sempre, l'eccesso di pensieri che diventa avvitamento tortuoso intorno al niente.
Ho pensato a un panorama bello e brutto di volti e fatti recenti, a quanto abbia perso e quanto guadagnato. E quanto abbia accettato senza che fosse realmente necessario.
Per esempio. Ho incontrato una persona molto bella, alcuni mesi fa: è stato un piccolo miracolo, un gioco di simpatia e affinità che mi ha lasciato un segno luminoso nella testa. Non so se questi incontri debbano restare confinati entro limiti del sogno oppure se possano, con pazienza e casualità, tradursi in amicizia, tuttavia ho provato, e il tentativo mi è sembrato reciproco, a tenere vivo uno scambio epistolare (veramente, uno scambio di SMS e messaggi email: ormai consideriamo anche questo uno scambio epistolare) e di telefonate gradito, mi pare, a entrambi. Solo che. Sono stata in una città del Nord, non importa quale, e ho incontrato la persona-miracolo che passeggiava per strada in compagnia di una donna. Niente di male, visto che con lui (sì, la persona è di sesso maschile) non è mai esistita una relazione, e neanche un'avventura sessuale: di altro si trattava! In ogni modo, l'uomo mi ha vista e ha palesemente evitato di salutarmi. Ho pensato, lì per lì, che fosse distratto, che il mio passaggio a meno di dieci centimetri da lui non fosse stato notato; quando l'incontro si è ripetuto, l'assenza di saluto, di un minuto e mezzo di reciproche presentazioni (quando è assente la colpa nascosta, ritengo scontato che si dia priorità all'educazione), è diventata un ululato. Per rendere tutto più breve, l'uomo che avevo incontrato in più occasioni per un pranzo veloce, una chiacchierata profonda, una passeggiata da niente ha finto di non conoscermi. Prima volta che mi capita, giuro. E successivamente i suoi messaggi sono andati avanti come se niente fosse accaduto. Il non-saluto non è successo, voilà.
Se fossero qui con me alcuni amici che mi conoscono bene, sorriderebbero e commenterebbero:
- Ci vuole altro, con te!
Che vuole dire tutto e niente. Ci vuole altro perché perdono l'imperdonabile, salvo poi infuriarmi nei momenti meno prevedibili della vita, e ci vuole altro perché in questo misterioso 2009 psichico (la mia amica Gemma ha detto che è un anno psichico) mi è capitato di peggio. E di meglio, anche. Sorvolo, qui, sul significato di "di peggio" perché avrò modo di parlarne più in là, altrove. Dico solo che la mia riflessione da viaggio solitario con marea montante di dolore alla schiena ha prodotto anche la consapevolezza che quel "signor di peggio" deve vergognarsi in ogni caso, anche quando provo a dipingerlo di indulgenza e perdono. Ci sarà tempo. Ma una cosa è chiarissima: ci si perde ormai con una facilità deprimente, e non sempre è necessario. Beato chi sa fare a meno degli altri perché è passato oltre; se penso alle persone che sono arrivate nella mia vita in questi ultimi mesi mi sento grata e felice, e incredula: perché dovrei rinunciare a qualcuno? Non capisco. Requiem, su questo argomento.
La stanza dell'albergo di Todi è piccolissima, ma sto bene nelle pareti oblique che danno su un balconcino dove ho accatastato giornali. L'edicolante mi ha fissata con pupille frementi quando ho chiesto tutti i quotidiani che ho trovato in vendita (tranne uno, non dirò quale), poi ha dato uno sguardo alle mie spalle e ha commentato:
- Ah, lei è con il gruppo di Todinsieme.
Ha indovinato, l'uomo giovane e bello con l'accento milanese che vende giornali a Todi. Ha giudicato dal fascio di quotidiani e pensato che facessi parte di un gruppo di... Non so cosa. Un gruppo, comunque, estraneo alla città e giunto qui per discutere e approfondire. Approfondiamo, dunque. Un amico, Emanuele Caroppo, ha lanciato su FB una piccola discussione che secondo me ha avuto meno seguito di ciò che meritasse: su FB non si discute, si accenna e i messaggi vanno tanto in fretta che si fa appena in tempo ad accorgersi dell'esistenza altrui. Peccato, ogni volta che si creano i presupposti per stabilire relazioni si accelera e banalizza tutto, e si passa oltre. Insomma, Emanuele ha parlato di chiacchiere e discussione. Ormai si chiacchiera, non si discute più. Sacrosanto. Vi viene in mente un'occasione in cui abbiate discusso, discusso sul serio e non chiacchierato? A me viene in mente VeDrò, spero che in futuro mi verrà in mente questo TODINSIEME, e penso anche agli incontri che Mariangela Guandalini organizza a Parma. E, per essere sincera fino in fondo, includo nelle discussioni rare e preziose gli scambi con l'uomo che non mi ha salutato di recente: quando si accorge che esisto, sa essere superiore a tanti altri. Oltre non riesco ad andare. Un'associazione di idee spontanea, mentre rileggo le ultime frasi, va ai commenti in questo blog: quando pubblico pensieri sciolti, riassunti di eventi, ho pochissimi commenti. Meglio scrivere l'erotismo (attenzione, chi mi conosce sa che l'erotismo per me NON è una sottocategoria sensuale della vita e della scrittura, ma è fondamentale) oppure gli amori mozzati che sono tipici del mio stile. Così va l'esistenza.
Domani pomeriggio si va verso Pontedera. Incontrerò nella mia casa di Firenze Lorenza Caravelli, mio fratello Filippo Gatti ed Elisabetta Mandelli e andremo a Pontedera. L'Era dei Libri è il primo festival di letteratura indipendente che mi abbia ospitata quando uscì "Una storia ai delfini". Posso dire di avere avuto il mio primo incontro con i lettori, là. Anche a questo pensavo ieri in automobile, mentre qualche neuroni sciolto riordinava i personaggi del romanzo che ho appena finito di scrivere e riprenderò stasera: Pontedera, l'Era dei Libri, Valentina Filidei e Marina Sarchi. Quanto voglio bene a Marina Sarchi di Librialsole! Comunque. E' capitato tutto ciò che poteva capitare in questi anni, più o meno (faccio volentieri a meno di scoprire eventuali, ulteriori sviluppi negativi, mentre resto apertissima al bello e buono e piacevole), e domani ritornerò in una cittadina che mi conosce e mi ha sempre accolto con affetto. Alla presentazione, insieme a Eliana Liotta (direttore di OK Salute, RCS), vedrò volti noti, ma mi accorgerò anche di assenze che hanno detto più di qualsiasi stupido, vuoto, sterile discorso su amicizia e gratitudine. Porterò il mio corpo di oggi, le testa di domani, le emozioni fortissime e ormai libere che provo. E vedremo, con buona pace di chi vorrà evitare di esserci e ringraziamento da parte mia a chi verrà.
Chiudo, ora. Lo faccio con un pensiero slegato ma profondo. Oggi viene consegnato, in IEO a Milano, il premio di studio "Floriana Andolfi Diomelli": un senologo e un oncologo medico dediti all'attività clinica e di ricerca sul tumore al seno (due uomini, non protestate: per curriculum hanno vinto loro, e in IEO i medici sono donne in maggioranza; questo anno va così) riceveranno un importante riconoscimento in memoria di una donna cui ho voluto molto bene. Bravi. Sono fiera di voi, lo sarebbe anche Floriana.
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